sabato 9 dicembre 2017

Non abbandonarli alla tentazione di cambiare il Padre nostro

Della nuova traduzione del Padre nostro molto si parla in questi giorni. Non c'era alcun bisogno di cambiare questa particella della preghiera in modo arbitrario e superficiale, nel tentativo di giustificare ciò che si ritiene ingiustificabile ma che in realtà è mal compreso o di alleggerire, mettendolo in altro modo, ciò che appare pesante sempre per difetto di comprensione. Occorre invece spiegare, insegnando rettamente, per aiutare a scoprire con amore e timore ciò che davvero essa ci dice, sondandone le profondità con l'aiuto dei veri maestri nella fede che ci hanno preceduto nel corso della millenaria storia della Chiesa e di quelli che ancor oggi ci illuminano con i loro insegnamenti.
Nel 2010 don Alfredo Morselli aveva già scritto un ottimo articolo, che riprendo di seguito per condividere. Certamente non ha perso di attualità perché ciò che afferma ha la saldezza delle verità perenni.

Non abbandonarli alla tentazione di cambiare il Padre nostro

Secondo quanto diramato il 10-11-2010 da APCom, nella nuova edizione italiana del Messale Romano, il testo del Padre nostro potrebbe subire un cambiamento: la traduzione classica della VI domanda “non ci indurre in tentazione” (Mt 6,13) verrebbe sostituita, seguendo così la nuova Bibbia CEI 2008, con “non abbandonarci alla tentazione”.
Perché questo cambiamento? Per evitare che qualcuno pensi che Dio possa positivamente indurre qualcuno in tentazione, o essere Egli stesso causa della tentazione.
Si tratterebbe veramente di uno scandalum mere receptum, perché è molto facile ricordare, con San Giacomo, che “Nessuno, quando è tentato, dica: "Sono tentato da Dio"; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno” (Gc 1,13).
Sono ben altri i passi difficili, che possono turbare la coscienza dei più deboli; e, sempre in tema di una certa azione positiva e diretta di Dio nella tentazione, è molto più problematico del nostro versetto quanto troviamo in 2 Ts 2,11: “Dio perciò manda loro una forza di seduzione, perché essi credano alla menzogna”. Grazie al cielo, qui nessuno ha ancora pensato di cambiare il testo sacro.
Però è anche vero che ogni scandalo, quando è possibile, va rimosso, perché “non tutti hanno la conoscenza” e quindi “se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello” (1 Cor 8, 7. 13).
Questo principio paolino, tutto informato dalla carità, va applicato anche nella traduzione dei testi sacri; a patto però di non tradire il significato del testo, di non contraffarlo; il che significherebbe contrabbandare per Parola di Dio una povera parola di uomo.
E allora ci chiediamo: non abbandonarci alla tentazione è una traduzione esatta, vera, di et ne nos inducas in tentationem, che a sua volta traduce il greco καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν? La nuova versione corrisponde a quello che ci ha insegnato Gesù?

2 - Cosa vuol dire et ne nos inducas?

La parola greca tradotta con ne inducas (μὴ εἰσενέγκῃς) è una voce del verbo εἰσφέρω [eisféro], che vuol dire fare entrare dentro, introdurre. Cosa significa questo?
Innanzi tutto, con il Padre nostro, noi non chiediamo di non essere tentati.
Sappiamo infatti che questo è impossibile; anzi, tanto quanto vorremo servire il Signore, tanto più saremo messi alla prova.
La Scrittura parla chiaro: “Perché tu eri accetto a Dio, bisognava che ti provasse la tentazione” (Tb 12, 13 Vg). Altrettanto affermano i Padri: “La nostra vita in questo luogo di esilio non può essere senza tentazione, perché il nostro avanzamento avviene soltanto per la tentazione. Nessuno può arrivare a conoscere se stesso finché non è tentato, né essere coronato senza aver vinto. Né vince senza combattimento; né può combattere senza che vi siano nemici e tentazioni ” (S. Agostino, In Psalm. LX).
E San Leone Magno afferma: “Non si danno opere di virtù senza le prove della tentazione, né fede senza agitazioni, né lotta senza avversari, né vittoria senza combattimento. Se vogliamo trionfare dobbiamo venire alla lotta” (Serm. I, de Quadrag.).
Se dunque non si può chiedere di non essere tentati, dovremo chiedere di vincere nella tentazione; e come si consegue questa vittoria? Non entrando nella trappola diabolica (la tentazione), rimanendo nell’amore di Gesù Cristo (Cf. Gv 15).
Chi cede alla tentazione cessa di rimanere in Dio (cf 1 Gv 4,15), e dimora nell’atmosfera diabolica: la tentazione è la porta aperta per uscire dagli atri del Signore per ritrovarsi in un paese lontano (Lc 15,13).
“Per me un giorno nei tuoi atri è più che mille altrove, stare sulla soglia della casa del mio Dio è meglio che abitare nelle tende degli empi” (Ps 84,11). Peccare significa entrare, attraverso la porta della tentazione, in uno stato di vita lontano dal Signore, le tende degli empi.
Allora tutto ciò significa, forse, che con la VI domanda del Padre nostro, chiediamo al Signore di non indurci a lasciare il suo amore, la dimora in Lui, e che non ci faccia entrare nella dimora degli empi?

3 - Il sostrato semitico.

