sabato 18 agosto 2012

Tamquam cor in pectore: il tabernacolo eucaristico prima e dopo il Concilio di Trento

Il tabernacolo sull'altare maggiore
era come il cuore spirituale e spaziale della Chiesa

di p. Uwe Michael Lang

Negli ultimi anni la ricerca storica ha dedicato notevole attenzione al rapporto che esiste tra liturgia e architettura. Molti studiosi si sono concentrati sulla tarda antichità e sul Medio Evo, ma l'interesse si sta volgendo anche verso i periodi del Rinascimento e della Riforma cattolica prima e dopo il Concilio di Trento (1545 - 1563), come risulta evidente dagli atti di una conferenza tenuta al Kunsthistorisches Institut a Firenze nel 2003. Il redattore del volume, Joerg Stabenow, identifica due sviluppi principali che trasformarono gl'interni tipici delle chiese nei secoli XV e XVI.

Il primo rimosse quegli elementi che dividevano l'edificio sacro in diverse sezioni, creando così uno spazio unificato. Per contrasto, si strutturarono le chiese medievali con un complesso sistema di pareti divisorie, soprattutto la cancellata che separava la navata dal coro. Il secondo interessò il tabernacolo che, collocato in posizione centrale sull'altare maggiore, venne adottato come forma ordinaria di riserva eucaristica, divenendo il punto focale dell'architettura sacra di stile barocco.

Il termine "tabernaculum" era già usato nel Medio Evo per indicare il ricettacolo per il Santissimo Sacramento. Guglielmo Durando rileva nel suo libro "Rationale divinorum officiorum" del 1282 - e che ebbe un grande influsso nel suo tempo - che, a imitazione dell'Arca dell'Alleanza e della Tenda del convegno (Esodo 25 -26, 33, 7 -11 e altrove), "in alcune chiese è posta un'arca o tabernacolo (archa seu tabernaculum), in cui si custodisce il Corpo del Signore con reliquie". L'associazione biblica è significativa, poiché la Tenda del convegno rappresentava la presenza di Dio fra il popolo d'Israele nel deserto. Inoltre, il prologo del Vangelo di Giovanni afferma che il Verbo divino " si fece carne e venne ad abitare (letteralmente: "piantò la sua tenda") in mezzo a noi" (Gv. 1, 14). Infine, nell'Apocalisse viene evocata la Gerusalemme celeste con le parole: "Ecco la tenda di Dio con gli uomini!", che nella Vulgata latina recita: "Ecce tabernaculum Dei cum hominibus!" (Ap. 21, 3).

L'ubicazione di un tabernacolo eucaristico fisso sull'altare maggiore è generalmente associata alle riforme liturgiche che si effettuarono dopo il Concilio di Trento, soprattutto da parte di San Carlo Borromeo, i cui sforzi per rinnovare la vita religiosa nella sua Arcidiocesi di Milano divennero esemplari per tutta la Chiesa Cattolica. Tuttavia, tale pratica era già stata promossa da Vescovi riformatori prima di Trento e si può rintracciare nella Toscana del XV secolo.

Siena, Tabernacolo di Lorenzo di Pietro
In diverse chiese di questa regione italiana erano stati introdotti tabernacoli su altare maggiore, come la cattedrale di Volterra (1471) e la cattedrale di Prato (1487); forse l'esempio più noto è il trasferimento del vecchio tabernacolo del Vecchietta all'altare maggiore della Cattedrale di Siena nel 1506, dove prese il posto della "Maestà" di Duccio. La nuova disposizione fu vigorosamente promossa da Gian Matteo Giberti, Vescovo di Verona dal 1524 al 1543. Le "Consitutiones" di Giberti, pubblicate nel 1542 con l'approvazione di Papa Paolo III, miravano ad una riforma della vita ecclesiastica nella sua diocesi e anticiparono in molti modi gli sviluppi post-tridentini.

