Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

domenica 11 ottobre 2026

In Illo Tempore: XX domenica dopo Pentecoste

Nella nostra traduzione da OnePeterFive la consueta circostanziata e nutriente meditazione di P. John Zuhlsdorf, che ogni settimana ci consente di approfondire i tesori di grazia ricevuti nella corrispondente celebrazione domenicale [qui].

In Illo Tempore: XX domenica dopo Pentecoste

Il contesto è sempre importante, come sono solito dire. Ad esempio, in che punto dell'anno liturgico ci troviamo in questa ventesima domenica dopo Pentecoste? Storicamente, in un calcolo precedente alla concretizzazione dei tempi liturgici, questa era la quinta domenica dopo la festa di San Cipriano. Il Beato Ildefonso Schuster spiega che Roma un tempo contava le domeniche in prossimità delle feste degli Apostoli e di San Lorenzo, poi le domeniche dopo San Cipriano e infine, in alcuni manoscritti, le domeniche dopo il Sanctum Angelum, dopo la dedicazione di San Michele. Da qui il carattere distintivo degli Introiti verso la fine dell'anno, tratti dai Profeti piuttosto che, come di consueto, dai Salmi (cfr. Il Sacramentario, vol. V). L'anno liturgico si avvia alla conclusione. Con l'accorciarsi delle giornate, emergono immagini legate al raccolto. La Santa Chiesa inizia a contare i nostri giorni anche in vista dello sguardo finale del Giudice che sta per venire.

Questa settimana iniziamo dando uno sguardo alla Colletta, che è antichissima:
Largire, quaesumus, Domine,
fidelibus tuis indulgentiam placatus et pacem:
ut pariter ab omnibus mundentur offensis,
et secura tibi mente deserviant
.
VERSIONE LETTERALE:
Dopo essere stato placato,
concedi ai tuoi fedeli, o Signore, ti preghiamo, remissione e pace,
affinché siano tutti purificati da ogni colpa
e ti servano con zelo e con animo libero da ansie.
Questa preghiera si trova integralmente nel Liber Sacramentorum Gellonensis, copiato verso la fine dell'VIII secolo. Il Sacramentario Gellonense appartiene alla famiglia di manoscritti derivati dalla tradizione gelasiana, dalla quale il Messale Romano ha ricevuto numerose preghiere.

L'imperativo largire, dal deponente largior, chiede a Dio “di elargire o concedere”. Lo supplichiamo (placatus, essendo stato placato), di concedere “indulgentiam et pacem … remissione e pace”. Lo stesso abbinamento risuona nella formula post-conciliare dell'assoluzione, “ indulgentiam tribuat et pacem … che [Dio] vi conceda il perdono e la pace”. Nel latino liturgico indulgentia descrive innanzitutto un atteggiamento di tenerezza, gentilezza o di attenuazione della severità. Dio mette da parte la punizione giustamente dovuta al peccato e ristabilisce l'amicizia del peccatore. La pace segue il perdono perché una coscienza riconciliata con Dio non desidera più nascondersi. Questa pace è insita in secura mente. Securus significa “libero da preoccupazioni, spensierato, senza paura, composto”. La parola securus acquista un peso enorme se accostata alla morte e al giudizio. Il Dies irae della Messa da Requiem chiede:
Quid sum avaro tunc dicturus?
Quem patronum rogaturus,
cum vix iustus sit securus?


Che cosa potrò dire io, un miserabile?
A chi potrò chiedere di intercedere per me,
quando a malapena l'uomo giusto è libero dalla paura?
Le stesse idee vengono ribadite dal sacerdote durante la Messa, dopo il Padre Nostro:

Libera nos, quaesumus, Domine, ab omnibus malis, praeteritis, praesentinbus et futuris et…. da propitius pacem in diebus nostris, ut, ope misericordiae tuae adiuti, et a peccato simus semper liberi et ab omni perturbatione securi.

Liberaci, ti preghiamo, o Signore, da ogni male, passato, presente e futuro e... concedici benignamente la pace nei nostri giorni, affinché, aiutati dalla tua misericordia, possiamo essere sempre liberi dal peccato e al sicuro da ogni turbamento.

Se Dio ci giudicasse in base ai nostri sforzi, senza considerarci attraverso il sacrificio di Cristo, ogni giorno sarebbe fonte di puro terrore.