Con questa spiegazione, l’espressione et ne nos inducas in tentationem potrebbe essere un’occasione di scandalo ancora più pericolosa, perché sembrerebbe che Dio stesso ci possa spingere a entrare nel peccato.
A questo punto ci viene in aiuto la grammatica ebraica e aramaica. Non dobbiamo dimenticare infatti che Gesù ha insegnato il Padre nostro non certo in greco, ma – e qui ci sono varie ipotesi – o in ebraico (nella lingua colta dei farisei: cf. At 21,40; oppure nella lingua degli esseni di Qumram), o in aramaico (la lingua parlata in Palestina ai tempi di Gesù).
Ebbene, in ebraico esiste la forma causativa, per cui, con una sola parola si esprime ciò che in italiano o latino si esprime con una perifrasi.
Provo a spiegare con un esempio: attivo: mangiare; passivo: essere mangiato, riflessivo: mangiarsi; causativo attivo: fare mangiare; in ebraico fare mangiare si esprime con una parola sola, con una coniugazione particolare (detta Hiphil).
Questa forma, al negativo, si trova ad avere due possibilità di traduzione, determinate esclusivamente dal contesto. La particella negativa (’al = non) può negare o la causalità stessa o l’azione causata. Non ci indurre (<= lat. et ne nos inducas <;= gr. μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς) traduce l’ebraico ’al tebî’ênu (אל תביאנו o forme aramaiche analoghe)
’al = non - tebî’ênu = far entrare noi
al tebî’ênu può essere tradotto con:
  1. non farci entrare (nella tentazione): qui viene negata la causalità.
  2. fa sì che non entriamo (nella tentazione): qui viene negata l’azione causata.
Tra gli studiosi che sostengono la traduzione b, troviamo Johannes Heller (1901), Jean Carmignac (1969, 1971) (“garde-nous de consentir a la tentation”): quest’ultimo offre un lungo elenco di altri autori che interpretano, pur implicitamente, in questo senso; ne riporto alcuni: Eliseo Armeno (450), Riccardo di San Vittore (tra il 1153 e il 1162), il futuro Innocenzo III (1195), T.H Robinson (1928), M. Zerwick (1953).

4 - Confronto tra le due opzioni

Se confrontiamo la proposta di Heller e di Carmignac (fa’ sì che non entriamo nella tentazione) con la nuova traduzione della CEI (non abbandonarci alla tentazione), possiamo vedere che la prima è più corretta e presenta due vantaggi.
  1. Viene dichiarata una causalità divina positiva: Signore, agisci, fa’ sì che; Non abbandonarci richiama in modo più tenue l’azione divina, quasi che Dio venga richiamato da uno stato di non azione.
  2. Viene meglio espressa la teologia e la dinamica psicologica della tentazione: l’uomo è - di fatto - necessariamente tentato. Il demonio non può obbligare al peccato, può solo costruire una trappola; allora chiediamo: Fa sì o Signore che io non entri colà dove il demonio mi apre le porte.
Al contrario, non abbandonarci alla tentazione non è una traduzione, ma una interpretazione: purtroppo viene dichiarato testo sacro ciò che – al più – potrebbe essere detto in una nota esplicativa.

Conclusione

Cosa ha fatto l’evangelista nel tradurre in greco le parole di Gesù pronunciate in una lingua semitica (ebraico o aramaico)? È rimasto umile, non ha voluto dare una sua spiegazione per l’uomo di quell’epoca, ma ha tradotto letteralmente parola per parola, per rimanere il più vicino possibile al verbo stesso del Salvatore, o a quella versione del Padre nostro che veniva già usata nella liturgia Eucaristica in età apostolica (Cf. la Didaché).
In poche parole non ha confuso la traduzione della Parola di Dio o di un testo liturgico con la catechesi.
Si potrebbe obiettare che era più facile per un greco che viveva in ambiente palestinese recuperare il senso del negativo causativo, di quanto non possa fare l’uomo di oggi. Al che rispondo: all’uomo di oggi si possono dare spiegazioni; e se proprio si vuole cambiare un testo con la sua parafrasi, si dia almeno la parafrasi giusta.
Don Alfredo Morselli, Stiatico di San Giorgio di Piano, 21 novembre 2010.- Fonte

35 commenti:

Anonimo ha detto...

Ci vuole :
http://cordialiter.blogspot.it/2017/12/i-tradizionalisti-sanno-dormire-anche.html
I tradizionalisti sanno dormire anche per terra!
La tradizione insieme a S. Michele ......

Anonimo ha detto...

Sta storia del Padre Nostro sbagliato, sostanzialmente vuol dire questo:
"260 papi (più tutti gli apostoli, i Padri i Dottori e i vescovi, i santi ecc.) precedenti non hanno capito un tubo, non conoscevano il latino (compresi quelli dei primi secoli che erano madrelingua latini), non conoscevano la teologia né il messaggio preciso di Gesù Cristo. Io invece sì".
Chissà perché... mi viene in mente uno che si mise ad attaccare 95 tesi su un portone, dicendo sostanzialmente che nessuno aveva capito niente fin'allora, ma che ora ci pensava lui..
A sto punto, sapete che vi dico? Mo' va la dico tutta!
Secondo me è sbagliato pure Il Gloria (che vuol dire nei secoli dei secoli, visto che l'eternità è senza tempo?), l'Ave (deve pregare solo ora e nell'ora della morte? E nel frattempo?)... soprattutto... il Credo... no? Filioque e tante altre belle cosucce...
Hai visto mai che è sbagliato pure il Canone della Consacrazione della Messa?
E, infatti, non lo stanno modificando?
Ehhh... sto solco dell'abisso... diventa sempre più largo...
E più gente cade. Basta vedere i foglietti della "messa nuova"... per capire il destino di tanta gente che fa finta di non capire.
(Massimo Viglione)

irina ha detto...

"...Cosa ha fatto l’evangelista nel tradurre in greco le parole di Gesù pronunciate in una lingua semitica (ebraico o aramaico)? È rimasto umile.........."

UUUMIIILEEE, ched'è??????????

Anonimo ha detto...

Come la questione dei divorziati risposati è solo un pretesto per l'introduzione del discernimento soggettivo (tanto che in tutto il mondo vari satanassi in tonaca giustificano con l'Amoris Laetitia la propria "benedizione" alle unioni omosessuali), così la modifica del Padre Nostro è solo un pretesto per quel che deve arrivare (come dice Viglione).

Aggiungo una cosa: non si sono neanche chiuse le polemiche per la liberalizzazione delle traduzioni delle conferenze episcopali che subito vediamo una modifica "locale" (guarda caso la CE francese ha appena modificato il Padre Nostro, anche se in forma un po' diversa) arrivare come un fulmine in Santa Sede e quindi poi ricadere su tutto l'Orbe. Quante altre "innovazioni" locali ci capiteranno tra capo e collo, senza neanche che possiamo prevederne l'arrivo?

Anonimo ha detto...

Dunque la traduzione, nella nuova bibbia CEI, sarebbe già in vigore dal 2008?

Anonimo ha detto...

Comunque, mic, non si capisce perché qualcuno dovrebbe leggere queste spiegazioni, quando sul Corriere ha detto tutto nientepopodimeno che Adriano Celentano (secondo me ora Papa Francesco gli fa subito una telefonata).

Anonimo ha detto...

La nuova traduzione della CEI (2008) è da evitare ? non è facile perché,a parte la ristampa della Bibbia Ricciotti, è quasi impossibile trovare una Bibbia nuova non Cei.
Ravasi sembra ormai il biblista da cui tutti devono imparare. Perché non è così ?

Anonimo ha detto...

Non sappiamo quando, ma si ha l'impressione che gli ultimi tempi siano oramai veramente vicini.
Prima della Nuova Venuta del Signore l'apostasia raggiungerà tale livello che i Sacerdoti arriveranno a stravolgere la Parola Sacra... con il pretesto di renderla più comprensibile.
Il testo Sacro però contiene sempre in sé qualcosa di sovraumano, non accessibile alla mente dell'uomo; è proprio questo ciò che connota il Divino, nei confronti del quale bisognerebbe sempre avere un atteggiamento di umiltà; S.Agostino innanzi al formidabile mistero di Grazia e Predestinazione e alla misteriosa apparente inconciliabilità tra volontà salvifica universale di Dio e dannazione dei reprobi, s'inginocchiava recitando le parole dell'Apostolo Paolo (Romani 11,33): "O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!".
Mutare le traduzioni millenarie cattoliche significa eliminare il mistero e, quindi, eliminare il Divino, per soddisfare i capricci del superbo uomo moderno il quale, lungi dall'inginocchiarsi, tutto vuol contare, misurare e pesare.

Anonimo ha detto...


Articolo molto interessante e costruttivo.
Mi sono chiesto tante volte anch'io il significato esatto di questo "indurre".
Premesso che tutti siamo tentati e non possiamo non esserlo, visto che lo è stato anche Nostro Signore, avanzo quest'ipotesi (che non credo comunque originale) per spiegare l'indurre, che indubbiamente sembra introdurre a prima vista una nota impropria nella bontà del Padre cui ci rivolgiamo, quasi fosse lui stesso ad "indurci in tentazione".
E cioè: la frase va letta assime alla conclusione della preghiera, cui è legata da un "ma" pienamente avversativo: "Non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male".
Chi è che ci induce in tentazione per affogarci nel male? Il Demonio, operante in noi stessi e attraverso gli altri, uomini e donne malvagi o che compiono azioni in vario modo malvage contro di noi - in noi stessi, quando ci induce a peccati di desiderio, a ribellioni interiori o ad azioni malvage verso il prossimo.
Pertanto, tornando alla preghiera: Padre nostro, non fare come il Principe di questo mondo, che ci induce in tentazione ma "liberaci dal male". Non tanto dall'uomo malvagio quanto dal male, in tutte le sue forme. Liberaci mediante l'aiuto della Grazia, che tu stesso elargisci a chi ti cerca e ti ama.
Questa connessione di "tentazione e liberazione" con l'aiuto di Dio, l'unico che ci "liberi", appare nettamente nel famoso passo di 2 Cor 12, 7 ss., quando san Paolo ci rivela dell'Angelo di Satana "incaricato di schiaffeggiarmi perché io non mi insuperbisca". Qui, non è Dio che tenta; Egli permette la tentazione, come l'ha permessa nei confronti di Gesù, anche nell'ora della Passione. Dio ci mette alla prova in continuazione, questo è il fatto. E come resistiamo? Non chiedendo di non esser tentati, come ha fatto inutilmente san Paolo, per tre volte, ma contando sull'aiuto della sua Grazia ( 2Cor, ivi). E la tentazione se ne va per poi ritornare ed esser sperabilmente cacciata di nuovo. Questa è la lotta quotidiana, sino alla nostra morte.
Non c'è nessun bisogno di cambiare il testo del Pater Noster, che va bene com'è.
PP

Anonimo ha detto...

"La nuova traduzione della CEI (2008) è da evitare ? non è facile perché,a parte la ristampa della Bibbia Ricciotti, è quasi impossibile trovare una Bibbia nuova non Cei"

in realtà c'è anche questa validissima alternativa anch'essa edita Effedieffe: la Bibbia Martini.

nel seguente link, il cofanetto dei Vangeli:

https://www.effedieffeshop.com/product.php~idx~~~1928~~Bibbia+Martini+_+Sales_+I+quattro+Evangeli~.html





Anonimo ha detto...

È una tattica molto più raffinata....avete presente il momento in cui il Pater cantato dal sacerdote nella Messa arriva al culmine: Et ne nos inducas in tentationem....Sed libera nos a malo risponde il popolo fedele. Ecco una bella silurata! Ora si preoccupa, il papa, di tradurre meglio latino, greco e lingua originale perché non sia mai che nella Nuova chiesa scandalizza che è il Signore Dio ad indurci in tentazione. Un'altra considerazione Scritturistica, e per una questione molto più tragica. "...qui pro vobis et pro MULTIS..." Sono parole letteralmente pronunziate da Nostro Signore, si sa! eppure si continua a sconvolgerle con piena avvertenza e deliberato consenso nelle lingue vernacole e nessuno ha intenzione di riportarle alla Volontà del Pronunziante. Insomma Lutero sta avendo piena soddisfazione: Si abbatte quell'abominio che è la Messa Cattolica e se diciamo Cristiana Autentica fa lo stesso.

Anonimo ha detto...

A proposito dei foglietti della Messa di cui parla M.Viglione, proprio ieri,nell'ultima pagina, c'era un panegirico del "grande" don Milani, con tanto di riferimento a Bergoglio e al suo "pellegrinaggio" A Barbiana.
Antonio

Catholicus ha detto...

"qui pro vobis et pro MULTIS..." : l'anno scorso ho provato ad accennare la questione con il mio parroco ottantenne, mio sincero amico, ex professore di seminario. Non vi dico la filippica che mi ha fatto, sembrava avessi stuzzicato un vespaio: ma no, non è possibile escludere nessuno, Gesù non lo ha mai voluto, e giù riferimenti dottrinali e scritturali (ai quali non ho potuto replicare, da quel semianalfabeta teologico che sono). Quindi ha concluso testualmente "per fortuna abbiamo papa Francesco, una grazia per la Chiesa". Da allora con questo, come con gli altri sacerdoti della mia città, parlo solamente del tempo e del traffico (o della loro salute). Mala tempora currant in Ecclesiam Dei.

P. ha detto...

Ricevo e condivido:
Se mai (DIO NON VOGLIA!) Davvero il testo italiano del Pater sarà cambiato, la mia famiglia, che lo recita abitualmente in Latino, farà l’impossibile per imparare a recitarlo in GRECO.
A.

lorenz ha detto...

Certo, non abbandonarci alla tentazione non è una traduzione, ma una interpretazione. Ma per motivi ancora più netti di quelli già evidenziati nell'articolo, perché in realtà, non è neanche esatto, e anzi è falso, dire che Dio non assoluto non tenti, perché Dio non tenta al male, ma ci tenta per nostro bene IN DUE MODI: con la consolazione e con la prova, e non certo per farci peccare. Infatti San Giacomo non dice che Dio in assoluto non tenti, ma afferma che Lui, di suo, da solo, per se stesso (ipse), non tenterebbe nessuno. Infatti il suo intervento di correggerci e di consolarci non è un'iniziativa originaria ma è un suo rimedio TRANSITORIO dovuto alla nostra concupiscenza che a sua volta invece ci tenterebbe INVECE verso il peccato.
E tuttavia, questo tentarci BUONO di Dio non è quindi nemmeno lo scopo ultimo del suo disegno su di noi, e anzi lui ci corregge (ossia, da par suo, ci tenta) in vista di liberarci dal male e di renderci quindi autonomi infine nel resistere alla NOSTRA concupiscenza. Perciò il senso ultimo della preghiera cristiana è di chiedere infine a Dio di smettere di fare per noi una cosa buona ma non buonissima, ossia gli chiediamo da ultimo di accoglierci in offerta a lui gradita a lode della sua gloria smettendo allora in certo modo di aiutarci, ma, lasciando così allora trasparire quel compimento della sua opera in noi, per il quale possiamo fare come Cristo che in croce ha glorificato il padre sperimentando infine il suo abbandono, e non certo ottenendo che non lo abbandonasse. Noi, al contrario, se traduciamo invece non abbandonarci alla tentazione, è come se dicessimo al Padre di continuare comunque sempre a consolarci,e, quindi...di tentarci sempre, anche quando infine non sarebbe più necessario!

Anonimo ha detto...

Dio mio , mandami le prove secondo la Tua Volonta' ed aiutami ad uscirne vincitore come Tu mi vuoi .
http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/celentano-e-padre-nostro-dio-non-lasciarci-cadere-1472209.html

lorenz ha detto...

ERRATA CORRIGE alla terza riga
è da leggere correttamente: dire che Dio IN assoluto non tenti

Anonimo ha detto...

Dire che Dio ci tenti a fin di bene è un'eresia patente! Dio non tenta ma permette che siamo tentati! Dio non può mai commettere il male , nenche per uno scopo buono e, quindi, non può tentare l'uomo neanche in vista del bene! Dio però permette il male perchè si manifesti il bene! La tentazione ha origine dalla carne, dal mondo e dal diavolo non da Dio.

Anonimo ha detto...

L'esempio di Abramo :
Dio mette alla prova Abramo quando gli chiede l'olocausto ( non il semplice sacrificio ) dell'unico figlio , il figlio di Sara che Dio gli aveva donato . Dio ci ama , Dio vuole purificarci , Dio vuole che superiamo le prove per uscirne piu' forti . Chi professa la Fede con la bocca e non la professa con la vita non e' un discepolo , e' un menzognero , e' un anticristo . Bisogna fare sempre il consuntivo del giorno , del mese , dell'anno , per non morire in dis-grazia di Dio .

Anonimo ha detto...

Il livello di ciarpameria è elevatissimo, come sempre, dato che l’assunto che sottostà a questa decisione è abbastanza infantile. “Non ci indurre in tentazione”, come spiegava nei suoi libri Benedetto XVI (cliccare qui e qui), vuol dire “mettici alla prova secondo le nostre possibilità”, dato che è sì il Demonio che tenta, ma ogni sua opera è in un ambito di “tolleranza” divina. D’altronde il povero Giobbe ne sapeva qualcosa, ma a quanto pare anche quel libro dell’Antico Testamento è sbagliato, va rifatto da capo. Giobbe si è fatto una scampagnata e alla fine era fresco e riposato. Lo stesso Gesù, che secondo il Vangelo venne condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato, ha sbagliato tutto, il Vangelo secondo Jorge Mario dice altro. D’altronde, se siamo già salvi senza impegnarci, senza fare un tubo, senza pentirci, perché mai dovremmo essere messi alla prova? Mistero della fede, anzi della sede (petrina).

https://anticattocomunismo.wordpress.com/2017/12/09/cambio-del-padre-nostro-una-polpetta-al-cianuro/

lorenz ha detto...

In parole povere, si deve distinguere che Dio stesso può adattarsi al nostro limite, venirci incontro, compiendo ANCHE il bene ancora solo possibile, oltre poi che arrivare a compiere l'impossibile all'uomo: dove questo però allora non significa assolutamente che Dio compia un male, quand'anche minore o minimo. Non si tratta dunque di indulgere a temerarie e false speculazioni (e qui del tutto impertinenti) sul tema magari allora di una sorta di possibilità di male in Dio, che sono radicalmente estranee alla divina rivelazione, ma, proprio per questo, si tratta invece di cogliere appunto che semmai Dio piuttosto sappia compiere anche un bene a misura pur ancora umana, ma per nulla allora inficiata da un qualsiasi male intrinseco.
Perciò, in parole poverissime, si tratta infine di soffermarsi a comprendere che da una parte davvero dovremo assolutamente negare di poter descrivere l'agire di Dio in termini che fossero senz'altro in qualche modo malefici, come se volessimo dire che Egli pervertisse, o sviasse, o corrompesse, o ingannasse. Ma ci sono termini, vocaboli, che istintivamente, per abitudine, possono sembrarci altrettanto del tutto negativi, ma che invece anzi mantengono un doppio significato che non si può oggettivamente confondere. Tentare è esso un vocabolo che ha un significato per un verso molto negativo, ma che ne ha pure un altro, significato, ebbene invece (abbastanza) positivo. Come quando diciamo che tentiamo un impresa, che siamo tentati di provarci, che facciamo un tentativo. Come a dire che Dio, sinché tutto non è compiuto, con noi, per così dire, ci prova. Tenta di salvarci sapendo che per la nostra malizia possiamo noi volgere al male il senso genuino della sua tentazione buona. Provate un po' a rileggere in questi termini la faccenda, con la tentazione che è parola da intendere (anche) nel suo senso, oggi poco usato, di tentativo, di prova. Perché se non lo si fa, si gira a vuoto con le considerazioni e si finisce alla fine per aumentare la confusione ed ingenerare il dubbio blasfemo che in fondo, magari, proprio la trasmissione letterale originaria del Padre nostro fosse in quel certo punto incomprensibile, e, allora, semmai da riscrivere come a correggere e, la Vulgata, e la Lectio greca, e san Matteo, e san Luca, e...nostro Signore. E così si finisce per indurre (qui malignamente!) in errore quegli stessi novatori che si sentono investiti della missione pentecostale di correggere quelli che possano apparire degli errori o delle imperfezioni nella stessa rivelazione primitiva.

Anonimo ha detto...

Sig. Lorenz non voglio polemizzare ribadisco solamente con estrema umiltà quello che la Santa Chiesa ha sempre insegnato: Dio non tenta nessuno; dire il contrario costituisce un errore di ordine logico prima che teologico.

lorenz ha detto...

Anonimo delle 16.44...non ci aiuti così! Se fosse allora come direbbe pur anche Ratzinger, ossia che “Non ci indurre in tentazione” volesse appena dire “mettici alla prova secondo le nostre possibilità”, non si capirebbe la forza del comando negativo, del NON indurci, perché sarebbe svilito della congiunzione poi avversativa del MA liberaci del male, perché allora quello così diventerebbe un ma enfatico di un desiderio di appena sottrarsene alla prova che comunque verrebbe in ultima analisi sempre solo malignamente dalla causa malefica. E allora il tutto si ridurrebbe pateticamente alla richiesta di sottrarsi alla prova, di ritrarsene al di qua sinché non si fosse pronti...il che ci riporta alle preoccupazioni di quella "ciarpameria" da cui mostri di volerti distinguere. Ma allora tanto varrebbe anche accettare le varianti oggi proposte per la ritraduzione, che in fondo si muovono comunque dallo stesso assunto. E invece, il Padre nostro non si accontenta certo di appena non farci recedere dalla prova, e anzi ci spinge come proprio ad infine oltrepassarla quando che però allora la si abbia ebbene ormai vissuta già in pienezza. Cosa c'è al di là, invece che non anzi al di qua, della tentazione divina: qual è, il senso di quell'abbandono del Padre che è la nostra stessa possibilità mistica di glorificazione se vi ci conformiamo alla morte stessa del Signore la quale va oltre la stessa divina tentazione con cui, umanamente, Egli fu messo alla prova (tentato) nella sua obbedienza al padre e, anche, consolato (tentato) nel suo aver appena obbedito? Oltre della Passione del Signore, in cui fu provato e consolato (la consolazione è la più tipica tentazione buona e divina), c'è il mistero stesso della sua Morte in cui sperimenta l'abbandono del Padre che non lo tenta più neanche consolandolo. Siamo al momento della glorificazione in cui è Cristo stesso, a dare Lui lo Spirito a noi nel Padre, e non viceversa. Qui abbiamo il senso del perché la fine del Padre nostro ci indichi anche il vertice e l'obiettivo della nostra santificazione, e non appena il suo decorso medio e incipiente.
Ripeto: se non ci muoviamo a questo livello alla fine non si capisce cosa ci sarebbe da obiettare alla nuova traduzione che vogliono imporre. Proprio questa allora esprimerebbe meglio il senso che vorremmo vedere nel Padre nostro. Che invece, vorrei infine che si capisse...è ben altro.

lorenz ha detto...

Assolutamente la cosa non può tristemente arenarsi qui. Non penso certo di stare a rivolgermi a soggetti inabili a comprendere tutto quanto.
Ho il dovere, per il mio stato, di dirvi che quell'affermazione che, a quanto mi pare di capire, voi stessi mi avete rappresentato, ossia che per la Chiesa sarebbe oltre che eretico (!)...illogico (?) che Dio, in un qualsiasi modo che fosse allora buono e lecito, possa e voglia averci tentato (ossia ci provi con noi, a darci una possibilità pur, all'inizio, per così dire rischiando), è essa stessa ad apparirmi allora infine denigrazione inconsistente e, temeraria: per quanto io possa ben capire e la bontà delle intenzioni e, che poi in fondo, come già scrivevo, qui allora si scivoli, pur se purtroppo poi anche in cose anche dì estrema attualità e importanza, a partire però appena da un equivoco terminologico dovuto proprio alla rapida mutazione e impoverimento della lingua corrente. Può ben darsi del resto che si diano delle occorrenze catechetiche in cui il linguaggio ecclesiale possa semmai aver contestualmente considerato la tentazione solo nel suo risvolto intanto malefico e, in tal senso implicitamente ben inteso, quella ve la abbia così allora naturalmente esclusa da una sua referenza alla causalità divina. Ma così come tranquillamente si dà anche il caso dell'accentuazione contestuale opposta, in cui potrebbe sembrare che la tentazione invece fosse semmai solo qualcosa allora di buono, che deriverebbe infatti solo proprio da Dio: ed è questo proprio il caso appunto che ci presenta infine già la preghiera del Padre nostro.
Vi prego in coscienza, per la stessa stima che porto anche proprio a questa vostra meritoria e straordinaria opera di divulgazione, davvero, in questo caso, però di ravvedervi e di considerare la questione con tutta la prudenza e autonomia di coscienza.
Ho avuto il privilegio di conoscere la dott.ssa Maria Guarini, e sono, come ella forse ricorderà, il padre servita Lorenzo Adriano Franceschini.
E dunque, qui senza falsa umiltà, non tanto per mia soddisfazione ma proprio per la qualità del vostro pregiato canale vi suggerisco assolutamente intanto di avvantaggiarvi avvalendovi anche della conclusione del mio precedente contributo. Vi esorto allora, se intanto non l'avete già fatto, a questo punto a pubblicare gli ultimi due miei precedenti post (non questo corrente),anche perché è buffa la vostra reiterazione pubblica della vostra replica a quelli che erano evidentemente dei miei ulteriori contributi che però non fate comparire. Ma soprattutto, a questo punto, vi prego di lasciare tutto e di prendere il tempo di STUDIARLI e di rendervi così conto veramente di cosa stiamo trattando.
Spero quindi che ci siamo capiti e che avremo modo a nostra volta magari di conoscerci.
Mi raccomando.
Lorenz.

Sulla liberta' e sulla volonta' . ha detto...

Riflessioni filosofiche alla luce della Rivelazione - Duns Scoto (VIDEO)
https://gloria.tv/video/dcRWcv68iSd21TcxLQdNXFRwu

Anonimo ha detto...

Il verbo "indurre" ha come sostantivo molto interessante la "induzione". In fisica è il modo con cui un oggetto avvicinato all'altro conduce elettricità, calore etc. Dunque non indurre è perfettamente traducibile, o meglio ancora, interpretato, in senso liberatorio e non accusatorio. Questo se non fossimo nell'analfabetismo più totale, con la pura negazione della etimologia (significato originario della parola).
Cioè non indurci è come dire in modo perfettamente equivalente... Non introdurci, non avvicinarci, non esporci... alla tentazione...
MA (così fosse secondo il Tuo disegno a noi incomprensibile) LIBERACI DAL MALIGNO.

lorenz ha detto...

Anonimo delle 16.44...non ci aiuti così! Se fosse allora come direbbe pur anche Ratzinger, ossia che “Non ci indurre in tentazione” volesse appena dire “mettici alla prova secondo le nostre possibilità”, non si capirebbe la forza del comando negativo, del NON indurci, perché sarebbe svilito della congiunzione poi avversativa del MA liberaci del male, perché allora quello così diventerebbe un ma enfatico di un desiderio di appena sottrarsene alla prova che comunque verrebbe in ultima analisi sempre solo malignamente dalla causa malefica. E allora il tutto si ridurrebbe pateticamente alla richiesta di sottrarsi alla prova, di ritrarsene al di qua sinché non si fosse pronti...il che ci riporta alle preoccupazioni di quella "ciarpameria" da cui mostri di volerti distinguere. Ma allora tanto varrebbe anche accettare le varianti oggi proposte per la ritraduzione, che in fondo si muovono comunque dallo stesso assunto. E invece, il Padre nostro non si accontenta certo di appena non farci recedere dalla prova, e anzi ci spinge come proprio ad infine oltrepassarla quando che però allora la si abbia ebbene ormai vissuta già in pienezza. Cosa c'è al di là, invece che non anzi al di qua, della tentazione divina: qual è, il senso di quell'abbandono del Padre che è la nostra stessa possibilità mistica di glorificazione se vi ci conformiamo alla morte stessa del Signore la quale va oltre la stessa divina tentazione con cui, umanamente, Egli fu messo alla prova (tentato) nella sua obbedienza al padre e, anche, consolato (tentato) nel suo aver appena obbedito? Oltre della Passione del Signore, in cui fu provato e consolato (la consolazione è la più tipica tentazione buona e divina), c'è il mistero stesso della sua Morte in cui sperimenta l'abbandono del Padre che non lo tenta più neanche consolandolo. Siamo al momento della glorificazione in cui è Cristo stesso, a dare Lui lo Spirito a noi nel Padre, e non viceversa. Qui abbiamo il senso del perché la fine del Padre nostro ci indichi anche il vertice e l'obiettivo della nostra santificazione, e non appena il suo decorso medio e incipiente.

lorenz ha detto...

In parole povere, si deve distinguere che Dio stesso può adattarsi al nostro limite, venirci incontro, compiendo ANCHE il bene ancora solo possibile, oltre poi che arrivare a compiere l'impossibile all'uomo: dove questo però allora non significa assolutamente che Dio compia un male, quand'anche minore o minimo. Non si tratta dunque di indulgere a temerarie e false speculazioni (e qui del tutto impertinenti) sul tema magari allora di una sorta di possibilità di male in Dio, che sono radicalmente estranee alla divina rivelazione, ma, proprio per questo, si tratta invece di cogliere appunto che semmai Dio piuttosto sappia compiere anche un bene a misura pur ancora umana, ma per nulla allora inficiata da un qualsiasi male intrinseco.
Perciò, in parole poverissime, si tratta infine di soffermarsi a comprendere che da una parte davvero dovremo assolutamente negare di poter descrivere l'agire di Dio in termini che fossero senz'altro in qualche modo malefici, come se volessimo dire che Egli pervertisse, o sviasse, o corrompesse, o ingannasse. Ma ci sono termini, vocaboli, che istintivamente, per abitudine, possono sembrarci altrettanto del tutto negativi, ma che invece anzi mantengono un doppio significato che non si può oggettivamente confondere. Tentare è esso un vocabolo che ha un significato per un verso molto negativo, ma che ne ha pure un altro, significato, ebbene invece (abbastanza) positivo. Come quando diciamo che tentiamo un impresa, che siamo tentati di provarci, che facciamo un tentativo. Come a dire che Dio, sinché tutto non è compiuto, con noi, per così dire, ci prova. Tenta di salvarci sapendo che per la nostra malizia possiamo noi volgere al male il senso genuino della sua tentazione buona. Provate un po' a rileggere in questi termini la faccenda, con la tentazione che è parola da intendere (anche) nel suo senso, oggi poco usato, di tentativo, di prova. Perché se non lo si fa, si gira a vuoto con le considerazioni e si finisce alla fine per aumentare la confusione ed ingenerare il dubbio blasfemo che in fondo, magari, proprio la trasmissione letterale originaria del Padre nostro fosse in quel certo punto incomprensibile.

lorenz ha detto...

Il termine tentare di suo aveva un significato ambivalente: o pessimo (l'unico che si tende a considerare!), nel senso che fosse in sé una cosa cattiva che spinge al male, oppure, e davvero allora al contrario, quello invece di una cosa in sé anzi buona, anche se non ancora ottima, che ebbene quindi legittimamente permetterà ancora l'eventualità solo poi estrinseca di un male nel conseguirvi intanto un bene. Ma allora si tratta di un bene minore, e non mai di un male minore. Non si tratta di fare un qualsiasi male perché pur ne venisse un bene, che sarebbe sempre comunque un male, ma appunto invece si tratta di permettere qualcosa di imperfetto, senza però minimamente causarvelo direttamente in quanto ve ne avrà poi concesso, estrinsecamente, di male intervenutovi da fuori. Si tratta di quello che in morale si direbbe il principio di doppio effetto: che non significa affatto permettere un cosiddetto male minore, perché comunque non si deve fare mai il male, quand'anche per ottenerne un bene. E il termine tentare, in realtà, si prestava dunque a quelle due suddette letture che sono davvero alternative. Altrimenti il Padre nostro, alla lettera, sarebbe veramente una preghiera assurda o quanto meno superflua, se, come tu assumi, tentare volesse sempre e solo indicare un atto già in sé sempre maligno: infatti sarebbe allora come se Cristo c'insegnasse di chiedere al Padre...di non farci del male. Perché davvero, letteralmente, nel Padre nostro, sia in greco che in latino, è appunto scritto quello che si traduce esattamente con non indurci (sottinteso, tu, Dio) in tentazione. Piuttosto, dopo, giustamente il padre nostro prosegue con un MA (e non con un E) liberaci dal maligno, e, come dicevano sopra, la frase va letta assieme alla conclusione della preghiera, cui è legata da un "ma" pienamente avversativo: "Non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male", ossia tu Dio ormai puoi tralasciare di difenderci da noi stessi (ossia, puoi smettere di tentarci bene, che è pur sempre un bene minore perché ci limiti paternamente, anche se non è assolutamente un male), ma, evitaci comunque infine che il nemico ci tenti invece male per il male. Per aiutarci a capire, possiamo focalizzare così i termini: Dio tenta BENE per un bene pur se ancora minore, ma mentre intanto che il maligno - e la nostra concupiscenza senza il soccorso della correzione divina la quale sia allora appunto la tentazione buona e necessaria seppur essa dunque provvisoria e medicinale - invece, malignamente, ci tentano, o, ci tenterebbero, sempre male in vista appunto del male. Se non partiamo da questa fondamentale distinzione, davvero non riusciamo affatto a poter comprendere il Padre nostro, e diventiamo in fondo sintonici a quanti, partendo poi comunque da questo equivoco generalizzato, poi si illudono di risolvere il problema riscrivendo diversamente la lettera stessa della preghiera rinunciando a coglierne il senso vero e non immediato. Questa è, semplicemente, allora, la verità sulla questione.

Anonimo ha detto...

Perfino il vescovo liberale Peter Kohlgraf di Mainz, Germania, è convinto che una traduzione del Padre Nostro debba essere fedele all'originale greco.

Scrivendo su un social media (10 dicembre), Kohlgraf dichiara che Gesù stesso fu portato dallo Spirito Santo nel deserto perché fosse tentato, e che una situazione simile si ripete nel giardino del Getsemani. Egli fa notare che Dio causa "situazioni esistenziali di prova", "apparentemente Dio non è solo 'buono', molti dei suoi piani rimangono nascosti a noi uomini":

Il sito dei vescovi tedeschi katholisch.de è convinto che Kohlgraf contraddica Francesco.
https://gloria.tv/article/6toKjWWELXhADKicFhe82ZFxu

Anonimo ha detto...

Ma se un Dio che è Padre non può indurci in tentazione, può forse abbandonarci ad essa?
http://querculanus.blogspot.it/2017/12/tradurre-o-interpretare.html#more

Commento mio :
https://www.youtube.com/watch?v=7aX90if1mZw

Anonimo ha detto...

Qunte storie fanno certi blogger e quanta suscettibilità!
Dio non può indurre l'uomo al male.
Dio può provare l'uomo solo a fin di bene; sul punto vds S. Giacomo, S.Agostino, S. Tommaso e tutta la tradizione della Chiesa.
Discussione chiusa.
Buona serata a tutti, anche a coloro che accusano gli altri di non poter capire.

Anonimo ha detto...

TIEPIDEZZA SPIRITUALE, CAUSE E RIMEDI
https://www.gloria.tv/article/umJQhqWKhwcz3XJDFvfi9nE8M

Anonimo ha detto...

Secondo me il termine " tentare" significa prova. Se si vince la prova si è vincitori. Si vince sempre se si fà la volontà di Dio Padre, il quale può metterci alla prova quando vuole perchè è Dio, e solo Lui conosce i nostri difetti e la nostra debolezza. Ma, comunque ci lascia liberi di scegliere tra il bene che è fare la Sua santa volontà, ed il male che contrasta i suoi comandamenti ...

Come non ricordare la vicenda di Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre? Adamo era stato capace di resistere alla prova , ma l'inganno del serpente o diavolo , convince Eva e poi lui stesso, a mangiare il frutto proibito.
Ebbene, col passare dei secoli le parole "tentazione" ed "inganno" sono diventate una cosa sola per opera del maligno...

Giusto per creare confusione nella Chiesa sino alla fine dei tempi: dopo di che non potrà più farlo perchè sarà incatenato per mille anni.

Sebastiano,

Torino,

Alberto ha detto...

SULLA QUESTIONE DELLA TRADUZIONE DEL PADRE NOSTRO (che nasce ben prima di questo pontificato, intendiamoci), il problema di fondo è sempre quello: la convinzione che, attraverso le traduzioni, la lingua vernacolare, “la gente” possa o debba capire tutto, senza che nessuno abbia più a prendersi la briga di spiegare loro il significato autentico e profondo delle parole.

Questa non è solo un’illusione, dato che basta essere un po’ pratici del web per rendersi conto che spesso vengono fraintese anche le frasi più elementari, ma è anche deleterio per una Chiesa che abdica al suo ruolo di “magistra”, che sarebbe in realtà suo per costituzione.

La realtà è che un tempo, quando la catechesi si faceva in italiano (non con quello dei cartelloni) e la Messa si faceva in latino, la gente conosceva molto meglio sia i fondamenti del Catechismo che gli episodi delle Scritture.

Questo perché la Chiesa si prendeva la briga di insegnare, senza illudersi o nascondersi dietro la presunta maggiore comprensibilità della lingua liturgica.

A mio modesto avviso, la scelta di tradurre tutta la Messa è stato un grave errore strategico, i cui frutti sono fin troppo vistosi. Per chi vuole vederli, ovviamente...