giovedì 14 febbraio 2019

La scienza e il mondo invisibile negli scritti di un astrofisico cristiano

Arthur Stanley Eddington, oltre alla scienza, amava la filosofia e la teologia ed era cristiano. La sua fede è espressa anche in un libro, La scienza & il mondo invisibile, ripubblicato dopo 70 anni dall'editore Ares, per ricordare il centenario della scoperta dell'astrofisico inglese, che in un’epoca dominata, filosoficamente e politicamente, dal materialismo, osava scrivere: «L’universo ha come natura il pensiero di uno Spirito universale. Detto brutalmente: la sostanza del mondo è la sostanza mentale».

Cento anni fa, fotografando e studiando sull’Isola del Principe l’eclisse solare del 29 maggio 1919 Sir Arthur Stanley Eddington dimostra sperimentalmente che Albert Einstein ha ragione.
Riassume così l’astrofilo Gianfranco Benegiamo:
“La mattina del 7 novembre 1919 Albert Einstein si svegliò a Berlino, dove aveva preso sonno la sera prima come lo sconosciuto direttore quarantenne dell’Istituto di Fisica Kaiser Wilhelm, senza immaginare che da lì a poco sarebbe diventato un personaggio popolare. Il nome dello scienziato tedesco era circolato sino a quel momento tra gli addetti ai lavori nel campo della fisica teorica, soprattutto per le bizzarre conseguenze astrofisiche derivanti dalle sue teorie, ma era completamente sconosciuto al grande pubblico e totalmente ignorato dai mezzi d’informazione.
L’annuncio dato il giorno prima a Londra, nel corso della riunione congiunta di Royal Society e Royal Astronomical Society, riguardante la conferma sperimentale dell’effetto esercitato dal campo gravitazionale sulla direzione di propagazione della luce, fu amplificato dai giornali pubblicati sulle rive opposte dell’Oceano Atlantico che in tal modo consegnarono Einstein alla fama mondiale…
L’analisi delle fotografie riprese pochi mesi prima (da Eddington, ndr), per determinare come varia la posizione delle stelle più vicine al disco solare durante un’eclisse totale, condizionò il successivo sviluppo della fisica anche se forse poggiava più sulla totale fiducia di Arthur Stanley Eddington nella nuova teoria che sulla reale affidabilità dei dati raccolti”.
Chi è Arthur Stanley Eddington? Plumian Professor di Astronomia e di Filosofia sperimentale all’Università di Cambridge e membro della Royal Society d’Inghilterra, è stato il massimo astrofisico del Novecento.
È infatti tra coloro che hanno avviato gli studi sulla nucleosintesi e sull’evoluzione stellare; è stato maestro di George Eduard Lemaitre, il sacerdote belga padre del Big bang; ha dimostrato, nel 1919, come si è già detto, la relatività generale di Einstein.
Lo troviamo dunque protagonista, tra le altre cose, delle tre grandi «novità» di inizio Novecento: lo sviluppo dell’astrofisica; la teoria dell’«atomo primordiale», detta anche Big bang; la relatività, che fu tra i primissimi a comprendere e a divulgare.
L’astronoma italiana Patrizia Caraveo ha scritto di lui: «L’antologia dei più importanti lavori pubblicati in campo astronomico tra il 1900 e il 1975 contiene ben sei articoli di Eddington contro i quattro di Einstein e Hubble. Nessuno lo supera e nessuno lo eguaglia, solo a lui è stato riconosciuto il privilegio di aver scritto sei contributi fondamentali per lo sviluppo dell’astrofisica».
Ebbene Eddington amava, oltre alla scienza, la filosofia e la teologia, come tutti i giganti di Cambridge prima di lui: Isaac Newton, Michael Faraday e James Maxwell.
E come loro professava apertamente, seppure con discrezione, la sua fede, espressa anche in un libro, La scienza & il mondo invisibile, che l’editore Ares ha appena ripubblicato, dopo 70 anni, per ricordare il centenario della scoperta dell’astrofisico inglese che, in un’epoca dominata, filosoficamente e politicamente, dal materialismo, osava scrivere: «L’universo ha come natura il pensiero di uno Spirito universale. Detto brutalmente: la sostanza del mondo è la sostanza mentale».
Fonte

37 commenti:

Anonimo ha detto...

Oggi, oltre a San Valentino, celebriamo i Santi Cirillo e Metodio, patroni d'Europa che ci ricordano le nostre comuni radici cristiane

Catholicus ha detto...

Bellissimo libro, che ho letto tanti anni fa, in gioventù, quando la filosofia della scienza mi appassionava molto (sempre come dono di Dio, avvicinamento alla Verità tutta intera). Lo consiglio vivamente a tutto

Anonimo ha detto...

Non voglio polemizzare, ma solo condividere una riflessione: distinguere i piani senza confonderli (natura e soprannatura, creato e increato) abbisogna che la conoscenza intelligente (delle menti più straordinariamente dotate) sappia accogliere ed accettare la conoscenza "per grazia" (possibile anche e soprattutto ai piccoli, spesso ignoranti nel senso del loro cursus studiorum).
La seconda è vera, per quanto ritenuta illusoria da chi pensa che si possa conoscere per sforzo, per merito e per ragionamento (tipica dei dotti e dei sapienti) anche per le cose di Dio.
Chi pretende di razionalizzare tutto, rischia di impedire a Dio di usare altri mezzi e strade per farsi conoscere, modalità in cui l'uomo è del tutto passivo (ad esempio i sogni di San Giuseppe, derubricati da ogni approccio psicanalitico).

Dio invece si fa prossimo trascinando l’uomo là dove Egli sta (in Cielo), rispettandone l’alterità, senza confondere le rispettive identità (Dio è Dio e l’uomo una creatura, per quanto speciale). La relazione NON è “alla pari”.

