Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

martedì 10 marzo 2026

In Illo Tempore: III Domenica di Quaresima

Nella nostra traduzione da OnePeterFive la consueta meditazione di P. John Zuhlsdorf che ogni settimana ci consente di approfondire i tesori di grazia ricevuti nella domenica precedente [qui] e questa settimana gli spunti di sana e nutriente riflessione mi sembrano particolarmente forti.

In Illo Tempore:
III Domenica di Quaresima


La stazione romana per la Terza Domenica di Quaresima è la Basilica Papale Minore di San Lorenzo fuori le Mura. La stazione è spesso il grimaldello con cui apriamo il formulario della Messa. Se prestiamo attenzione al luogo, alla struttura, alla memoria e al rito, il Vangelo piuttosto complesso di Luca 11 comincia a rivelare le sue ricchezze. La Chiesa, nella sua sapienza, non ha assemblato questi testi a caso. Li ha collocati in un luogo che parla.

La basilica di San Lorenzo appartiene a quel venerabile insieme un tempo descritto come Basiliche Patriarcali, oggi chiamate Basiliche Papali. A Roma ce ne sono cinque: quattro maggiori e una minore, corrispondenti agli antichi patriarcati: San Giovanni in Laterano per Roma e il Papa, San Pietro per Costantinopoli, San Paolo fuori le Mura per Alessandria, Santa Maria Maggiore per Antiochia e San Lorenzo fuori le Mura per Gerusalemme, l’ultimo dei patriarcati in ordine cronologico. Questa disposizione era una lezione romana di ecclesiologia. Le sedi più illustri della cristianità erano rappresentate nella stessa Roma. La loro dignità veniva riconosciuta, la loro memoria conservata e il primato universale della Sede romana discretamente sottolineato. Così, ancor prima di entrare spiritualmente nella chiesa, la stazione ci colloca nell’orbita della cattolicità, del martirio, dell’autorità e della memoria.

Questa memoria si intensifica con il santo del luogo. Ci troviamo, almeno spiritualmente, vicino al luogo di sepoltura del grande diacono Lorenzo, martire, la cui testimonianza nella morte continua a istruire i vivi. Gli antichi catecumeni conoscevano bene questo luogo. Si spostavano da una chiesa stazionale all’altra e la città stessa li catechizzava. Eravamo qui già nella prima domenica pre-quaresimale, la Settuagesima. A San Lorenzo fuori le Mura, coloro che si preparavano al Battesimo affrontavano scrutini, esami ed esorcismi. La Chiesa, con candore materno, presumeva che l’ingresso nel Corpo Mistico di Cristo implicasse una rottura reale con l’“uomo vecchio”. Il catecumeno doveva rinunciare a Satana, alle sue pompe e alle sue opere, e poi essere formato a un nuovo modo di vivere. Gli antichi riti espongono la questione con chiarezza: esiste un regno delle tenebre, esiste un passaggio nel regno del Figlio amato. Esiste un combattimento.

Questo punto si armonizza con l’intuizione di Pius Parsch, il quale osservò in The Church’s Year of Grace [L’anno di grazia della Chiesa] che la prima fase della Quaresima sottolinea la necessità di difenderci dagli assalti del Principe di questo mondo mediante la mortificazione, mentre con questa domenica comincia già un movimento dalla difesa all’attacco. Si sente questo cambiamento nel Vangelo. Cristo non si limita a resistere al Nemico. Lo scaccia. Ne smaschera le strategie. Ci insegna come impedirgli di tornare. La Chiesa, dopo aver armato i suoi figli per la vigilanza, li spinge ora nella controffensiva della grazia.