Rivolgiamoci all'esortazione di San Paolo nella Lettera domenicale agli Efesini 5:
«Fate dunque attenzione a come vi comportate, non da stolti, ma da saggi, approfittando al massimo del tempo, perché i giorni sono malvagi» (v. 15).
Paolo scrisse queste parole al giovane gregge circondato dalla mentalità pagana di Efeso. Essi avevano ricevuto una nuova identità in Cristo e, pertanto, non dovevano più vivere secondo le loro abitudini precedenti. Il comando di Paolo di camminare con prudenza viene ribadito dalla Chiesa in questo momento dell'anno liturgico. I giorni si accorciano. L'uomo saggio discerne la volontà del Signore finché ne ha la possibilità.

L'Apostolo dei Gentili mette quindi a confronto due tipi di "pienezza". Paolo dice: "Non ubriacatevi di vino, perché questo porta alla dissolutezza, ma siate ripieni di Spirito Santo" (v. 18). C'è l'ubriachezza fisica e l'ebbrezza spirituale. Entrambe sfociano nel canto, sebbene di natura ben diversa. L'ebbrezza fisica può portare a manifestazioni di esuberanza e schiamazzi. Lo Spirito Santo, invece, produce un altro tipo di canto: "salmi, inni e cantici spirituali, cantando e lodando il Signore con tutto il cuore" (v. 19). Questa abbondanza spirituale si manifesta nel ringraziamento, nell'eucaristia, "rendendo sempre grazie per ogni cosa nel nome del Signore nostro Gesù Cristo a Dio Padre" (v. 20). La risposta del cristiano ai giorni brevi e malvagi è la vigilanza unita alla lode.

I Padri della Chiesa ripresero l'immagine dell'ebbrezza e la chiamarono sobria ebrietas, sobria ebbrezza. A Pentecoste alcuni supponevano che gli Apostoli, pieni di Spirito Santo, fossero pieni di vino nuovo (Atti 2,13). Sant'Ambrogio (+397) applicò il paradosso della "sobria ebbrezza" nel suo inno Splendor paternae gloriae, usato nelle Lodi del lunedì nel Breviario Romano :
Christusque nobis sit cibus,
potusque noster sit fides;
laeti bibamus sobriam
ebrietatem Spiritus
.

E che Cristo sia per noi cibo
e la fede la nostra bevanda;
beviamo con gioia la sobria
ebbrezza dello Spirito.
Joseph Ratzinger, trattando la musica sacra ne Lo Spirito della Liturgia, contrappone la sobria ebbrezza dello Spirito a un'ebbrezza dionisiaca che dissolve la ragione e rende l'uomo schiavo dei sensi. Il canto liturgico scaturisce dal Logos, il Verbo. Il Verbo richiama intelletto, volontà, corpo e affetti in un'armonia superiore. Poiché il linguaggio ordinario si sforza di esprimere la profondità dell'intelletto e dell'affetto suscitati dallo Spirito, il canto prorompe.
A volte si dice: "chi canta prega due volte", attribuendo la frase a Sant'Agostino. Agostino, ahimè, non l'ha scritta. Piuttosto, scrisse: " cantare amantis est ... il canto appartiene a chi ama" ( s. 336.1).

Il tema del canto è sottolineato nell'antifona dell'Offertorio, sebbene nel registro del dolore e della nostalgia, propriamente intesa. Il significato più profondo della nostalgia è, come indica il greco, un dolore (algos) che proviamo per il nostro "ritorno a casa" (noston): "dolore per il ritorno, angoscia per il ritorno a casa". È un desiderio essenziale. Spesso, quando ci viene dato un singolo versetto o un breve estratto per un'antifona, siamo chiamati a ricordare l'intero brano. L'Offertorio è il suggestivo Salmo 136[137]:1, che risuona del pianto dell'esilio: "Presso le acque di Babilonia, là sedevamo e piangevamo, ricordandoci di Sion". Il Salmo 137 completa un gruppo che inizia con il 120. I conquistatori babilonesi esigevano allegria da coloro le cui arpe erano appese silenziose ai salici: "Cantateci uno dei canti di Sion!". La risposta è: "Come potremmo cantare il canto del Signore in terra straniera?". Il salmo contiene il giuramento di non dimenticare mai Gerusalemme, nonché una supplica a Dio per la sua punizione.