Il big bang (che prevede l'esistenza di un Creatore) non è meno inadeguato a comprendere la creazione (il passaggio dal nulla all'essere) di quanto possa esserlo la teoria di Hawking in cui lo spazio e il tempo potrebbero definire una superficie chiusa senza confini: il ruolo di Dio in questo caso potrebbe ridursi a zero. Dovremmo allora preferire il big bang solo perché esso “salva Dio dall’inutilità"?
Siamo noi a dover "salvare Dio" dalla scienza umana? Strizziamo l'occhio all'evoluzionismo perché la scienza ne fa un idolo e dunque ci arrampichiamo sugli specchi di una possibile composizione di Darwin con la Bibbia?

Il sacrificio richiesto alla mente umana che vuole discutere teologicamente di Dio è invece la kenosis, l'abbassamento, lo svuotamento. Il big bang è davvero poca cosa, anche scientificamente, rispetto al racconto della creazione.

fabrizio giudici ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
fabrizio giudici ha detto...

OT Francesco ha appena nominato il card. Farrell camerlengo: la lobby gay conquista un'altra posizione. Qualcuno potrebbe, se vuole, riassumere brevemente che poteri concreti ha il camerlengo durante una sede vacante?

fabrizio giudici ha detto...

Ok, praticamente m'ha risposto Tosatti...

http://www.marcotosatti.com/2019/02/14/kevin-farrell-nominato-camerlengo-i-protetti-di-mccarrick-fanno-carriera/

Saudade ha detto...

"Quando non sarai più parte di me ritaglierò dal tuo ricordo tante piccole stelle, allora il cielo sarà così bello che tutto il mondo si innamorerà della notte".
(William Shakespeare, Romeo e Giulietta)

irina ha detto...

wikipedia:

Kevin Joseph Farrell (Dublino, 2 settembre 1947) è un cardinale e vescovo cattolico statunitense, di origine irlandese. Dal 15 agosto 2016 è prefetto del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita e dal 14 febbraio 2019 camerlengo di Santa Romana Chiesa. ...


Nato 2 settembre 1947 (71 anni) a Dublino
Ordinato presbitero 24 dicembre 1978 dal cardinale Eduardo Francisco Pironio
Nominato vescovo 28 dicembre 2001 da papa Giovanni Paolo II
Consacrato vescovo 11 febbraio 2002 dal cardinale Theodore Edgar McCarrick
Creato cardinale 19 novembre 2016 da papa Francesco


Genealogia episcopale

...
Papa Pio X
Papa Benedetto XV
Papa Pio XII
Cardinale Francis Joseph Spellman
Cardinale Terence James Cooke
Cardinale Theodore Edgar McCarrick
Cardinale Kevin Joseph Farrell

irina ha detto...

"... Il big bang è davvero poca cosa, anche scientificamente, rispetto al racconto della creazione."

Grazie.

Anonimo ha detto...


Eddington era quacchero - Notazione critica sulla relatività generale

Ares ha fatto bene a ripubblicare il vecchio libro di Eddington, autore che offre sempre ampi spunti di riflessione. Era "cristiano" più precisamente quacchero. La sua concezione della divinità ("sostanza pensante") risentiva probabilmente del deismo (ancora) diffuso nell'ambiente protestante di allora. Cercherò di procurarmi il libro (ne ho letti altri di Eddington).
Circa il famoso esperimento del 19 all'isola di Principe bisogna dire che inizialmente c'era una certa perplessità nel mondo scientifico britannico, derivante dal fatto che una sola fotografia mostrava la deviazione della posizione della luce delle Iadi. Bastava una sola foto? Ci si dice che esperimenti successivi hanno confermato la foto del 19. Ho letto che il campo gravitazionale del sole devierebbe anche onde radio insomma tutte le onde elettromagnetiche che vi passano vicino. Ma come sapevano che la posizione delle Iadi non era quella della perpendicolare? In base a foto precedenti prese, se mi ricordo bene, in Inghilterra, non a Principe, luogo inospitale (controllare questo dato).
La "deflection" della luce delle Iadi dimostrerebbe la validità della relatività generale ossia della teoria della gravitazione di Einstein. E perché? Perché la deviazione dimostrerebbe che lo spazio è curvo, come suppone la teoria di Einstein, secondo la quale la forza di gravità non agirebbe instantaneamente (Newton) nel vuoto ma sarebbe una modificazione nella geometria dello spazio curvo costituito dalla materia-energia che riempie secondo lui l'universo.
Ma riflettiamo. Le Iadi sono un conglomerato di stelle che dista 153 anni luce da noi. In un anno luce la luce fa 9, 46 trilioni di km (Wkp). Togliendo i 150.000 km che ci separano dal sole, resta che la luce delle Iadi deve aver viaggiato in linea retta per tutta questa mostruosa distanza prima di raggiungere il sole; in linea retta, altrimento non ci sarebbe stata la deviazione provocata dal campo solare. Deviata attorno al sole, l'immagine è poi giunta a noi sulla terra viaggiando sempre in linea retta (se non in linea retta, nemmeno ci sarebbe giunta). Ergo: la foto del 19 dimostra caso mai che "è curvo" lo spazio attorno al sole, dove c'è il campo gravitazionale, non (tutto) lo spazio come tale.
Questa è una critica alla dimostrazione della validità della teoria einsteiniana. Se la critica è sbagliata, mi piacerebbe che qualcuno mi dimostrasse dove sbaglio.
Altro punto, più generale: si sostiene ormai da tutti che lo spazio "è curvo" ma si continua a ripetere che la luce viaggia in linea retta nel vuoto. Lo spazio è curvo perché è pieno, evidentemente (Einstein nega il vuoto). Allora come mai la luce continuare a viaggiare nel vuoto e in linea retta? Non dovrebbe subire continue variazioni a causa della struttura (supposta) curvilinea dello spazio cosmico, costituito da giganteschi "campi" di energia?
PP

Anonimo ha detto...


ERRATUM

Nel mio intervento per errore ho scritto 150.000 km la nostra distanza dal sole, invece
di 150 milioni di km, distanza media comunemente accettata.
Si digita sempre in fretta.
Grazie.
PP

bedwere ha detto...

Presi trenta e lode all'esame di relativita`, ma sono passati molti anni. Secondo Einstein La luce viaggia su una geodetica nello spazio-tempo (che ha quindi 4 dimensioni). In uno spazio-tempo piatto la geodetica e` una retta. In uno spazio-tempo curvo, no. Ad esempio, sulla superficie di una sfera la geodetica e` un cerchio massimo. Quando la distribuzione di massa (o energia) e` complicata, la curvatura e` maggiore vicino alle concentrazioni di massa, piatta altrove. Questo significa che la luce viaggia praticamente in linea retta lontano da grandi concentrazioni di massa, ma lungo una curva vicino a queste. Supponendo che non ci siano concentrazioni di massa considerevoli nel tragitto della luce dalle Iadi alla terra, si puo` calcolare, al momento dell'eclissi l'angolo tra la posizione prevista con la meccanica classica e quella con la meccanica relativistica.
Ora spostiamo l'attenzione sula curvatura dello spazio lontano da concentrazioni di massa. Abbiamo supposto che lo spazio tempo fosse piatto e per il calcolo di cui sopra e` un'approssimazione valida. Se pero` guardiamo a scale piu` grandi, cosmologiche, lo spazio tempo 4-dimensionale e` sferico, parabolico, iperbolico a seconda della massa-energia totale in comparazione con la velocita` di espansione.
Spero di aver ricordato meno. Accetto correzioni da fisici teorici!

fabrizio giudici ha detto...

@PP

Il campo gravitazionale esiste ovunque, non solo in prossimità del Sole: ma, decrescendo con il quadrato della distanza, diventa molto piccolo nei punti dello spazio lontani da masse cospicue. Quindi lo spazio è sempre incurvato, secondo la relatività generale, semplicemente lo è in modo evidente vicino a una grande massa e in modo impercettibile in altri punti.

L'esperimento di Eddington comunque è solo uno dei primi (e quello che rese fama ad Einstein) tra moltissime conferme che la relatività generale ha avuto. Per esempio, che il tempo scorra a velocità diverse in funzione del campo gravitazionale è già evidente nei dintorni della Terra: i satelliti GPS, che orbitano a qualche decina di migliaia di chilometri dalla superficie della Terra, sperimentano un tempo che scorre più lentamente di qualche microsecondo al giorno rispetto al tempo sulla superficie terrestre; se i sistemi GPS non tenessero conto di questo fenomeno, la precisione dei dispositivi, anziché di alcuni metri, sarebbe di qualche chilometro (praticamente sarebbero inutili).

La luce va sempre in linea retta... solo che una retta in uno spazio curvo... è curva. Ammetto di avere qualche difficoltà a spiegarlo in modo intuitivo, essendo condizionato dal fatto di aver imparato questa cosa sotto forma di equazioni matematiche.

La relatività generale è un modello ben collaudato. Tuttavia è un modello, non è la realtà, e può essere falsificato in ogni momento da un ipotetico esperimento "dissonante". Può anche essere che ad un certo punto arrivi qualcuno che, senza cambiare le equazioni, dia un'interpretazione del modello diversa da quella che abbiamo oggi. Per esempio, alla base di quanto ho scritto prima sta la concezione del tempo: la fisica lo può misurare, ma non lo interpreta.

Anonimo ha detto...


Ringrazio per gli stimolanti interventi e rispondo (non a tutto ma) ponendo alcune domande.

-- Tesi : Lo spazio è incurvato ovunque perché il campo gravitazionale esiste ovunque; solo, in certe sue parti tale campo è debolissimo. Allora: è talmente debole da non poter permettere di parlare di spazio "curvo" come concetto generale?

Il concetto dello spazio curvo, come l'ho capito io da Einstein, è quello di uno spazio incurvato dalla disposizione delle masse di energia disposte a loro volta intorno ad un corpo solido, in realtà una stella. La solidità può essere anche quella della materia gassosa che costituisce la stella. Insomma, la curvatura presuppone sempre una massa, come quella di una stella, che provoca la curvatura dello spazio nel quale si trova l'energia che la circonda. Ora, questa curvatura così provocata sino a che distanza si può pensare che giunga? All'infinito, non può essere. Ci deve essere una proporzione e quindi un limite.

La stella più vicina al sole è la Proxima Centauri, distante 4,2 anni luce, una nana rossa visibile solo dall'emisfero sud, del diametro di soli 201,550 km. Tra il nostro sistema solare e questa stella ci sono circa 40.000 miliardi di km, se non erro. Vi si debbono trovare raggi cosmici, X, detriti celesti, polvere cosmmica. E questi materiali liberi sono distribuiti con densità tale da "incurvare" lo spazio che occupano, ammettendo per ipotesi che essi occupino tutti i 40.000 miliardi di km?
INoltre: il sole si limita a far deviare l'energia che gli passa nel campo gravitazionale suo. Come potrebbe, la Proxima Centauri, sette volte più piccola del
sole, incurvare con la sua piccola massa uno spazio incomparabilmente più vasto, quello che la separa dal sole?
Se la curvatura dello spazio dipende sempre non dallo spazio in sé ma dalla massa della stella sottostante, per così dire, ed è legata a questa massa, spazi interstellari di gigantesche ampiezze, come fanno ad esser "curvi"? Non manca loro il presupposto stesso della curvilineità?
[A latere: non dimentichiamo il paradosso che affligge la fisica contemporanea sullo spazio, richiamato anche da Carlo Rovelli: la meccanica quantistica si svolge sempre in uno spazio euclideo (flat ossia piano, piatto e vuoto) mentre la meccanica relativistica in uno curvo e pieno. I due spazi si escludono a vicenda. Ma lo spazio è uno solo, questo è il punto. Com'è allora, lo spazio?].
Grazie dell'attenzione, PP

Anonimo ha detto...

la fisica lo può misurare, ma non lo interpreta.

l'anima lo interpreta (?) lo spirito lo misura e lo interpreta (?)

Anonimo ha detto...

La struttura del linguaggio umano è diversa da quella di ogni altro animale. Per questo motivo la neurolinguistica è oggi una delle discipline più studiate nell’ambito delle neuroscienze. Molte sono le domande che si affollano: la struttura del linguaggio è convenzionale e arbitraria o segue una guida biologicamente determinata? Che cosa sappiamo della relazione tra grammatica e cervello? Che cosa accade al suono delle parole, quando il linguaggio rimane nella mente?
A parlarne sarà Andrea Moro, professore di linguistica generale alla Scuola Superiore Universitaria IUSS Pavia dove ha fondato il centro di ricerca in Neuroscienze, epistemologia e sintassi teorica.
Per saperne di più: https://www.brainforum.it/appuntamento/dalle-lingue-impossibili-al-suono-del-pensiero-un-viaggio-nella-neurolinguistica/

fabrizio giudici ha detto...

All'infinito, non può essere.

Il modello dice di sì (come anche altri campi), il campo si estende all'infinito. Dopodiché uno dovrebbe verificare il modello, ma ad un certo punto l'intensità del campo cade sotto alla soglia misurabile (come tutte le grandezze fisiche): dunque ad un certo punto diventa impossibile dimostrare sperimentalmente che esiste un residuo di campo, pur se la teoria lo prevede.

E ci risiamo: la scienza misura, non interpreta. Ma non solo.

Come dice lei, la relatività è incompatibile con la meccanica quantistica e viceversa, e infatti da tempo i fisici sono al lavoro per trovare una "super" teoria che includa entrambe. Per ora non ci sono riusciti. Il che è un problema anche per la sua domanda: infatti, secondo alcuni, per analogia il campo gravitazionale dovrebbe/potrebbe avere una natura duale, così come quello elettromagnetico (fotone/onde). È stata formulata l'ipotesi di una particella "analoga" al fotone, che verrebbe chiamata gravitone. Se esistesse davvero, implicherebbe l'intensità minima di un campo gravitazionale (così come il fotone implica l'intensità minima di un campo elettromagnetico). Ma non c'è nessuna verifica sperimentale della sua esistenza e, per quanto ne so, pure le formulazioni teoriche sono ancora ballerine.

E quindi per il momento non credo ci siano risposte soddisfacenti alla sua domanda.

Mi ricollego alle mie osservazioni di qualche tempo fa: visto che si tratta di un mondo in divenire, dove ancora molte risposte fondamentali mancano, dove è scontato che si dovranno proporre nuovi modelli che potrebbero suggerire nuove interpretazioni: davvero dobbiamo dedicare a queste cose tante attenzioni teologiche?

irina ha detto...

davvero dobbiamo dedicare a queste cose tante attenzioni teologiche?

No,se la teologia volesse, seriamente, meditare, con umiltà, i Testi Sacri. Senza infingimenti e senza che il teologo xy di turno tessa i suoi pensieri intorno all'oggetto della sua meditazione torcendolo ad essi, cioè alla sua filosofia.

bedwere ha detto...

Per esser precisi e` lo spazio-tempo che e` curvo, non lo spazio solo.
Un paradosso famoso della relativita` generale riguarda la percezione del tempo.
Un osservatore in caduta libera in un buco nero vive (ammesso che sopravviva alle forze mareali) l'esperienza in un tempo finito.
Un osservatore situato lontano misura che la caduta dell'altro dura un tempo infinito.

Anonimo ha detto...


Perché dedicare a queste cose tante attenzioni teologiche?

Leggo: perché coinvolgere la teologia nelle dispute sulle verità spesso caduche della scienza?
Ci sono vari aspetti da considerare.
1. Le verità della scienza contribuiscono a creare l'immagine fisica del mondo, che a sua
volta influisce sulle verità della religione. E difatti i pensatori cattolici capaci di cimentarsi con la filosofia e la scienza del loro tempo, come san Tommaso, per esempio, non hanno mai rifiutato la discussione con la filosofia, che allora comprendeva anche la scienza della natura. Averroè interpretò Aristotele materialisticamente, costruendo una sorta di panteismo nel quale spariva l'anima individuale. Gli Averroisti, in Occidente, se ne servivano per negare l'immortalità dell'anima. S. Tommaso, li confutò, rivalutando l'Aristotele positivo, per così dire, contro quello negativo di Averroè. Negare su base filosofico-scientifica l'immortalità dell'anima individuale, perchè non esisterebbe un'anima individuale ma solo una sorta di anima mundi, incide profondamente su un articolo fondamentale della nostra fede. Ecco quindi la necessità di studiare e replicare.
2. Oggi la scienza viene usata per asseverare l'inutilità della religione, visto che certe sue verità, proclamate come dogmi, sarebbero incompatibili con la visione della natura, come professata dalla scienza, che si pretende esatta. Usando impropriamente la meccanica quantistica si vuol negare l'esistenza della sostanza dei singoli enti, ciò per cui un ente è ciò che è e non è altro da sé. Einstein era ateo nel senso di Spinoza, si proclamò più volte spinoziano. L'universo curvo illimitato ma finito da lui postulato, non presuppone un Creatore né un aldilà, realtà che Einstein apertamente disprezzava. Ora, Einstein arrivò a questa concezione dell'universo ( e dello spazio) non per motivi religiosi, ovviamente, ma sviluppando una certa problematica scientifica anteriore. Ma ne trasse conseguenze importanti anche sul piano religioso, in negativo, di fronte alle quali non possiamo restare indifferenti.
3. C'è poi l'aspetto propriamente conoscitivo, teoretico, che spinge ognuno di noi a voler sapere come effettivamente stanno le cose. Ma sulla legittimità di questa ricerca penso siamo tutti d'accordo. Porre domande, a questi scienziati. P.e.: come fa il "campo" ad estendersi all'infinito se l'universo viene considerato finito, sferoide illimitato (come appunto la superficie di una sfera) ma come una sfera finito (e se è finito, fuori che c'è?). Ed è metodologicamente corretto spiegare le cose in questo modo: empiricamente (intuitivamente) non possiamo dimostrare la realtà dello spazio-tempo (che il tempo sia una "quarta dimensione"), lo dimostrano però le nostre formule matematiche. Ma una dimostrazine matematica non è ancora LA dimostrazione. Non bisogna dimostrarne la sua effettiva rilevanza fisica?
PP

Anonimo ha detto...


Un osservatore situato lontano da uno che sta cadendo in un buco nero, ha
l'impressione che il tempo della caduta sia infinito?

E perché ce l'avrebbe questa impressione? Detto così, sinteticamente, non si capisce, il
perché.
Si tratta comunque di un paradosso, di un c.d. "esperimento mentale", una specialità di Einstein.
E l'osservatore "lontano" quanto dovrebbe esser lontano, rispetto a un "buco nero" cioè a una stella collassata la cui densità si suppone altissima?

bedwere ha detto...

E` perche' lo spazio-tempo e` deformato sempre di piu` vicino al buco nero.
Per andare nei dettagli bisogna sapere la massa del buco nero, da cui dipende il raggio di Schwarzschild. Questo e` il raggio oltre al quale la luce non puo` uscire.
Se una fa i conti per un osservatore in caduta libera con un orologio, ottiene un tempo finito. Se c'e` un altro osservatore situato a distanza di sicurezza (diciamo, un milione di raggi di Schwarzschild) per lui lo spazio-tempo e` praticamente piatto. Vede il primo cadere in un tempo infinito per come le informazioni sulla caduta giungono a lui tramite radiazione elettro-magnetica (tra cui la luce).
Questi sono risultati teorici che si ottengono risolvendo le equazioni di Einstein, pero` sono stati confermati con esperimenti veri: orologi sincronizzati che non sono piu` tali quando per uno varia il campo gravitazionale.

irina ha detto...

San Tommaso pregava, si concentrava, meditava, contemplava. Inoltre prima di studiare era solito pregare.

Personalmente non mi interessano gli avanzamenti o gli arretramenti della scienza con la quale non mi sento, né in conflitto, né superiore, né inferiore. Mi interesserebbe avere una comprensione sufficiente della Fede Cattolica nella quale sono certa che è possible trovare,per Grazia, le risposte ai nostri perché. Mi manca la santità. Questo è il punto. Siamo più interessati alla nostre scoperte che all'Amor di Dio.
Credo che la vita UMILE, preghiera UMILE studio UMILE esposizione UMILE, di San Tommaso proprio perché si concluse con la grande visione che lo ammutolì è per noi d'esempio, perché indica la Via da seguire verso la VERITA', che può essere mostrata per Grazia a chiunque ami Dio con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutta la volontà.

irina ha detto...

S. Tommaso, li confutò, rivalutando l'Aristotele positivo, per così dire, contro quello negativo di Averroè.

Sono certa che questa rivalutazione di Aristotele, che sulla sua parola prendo per vera, da parte di San Tommaso è stata possibile per tutta una serie di sue virtù che lo rendevano capace di estrarre da Aristotele il meglio; meglio che era conforme alla sua purezza di seguace totale di Nostro Signore Gesù Cristo.

Mediamente ci muoviamo primo, per amor nostro, amor proprio; secondo, se va bene, per Amor di Dio. Con Lui a nulla vale fingere un amore che non c'è.

Sono certa che tutte le manifestazioni celesti si sono rivolte ai semplici, perchè evidentemente, conoscendo, l'essere umano rischia di perdere e perde il 99,9% della semplicità, insuperbendo.

Anonimo ha detto...


Sugli esperimenti mentali di Einstein

Se (vedi Wkp) il "raggio di Schwarzschild" è in ipotesi di circa 3 km, come quello del sole, l'osservatore posto "a distanza di sicurezza" (per restare nell'esempio) si troverebbe a 1 milione di raggi di S. e quindi a 3 milioni di km dall'evento. In questo caso, mi chiedo: che cosa vedrebbe? Lo vedrebbe un oggetto o un'astronave entrare/cadere nel c.d. "buco nero"?
Secondo me, non vedrebbe niente, data la distanza.

In ogni caso, la supposta immagine dell'stronave cadente nel buco nero non dovrebbe arrivare all'immaginario osservatore alla velocità della luce? Se vedo qualcosa, lo vedo tramite un'immagine che mi viene portata dall'esterno alla velocità della luce, cui si aggiunge, o sottrae, dentro la mia testa, la velocità con la quale il mio cervello la elabora, riproducendola nella retina. Ma la velocità della luce non è infinita. Quindi, perché la teoria utilizza qui lá nozione dell'infinito?
Circa la verifica sperimentale, non bisognerebbe considerare bene che cosa si intende con "orologi", in questo caso?

fabrizio giudici ha detto...

Circa la verifica sperimentale, non bisognerebbe considerare bene che cosa si intende con "orologi", in questo caso?

È quello che sto cercando di dire da qualche commento. La verifica sperimentale è che tutti i fenomeni che evolvono nel tempo (p.es. la frequenza di risonanza di un atomo di un orologio atomico) appaiono rallentati all'osservatore. Dunque, questa è una misura. Siccome si parte dal _presupposto_ che quei fenomeni dovrebbero svolgersi sempre nello stesso modo, si deduce per forza che è "il tempo" a cambiare. Questo può essere vantaggioso per formulare un modello elegante, ma che sia la corretta interpretazione della realtà è tutto da dimostrare. Faccio presente che anche la costanza della velocità della luce indipendente dal sistema di riferimento è un'ipotesi di lavoro, che si rivela vincente, ancora dal punto di vista della formulazione di un modello elegante, ma di cui non viene assolutamente data una spiegazione.

Gli effetti di quello che succederebbe nei dintorni di un buco nero sono visibili anche a grandissime distanze, se p.es. provocano la generazione di onde radio di un certo tipo. Si possono misurare anche dalla terra. Però, come il commentatore precedente ha sottolineato, nessun essere umano è in grado di sperimentare su di sé, direttamente, gli effetti del buco nero (e quasi certamente non potrà mai, buona parte di quegli esperimenti mentali - che non disprezzo in sé - rimarranno per sempre tali), così come anche le conseguenze più semplici della relatività generale (p.es. il viaggio su un mezzo di trasporto velocissimo, tale da manifestare gli effetti relativistici). Ora, questo per uno scienziato materialista non fa differenza, perché per lui l'uomo è semplicemente materia che evolve secondo le leggi fisiche: per lui è scontato che l'essere umano subisca le stesse conseguenze dell'atomo risonante. Ma noi sappiamo che non è così, tuttavia cosa si può rispondere in questo caso se non contestare la visione materialista di base?

@PP
Ma una dimostrazine matematica non è ancora LA dimostrazione. Non bisogna dimostrarne la sua effettiva rilevanza fisica?

Appunto. Ci stiamo dicendo che la rilevanza fisica - io preferisco parlare di interpretazione corretta dei fenomeni - la scienza non è in grado di darla e che, per sua stessa bocca, due teorie "mainstream" sono ad oggi incompatibili tra di loro. Perché dovremmo già sbilanciarci in interpretazioni metafisiche, se le cose non sono consolidate?

(segue)

fabrizio giudici ha detto...

(seguito)


Abbiamo già vissuto momenti simili (non all'epoca di san Tommaso, quando la scienza non era separata dalla metafisica): stiamo parlando di relatività e quantistica, ovvero due modelli che hanno rottamato la cosiddetta fisica classica. Nell'ottocento la fisica classica pareva consolidata, tanto che qualcuno diceva che ormai c'era ben poco da scoprire. Rimaneva, p.es., determinare qualche proprietà specifica dell'"etere luminifero", una cosa ipotetica necessaria al sostentamento dei modelli classici dell'elettromagnetismo. Gli scienziati erano sicuri che esistesse, peccato poi che il tentativo di misurare le sue proprietà aprì al pensiero che in realtà quella cosa non esiste affatto, e arrivò Einstein con la relatività ristretta. Oggi l'ipotesi dell'etere luminifero fa ridere, ma all'epoca fior di scienziati ci credevano. La Chiesa avrebbe dovuto impegnare alcuni teologi sulle conseguenze culturali di quella scienza? Faccio presente che all'epoca la scienza portava a credere nel determinismo più totale; un secolo dopo avrebbe iniziato a parlare dell'esatto contrario, ovvero del "caso". Io li chiamo sbandamenti. Se la scienza ha preso clamorosi granchi nell'ottocento, perché non potrebbe prenderne ancora? E dunque se le andiamo dietro, non rischiamo figuracce?

Concludo ricordando alcuni pensieri della Hack (mi pare: roba letta molto tempo fa, dovrebbe essere in "L'universo alle soglie del 2000", ma non lo trovo più): riteneva certe ipotesi cosmologiche come quelle di Hawking "metafisica" (detto in senso dispregiativo), perché difficili da dimostrare, se non impossibili, con l'evidenza sperimentale. Effettivamente... Per non parlare dei multiversi. Non penso che dobbiamo inseguire queste speculazioni, fintanto che rimangono in questo stato.

irina ha detto...

"... certe ipotesi cosmologiche...difficili da dimostrare, se non impossibili, con l'evidenza sperimentale...Non penso che dobbiamo inseguire queste speculazioni..."

A mio parere noi non dobbiamo proprio speculare; dobbiamo seguire la via di San Tommaso, fondata sull'Amor di Dio, la preghiera, lo studio amoroso volto a conoscere meglio Dio per poterlo amare di più e farlo comprendere meglio agli altri, questo compiuto in libertà ed onestà interiore. Da asceti. Da santi. Tutto questo Tommaso iniziò a praticarlo da bambino e quando fu adolescente, non solo gli era chiaro cosa fare ma, ebbe la forza di seguire la sua strada a dispetto degli ostacoli che la sua stessa famiglia gli pose. Se la libertà dell'uomo è pura, onesta, sincera, la Grazia comincia da subito ad andargli incontro.
Della grande visione finale a lui donata, nulla sappiamo e lui stesso non poté dirne nulla, forse l'immensità, lo splendore, la semplicità, chissà? Sono certa che la nostra strada è questa, pregando il Signore Nostro Gesù Cristo di donare visioni, a chi ritiene degno, più contenute. Non credo che queste visioni abbiano bisogno di alcuna dimostrazione, la loro Verità si imporrà semplicemente, ah, vedi! Il mistero manifesto.

Anonimo ha detto...


Replica

--tutti i fenomeni etc, "appaiono rallentati all'osservatore, dunque questa è una misura".
Ben detto, mi permetto di sottolineare. Rallentati per noi per via del tempo che la luce impiega a farci pervenire l'immagine di questi fenomeni di risonanza etc? La luce del sole impiega 8 min. circa per raggiungerci, noi vediamo sempre il sole di 8 minuti prima, quindi 'ritardato' rispetto a quello che è effettivamente? Ma allora ciò che rallenta non è il tempo se il rallentamento o ritardo dipende dal nostro modo di percepirlo o in definitiva di misurarlo. Il tempo è la durata immutabile, sempre uguale a se stessa; siamo noi che lo acceleriamo o rallentiamo, ma dal nostro punto di vista soggettivo. Il tempo è una cosa, lo strumento o il mezzo con cui lo misuriamo, un'altra.

