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martedì 17 marzo 2026

La deriva iper-sionista del secondo mandato di Trump

Donald Trump ha rimosso ufficialmente la coraggiosa cattolica Carrie Prejean Boller dalla Commissione per la Libertà Religiosa della Casa Bianca. Poche settimane fa Carrie era stata espulsa dalla Commissione dal presidente Dan Patrick (vice governatore del Texas) a causa delle sue critiche nei confronti della deriva ultra sionista del governo israeliano, sottolineando che tale ideologia é incompatibile con la sua fede cattolica. Che ne pensate anche de resto? Qui l'indice degli articoli sugli eventi nel quadrante mediorientale.

La deriva iper-sionista del secondo mandato di Trump
e la repressione del dissenso.


Nell'immagine: da sinistra a destra: Tucker Carlson, Candace Owens, Charlie Kirk e Carrie Prejean Boller.

Nel primo mandato presidenziale Donald Trump aveva già segnato una svolta importante nella politica estera americana verso Israele. Lo spostamento dell’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme, il riconoscimento delle Alture del Golan come territorio israeliano e il sostegno agli Accordi di Abramo avevano rappresentato scelte forti, che avevano rotto con una certa prudenza diplomatica mantenuta per decenni dalle amministrazioni precedenti.

Tuttavia, nel corso del secondo mandato sta emergendo qualcosa di diverso e, per molti osservatori, di più radicale. Non si tratta più soltanto di un rapporto privilegiato con uno storico alleato strategico. Si sta delineando piuttosto una linea politica nella quale il sostegno a Israele appare sempre più come un principio ideologico non discutibile, una posizione dalla quale non è consentito deviare neppure marginalmente.

Il punto più controverso non riguarda soltanto la politica estera americana, ma il clima politico che si sta formando attorno ad essa. Negli Stati Uniti, dove la libertà di espressione è sempre stata considerata uno dei pilastri della democrazia, si sta diffondendo la percezione che criticare il governo israeliano, anche da posizioni conservatrici o religiose, stia diventando sempre più difficile e rischioso.

Il caso più emblematico di questa dinamica è quello di Caroline Michelle “Carrie” Prejean Boller. Per molti anni Prejean è stata una figura simbolica del conservatorismo cristiano americano. Divenne nota nel 2009 durante il concorso Miss USA, quando difese pubblicamente la concezione tradizionale del matrimonio, attirandosi l’ostilità di gran parte dei media progressisti ma diventando al tempo stesso un punto di riferimento per milioni di elettori conservatori.

Negli anni successivi ha sostenuto Donald Trump e si è collocata stabilmente nell’area culturale della destra americana. C’è però un elemento della sua vicenda che assume un significato particolare nel contesto attuale: Carrie Prejean è cattolica.

Negli Stati Uniti esiste una corrente molto influente di cristianesimo sionista, soprattutto di matrice evangelica, che sostiene Israele non soltanto per ragioni geopolitiche ma anche per convinzioni teologiche. All’interno di questo quadro, le posizioni di molti cattolici risultano spesso più sfumate e meno legate a questa visione religiosa della politica mediorientale.

Quando Prejean ha espresso dubbi morali sulle operazioni militari israeliane a Gaza, richiamando il principio cristiano della difesa degli innocenti e sostenendo che nessuna fede può giustificare l’uccisione di civili, la reazione è stata rapida. Nel giro di poco tempo è stata rimossa dalla Commissione per la Libertà Religiosa della Casa Bianca, alla quale era stata nominata proprio durante l’amministrazione Trump.

Il significato politico di questa vicenda è stato interpretato da molti come un segnale preciso: anche una figura proveniente dal mondo conservatore, anche una sostenitrice dell’attuale presidente e anche una cristiana impegnata può diventare improvvisamente scomoda se mette in discussione la linea di sostegno totale alle politiche del governo israeliano.

Il caso Prejean non è isolato. Negli ultimi mesi si è aperta una frattura sempre più evidente all’interno della stessa destra americana. Alcune delle voci mediatiche più influenti del conservatorismo hanno iniziato a esprimere dubbi sul rapporto tra Washington e Tel Aviv e sulle conseguenze della guerra in Medio Oriente.

Tucker Carlson, uno dei commentatori più seguiti del panorama politico statunitense, ha più volte criticato l’idea che gli Stati Uniti debbano sostenere automaticamente ogni scelta militare israeliana. Le sue dichiarazioni hanno provocato reazioni molto dure e accuse pesanti da parte di diversi ambienti politici e mediatici che sono arrivati a definirlo “antisemita”.

Anche Candace Owens, commentatrice politica e influencer con milioni di follower, ha denunciato apertamente la devastazione umanitaria provocata dalla guerra a Gaza e ha messo in discussione l’allineamento automatico della politica americana alle decisioni del governo israeliano e anche per lei è arrivata subito l’accusa infamante di antisemitismo.

