martedì 19 febbraio 2019

Il tradimento dei gesuiti - don Elia

Cosa resta dello spirito del fondatore?
Nel XVI secolo la propaganda protestante – anche grazie all’inescusabile ritardo di una Roma restia a riformarsi dalla sua scandalosa corruzione persino dopo il terribile sacco del 1527 – dilagò ovunque in Europa, in curie diocesane, corti principesche, università civili e facoltà teologiche. La novità faceva agevolmente presa su clero e intellettuali disgustati della condotta della corte papale e dei presuli latitanti che vi soggiornavano stabilmente, anziché stare alla guida del loro gregge. L’atteso concilio finalmente convocato a Trento, seppure in extremis, fu più volte interrotto per anni. A molti la situazione sarebbe potuta sembrare disperata, ma la Provvidenza aveva già suscitato santi vescovi e fondatori che fornissero gli strumenti della rinascita: gesuiti, teatini, barnabiti, cappuccini e tanti altri sul campo di battaglia; nelle retrovie, a sostenere i combattenti con la preghiera e l’offerta di sé, le carmelitane riformate e, più tardi, le visitandine.

Quelle forze, oggi, si sono in gran parte estenuate se non addirittura pervertite, a cominciare dai gesuiti, legati a tutti i principali movimenti sovversivi del XX secolo, dalla riconciliazione con la massoneria all’intesa con i comunisti, dal cinema corruttore al sincretismo religioso, dalla svolta antropologica alla teologia della liberazione, dai figli dei fiori al movimento omosessuale… Già san Carlo Borromeo, a suo tempo, aveva auspicato la soppressione di un’istituzione di cui, malgrado gli indubbi meriti e l’eccelsa santità del fondatore, nonché di tanti membri, presagiva fin da allora che avrebbe potuto prendere una piega preoccupante a causa di un potere sempre più vasto, capillare e incontrollabile, che poteva essere usato in bene come in male. Ma pure in tempi più recenti, dopo la clamorosa svolta dell’Ordine, che influenzò in modo decisivo il Concilio e i successivi sviluppi, Giovanni Paolo II, fin dall’inizio del suo pontificato, pensò di sopprimerli di nuovo con l’appoggio del fidato Ratzinger o per lo meno di effettuare un drastico intervento di riforma con l’allontanamento del famigerato padre Arrupe, amico dei gesuiti rivoluzionari sudamericani e apologeta di Teilhard de Chardin, esoterista e falso scienziato che aveva introdotto nella teologia cattolica la visione del mondo propria dell’occultismo cabalistico-massonico.

Non siamo in grado di ricostruire le trame occulte che possano spiegare l’incredibile metamorfosi – almeno nel complesso – dell’Ordine che rappresentava la punta di diamante della Chiesa Cattolica, non solo nel campo della teologia, ma anche nell’ambito della ricerca scientifica. Sta di fatto che, nel primo dopoguerra, si moltiplicano i contatti, miranti a stabilire un dialogo, tra singoli gesuiti e alti rappresentanti della massoneria, specialmente in Francia. Uno dei più fervidi promotori di tale incontro sarà, subito dopo il secondo conflitto mondiale, quell’Yves Marsaudon, membro del supremo consiglio delle logge francesi di tradizione scozzese, che frequenterà assiduamente il nunzio apostolico dell’epoca, monsignor Angelo Giuseppe Roncalli. È proprio in quegli anni, ma soprattutto a partire dalla morte (1955), che a dispetto delle condanne inizia il culto del pensiero di Teilhard de Chardin, convinto evoluzionista e adoratore di una materia divinizzata, considerata matrice di sviluppo dello spirito e grembo di gestazione di un Cristo cosmico in cui l’uomo dovrebbe trovare compimento qual essere sovrumano…

