Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

martedì 3 marzo 2026

Marco Rubio a Monaco parla all'Europa

Rubio e Vance. I due delfini di Trump, Probabilmente uno dei due si candiderà per le prossime elezioni presidenziali. Il primo, cattolico e più prudente nei confronti dell'Iran. Qui trovate accenni al suo di discorso.
Nella nostra traduzione da The Catholic Thing. Qui l'indice degli articoli sulla realtà distopica.

Marco Rubio a Monaco parla all'Europa
Michael Pakaluk, giovedì 26 febbraio 2026

Il discorso del Segretario di Stato Marco Rubio, tenuto due settimane fa alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, è stato lodato per il suo tono conciliatorio e persino per la presunta rinascita della grande oratoria politica che esso rappresenterebbe. Osservate dal punto di vista dei recenti interventi papali sull’Europa, della loro origine e del loro destino, le parole di Rubio sono state benvenute, ma incomplete. E tuttavia non gli si può muovere alcun rimprovero per questo; l’Europa gli ha lasciato ben poca scelta al riguardo.

Gabriel Marcel soleva dire che la vita, in generale, ha un carattere esistenziale. Bisogna cogliere l’attimo, altrimenti si rischia di essere come una persona triste con un biglietto in mano che ha appena perso il suo treno.

Penso all’immagine di Marcel quando ripenso ai dibattiti di vent’anni fa, sulla questione se la nuova Unione Europea dovesse riconoscere il proprio debito verso il cristianesimo nel Preambolo della costituzione dell’UE.

Il termine “costituzione” va interpretato in senso letterale, come allora ammonì il grande giurista ebreo Joseph Weiler: rappresenta un popolo che “si costituisce”. Ciò che si afferma in quel momento fissa ciò che si è e ciò che si diventerà.

L’Unione Europea ebbe l’occasione di costituirsi riconoscendo l’eredità cristiana, e deliberatamente vi si oppose, parlando invece in termini generici dei propri impegni verso “umanesimo”, “progresso” e “trasparenza”. Ha oggi qualche mezzo per tornare a quel treno perduto?

Nel suo discorso, Rubio ha ribadito vari punti della sezione “What We Want” della recente Strategia per la Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Trump, avvolgendoli in calorose evocazioni di Dante, Beethoven, Cristoforo Colombo e dei coloni americani provenienti dal Vecchio Continente:

• L’Europa deve assumersi maggiori responsabilità per la propria difesa;

• praticare un commercio equo;

• e non insistere su un presunto “ordine basato sulle regole”, che non può garantire la pace e che spesso viene manipolato per minare gli interessi degli Stati Uniti.

• Inoltre, l’Europa non deve continuare a minare sé stessa, per un senso di colpa eccessivo, attraverso politiche di immigrazione di massa che erodono le nazioni.

Nessun diplomatico presente è rimasto sorpreso dall’elenco. Hanno accolto con favore il modo in cui Rubio ha comunicato, attraverso tutte quelle calorose evocazioni, che “affrontiamo questa situazione insieme, perché condividiamo un’eredità e una civiltà”.

Ed è precisamente qui che Rubio non è stato in grado di affrontare direttamente la questione fondamentale — ancora una volta, a causa dell’Europa, non per colpa nostra.

“Facciamo parte di un’unica civiltà — la civiltà occidentale”, ha detto. Ma la civiltà occidentale è civiltà cristiana. “Siamo legati gli uni agli altri dai vincoli più profondi che le nazioni possano condividere, forgiati da secoli di storia comune, fede cristiana, cultura, eredità, lingua, ascendenza.”

Ah, sì. Ma l’Europa è stata incapace di riconoscere quella storia e quell’eredità. Non si è costituita con tale linguaggio.

“L’alleanza che vogliamo”, ha detto il Segretario, “è un’alleanza che non sia paralizzata nell’inazione dalla paura — paura del cambiamento climatico, paura della guerra, paura della tecnologia. Vogliamo invece un’alleanza che si lanci con audacia nel futuro. E l’unica paura che abbiamo è la paura di doverci vergognare per non aver lasciato ai nostri figli nazioni più fiere, più forti e più prospere.”

Non proprio. “Noi” (e specialmente “loro”) siamo semmai alle prese con la paura di non avere figli — il “declino demografico” che il Segretario non ha menzionato nel suo discorso. L’Europa, dopo essersi allontanata dal cristianesimo, sembra aver perso il coraggio di far figli. Soffre di mancanza di speranza. Per un trattamento approfondito di questo problema, si veda Spe salvi (“Salvati nella speranza”), di Papa Benedetto XVI.

Mentre leggevo il discorso mi chiedevo: ma quanto è intelligente Rubio? Parla forse con la consapevolezza di essere il rappresentante di una vera nazione, rivolgendosi a un insieme di nazioni che, salvo a una condizione, non possiede una reale unità? Il suo intento era forse, senza dirlo esplicitamente, di telegrafare agli europei che la loro migliore speranza di mantenere l’unità, come nazioni e tra di loro, è l’unità con noi — che, al contrario, siamo effettivamente una nazione cristiana, de facto?

Papa Giovanni Paolo II è stato il grande commentatore dell’identità e dell’unità europea. La sua esortazione apostolica post-sinodale “La Chiesa in Europa” (Ecclesia in Europa), scritta proprio mentre l’Europa stava perdendo il suo treno, è oggi tanto toccante quanto profetica.

Egli lamentava in particolare “la perdita della memoria e dell’eredità cristiana dell’Europa, accompagnata da una sorta di agnosticismo pratico e di indifferenza religiosa per cui molti europei danno l’impressione di vivere senza radici spirituali e un po’ come eredi che hanno dilapidato un patrimonio loro affidato dalla storia”.

E vedeva la tendenza:
Questa perdita della memoria cristiana è accompagnata da una sorta di paura del futuro. Il domani è spesso presentato come qualcosa di cupo e incerto. Il futuro è guardato più con timore che con desiderio. Tra i segnali preoccupanti di ciò vi sono il vuoto interiore che attanaglia molte persone e la perdita di senso della vita. Segni e frutti di questa angoscia esistenziale sono, in particolare, la diminuzione delle nascite, il calo delle vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa, e la difficoltà, se non il rifiuto esplicito, di assumere impegni per tutta la vita, incluso il matrimonio.
E aggiungeva: “Molti dei grandi paradigmi… che stanno al cuore della civiltà europea hanno le loro radici più profonde nella fede trinitaria della Chiesa. E non vi è altro fondamento per l’unità politica”.

Nel corso del suo pontificato, San Giovanni Paolo II riconobbe i santi Cirillo e Metodio, e le sante Caterina da Siena, Brigida di Svezia e Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), oltre al tradizionale San Benedetto, come patroni e patrone d’Europa. Si potrebbe sperare che Papa Leone XIV, riconoscendo l’emergenza civile e culturale, aggiunga un altro nome al loro numero: proprio il suo grande predecessore, San Giovanni Paolo II.

[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

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