Un caso altrettanto significativo è quello di Charlie Kirk, fondatore di Turning Point USA e per anni uno dei giovani leader più promettenti del movimento conservatore vicino a Trump. Negli ultimi tempi anche Kirk ha iniziato a esprimere posizioni più critiche sul rapporto tra Stati Uniti e Israele, sostenendo che la politica estera americana dovrebbe essere guidata prima di tutto dagli interessi nazionali americani e ‘casualmente’ è stato assassinato da un killer. Evidentemente a qualcuno facevano paura le sue idee.

Queste prese di posizione hanno provocato reazioni immediate e spesso molto aggressive. Ancora una volta si è riproposto lo stesso schema: chiunque metta in discussione l’allineamento totale con Israele viene rapidamente accusato, isolato o sottoposto a forti pressioni mediatiche o peggio, eliminato fisicamente.

Il problema che emerge da questa dinamica non riguarda soltanto la geopolitica mediorientale. Riguarda il funzionamento stesso del dibattito democratico negli Stati Uniti.

Quando in un sistema politico alcune posizioni diventano di fatto impronunciabili senza conseguenze professionali o istituzionali, la libertà di parola rischia di trasformarsi in un principio sempre più teorico. Il pluralismo del dibattito pubblico si restringe e il confronto politico tende a trasformarsi in conformismo ideologico.

La questione assume un carattere ancora più delicato quando entra in gioco la libertà religiosa. Molti cristiani, in particolare cattolici, non condividono la visione teologica del sionismo cristiano diffusa in alcuni ambienti evangelici americani. Essi ritengono che la fede cristiana imponga di difendere la vita umana e di denunciare la sofferenza dei civili innocenti, indipendentemente dai pretesti usati per giustificare la violenza e la guerra.

Quando anche questa posizione morale diventa oggetto di sospetto o di delegittimazione politica, il problema non riguarda più soltanto le scelte di politica estera. Diventa una questione di libertà di coscienza.

Il caso Prejean appare emblematico proprio per questo motivo. Una donna che ha costruito la propria identità pubblica sulla fede cattolica e sul conservatorismo politico si è trovata marginalizzata proprio per aver richiamato quei principi morali che per anni aveva difeso.

A questa dinamica si è aggiunto nelle ultime settimane un episodio che ha suscitato forte preoccupazione negli ambienti che si occupano di libertà di stampa negli Stati Uniti. Durante il conflitto con l’Iran, Donald Trump ha attaccato duramente diversi organi di informazione accusandoli di diffondere notizie false o distorte sulla guerra, minacciandoli di togliergli la licenza di trasmissione radiotelevisiva rilasciata dalla Federal Communications Commission (FCC).

Se questa tendenza dovesse consolidarsi, le conseguenze potrebbero essere molto più profonde di una semplice polemica politica. Quando una democrazia comincia a stabilire quali opinioni possono essere espresse e quali invece devono essere espulse dal dibattito pubblico, il problema non riguarda più soltanto una questione internazionale.
Riguarda la libertà stessa di pensare, parlare e agire secondo coscienza.
Luciano Tovaglieri
Segretario Nazionale di IGNIS Fuoco Italico (movimento sovranista antimassonico che intende riaffermare i valori religiosi ed etici tradizionali)

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Totalement compromis dans l'affaire Epstein, comme le prouvent les documents publiés par la justice américaine, Trump n'a plus d'autre choix que d'exécuter les ordres de Netanyahu qui le "tient" entièrement.

Anonimo ha detto...

l miliardario tecnologico Peter Thiel, 58 anni, terrà un ciclo di conferenze a porte chiuse a Palazzo Orsini Taverna, nel centro storico di Roma, sul tema dell'Anticristo (15-18 marzo).
Secondo LaStampa.it (16 marzo), Thiel ha detto: "Sono un cristiano, voglio preservare la libertà e temo l'Anticristo".
Thiel è cresciuto in una famiglia cristiana evangelica e ha affermato che la sua visione del mondo è plasmata dal "cristianesimo".
Plasmata dall'omosessualità
Già nel 2007, il blog della Silicon Valley Valleywag, gestito dalla società di media Gawker Media, ha pubblicato un articolo in cui si affermava che Thiel "è totalmente gay". In seguito, Thiel ha finanziato segretamente la causa di Hulk Hogan contro Gawker per un video hard trapelato. Il caso ha portato a un verdetto di 140 milioni di dollari e ha costretto Gawker Media alla bancarotta.
https://gloria.tv/post/QMYM2MANXSCB1EJvdtERrAkrP
Mordi e fuggi da parte mia per chiedere : " Ma vi pare normale che tutti questi figuri
gravitino sull'Italia e specialmente su Roma? Cosa e' venuto veramente a fare a predicare a porte chiuse a soggetti paganti mille euro cadauno, su cosa esattamente Dio solo lo sa. Ma e' normale che costui abbia pagato la campagna elettorale di Vance ( che si professa cattolico ,o cristiano tout court, non ricordo) e al contempo si riporti che Vance sia molto amico di Leone XIV e che non manchi di fargli visita ogni tre per due? Definirsi cattolico equivale ad esserlo?!