-- FG e Irina: se sant'Agostino e san Tommaso avessero ragionato come voi in questo commento, non avrebbero scritto una riga di tutte le loro controversie e di tutti i loro scritti filosofici, molti dei quali ancora attualissimi (prescindo da quelli teologici).
Lfa famosa visione finale fu data a san Tommaso forse proprio in premio della sua indefessa e imponente opera di tutta la sua vita in difesa della verità e della rivelazione.
Quella visione, non gli dimostrava l'inutilità della sua opera teologico-filosofica: pur sbalordendolo (è ovvio) gli mostrava, per Grazia divina e per prepararlo degnamente alla morte vicina, che il Soprannaturale, nel quale sarebbe entrato poco dopo (riteniamo), esisteva proprio come sostenuto dalla Chiesa e da lui Tommaso nella sua opera. Rispetto alla visione diretta della Verità come appare nel suo splendore ultraterreno, quale opera umana non è "di paglia"?

Nella Genesi, Dio dopo aver creato il Mare e la Terra etc. "vide che ciò era buono". La bontà della creazione significa anche la sua razionalità, evidente nell'ordine che la ispira e anche nella sua compiutezza e bellezza. Ora, criticando le concezioni sempre più stralunate della fisica contemporanea, non difendiamo anche l'ordine razionale del mondo, così voluto da Dio? Voglio dire che è un'esigenza della nostra natura razionale difendere con il pensiero l'ordine del creato, stabilito da Dio, contro una visione del mondo che esclude ogni creazione divina e inclina ad una visione talmente "controintuitiva" da apparire incomprensibile. Già nel suo concetto di base: che l'ordine che pur si vede nella natura sarebbe nato per c a s o ovvero dal c a o s degli elementi originari, dal quale sarebbe via via nato per caso l'attuale ordine (e si fanno spallucce a quelli che oppongono a ciò l'argomento dell'inflazione statistica, credo si chiami così: ci sarebbero voluti non so quanti milioni di anni solo per comporre buttando le lettere a caso la prima riga della Divina Commedia).
--Circa la religione: non si tratta di "mettersi dietro alla scienza" ma di difendere la religione dagli attacchi velenosi e infondati di scienziati atei e miscredenti, criticando conseguentemente la visione del mondo sulla quale si basano, così come difendiamo la religione dagli attacchi dei cattivi teologi, succubi dello scientismo attuale e di altre deviazioni oggi diffuse.
PP

fabrizio giudici ha detto...

Ora, criticando le concezioni sempre più stralunate della fisica contemporanea, non difendiamo anche l'ordine razionale del mondo, così voluto da Dio?

Io credo di avere una posizione diversa da quella di Irina, che è più "tranchant". Io ho detto che dobbiamo certamente criticare le concezioni più stralunate della fisica contemporanea, però non necessariamente andando a combattere sul loro terreno: perché lì rischiamo di far la fine dei Theillard de Chardin, oppure di trovarci contrapposti frontalmente al metodo scientifico sperimentale - che in sé va bene, bisogna solo che se ne comprendano i limiti. Io credo che nel momento in cui uno scienziato quantistico viene a contestare il significato di "sostanza" bisogna rispondergli molto semplicemente: stattene nel tuo ambito di competenza, che non ti mette in grado di fare quei discorsi, perché tu puoi solo misurare le cose, non interpretarle; e soprattutto è ridicolo che tu provi a fare questa operazione nel momento in cui non hai affatto una "teoria del tutto" coerente (e questa è una critica che possiamo fare benissimo, segnando un punto con facilità).

Anonimo ha detto...


FG - sono d'accordo ma solo in parte - come replicare alla cattiva scienza (1)

Giusto dire che non dobbiamo andare a combattere sul loro terreno. Si rischia di fare la fine di Teilhard de Chardin. (Il quale tuttavia è poco considerato come scienziato, nel senso che non è preso sul serio - in effetti ha mescolato tutto in una visione pasticciata e confusa, un panteismo delirante). E che non dobbiamo trovarci contro il metodo scientifico sperimentale, cosa che sarebbe assurda e che io non cerco sicuramente di fare.

E'sui limiti che non mi trovo d'accordo, e sulla risposta da dare allo scienziato quantistico che invade il campo venendoci a dire che la sostanza non esiste (e quindi assurda è la nostra fede nella transustanziazione). Dal fatto che la sostanza secondo loro, per via del loro neo-atomismo, non esiste, giungono a negare l'esistenza di un concetto di natura come essenza delle cose, prospettiva che è alla base della negazione dell'esistenza effettiva di due sessi contrapposti e complementari e di tutte le aberrazioni che conosciamo, sino alle teorie gender et similia. E si potrebbe ampliare il discorso.
Di fronte a tutto questo, secondo me, non possiamo limitarci a dire: statevene nei vostri giardini e non disturbatici. Con questo loro neo-atomismo (la materia si dissolve in quanti di energia dominati dal caso) hanno distrutto tutto, la possibilità stessa di un discorso razionale. Prima ancora che la fede è l'intelligenza a ribellarsi e a voler replicare.
Ma replicare, come? Appunto nessuno pensa a mettersi a fare il fisico di complemento o lo scienziato da strapazzo, come si suol dire.
Io per me ho seguito questo metodo, giusto o sbagliato che sia. Ho cercato di studiare la nuova immagine del mondo nelle opere divulgative, tutto quello che ho trovato, sia di alto che di basso livello. Quelle di Einstein me le sono lette pagina per pagina. (Ho anche tentato con le sue memorie scientifiche, almeno la parte introduttiva). Difficili assai per me almeno, anche le opere divulgative, certo sarà per colpa dei miei limiti (non sono un matematico). Quale il criterio? Con queste opere divulgative, i Fisici ci spiegano ciò che tra loro spiegano con le famose equazioni. Perciò, devono esser in grado di spiegarci chiaramente che cosa vogliono dire, per quanto difficili siano anche questi testi divulgativi. [segue]
PP

Anonimo ha detto...