Luca 11,14-28 può essere suddiviso in tre momenti collegati:
  1. l’esorcismo e l’accusa che Cristo agisca per mezzo di Beelzebul;
  2. l’insegnamento sul ritorno dello spirito immondo;
  3. il grido di una donna della folla che benedice il grembo che Lo ha portato e il seno che Lo ha allattato.
A prima vista il terzo elemento sembra giustapposto ai primi due. Tuttavia, in questa chiesa stazionale, anche questa giustapposizione comincia ad avere senso. La basilica costantiniana originaria risultò troppo piccola e Pelagio II aggiunse una grande sala dedicata alla Beata Vergine Maria. Il carattere mariano del complesso divenne così marcato che Leone IV vi assegnò la stazione dell’Assunzione. Perciò una nota mariana aggiunta a un Vangelo altrimenti centrato su esorcismo e guerra spirituale è meno sorprendente di quanto sembri. La liturgia romana pensa con l’architettura. L’edificio stesso diventa una glossa al testo.

Il primo movimento del Vangelo è la cacciata di un demonio e la risposta del Signore all’accusa che egli agisca con la complicità infernale. Egli propone poi una breve parabola:
“Quando un uomo forte, ben armato, custodisce il suo palazzo, i suoi beni sono al sicuro; ma quando uno più forte di lui lo assale e lo vince, gli toglie l’armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino” (Luca 11,21-22).
La svolta della parabola è essenziale. Il primo istinto è quello di simpatizzare con il padrone di casa, la cui pace è turbata da un invasore violento. Tuttavia l’“uomo forte” è il Nemico, il principe usurpatore di un ordine decaduto. L’“uomo più forte” è Cristo, il vero liberatore che spoglia il saccheggiatore.

L’immagine può essere letta a diversi livelli. La “casa” può essere l’anima individuale, oppure la Chiesa visibile sotto assalto, o perfino il cosmo soggetto alla vanità a causa del peccato. In tutti questi registri Cristo è il più forte. Egli viene a reclamare ciò che era caduto sotto occupazione illegittima. Il diavolo è potente, sottile, instancabile e di natura angelica. Questo Vangelo ha un utile spigolo duro, perché ci ricorda che l’ordine soprannaturale è reale. La tentazione è reale. L’oppressione demoniaca è reale. La vittoria di Cristo è reale. Anche la nostra cooperazione a questa vittoria è reale. Gli antichi scrutini dei catecumeni a San Lorenzo ci ricordano che un tempo la Chiesa presumeva che i cristiani avessero bisogno di ascoltare queste cose senza attenuazioni.

L’Epistola rafforza il punto sottolineando le conseguenze morali. In Efesini 5, Paolo esorta i fedeli ad abbandonare le opere delle tenebre, soprattutto impurità, cupidigia e quella stoltezza che rivela una vita interiore dissipata. Egli collega impurità e idolatria in un modo che le orecchie moderne spesso resistono ad accettare. Ma la mente apostolica non vede difficoltà: qualunque cosa si installi nel cuore contro Dio diventa un signore rivale. E questo signore non è mai benigno. Il peccato non lascia soltanto una macchia nella memoria. Dispone, abitua, rende schiavi. Indebolisce la volontà, oscura l’intelligenza e può rendere una persona suscettibile a ulteriori oppressioni. L’insegnamento morale della Chiesa quindi non è una raccolta di proibizioni arbitrarie, come alcuni sostengono. È un piano di battaglia.

Questo conduce alla parte più enigmatica della pericope: il ritorno dello spirito impuro.
“Quando lo spirito immondo esce da un uomo, vaga per luoghi aridi cercando riposo e, non trovandone, dice: ‘Ritornerò nella mia casa da cui sono uscito’. Tornato, la trova spazzata e in ordine. Allora va, prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui, entrano e vi abitano; e l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima” (Luca 11,24-26).
La difficoltà è evidente: se la casa è “spazzata e in ordine”, come può diventare di nuovo dimora dei demoni? Ci sono diversi livelli di interpretazione. Uno è morale e ascetico. Una persona può cessare di commettere peccati esteriori e raggiungere una sorta di ordine superficiale, lasciando intatte le radici di vanità, presunzione, risentimento, memoria sensuale o pigrizia spirituale. La stanza sembra migliore. Ma il vecchio vizio non è stato del tutto espulso. Le sedie non sono state spostate. Gli angoli restano sporchi. Quello che appare ordine può essere soltanto pulizia senza conversione.