Questa visione tipicamente gnostica era valsa al gesuita, nel 1926, la rimozione dall’insegnamento e la proibizione di pubblicare, nonché il trasferimento in Cina. Laggiù aveva nondimeno avuto agio di approfondire le filosofie orientali (così congeniali alle sue idee) e di accreditarsi come paleontologo, fatto che gli aveva poi dato, in virtù di una fama artificiale, la possibilità di riciclarsi nelle università civili. La postuma aureola di riconciliatore della fede con la scienza non incantò però il cardinal Ottaviani, il quale nel 1958, pur senza metterle all’Indice, ordinò il ritiro delle sue opere da tutte le biblioteche religiose. Malgrado ciò ai riconoscimenti laici, specie in Francia e negli Stati Uniti, si associarono ben presto esplicite operazioni di riabilitazione ecclesiastica, a partire dal libro pubblicato nel 1962 da un altro gesuita sospetto, Henri de Lubac. Fu così che la gnosi teilhardiana – come ammesso più tardi da Josef Ratzinger – poté permeare in profondità il manifesto del rinnovamento conciliare, la Gaudium et spes. Non meraviglia affatto, a questo punto, che un cardinal Casaroli, nel 1981, ne abbia tessuto l’elogio in una missiva al futuro cardinal Poupard; è un po’ più imbarazzante, invece, che vi abbia fatto riferimento Benedetto XVI nell’evocare un’escatologica liturgia cosmica [qui].

Senza una sotterranea manovra di promozione è inspiegabile come una simile ideologia allucinata, irrazionale e blasfema, basata sul rinnegamento della fede e sulla falsificazione dei dati scientifici, si sia imposta nella Chiesa Cattolica come catalizzatore del cristianesimo a venire. Gli evidenti tratti demoniaci, prima ancora che allo studio e alla pratica dell’esoterismo, scaturiscono da un’inquietante esperienza che il piccolo Pierre fece già nell’infanzia, quando, sentendosi attirato da una presenza panica che gli si rivelava nella natura, le acconsentì voluttuosamente, come racconterà egli stesso. Siamo obbligati a concludere che il Sant’Uffizio, per qualche ragione a noi ignota, non fu abbastanza severo nei confronti del teologo; un personaggio del genere, pochi secoli prima, avrebbe fatto la fine di un Giordano Bruno, suo parente stretto. Possiamo soltanto ammettere che i gesuiti deviati fossero già così potenti, all’interno della Curia Romana, da poter influenzare le decisioni di papa Pio XII; il suo confessore, d’altronde, non era forse il biblista Augustin Bea, fautore della riforma liturgica e dell’esegesi storico-critica, nonché sognatore di un concilio in cui la Chiesa rivedesse finalmente la sua dottrina sul giudaismo e sugli acattolici?

Alla dissoluzione dogmatica innescata da Teilhard e proseguita, seppur più discretamente, da de Lubac con la sostanziale riduzione della grazia alla natura, si affiancava la demolizione delle fonti della fede e della loro autorità. La Scrittura (ora trattata come un’opera letteraria qualunque) e la Tradizione (attestata in modo eminente dalla lex orandi) dovevano subire una sottile e pervasiva manipolazione dettata da “incontestabili” ragioni filologiche. L’École biblique di Gerusalemme – come chiunque può osservare nelle note della sua celebre Bibbia – si autorizzava allegramente ad alterare il textus receptus in base a mere illazioni e congetture di studiosi. Intanto il gesuita Stanislas Lyonnet, allievo di Bea e a sua volta maestro di Martini, dava il la allo stravolgimento della teologia biblica con un’interpretazione tendenziosa del peccato originale e della giustizia divina, ripensata come fedeltà di Dio alle proprie promesse ed epurata dell’aspetto retributivo, il quale è continuamente sottolineato, invece, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento (a titolo di esempio, cf. Sal 61, 13; Pr 24, 12; Mt 16, 27; Rm 2, 6; 1 Pt 1, 17; Ap 22, 12).

La reazione dei professori dell’Università Lateranense, capeggiati da Piolanti e Spadafora, in nome della retta dottrina ebbe per esito, nel 1962, la sospensione di Lyonnet dalla cattedra, presto resagli, nel 1964, per intervento di Paolo VI. Con questo avallo di fatto dell’interpretazione modernista dell’enciclica Divino afflante Spiritu di Pio XII, le porte dei seminari venivano spalancate alla nouvelle théologie, ormai libera di reinterpretare la Rivelazione in chiave esistenzialistica e di ridurre il Magistero a un’ermeneutica fra le altre, ineluttabilmente soggetta all’evoluzione culturale. Pochi si avvidero – facendosi perciò condannare all’ostracismo – del fatto che una tale legittimazione modificava i princìpi stessi della riflessione teologica, in tal modo consegnata allo storicismo con inevitabili esiti soggettivistici e relativistici. Non è risolutivo, in tale contesto, accanirsi a confutare singole innovazioni del Vaticano II (come la collegialità, l’ecumenismo e la libertà religiosa), né fermarsi alla condanna del modernismo da parte di san Pio X, dato che la sua riedizione è ben più perniciosa e ha prodotto una radicale mutazione della forma mentis cattolica. Il trionfo della prassi sulla teoresi è servito a imporre cambiamenti ingiustificati in nome dell’adattamento a mutate condizioni socio-culturali che sono frutto di una sotterranea pianificazione.