Una parte importante del programma pastorale di Giberti era proprio la collocazione della riserva del Santissimo Sacramento sull'altare maggiore al centro della chiesa, dove veniva esposto alla venerazione di clero e laici. Nelle sue "Constitutiones" scriveva il vescovo, evocando vari versetti di salmi: "E come gli occhi di una schiava alla mano della sua padrona (Ps. 123, 2), così siano gli occhi di coloro che stanno intorno alla mensa del Signore (Ps. 128, 3), rivolti sempre con timore e tremore verso l'altissimo e preziosissimo sacramento, che è lì sull'altare maggiore; piangano di gioia e si rallegrino piamente nelle loro lacrime, e vedranno com'è buono il Signore (cfr. Ps. 34, 9)".

Con uno schema simile, Pier Francesco Zini nella sua biografia del Giberti, pubblicata a Venezia nel 1555 col titolo "Boni pastoris exemplum ac specimen singulare", scrive che il tabernacolo sull'altare maggiore trova una posizione che è "come il cuore nel petto" (tamquam cor in pectore). Si voleva che il tabernacolo fosse il cuore della chiesa sia in senso spaziale che spirituale. Giberti applicò questo principio alla sua cattedrale di Verona e lo prescrisse per tutte le Chiese parrocchiali della sua Diocesi.

Il Concilio di Trento, che si celebrò dal 1545 al 1563, non diede alcuna direttiva specifica sull'architettura e gli arredi delle Chiese. Tuttavia i decreti conciliari, affermando il tradizionale insegnamento della Chiesa, diedero chiare indicazioni teologiche sulla costruzione delle nuove Chiese e sulla ristrutturazione di quelle già esistenti. I canoni del Decreto sull'Eucaristia, datato 11 ottobre 1551, frutto della XIII sessione del Concilio, riconfermarono la posizione cattolica di fronte alla critica protestante, soprattutto quella di Martin Lutero che sosteneva che Cristo era presente nel sacramento dell'Eucaristia soltanto durante la vera e propria celebrazione liturgica, quando veniva ricevuto con fede dai comunicandi.

I canoni tridentini ribadirono la dottrina del IV Concilio Laterano del 1215 sulla presenza reale e permanente di Cristo sotto la forma del pane e del vino dopo la loro consacrazione da parte del sacerdote. Ne consegue la necessità di una custodia appropriata e sicura delle ostie consacrate dopo la Messa, utilizzate anche per portare la Santa Comunione agli ammalati. Il canone sette parla in termini apparentemente generali della riserva della Santissima Eucaristia "in sacrario". Nell'uso medievale, il termine "sacrarium" poteva indicare qualsiasi luogo per la riserva eucaristica, compresa la sacrestia. Comunque, nel contesto di Trento, si può ritenere che molti Padri conciliari intendessero per "sacrarium" il tabernacolo d'altare. Un'interpretazione che era già corrente, come si evince dal Sinodo convocato dal Cardinale Reginald Pole, Legato della Santa Sede in Inghilterra, e tenuto a Westminster nel dicembre del 1555 e gennaio del 1556. Il sinodo decretò che la Santissima Eucaristia dovesse essere custodita "o al centro dell'altare o alla sua estremità".

Il Concilio di Trento accentuò anche il ruolo dei vescovi nel realizzare le riforme ecclesiastiche e dispose la pubblicazione di libri liturgici revisionati, opera che fu condotta dai papi negli anni successivi. Tali fattori portarono ad una standardizzazione della vita liturgica, che fece sì che il nuovo modo di custodire l'Eucaristia sull'altare maggiore si diffondesse in tutto il mondo cattolico.