Un’altra lettura, proposta da antichi commentatori, vede nella ricaduta dopo la purificazione qualcosa di particolarmente grave. Vale l’antico detto: “corruptio optimi pessima” — la corruzione di ciò che è migliore è la peggiore corruzione. Se un’anima ha ricevuto grazia, illuminazione, insegnamento o liberazione, una caduta successiva può essere più distruttiva di uno stato precedente di ignoranza. San Cirillo di Alessandria, commentando questo passo, vede qui un avvertimento per coloro che, liberati da errori precedenti, tornano a ospitare ciò che era stato scacciato. La tragedia consiste anche nel cattivo uso della grazia già ricevuta. Un uomo guarito che torna volontariamente alla malattia è in un pericolo più grande di prima.

Questo riguarda direttamente la vita cristiana dopo il Battesimo. Il pericolo non è solo quello di ricadere nelle vecchie abitudini. C’è anche la morbosità della memoria. I peccati passati, anche quando perdonati, possono restare vividamente ricordati. Il diavolo può usare questi ricordi come leva verso una nuova rovina. Non può ricreare un peccato perdonato. Ma può spingere una persona a rimuginarlo, a dubitare della misericordia divina, a sospettare che l’assoluzione sia stata solo nominale, a cadere in uno scoraggiamento nero e sterile. In questo modo si cade non attraverso una contrizione sana e salvifica, ma attraverso una fissazione disperata su se stessi che smette di guardare a Dio. La fede può restare in senso minimo, ma la speranza si svuota e la carità si raffredda. Una persona in questo stato è vulnerabile. La casa sembra in ordine, ma è abitata senza gioia, gratitudine, umiltà o vigilanza.

Per questo la dottrina dell’assoluzione sacramentale è così importante. Il perdono non è una finzione giuridica. I peccati mortali confessati con vera contrizione e fermo proposito di emendarsi sono rimessi. Non vengono semplicemente ignorati. Non sono coperti da un’imputazione esterna mentre la corruzione interna rimane. Sono perdonati. Sono lavati nel sangue dell’Agnello.
Si fuerint peccata vestra ut coccinum, quasi nix dealbabuntur” (“Se anche i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve”, Isaia 1,18).
Il ricordo può rimanere, ma la colpa non rimane. Negare questo nella pratica — aggrappandosi al peccato come se la misericordia di Cristo fosse troppo debole per cancellarlo — è esso stesso un disordine spirituale. La disciplina quaresimale tradizionale, millenaria, è realistica. L’esame di coscienza deve essere accurato. La confessione deve essere integrale, sincera, concreta. I peccati mortali devono essere confessati per specie e numero. Le occasioni prossime di peccato devono essere evitate. L’ozio deve essere combattuto. Pratiche buone come preghiera, digiuno, opere di misericordia e custodia dei sensi sono mezzi pratici per mantenere la casa in ordine. La grazia non sostituisce il nostro sforzo. Si potrebbe dire che la Quaresima ci insegna a mettere il lavoro delle braccia al servizio della grazia.

Poi arriva il breve grido mariano della folla:
“‘Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!’ Ma egli disse: ‘Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono’” (Luca 11,27-28).
La particella greca qui è menoûnge, spesso tradotta “piuttosto”, “anzi”, “certamente piuttosto”. A una lettura superficiale, il Signore sembra deviare la lode dalla sua Madre. In realtà il versetto significa esattamente il contrario. Nessuno ha ascoltato e custodito la parola di Dio più perfettamente della Vergine. Sant’Agostino lo esprime con splendida chiarezza:
“Beata Maria, che prima ancora di partorire il Maestro lo portò nel suo grembo… Fu cosa più grande per Maria essere discepola di Cristo che essere madre di Cristo” (s. 72/A, 7; cf. also De sancta virginitate 3).
Il punto di Agostino non è anti-mariano. Al contrario. La maternità biologica di Maria è già permeata di fede, obbedienza e consenso interiore. Ella concepì Cristo prima nella mente mediante la fede, poi nel grembo. La risposta di Cristo universalizza l’accesso alla beatitudine senza diminuire in alcun modo la dignità singolare di Maria. La nuova famiglia sarà costituita dall’ascolto e dall’osservanza della Parola. Questo sarà decisivo quando il Vangelo andrà a tutte le nazioni.

I racconti della risurrezione illuminano retrospettivamente questo detto. A Maria Maddalena viene detto: “Noli me tangere”. I discepoli di Emmaus lo riconoscono nello spezzare il pane. Cristo insegna ai suoi discepoli a ricevere la Sua presenza secondo la nuova economia sacramentale. Il contatto fisico e le forme precedenti di vicinanza cedono il posto alla comunione ecclesiale e sacramentale. Questo non elimina il corpo. Il cristianesimo non si dissolve in pura interiorità. Trasfigura il corpo attraverso sacramento, grazia e presenza glorificata. Maria rimane quindi madre — e molto più che madre secondo la carne. È l’esempio della Chiesa che ascolta, accoglie, porta e custodisce la Parola.

Questo grido della folla può anche consolare coloro che soffrono per la mancanza di figli. Il Signore indica una fecondità più profonda della semplice generazione biologica. Ogni cristiano che ascolta la Parola e la custodisce diventa fecondo in Cristo. Attraverso opere di misericordia, insegnamento paziente, inviti ai lontani, ammonizione dei peccatori, consiglio ai dubbiosi e carità perseverante, si possono realmente generare figli e figlie spirituali. Si possono persino recuperare figli prodighi. Un invito tempestivo alla confessione, alla Messa, alla preghiera o a una conversazione seria ha già cambiato molti destini. Il Nemico sicuramente ulula quando un cattolico lontano da anni attraversa la soglia di un confessionale.

Tutto questo ci riporta a San Lorenzo e al punto di svolta della Quaresima. La chiesa stazionale ci offre martirio, scrutini, esorcismo, risonanza mariana, cattolicità e un appello alla serietà. Il Vangelo ci offre Cristo, l’uomo più forte, il pericolo della ricaduta e il vero significato della beatitudine. L’Epistola offre l’applicazione morale. La stagione stessa chiede una decisione. Per molte anime il vero ostacolo non è ignoranza o malizia, ma una tiepida pulizia spirituale. Si spazza attorno ai mobili. Si lasciano intatti gli angoli nascosti: le abitudini segrete, le occasioni tangibili di peccato, le vanità compensatorie, il rancore coltivato, la presunzione che domani basterà.

Meglio allora cominciare ora con ciò che la Chiesa ci mette davanti. Guardate negli angoli. Spostate le sedie. Aprite i luoghi oscuri. Fate una buona confessione. Fidatevi del sacramento più della vostra vergogna. Fidatevi della promessa di Cristo più della persistenza della memoria. Non esiste peccato così mostruoso che la misericordia di Dio non possa perdonare al penitente che lo chiede. La storia della vostra vita, finché rimane il respiro e la grazia è offerta, è ancora in fase di scrittura. I fallimenti passati possono diventare parte dell’arazzo attraverso cui la provvidenza divina mostra una misericordia ancora più luminosa proprio perché è entrata nelle tenebre e le ha vinte.

Con questa Terza Domenica di Quaresima, con dolcezza ora, passiamo all’attacco. Siamo nella Chiesa militante. L’uomo più forte è già entrato nel campo. Spoglia il Nemico dell’armatura in cui confidava. Divide il bottino. Restituisce la libertà. Ci insegna come custodire la casa. Ci insegna, attraverso la beatitudine di Sua madre, come ascoltare e custodire la Parola. E attende la nostra cooperazione: semplice, onesta, sacramentale, coraggiosa.
Padre John Zuhlsdorf – 8 marzo 2026

[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

1 commento:

E.P. ha detto...

L'imam Matteo Zuppi, durante la Cena Islamica, ha ringraziato: «Grazie, salam alaikum».

Altro che i suoi vari prededecessori, che si limitavano a fare gli Auguri per il Ramadan. Chissà se sarà il suo successore, o lo stesso Zuppi, a proclamare che Maometto è l'Unico Profeta.

E poi si lamentano dei "tradizionalisti"...