Come discutere con la scienza che pretende etc. (2) fine

Ho dovuto spezzare in due. Allora, si tratta di vedere se, nelle opere divulgative, si trovano delle contraddizioni, delle cose che non vengono spiegate bene, che restano oscure. Se ci sono, allor si possono fare delle domande, cercare di aprire un discorso partendo da qui.
Certo, le oscurità possono dipendere dal lettore, da me stesso. Pazienza, si tratterà di capire di chi è la colpa.
Seguendo questo metodo non mi sembra di invadere il campo degli scienziati. Un criterio base del metodo adottato è il seguente:
la spiegazione divulgativa deve restare sempre nel campo divulgativo, per essere coerente.
Voglio dire: se questa spiegazione arriva ad un punto decisivo, difficile da spiegare, e, invece di riuscire a chiarirlo, mi rinvia alle (per me impenetrabili) equazioni delle memorie scientifiche, allora io sento qui puzzo di bruciato, per così dire. In che senso?
Nel senso che la verità sostenuta nell'equazione non riuscendo a trapassare in una chiara dimostrazione divulgativa, è verità solo matematica e non ancora fisica ossia non provata come fisica.
Questo il criterio base, che mi sembra corretto. Ma posso portare esempi di quanto dico? Credo di poterne portare due. Li accenno solamente, perché si sta facendo tardi, sono stanco e non voglio abusare della generosità di Mic.

1. Il premio NObel fisico teorico Steven Weinberg, in 'The First Three Minutes etc.', Basic Books 1993, ed. migl., scrive che per mantenere il principio che non esiste in natura una velocità più alta di quella della luce, Einstein, nella teoria della relatività speciale, ha alterato le regole dell'addizione delle velocità, nel senso, se ho capito bene, che, per quanto tu voglia sommarle, deve restare sempre un totale inferiore alla velocità della luce (ci troveremmo allora di fronte ad un postulato arbitrariamente posto?, dico io). Questo, a proposito della velocità relativa delle Galassie nell'espansione dell'universo (op. cit. pp. 24-25).
2. Nella sua eccellente introduzione all'antologia di Einstein, intitolata: "Einstein e la relatività", il prof. S. Bergia, scrive a p. 97, parlando della relatività della lunghezza di un oggetto in moto: "...si viene necessariamente a far dipendere la nozione di lunghezza di un oggetto in movimento dalla nozione di simultaneità. [ E come? ma qui rinvia alle equazioni] Non svilupperemo qui l'argomentazione quantitativa [matematica] con cui Einstein può a questo punto dimostrare che, a causa di ciò, vi sarà una differenza tra la lunghezza dell'oggetto in quiete e quella dell'oggetto in movimento. E'però abbastanza intuitivo che essendo la nozione di simultaneità relativa al riferimento, così sarà pure la nozione di lunghezza, che da essa dipende"(p. 97). Secondo me, qui c'è una lacuna nell'esposizione, dal punto di vista della lectio divulgativa.
PP

fabrizio giudici ha detto...

(ci troveremmo allora di fronte ad un postulato arbitrariamente posto?, dico io)

È proprio così:: nella relatività ristretta sono due, la costanza della velocità della luce indipendentemente dal sistema di riferimento e la riduzione della misura della dimensione di un oggetto nella direzione del moto. Con questi due postulati le equazioni che descrivono i campi elettromagnetici non dipendono più da un sistema di riferimento per la misurazione e cade la necessità di etere luminifero. Semplicemente, i due postulati eliminano un problema.

irina ha detto...

Sant'Agostino ebbe la sua vita, che non fu quella di San Tommaso, e se le opere di Sant'Agostino sono ancora attuali lo sono per motivi diversi dai motivi che ci portano verso le opere di San Tommaso.Oggi buona grazia se sacerdoti, vescovi, cardinali hanno letto in maniera antologica San Tommaso. Perché? Perché Le opere di san Tommaso primo, non offrono nessun appiglio di immedesimazione al lettore; secondo, perchè sulle cime è difficile salire. Quindi la sua visione finale ha alle spalle l'Amore per Dio, che comprende la dimenticanza di sé, l'arduo allenamento quotidiano di preghiera, studio e carità spirituale. Ripeto, sono certa che queste disposizioni interiori potrebbero farci comprendere quello che non comprendiamo e/o comprendiamo solo poco poco, anzi la Grazia potrebbe donarcene visione e conoscenza. Si dimentica che questo è stato il modo in cui l'uomo di Dio ha sempre lavorato nei campi, nelle biblioteche, nelle scuole, nei laboratori , negli ospedali, quando uomo di Dio era. Oggi preferiamo essere uomini di scienza.

irina ha detto...

Nel senso che la verità sostenuta nell'equazione non riuscendo a trapassare in una chiara dimostrazione divulgativa, è verità solo matematica e non ancora fisica ossia non provata come fisica.

Se può essere utile: anni fa ad una conferenza di fisica, il conferenziere scriveva formule...povera me, povera me. Poi mi accorsi che nelle parentesi erano sempre contenute delle variabili nel giusto dosaggio, quindi i conti tornavano sempre...sulla lavagna.

Anonimo ha detto...


FG.
Grazie per le due precisissime notazioni. Ero dunque sulla strada giusta
nell'ipotizzare l'esistenza di punti essenziali non spiegati e che alla fine
si dovevano accettare come semplici postulati, per l'economia del sistema.
Una mente dotata delle necessarie conoscenze e della necessaria capacità
speculativa, quella richiesta dalla fisica teorica non dalla metafisica,
non saprebbe trarre conclusioni fortemente critiche nei confronti della
teoria della relatività? Non dimentichiamo che la costanza della velocità
della luce, assunta come indipendente dal sistema di
riferimento, è in pratica il pilastro sul quale essa si regge, se non erro.
PP

Anonimo ha detto...

https://giulianoguzzo.com/2016/02/17/giordano-bruno-la-vita-il-processo-e-il-rogo-appunti-per-non-straparlare/