Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

lunedì 26 ottobre 2026

Agnello. Latinorum o lingua eterna

Riprendiamo da Il pensiero cattolico. Cose già dette, ma giova ripetere con sottolineature diverse. Il testo è importante per molte considerazioni sulle ragioni del latino come lingua aeterna. Qui l'indice degli articoli sulla Latina lingua.

Agnello. Latinorum o lingua eterna

Esiste un pregiudízio diabolico da abbattere, quando parliamo del latino. Questo pregiudízio contraddice tutta la storia della Chiesa e spiega male anche quella piaga ecclesiale della mano sinistra (divisione nel culto tra clero e fedeli) che il beato Antonio Rosmini Serbati proponeva di sanare con accorgimenti molto pràtici. Questo pregiudízio è che il latino sia una língua morta, divisiva, elitaria, e quindi da usare il meno possíbile, per mantenere il Vangelo “popolare” e il culto comprensíbile a tutti. Sappiamo dalla storia che anche il greco bíblico è stato una língua comune non letterària, la cui sacralità è crollata appena si è spiegato che l’ispirazione dei libri sacri non è affatto meccanica. Quando però il greco divenne língua elitaria, colta e dei ricchi, anche la liturgia cattolica, che lo conservò fino agli inizî del III sècolo, nonostante in greco fosse scritto il Nuovo Testamento, cessò di usarlo e volle “parlare” il latino, come testimòniano le due traduzioni latine che precèdono la Vulgata di san Girolamo e sono dette “prische versioni”: l’Itala e l’Afra, che risalgono al II secolo. Dunque il latino cristiano spunta presto, ma la latinizzazione della liturgia romana è un processo lentíssimo che sappiamo compiuto alla fine del III secolo.