La Chiesa conosce sia il dolore dello sradicamento sia la gioia soprannaturale che nessun oppressore può provocare o sopprimere. In un certo senso siamo tutti sradicati. Non siamo ancora dove la vittoria di Cristo ha trionfato. Siamo in uno stato di "già ma non ancora". Mentre preghiamo, siamo "exules filii Hevae ... figli esiliati di Eva". Il nostro sacro culto liturgico è la sua terapia e il suo rimedio. Oggi, non c'è esempio più grande del dolore dello sradicamento di quei cattolici che sono stati privati dai loro pastori dei riti ereditati, del culto liturgico dei nostri antenati tramandato amorevolmente attraverso i secoli. È stato detto loro di "cantare" come se non ci fosse stato alcun esilio. Si afferma che la contentezza arriverà una volta che si arrenderanno, una volta che non "ricorderanno" più. Babilonia continua a chiedere i canti di Sion mentre rende Sion inaccessibile.

I paradossi abbondano nella gioia cristiana. Gli apostoli si allontanarono dal Sinedrio “gioendo di essere stati ritenuti degni di subire oltraggi per il nome di Dio” (Atti 5:41). Paolo e Sila, incatenati, “pregavano e cantavano inni a Dio, e i prigionieri li ascoltavano” (Atti 16:25). Il loro canto precedette il terremoto, la rottura delle catene e la conversione del carceriere. I persecutori non possono estinguere il carattere battesimale, rimuovere lo Spirito che dimora in noi, né impedire alla grazia di trasformare il dolore in gioia e lode.

La gioia cristiana richiede fede. Il brano del Vangelo di Giovanni 4,46-53 mostra la fede purificata. Cristo tornò a Cana dopo l'incontro con la donna samaritana. Molti samaritani credettero dapprima grazie alla sua testimonianza e poi credettero più profondamente dopo averlo ascoltato. Cana aveva già visto l'acqua trasformarsi in vino, eppure la sua reazione era stata limitata. Sant'Agostino osserva: "Un miracolo così grande fu compiuto, eppure solo i suoi discepoli credettero in lui" ( In io. tr. 16.3).

Questa volta, però, a Cana un basilikos, tradotto in latino come regulus, si avvicina a Gesù. È un funzionario reale, forse legato alla corte di Erode. Suo figlio era in fin di vita a Cafarnao. Aveva intrapreso il viaggio per trovare il Signore per disperazione, certamente, ma anche per fede. Cristo risponde: «Se non vedete segni e prodigi, non crederete» (v. 48). Il rimprovero rivela l'incompletezza di una fede ancora legata a prove visibili. Ciononostante, il padre insiste: «Signore, scendi prima che mio figlio muoia». Gesù non dà alcun segno visibile. Dà la sua «parola»: «Va', tuo figlio vivrà».

«L'uomo credette alla parola ( lógos ) che Gesù gli aveva detto e se ne andò». Già questa partenza è un atto di obbedienza. Aveva chiesto a Cristo di recarsi a Cafarnao, immaginando che il guaritore dovesse essere fisicamente presente. Ora si affida a una “parola” pronunciata a distanza. Quando i suoi servi lo raggiungono con la notizia che il ragazzo è vivo, chiede l'ora. Era proprio l'ora in cui Gesù aveva detto: «Tuo figlio vivrà». L'Evangelista ripete deliberatamente: «egli stesso credette, e tutta la sua famiglia». La sua prima e incompleta fede cercava il miracolo. La sua seconda e più completa si fondava su Cristo stesso. San Giovanni Crisostomo vede in questo incontro una doppia guarigione: Cristo «guarisce il padre, malato nell'animo, non meno del figlio, per persuaderci a prestargli attenzione, non per i suoi miracoli, ma per il suo insegnamento» (Omelia in Io. 35,2). La febbre del ragazzo nella lontana Cafarnao rivela il malessere nell'anima del padre. La misericordia raggiunge entrambi. Cristo accetta un approccio imperfetto, lo corregge e lo conduce verso la maturità. Fa qualcosa di simile in Marco 9, quando un altro padre angosciato grida: "Io credo; aiuta la mia incredulità!" (v. 24). La preghiera è sincera perché la fede può essere reale pur avendo bisogno di guarigione, rafforzamento e approfondimento.

L'incontro con la Parola ci conduce più in profondità. Così come l'esilio e l'oppressione possono portare a un amore più puro e a una maggiore comprensione di sé, allo stesso modo possono farlo le difficoltà della fede.