Sul fronte germanico, l’operazione di rilettura del dogma col filtro di filosofie incompatibili con la fede produceva frutti ancor più velenosi. Da una parte Karl Rahner, sulla linea kantiana, elaborava la sua teoria del cristianesimo anonimo (ovvero di un complesso di verità che sarebbero presenti, in forma trascendentale, in tutte le culture e che la fede cattolica non farebbe che portare in piena luce), con la conseguente dissoluzione della teologia nell’antropologia e l’annullamento della necessità, ai fini della salvezza, di appartenere alla Chiesa seguendone gli insegnamenti. Dall’altra Hans Urs von Balthasar (anch’egli gesuita, in un primo tempo), nel suo sforzo hegeliano di riconciliare Lutero con la dottrina cattolica, finiva con l’alterare quest’ultima in una personale costruzione estetizzante, fino ad accogliere l’assurda idea di un conflitto tra le Persone divine durante la Passione di Cristo. La concentrazione, ormai invalsa, sulla scelta del metodo e sull’approccio ermeneutico rende ciechi di fronte all’inconciliabilità di certi contenuti con la dottrina trasmessa. Che i due teologi, poi, siano assurti ad alfieri di due contrapposte ermeneutiche del Concilio, l’una progressista, l’altra conservatrice, non è altro che l’ennesimo inganno di una colossale mistificazione.

Arriviamo così a Giovanni Paolo II davanti al suo nodo gordiano, pronto a scioglierlo alla maniera di Alessandro, ma ignaro di un occulto pericolo. Il suo interessamento finanziario, mediante lo IOR, all’ascesa del sindacato Solidarność aveva appena coinvolto la Santa Sede nello scandalo del Banco Ambrosiano. Tale situazione metteva il Pontefice in una pericolosissima posizione di ricattabilità, effettivamente sfruttata da quel diabolico massone di Casaroli per bloccarlo sui gesuiti, come pure nella condanna dei regimi comunisti e nella consacrazione della Russia. Oltretutto, in ricompensa per l’appoggio occidentale alla rivoluzione polacca, si pretese il primo incontro sincretistico di Assisi, che, quale inizio di una lunga serie, costituì il riconoscimento di fatto della teologia dei gesuiti. Le erogazioni verso la Polonia, peraltro, continuarono sotto l’egida dell’IRI guidata da Romano Prodi, amico di famiglia – all’epoca – di un oscuro ausiliare di Reggio Emilia miracolosamente balzato, in pochi anni, a segretario della CEI, poi Vicario di Roma e Presidente della medesima.

Se Montini era imbevuto dell’umanesimo integrale del trasformista Maritain e del Cristo cosmico di Teilhard de Chardin, Wojtyła aveva una fede rocciosa e forgiata dalla vita sotto un regime del blocco sovietico, pur essendosi nutrito, negli studi, del personalismo franco-tedesco. Con un temperamento del genere, nessuno avrebbe potuto impedirgli – se fosse stato un po’ meno patriota – di rimettere ordine nella Chiesa, a cominciare dai gesuiti. Purtroppo le cose andarono diversamente, così che oggi il progetto eversivo, per quanto temporaneamente contenuto, è giunto a compimento proprio grazie a uno di loro, plasmato questa volta dalle idee di Marx, Rahner e Lutero, rifuse in una massonica mistica della fratellanza umana che lo ha condotto fino ad una dichiarazione formale di apostasia, secondo la quale «le diversità di religione […] sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani»: è la presunta religione universale ed eterna della Cabala, che sarebbe il ceppo comune di tutte le religioni storiche e in cui queste ultime dovrebbero riconfluire. Che dire? Preso atto di questa infausta storia, rimaniamo saldi, ognuno al proprio posto, per mantenere accesa la fiamma della fede. Mi raccomando, non lasciatevi ulteriormente complicare la vita con problemi inesistenti: quando vi comunicate, non potete entrare in comunione con chi è fuori della Chiesa.

26 commenti:

irina ha detto...

Il sale ed il lievito sono quantità minime rispetto alla quantità da insaporire o da lievitare, se avessimo e/o avessimo avuto una tale quantità di pastori di qualità, costoro e tanti altri mai avrebbero avuto accesso al sacerdozio.