Dalla Chiesa africana e dal popolo romano di umili doveva dunque arrivare quella novità che per l’Impero era un “sermo cotidianus”, ma per la Chiesa diventerà strumento unico di espressione e modo di onorare il Fíglio di Dio con un “proprium” linguistico comune, provvidenziale, sovranazionale, non imposto per decreto, ma divenuto importante perché si predicava in latino, si rifletteva sulle verità di fede in latino, si componevano Inni e canti in latino, e tutta la vita ecclesiastica nel III secolo era vissuta in latino. A ciò si aggiunga che d’ora innanzi il latino ecclesiastico avrà una potenza simbolica che gli resterà per sempre: è la língua dei vinti che sono diventati vincitori, dei martirizzati che hanno dato la loro bella testimonianza a Cristo (Cfr Acta martyrum Scillitanorum); dell’Eterna che diventa Cristiana. Quindi le accuse mosse al latino, piuttosto che ad esso si potrebbero muovere ad ogni língua sconosciuta che si impone come veícolo di trasmissione non richiesta, non necessaria, non insegnata e svelata, ma onnipresente (penso a tutti i foresterismi ed esotismi che sovrabbondano senza motivo nell’italiano di alcune discipline e anche dell’uomo comune). Il latino, però, se da língua popolare è diventato via via sconosciuto, non ha mai perso la sua vocazione ad essere necessario per unire, illuminare, ed elevare il popolo di Dio oltre ogni differenza nazionale, e fare accedere in modo sicuro all’antichità e alla Tradizione, non come vi accede uno snob, ma come vi accede l’erede che ha diritti incontestabili sull’eredità. Si pensa che sia retorico l’adagio “Lingua latina, lingua aeterna”, ma è proprio l’eternità del dogma che spiega il latino nella Chiesa non come relitto museale, ma come freschezza intatta della fede. La Chiesa sa bene che la Sacra Scrittura non le è stata dettata in latino da Dio in persona o da un suo angelo, come pensano dei proprî testi sacri altre religioni; sa che può tradurre i testi sacri in perfetta sintonia con l’agire di Dio che si è incarnato ed è entrato nella storia di un ben preciso popolo; ma sa altresì che il deposito della fede è stato meditato, sviscerato e pregato in una língua che da popolare è divenuta ecclesiale, litúrgica e condivisa senza fare torto a nessuno, ma arricchendo tutti. Bisogna però istruire i fedeli, perché è sempre “l’ignoranza” della propria fede il problema di tutte le derive moderniste e neomoderniste. Istruire per fare quindi gustare, capire, e difendere una língua ufficiale e liturgica, che, proprio perché “della Chiesa” e non di chi ad essa non appartiene, è sacra e pregnante di significati altrimenti traditi o annacquati. Tradurre costantemente, com’è necessario nelle lingue volgari, se da una parte favorisce un approccio immediato al comprendonio, dall’altra allontana le nuove generazioni dallo stesso senso che alle parole hanno dato le precedenti generazioni. Se mancano l’annuncio, le catechesi, la mistagogia, anche le parole piú comuni del rito possono restare un mistero o un fatto intuitivo in una cerimònia ripetitiva. Chi sa che “osanna” vuol dire “rendi salvo”; “allelúia” vuol dire “Lodate Dio”; “amen” corrisponde ad “è vero”; e “Kyrie eleison” a “Signore, pietà”, non dice queste parole come il pappagallo ripete ciò che ha sentito, ma prega con la consapevolezza dei contenuti della preghiera. Lo stesso lo si può dire per “Dominus vobicum” (= Il Signore sia con voi), “Sursum corda” (= in alto i cuori), e per una messa intera celebrata in latino. Basta avere i messalini bilíngue (in latino e nelle língue volgari) o traduzioni interlineari, se non si è studiato il latino e non lo si conosce. Anche in questo caso, come vale per ogni cosa, è l’amore che muove verso il concreto superamento degli ostacoli reali o supposti. Ma è proprio questo che manca! E non dirò che manca l’amore al latino, perché questo riporterebbe il latino a una delle tante língue che si possono imparare o non imparare “secondo gusto e utilità”; ma manca l’amore alla Sposa di Cristo, che per mezzo di papi e di santi ha costantemente raccomandato di impararlo. L’amore a sé stessi e l’individualismo feroci, entrati pure nei seminarî, conducono infatti a rendere lettera morta ogni raccomandazione ed esortazione, ogni precetto e indicazione del Diritto Canonico, sicché la pigrizia si giustífica con il superamento richiesto dal tempo presente. Non elencherò tutti i documenti magisteriali che parlano con chiarezza del latino, della sua importanza, dei suoi meriti e vantaggî. Voglio ricordare anzitutto una contraddizione evidente di tutti coloro che invocano il Concílio Vaticano II per i proprî fini di rottura, ma lo tradiscono allegramente quando è chiaro su ciò che loro non garba, in questo caso il latino. 

Cito per questo un passàggio del libro-intervista di Vittòrio Messori a Joseph Ratzinger, Rapporto sulla fede (Ediz. Paoline, Alba 1985): «Per lui, pròprio nel campo litúrgico ̶ sia negli studî degli specialisti che in certe applicazioni concrete ̶ si constaterebbe «uno degli esempî piú vistosi di contrasto tra ciò che dice il testo autèntico del Vaticano II e il modo con cui è stato poi recepito e applicato».

Esempio fin troppo famoso, si sa (ed esposto al rischio di strumentalizzazioni), è quello dell’impiego del latino, sul quale il testo conciliare è esplicito: «L’uso della língua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini» (Sacrosanctum Concilium n.36). Piú avanti i Padri raccomandano: «Si abbia cura che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in língua latina, le parti dell’Ordinario della messa che spettano ad essi» (n.54). Più avanti ancora, nello stesso documento: «Secondo la secolare tradizione del rito latino, per i chierici sia conservata nell’Uffício divino la lingua latina» (n.101).

Scopo del colloquio col cardinale Ratzinger, dicevamo all’inízio, non era certo mettere in rilievo il nostro punto di vista, bensí riferire quello dell’intervistato.
È un fatto oggettivo che, anche solo limitandosi all’uso della língua liturgica, balza agli occhî il contrasto tra i testi del Vaticano II e le successive applicazioni concrete.

Non si tratta di recriminare ma di sapere, da una voce autorévole, come mai questo gap si sia verificato.
Lo vedo scuotere il capo: «Che vuole, anche questo è tra i casi di una sfasatura ̶ purtroppo frequente in questi anni ̶ tra il dettato del Concílio, la struttura autentica della Chiesa e del suo culto, le vere esigenze pastorali del momento e le risposte concrete di certi settori clericali. Eppure la língua liturgica non era affatto un aspetto secondàrio.
All’orígine della frattura tra l’Occidente latino e l’Oriente greco c’è anche una questione di incomprensione linguistica. È probabile che la scomparsa della língua liturgica comune possa rafforzare le spinte centrífughe tra le varie aree cattoliche ». Aggiunge però subito: «Per spiegare il rapido e quasi totale abbandono dell’antica língua liturgica comune bisogna in verità anche rifarsi a un mutamento culturale dell’istruzione pubblica in Occidente. Come professore, ancora agli inízi degli anni Sessanta potevo permettermi di leggere un testo in latino a giovani provenienti dalle scuole secondarie tedesche. Oggi questo non è piú possibile»» (p 125-127). 

Ci rassegniamo al tramonto o alla fine? La Chiesa non lo fa, il cardinale intervistato e poi divenuto papa nel 2005 non lo fa; e nemmeno noi lo facciamo. Papa Benedetto XVI, nell’esortazione post-sinodale Sacramentum Caritatis(1), dice: «… Piú in generale, chiedo che i futuri sacerdoti, fin dal tempo del seminario, síano preparati a comprendere e a celebrare la santa Messa in latino, nonché a utilizzare testi latini e a eseguire il canto gregoriano; non si trascuri la possibilità che gli stessi fedeli síano educati a conoscere le piú comuni preghiere in latino, come anche a cantare in gregoriano certe parti della liturgia» (n.62). [Non a caso emanò l'Esortazione apostolica Latina lingua -ndr]

Concludo con una conferma sui frutti di questa raccomandazione laddove sia accolta. Nella conversione del comunista Giovanni Lindo Ferretti, che di recente si è raccontato nella sua biografia “Ora et labora. Difendi, conserva, prega” (Ediz. Compagnia editoriale Aliberti, pp 32-33), il latino emerge come lingua della preghiera memorizzata e capita, benché non nella lingua madre, che per lui e i suoi era il dialetto, né nella língua dell’Italia unificata che per tutti è l’italiano. Scrive: «Nella mia vita, prima del perché si prega, c’è stato il come si prega, l’ho imparato secondo un canone, appartengo ad una tradizione religiosa. Ne ringrazio Dio» (p.14). «Si prega in latino, bisogna memorizzarlo, imparare cosa vuol dire, impararlo in italiano» (p.24). «La rècita del Rosàrio è stata, negli anni della vecchiaia e malattia di mia madre, la nostra ancora di salvezza. Quando ha cominciato a pèrdere pezzi di sé, i medici parlavano di Alzheimer, consigliavano psicofàrmaci, sedativi; era sul finire del giorno che tutto precipitava ed è stato sul finire del giorno che io e lei, rifacendosi alla nostra tradizione, abbiamo ripreso in mano le corone: lei la sua che non usava da tempo; io quella di mia nonna che avevo conservato. Abbiamo riscoperto la potenza del Rosario e fino all’último giorno ne abbiamo usufruito.
Mamma, si fa buio: è ora di dire il Rosario.
̶ Sí, bravo. Ma lo comandi tu che io sono un po’ confusa.
̶ Non ti preoccupare, cominciamo, poi viene da sé. Deus, in adiutorium meum intende…» [= O Dio, vieni a salvarmi…] (pp 32-33).
Questa testimonianza mi dà una speranza: dove non poterono i pontefici, potranno i fedeli col santo rosario in latino.
Don Giuseppe Agnello, 7 Ottobre 2026, Il Pensiero Cattolico
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[1] Esortazione apostolica post-sinodale del 2007.

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