Qui è utile una distinzione necessaria. St. John Henry Newman scrisse:
«Diecimila difficoltà non generano un solo dubbio, come io intendo; difficoltà e dubbio sono sproporzionate» (Apologia pro Vita Sua, cap. 5).
Una difficoltà dice: "Non riesco ancora a capire come questo possa essere vero". Il dubbio impedisce l'assenso, mentre le difficoltà possono spingerci più profondamente nei misteri. "La fede che cerca la comprensione... fides quaerens intellectum" è la frase associata al Proslogion di Sant'Anselmo. Lo studio orante diventa dialogo con la Parola eterna perché il contenuto della fede è in verità una Persona, Gesù Cristo, la Via, la Verità e la Vita.

La fede nomina sia ciò che si crede (fides quae creditur) sia la virtù mediante la quale crediamo (fides qua creditur). Come virtù teologica infusa, la fede perfeziona l'intelletto in modo che noi aderiamo, per autorità di Dio, a ciò che Egli ha rivelato e che la Sua Chiesa propone per fede. Ebrei 11:1 dice: «La fede è fondamento delle cose che si sperano, prova di quelle che non si vedono» (RSV). San Tommaso d'Aquino ne dà la formulazione classica: «La fede è un atteggiamento mentale mediante il quale ha inizio in noi la vita eterna, facendo sì che l'intelletto accolga le cose che non appaiono» ( STh II-II, q. 4, a. 1). Ora vediamo «come in uno specchio, in modo confuso», in attesa della visione faccia a faccia in cui la fede cederà alla vista e all'assenso perfetto.

La fede è necessaria per la giustificazione e la salvezza, eppure la fede salvifica non può essere ridotta alla mera fiducia nel perdono dei propri peccati. Il Concilio di Trento condannò l'affermazione secondo cui la fede giustificante non sarebbe altro che fiducia (in latino fiducia) nella misericordia divina che rimette i peccati per amore di Cristo (Sessione VI, canone 12). La fede deve essere viva, illuminata dalla carità. Il progresso spirituale del nobile di Cafarnao, dopo l'incontro con la Parola, si muove quindi sia interiormente che esteriormente. La Parola guarì suo figlio, completò il suo assenso e, successivamente, condusse alla fede tutta la sua famiglia. "Bonum est diffusivum sui … la bontà si diffonde".

I giorni possono essere malvagi, come scrisse Paolo, eppure ogni giorno rimane carico di grazie concrete grazie alle quali possiamo realizzare la nostra vocazione. La consapevolezza di aver sprecato anni, forse decenni, nell'approfondire la fede, nel confessarsi, nel risolvere i propri problemi, non dovrebbe spronare, ma incoraggiare. L'ora è giunta. Finché abbiamo respiro, Cristo ci dice: "Va'; tuo figlio vivrà". Qui si incontrano l'invito di Paolo a "sfruttare al meglio il tempo" e il deserviant della Colletta. Non c'è tempo migliore del presente per deservire, per servire Dio con zelo e devozione, secura mente, con animo sereno.

Una risposta pratica al tempo che ci è stato concesso è rinnovare gli Atti di Fede, Speranza e Carità. Un Atto di Fede è un atto soprannaturale dell'intelletto, mosso dalla grazia, che aderisce fermamente alla verità rivelata in virtù dell'autorità di Dio, il quale non può ingannare né essere ingannato. Ripetere le sue parole può lenire la mente ferita e il cuore sofferente, e affidare le nostre difficoltà alle mani di Cristo.

Con l'avvicinarsi della fine dell'anno liturgico, la Santa Chiesa ci offre dolci ammonimenti. Questa domenica la Chiesa ci insegna a camminare con cautela perché il tempo è prezioso. Che siamo esuli presso le acque babilonesi, padri al capezzale di un figlio malato o peccatori pentiti inginocchiati alla grata, Cristo entra in ciascuna delle nostre condizioni con la Sua Parola guaritrice. Egli concede indulgentiam et pacem, rende la nostra mente sicura. Così liberati, possiamo servirLo cantando con sobria ebbrezza.
O mio Dio, credo fermamente che Tu sei un solo Dio in tre Persone divine, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Credo che il Tuo Divin Figlio si sia fatto uomo e sia morto per i nostri peccati, e che verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo in queste e in tutte le verità che la Santa Chiesa Cattolica insegna, perché Tu le hai rivelate, Tu che non puoi ingannare né essere ingannato. Amen
P. John Zuhlsdorf, 9 ottobre 2026

Nessun commento: