L'Iran rappresenta il primo caso storico di stato che adotta strutturalmente la dottrina della guerra partigiana come scelta strategica
"C'è una categoria che manca nel dibattito sulla guerra in corso contro l'Iran, e la sua assenza spiega perché chi la combatte continua a sbagliare tutto.
L'Iran non è un movimento partigiano come l'FLN algerino, che era un fronte senza dogma unificante - coalizione di nazionalisti, socialisti, comunisti, conservatori - tenuto insieme da un unico obiettivo: cacciare il colonizzatore. Non è il Vietnam del Nord, che era uno stato su una parte del territorio con una dottrina esportabile - il comunismo - ma dipendente da Mosca e Pechino e limitato geograficamente. Hamas, Hezbollah, gli Houthi sono milizie, entità subnazionali che usano tattiche di guerriglia perché non hanno alternativa: la loro asimmetria è coatta, non scelta.
L'Iran è qualcosa di diverso e di storicamente nuovo: rappresenta il primo caso storico di stato che adotta strutturalmente la dottrina della guerra partigiana come scelta strategica sovrana, combinando la legittimità e le risorse di uno stato con la logica operativa del movimento di resistenza.
Ha un esercito regolare, missili balistici, una marina, istituzioni riconosciute, è uno stato westfaliano a tutti gli effetti. E tuttavia ha scelto deliberatamente la dottrina della guerra partigiana come strategia sovrana: saturazione con armi economiche, logoramento, accettazione consapevole delle perdite territoriali pur di rendere insostenibile il costo per l'avversario. Non perché non potesse fare altrimenti, ma perché ha valutato che fosse la strategia ottimale contro una superiorità convenzionale schiacciante.
Questa scelta ha una conseguenza economica devastante per chi lo combatte. Un drone Shahed costa ventimila dollari. Un intercettore THAAD costa 12,7 milioni. L'Iran ha lanciato nella prima settimana di guerra cinquecento missili balistici e quasi duemila droni. La matematica è impietosa: la guerra povera fa pagare un costo insostenibile alla guerra ricca: non sul campo di battaglia, ma nelle catene di fornitura, nei bilanci, nelle scorte di intercettori che si esauriscono più velocemente di quanto possano essere prodotti.
Ma la novità più profonda non è militare: è strutturale. L'Iran ha istituzionalizzato una contraddizione che tutti i movimenti di liberazione hanno dovuto scegliere essere stato o essere rivoluzione. L'Algeria dopo il 1962 scelse di essere stato e smise di essere rivoluzione. Cuba tentò entrambe e fallì. L'Iran no: ha costruito deliberatamente una dualità permanente. L'esercito regolare è lo stato westfaliano. I Pasdaran - le Guardie della Rivoluzione - sono la rivoluzione permanente, con le loro reti regionali, le loro ramificazioni in Yemen, Iraq, Libano, tutte accomunate non da un'ideologia laica ma da una fede: l'Islam sciita come identità, memoria, trauma fondativo. Non si sceglie di essere sciiti come si sceglie di essere comunisti. È famiglia, lutto, corpo. Karbala non è un evento storico: è un paradigma cosmologico che si ripete.
Il risultato è un internazionalismo religioso che non è un'alleanza tra stati, non è un'Internazionale leninista, ma una rete transnazionale tenuta insieme da una grammatica esistenziale comune che non ha bisogno di un centro di comando esplicito per coordinarsi.
E poi Stati Uniti e Israele hanno fatto il regalo più grande: hanno creato il pantheon. Soleimani, Nasrallah, Khamenei: ogni eliminazione mirata che pensavano risolvesse un problema strategico ha prodotto un martire che moltiplica la coesione della rete. Nella teologia sciita la morte del leader giusto per mano dell'oppressore non è una sconfitta: è la conferma della sua giustizia. È la struttura narrativa di Karbala (1). Un generale vivo può sbagliare, può deludere, può invecchiare. Un martire è eterno e perfetto. Hanno riscritto, con i loro missili, il copione che l'altra parte aspettava.
Ma c'è un ultimo errore, forse il più grave. Israele ha colpito le banche di Hezbollah (L’istituto Al Qardh al-Hassan) e la più grande banca iraniana (Bank Sepah). Nel mondo sciita khomeinista la banca non è un istituto finanziario: è l'infrastruttura materiale della teologia. È il meccanismo attraverso cui si distribuisce la zakat, si finanziano le opere caritative, si mantiene il patto con i mustazaafin, i più deboli, gli oppressi, i dannati della terra di Fanon. Khomeini costruì il consenso della rivoluzione su questa rete capillare di solidarietà materiale. Colpirla non indebolisce la narrativa della resistenza: la conferma. Dimostra, nella vita quotidiana di milioni di poveri, chi sono i nemici dei deboli. È la migliore propaganda possibile, realizzata dalle bombe israeliane stesse.
Mettendo tutto insieme: si sta combattendo con la logica della guerra convenzionale - decapita la struttura, taglia i finanziamenti, distruggi le infrastrutture - una forma politica che non è una struttura convenzionale. È una rete simbolica, sociale, militare e religiosa volutamente costruita per essere indistruttibile proprio attraverso la distruzione. Ogni bomba che cade rafforza la narrativa. Ogni martire consolida il pantheon. Ogni banca colpita dimostra ai poveri da che parte sta l'oppressore.
E se lo stato iraniano dovesse essere smembrato o sconfitto, i Pasdaran senza stato - addestrati, armati, formati in una cultura del martirio che non dipende da nessuna istituzione per sopravvivere - si distribuirebbero in una regione che va dal Libano al Pakistan, dall'Azerbaijan al Bahrain, con ramificazioni in tre continenti. Non più contenuti da nessuna struttura statale, senza niente da perdere, con martiri potentissimi e una narrativa di resistenza più forte di prima. Uno stato iraniano ostile è deterribile. Uno sciame di Pasdaran senza stato non lo è.
E mentre tutto questo accade, tre segnali dicono quanto profondamente questa guerra stia sfuggendo al controllo narrativo di chi l'ha scatenata.
La Turchia si aspettava milioni di rifugiati iraniani in fuga dalle bombe. Ha visto invece migliaia di iraniani che attraversano il confine in direzione opposta, per rientrare a difendere la patria. Non necessariamente il regime: l'Iran. La civiltà persiana di quattro millenni che non si lascia ridurre all'equazione "regime uguale popolo". Il nazionalismo ferito produce ciò che anni di opposizione politica non riescono a costruire.
E poi c'è Gaza. L'Iran viene attaccato dopo che il mondo ha assistito per mesi al genocidio palestinese trasmesso in diretta, documentato, negato dalle cancellerie occidentali. Per i poveri della terra, per il Sud globale, per chiunque si senta dalla parte degli umiliati, la sequenza è leggibile e brutale: chi difendeva i palestinesi viene ora bombardato dagli stessi che armavano chi li massacrava. L'Iran è diventato, nell'immaginario globale dei dannati, qualcosa che va ben oltre la politica regionale o la teologia sciita: è la promessa che si può resistere, è la vendetta simbolica di chi non ha mai avuto giustizia. Quella solidarietà non ha confini confessionali né geografici.
Infine, c'è la Cina. I suoi strateghi non stanno guardando la guerra: stanno conducendo la più dettagliata valutazione possibile delle capacità reali americane in condizioni di conflitto ad alta intensità. Ogni intercettore THAAD sparato, ogni Tomahawk lanciato, ogni giorno di guerra è un dato sulla tenuta logistica e industriale dell'avversario che dovranno affrontare, un giorno, nel Pacifico. Vedono le scorte esaurirsi, i tempi di produzione che non reggono il consumo, la catena logistica sotto pressione. Stanno prendendo appunti. E non hanno bisogno di combattere per vincere questa guerra: gli basta aspettare che l'America finisca le munizioni.
Questa guerra non può essere vinta. Può solo essere allargata. E il mondo lo sa."
Tahar Lamri
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Nota di Chiesa e post-concilio
1. Karbala è una città iraqena nota per la battaglia (10 ottobre 680 d.C.) nel corso della quale Husayn ibn 'Ali e i suoi seguaci furono trucidati dalle truppe del califfo omayyade Yazid I, evento che ha consacrato la città al culto del martirio. E dunque è considerata un centro di culto: ospita i santuari principali, che attirano milioni di pellegrini, particolarmente durante la ricorrenza dell'Ashura.

1 commento:
𝗤𝘂𝗮𝗹𝗰𝘂𝗻𝗼, 𝗽𝗼𝗶, 𝗽𝗿𝗲𝘁𝗲𝗻𝗱𝗲 𝗮𝗱𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗶𝗻𝘃𝗼𝗹𝗴𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗻𝗼𝗺𝗲 𝗱𝗶 𝗗𝗶𝗼 𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗲 𝘀𝗰𝗲𝗹𝘁𝗲 𝗱𝗶 𝗺𝗼𝗿𝘁𝗲, 𝗺𝗮 𝗗𝗶𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗽𝘂𝗼̀ 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗮𝗿𝗿𝘂𝗼𝗹𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗲 𝘁𝗲𝗻𝗲𝗯𝗿𝗲.
𝗘𝗴𝗹𝗶 𝘃𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗽𝗶𝘂𝘁𝘁𝗼𝘀𝘁𝗼, 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲, 𝗮 𝗱𝗼𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗹𝘂𝗰𝗲, 𝘀𝗽𝗲𝗿𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗲 𝗽𝗮𝗰𝗲 𝗮𝗹𝗹’𝘂𝗺𝗮𝗻𝗶𝘁𝗮̀, 𝗲𝗱 𝗲̀ 𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗰𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗲𝘃𝗼𝗻𝗼 𝗰𝗲𝗿𝗰𝗮𝗿𝗲 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗼 𝗶𝗻𝘃𝗼𝗰𝗮𝗻𝗼.
𝐿𝑒𝑜𝑛𝑒 𝑋𝐼𝑉
[𝑭𝒐𝒏𝒕𝒆: Oᴍᴇʟɪᴀ ᴅᴇʟ Sᴀɴᴛᴏ Pᴀᴅʀᴇ Lᴇᴏɴᴇ XIV nella IV Domenica di Quaresima, 15 marzo 2026
http://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/homilies/2026/documents/20260315-visita-pastorale-settore-nord.html]
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