Se tra i fedeli è normale avere la presenza anche di grandi peccatori penitenti, il sacerdozio non è via di purgazione ma, a pieno titolo di santificazione. Ecco perché la chiesa prima di occuparsi dove va il mondo, che mediamente va alla malora, a volte con signorilità, deve occuparsi della santità dei suoi ministri.

Il resto è un agitarsi inutile. Basti ricordare che ognuno rappresenta NSGC, invece molti sono un insulto a NSGC e molti altri una Sua vivente negazione. In particolare quelli che vivono in Vaticano dovrebbero essere la luce della Santa Trinità che illumina il mondo!

Invece hanno portato i fedeli fuori strada ed ora correndo a scapicollo, tutti a precipizio verso l'abisso. Tradire NSGC, azzoppare, ferire, far morire con Lui le pecore, non è tutto, manca la beffa: i sinodi falsi e bugiardi, confronti impositivi dialoganti, per mettere la toppa, assolvente, includente, raggirante, scusante, sviante. Cioè ipocrisia da lupanare.

Fuori tema . ha detto...

Oggi a Roma, una delle piazze più centrali, quella di San Silvestro, sarà occupata per un’ora, dalle 14 alle 15, da decine di fedeli cattolici provenienti da tutto il mondo. Un evento straordinario...
http://www.marcotosatti.com/2019/02/19/laici-da-tutto-il-mondo-chiedono-ai-vescovi-rompete-il-silenzio-sulla-crisi-della-chiesa-oggi-manifestano-a-roma/

Anonimo ha detto...




La ricostruzione del "complotto gesuita" che avrebbe legato le mani a GPII appare
avventurosa. GPII professava una fede assoluta nel Vaticano II, i cui meriti egli
vedeva soprattutto nell'ecumenismo e nella libertà religiosa! Gli studi del teologo
P. Doermann sulle tre encicliche principali di GPII dimostrano come anch'egli professasse
la concezione della salvezza garantita a tutti, basandosi in particolare sulla
sciagurata frase della Gaudium et Spes, 22: "Con L'incarnazione Cristo si è in certo
modo unito ad ogni uomo", frase che citava anche eliminando lo "in certo modo".

Mettere sullo stesso piano Teilhard de Chardin e Giordano Bruno, in quanto pensatori,
è semplicemente assurdo. Il primo è un ciarlatano, il secondo invece un pensatore di razza.
Certamente, Giordano Bruno, apostata e traditore della fede, ma questo non c'entra con le capacità speculative di un individuo, che vanno riconosciute, anche se si ha il dovere di criticarle a fondo, come nel caso dell'immanentismo e del panteismo bruniano.
T.

tralcio ha detto...

L'uomo spirituale è per sua natura un pellegrino. La vita spirituale alla sequela di Gesù (la Via) è un itinerario il cui percorso in continuo sviluppo (e mai "a caso") prevede un punto di partenza e una meta il cui raggiungimento vede trasformato colui che aveva mosso i primi passi. Lungo la strada si passa infatti attraverso la conversione, la purificazione, la conoscenza di sé e di Dio, l'unione con Dio e la santità. La trasformazione dall'uomo psichico a quello spirituale è una crescita nella grazia, pienezza dei doni di Dio e ne è segno la crescente fedeltà e la disponibilità al rinnegamento di sé e al dono di sé, configurati a Gesù: non è più l'uomo a vivere, ma Cristo in lui. Una tale unione trasformante è per sua necessità dinamica, ossia peregrinante. La staticità non le si addice, anche se paradossalmente si avanza (e si ascende) proprio stando con Dio, al contrario di un criceto sulla ruota delle faccende mondane nella gabbia del mondo, pur abitandolo. E' questo il dinamismo di una chiamata che se sinceramente corrisposta (e Dio il cuore lo vede perfettamente) cambia anche il mondo con la testimonianza e la missione.
La sequela cristi è un conversione continua. Durante il viaggio è fondamentale nutrirsi: se il viaggio è spirituale, il cibo essenziale è quello che nutre lo spirito, molto più di quello che alimenta la psiche e il corpo. Diventare parte di Dio e anelare al Cielo (schiavi per amore e molto più liberi di ogni libertario terreno) chiede di non volgersi indietro e di fidarsi della Provvidenza, sia nella lotta, sia nella crisi, sia con la croce. Tutto questo è "esercizio spirituale" per l'uomo che cerca il Suo Signore.

fabrizio giudici ha detto...