Gli storici si sono spesso concentrati sul contributo dato da San Carlo Borromeo (1538 - 1584) allo sviluppo dell'architettura e degli arredi sacri post-tridentini. Borromeo è stato presentato come un modello di Vescovo riformatore, ponendo in atto i decreti tridentini nell'Arcidiocesi di Milano con diligenza esemplare. Senza ridurre il ruolo di questo grande Vescovo, sembrebbe appropriato collocare il suo operato in un più ampio contesto culturale. Il tabernacolo sull'altare maggiore non fu affatto un'innovazione del Borromeo, abbiamo visto infatti che il pensiero teologico che sosteneva tale pratica era già in circolazione da diverso tempo.

Le idee del Borromeo sull'architettura sacra sono espresse in modo succinto nelle sue "Instructiones fabricae et suppellectilis ecclesiasticae" del 1577, composto da un gruppo di autori sotto i suoi auspici. Sulla questione della riserva eucaristica, le "Instructiones" si riferiscono ai decreti del primo Sinodo provinciale di Milano tenuto nel 1565, che stabiliva che in tutte le chiese in cui si custodiva il Santissimo Sacramento, compresa la Cattedrale, questo fosse collocato sull'altare maggiore, a meno che un caso di necessità o una grave ragione non lo impedissero.

L'Arcivescovo di Milano diede l'esempio trasferendo il Santissimo Sacramento dalla sacrestia all'altare maggiore della sua Cattedrale. Le "Instructiones" del Borromeo furono largamente recepite nel periodo post-tridentino, mentre vi era ancora qualche flessibilità sul luogo della riserva eucaristica. Vale la pena notare che il "Cerimoniale Episcoporum" del 1600 raccomandava che il Santissimo Sacramento non si tenesse sull'altare maggiore o su altro altare al quale il vescovo dovesse celebrare la Messa solenne o i Vespri. Tuttavia, non penso che ciò indichi una critica del tabernacolo sull'altare maggiore, come invece ritiene Christoph Jobst nel suo studio magistrale sul tema. La prescrizione non riguarda la disposizione generale della Chiesa, ma le rubriche di celebrazioni specifiche. Al massimo, si potrebbe dedurre che nelle liturgie pontificali si riflettesse l'antica consuetudine della riserva eucaristica separata dall'altare.

Il rituale romano del 1614 ha un paragrafo pertinente nei "Praenotanda" sul Santissimo Sacramento dell'Eucaristia, che recita: "Il tabernacolo sia opportunamente coperto da un baldacchino, e null'altro vi sia contenuto. Sia collocato sull'altare maggiore o su altro altare dove si possa vedere facilmente e possa così rendersi degna adorazione a questo grande Sacramento".

Anche qui c'è flessibilità sulla ubicazione del tabernacolo: può stare sull'altare maggiore o su altro altare della Chiesa che sia appropriato per la venerazione del Sacramento. Istruzioni simili si possono trovare negli atti di molti Sinodi diocesani e provinciali tenutisi nella prima metà del secolo XVII. Per esempio, il Sinodo di Costanza nel 1609 decretò che il Santissimo Sacramento fosse custodito "o sull'altare stesso, secondo l'uso romano, o alla sinistra del coro presso l'altare". In ogni modo, l'ubicazione del tabernacolo sull'altare principale secondo "l'uso romano" fu adottato gradualmente in tutta Europa come parte della Riforma tridentina.

A questo sviluppo contribuì una serie di fattori: innanzi tutto, la chiara e sicura riaffermazione del Concilio della dottrina cattolica della presenza reale di fronte alla critica protestante; secondariamente, la crescente popolarità delle devozioni eucaristiche (Benedizione col Santissimo Sacramento, processioni eucaristiche, la devozione delle Quarantore); in terzo luogo, la fioritura dell'arte e architettura barocche non solo in Europa ma in tutto il mondo cattolico, con un'attenzione speciale nell'esprimere visibilmente le verità di fede, soprattutto la presenza reale; e per ultimo, la standardizzazione dei libri liturgici dopo il Concilio di Trento, con la pratica romana presa a modello per l'intera Chiesa.

È evidente che tale sviluppo, visto nel suo contesto culturale e artistico, non ebbe inizio con il Concilio di Trento, ma fu parte di una tendenza comune nel Rinascimento e nell'architettura sacra barocca di creare uno spazio unificato, nel quale il tabernacolo sull'altare maggiore era effettivamente, secondo le parole del biografo del Giberti, "tamquam cor in pectore". 
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The Institute of Sacred Architecture, vol. 15 - spring 2009 By Diocesi Porto Santa Rufina
traduzione italiana a cura di d. Giorgio Rizzieri (12/08/2012)

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Un articolo scritto col cuore e con la saporosa 'sapienza' frutto di studio e di fede, che è nutrimento per tutti.

Sono molto vicina nella preghiera a padre Lang.

Anonimo ha detto...

Bello. Da salvare e meditare.

Caterina63 ha detto...

Vi segnalo, un pò OT ma neppure tanto, un articolo del 2004....

DOPO L’ENCICLICA …

di Maria Carla Papi - 6. 2004

REDEMPTIONIS SACRAMENTUM

Continuando l’esame della Redemptionis Sacramentum, leggiamo: "È necessario comprendere che la Chiesa non si riunisce per umana volontà, ma è convocata da Dio nello Spirito Santo, e risponde per mezzo della fede alla sua vocazione gratuita. Il sacrificio eucaristico non va poi ritenuto come "concelebrazione" in senso univoco del Sacerdote insieme con il popolo presente. Al contrario, l'Eucaristia celebrata dai Sacerdoti è un dono "che supera radicalmente il potere dell'assemblea" [...] È assolutamente necessaria la volontà comune di evitare ogni ambiguità in materia e porre rimedio alle difficoltà insorte negli ultimi anni. Pertanto, si usino con cautela locuzioni quali "Comunità celebrante" o "assemblea celebrante"".

Il testo, come si vede, va in netta controtendenza rispetto a larga parte della prassi e del linguaggio liturgici in voga da qualche lustro a questa parte; da quando cioè, fu interpretata a volte in modo forse troppo arbitrario, la riforma liturgica del "Novus ordo Missae" di Paolo VI.

D’altronde si ricorderà che, in fase di lavorazioni, vi furono osservazioni anche severe da parte del card. Bacci e del Card. Ottaviani (allora prefetto del Sant'Uffizio). Forse, con lungimiranza, intravedevano già le potenziali reinterpretazioni che radicano pericolose abitudini, le quali, una volta messe in pratica, sono così difficili da sradicare. Ricordiamo che con la riforma si abbandonò la liturgia tradizionale di san Pio V e si reinterpretò tutta l'azione sacra alla luce del concetto di "popolo di Dio".
E questo è il punto chiave.
Gli esiti infatti, furono quelli di una sorta di "collettivizzazione" del rito, di "perdita del sacro nella liturgia", di un indebolimento dottrinale oggettivo della figura del sacerdote, non più inteso - tradizionalmente - come "alter Christus" e quindi come altro dal "popolo", "come colui che replica incruentemente il sacrificio cruento di Cristo, bensì - più semplicemente - come presidente di un'assemblea in cui è il "popolo" stesso - e nemmeno più il Mistero eucaristico - il protagonista della scena."

Non dimentichiamo che – come scrive il Card. Biffi in "Riflessioni sul Giorno del Signore":

"Non è necessario che un raggruppamento di battezzati costituisca una comunità umanamente viva e compatta perché si possa celebrare la domenica, ma è necessario che un raggruppamento di battezzati che celebra la domenica si sforzi di dare origine a una comunità viva e compatta."

A tal proposito è interessante rileggere- di questo documento - almeno i capitoli relativi al quarto e quinto mito, e cioè: L’enfatizzazione della "comunità e La "desacralizzazione", per notare quanto siano pertinenti con le osservazioni dei documenti sull’Eucaristia che stiamo facendo.

continua.....

Caterina63 ha detto...

continua da sopra........

Così, sin dalla titolazione dei paragrafi e fino all'ultimo capitolo, dedicato ai "rimedi canonici per gli abusi contro la Santa Eucaristia", si comprende come la "Redemptionis sacramentum" prenda atto della gravità di certi atteggiamenti e situazioni ormai diffuse e tenti di porvi rimedio, con abbondanti citazioni del Rito romano e del Concilio di Trento. Gli abusi non vengono semplicemente "segnalati", ma anche condannati e sanzionati, ribadendo la scomunica canonica latae sententiae per chi profana od offende deliberatamente il Sacro Corpo e Sangue di Gesù nell'ostia consacrata.

"Niente di nuovo sotto il sole" verrebbe da dire; in fondo l'adorazione e la "difesa" del Corpo eucaristico - quel Corpo che "unisce il cielo e la terra" - sono sempre stati, sin dalle origini, i cardini e i compiti della Sposa di Cristo, la Chiesa.
Eppure quel Corpo, da sempre, nella storia, ha subito tentativi di riduzione, accomodamento, mistificazione.
Per questo il cristiano implora da Dio il dono provvidente del Suo Spirito, per sé e per la Chiesa, per fuggire le quotidiane tentazioni e portare innanzi il "buon combattimento della fede". Quella fede che è il vero e grande rimedio - come sottolinea pure la "Redemptionis sacramentum" - a ogni riduzione, anche teologica e liturgica, del Mistero dei Misteri, la vita divina partecipata all'uomo in Cristo.

Leggendo la "Redemptionis sacramentum" sembra di rileggere, talvolta letteralmente, tanti passi sull'Eucaristia e sulla Messa scritti, nelle sue lettere pastorali del 1970-72, dal troppo spesso contestato cardinal Giuseppe Siri.
Già allora l'arcivescovo di Genova avvertiva, riguardo alla liturgia, che "certi abusi, certe esagerazioni, certe mode indicano nel modo più splendente una mancanza di idee teologicamente basate e certe. Qualsiasi rito, prassi, istrumento, concetto [...] relativo alla Santissima Eucarestia, va trattato con intima e preoccupata cautela, perché o serve ad affermare positivamente o serve a sfumare e pertanto, col tempo, ad estinguere la Dottrina Rivelata circa l'Eucarestia".

Parole "profetiche", quelle di Siri.
Peccato solo che siano dovuti passare più di trent'anni perché le stesse parole, allora bollate come "retrograde" e "anacronistiche", tornassero a risplendere - e chiaramente - nell'insegnamento cattolico sulla liturgia.

Come detto, la "Redemptionis sacramentum" ha suscitato e sta suscitando polemiche e "risentimenti". Eppure, è nel Mistero che il nome del documento richiama che risiede quel nutrimento che, solo, ristora, sostiene e salva l'umana esistenza, secondo le parole a cui Mozart, nell' "Ave Verum", ha dato suono ed espressione:

"Ave, Verum Corpus natum de Maria virgine:

vere passum immolatum in cruce pro homine;

cuius latus perforatus unda fluxit et sanguine.

Esto nobis praegustatum in mortis examine".

Anonimo ha detto...

io non ho la vostra cultura... posso solo dire che in troppe chiese moderne entro e cerco cerco e ricerco il tabernacolo per inginocchiarmi e salutare il Santissimo ma con stupore lo vedo defilato in un angolino in un'altra stanza non al centro della Chiesa... non come padrone di casa nè come ospite di riguardo... come ingombro fastidioso. All'ultimo funerale sono entrata e c'era un'altra stanza in cui ho intravisto il tabernacolo... la chiesa enorme con dietro l'altare vuoto... mi ha fatto una pessima impressione. Sembrava una chiesa protestante che resta unaltra cosa da una chiesa cattolica. La differenza c'è è immensa.