Io non ho mai capito quali sarebbero i contributi al pensiero umano da parte di Bruno (anche prescindendo dalle sue eresie). Sono un ignorante in materia, ma tutte le volte che mi sono confrontato (e a volte scontrato) con sostenitori di Bruno ho fatto la stessa domanda senza cavarne niente (se non la solita lagna sulla libertà di pensiero). Probabilmente mi sono incontrato con dei ciarlatani da quattro soldi, che di Bruno hanno solo fatto una bandier(uol)a ideologia. Ma, visto che è stato citato l'argomento: quali sarebbero dunque i contributi alla filosofia di quel pensatore?

Anonimo ha detto...


Il contributo di Giordano Bruno alla filosofia

E' considerato un precursore di Spinoza, del suo Deus seu Natura. Prescindiamo qui dall'aspetto religioso. Non era un pensatore sistematico ma tumultuoso, dotato di un'accesa fantasia speculativa e capacità di trascinare, nei suoi scritti o in alcuni di essi. Risentiva del neoplatonismo e cercava di armonizzare i contrari, mostrando un'influenza del pensiero del Cardinale di Cues (tedesco, il Cusano), che però non giunge agli esiti panteistici di Bruno. E' stato importante per la nuova visione del mondo.

Sinteticamente", un accenno: Bruno muove dall'intuizione dell'Uno, che è Dio, che opera nello spazio infinito e nei mondi infiniti e nel particolare, in noi. Bruno, 1548-1600, in rompe lo schema di origine aristotelica (considerato allora l'unico conforme alla Bibbia) dell'universo chiuso dal cielo empireo con le sue sfere celesti gerarchicamente ordinate e la terra ferma al centro, immagine che sarebbe crollata con la rivoluzione astronomica, che stava cominciando proprio allora. Egli afferma con veemenza, intuitivamente il carattere infinito dello spazio e dei mondi, molteplicità che pulsa di un'anima universale (concetto neo-platonico, anima mundi) e nella quale è la presenza della divinità, che la filosofia coglie ancor meglio o prima della religione. In questa visione, le religioni "storiche" vengno "superate".

"Non bisogna dunque cercare se estra il cielo sia loco vacuo, o tempo: perchè uno è il loco generale, uno il spacio immenso che chiamare possiamo liberamente vacuo: in cui sono innumerabili et infiniti globi, come vi è questo in cui vivemo et vegetamo noi. Cotal spacio lo diciamo infinito: perchè non è raggione, convenienza, possibilità, senso o natura, che debba finirlo: in esso sono infiniti mondi simili a questo et non differenti in geno [genere] da questo..."(De l'infinito universo et mondi, in D. W. Singer, "Giordano Bruno", Longanesi, 1957, p. 385).

Nella sua classica opera di storia della scienza, "Dal mondo chiuso all'universo infinito", Alexandre Koyré, Feltr., 1974, pp. 37-8, scrive: "..io penso ancora che sia stato Bruno il primo a presentarci il disegno o l'abbozzo di quella astronomia che divenne dominante nei due secoli successivi...". Presentarla, ovvio, in termini filosofici.
Insomma, il Nolano non è stato un Carneade qualsiasi, in termini strettamente filosofici.
PP

Anonimo ha detto...

"E' passata inosservata la notizia dell'apertura dell'indagine di una procura argentina contro il vescovo Gustavo Zanchetta per presunti abusi sessuali. Oltre alle accuse precedenti si è aggiunta la denuncia di una presunta vittima, ex membro della Congregazione religiosa diretta dal vescovo. Gli inevitabili paralleli con il caso McCarrick, di cui il Vaticano inziò a interessarsi solo dopo l'avvio dell'indagine penale. E il rischio che il suo caso scoppi nelle mani di Papa Francesco, che lo ha inspiegabilmente promosso in Vaticano dopo aver lasciato la sua diocesi."

Nota bene: «Come hanno posto bene in evidenza Riccardo Cascioli e Marco Tosatti, oltre ad altri, la esemplare misura della riduzione allo stato laicale è stata presa di persona contro McCarrick, ma allo stesso tempo nella Santa Sede sembrerebbe che sia stata data luce verde alla linea “politica predatoria” di chi oggi è caduto in disgrazia, vista la recente nomina del Camerlengo vaticano.
E’ la tipica e storica manovra bipolare di Jorge Mario Bergoglio, come è appunto quella di condannare un’azione ripudiabile da tutti i punti di vista e allo stesso tempo promuovere personaggi che sono sulla stessa linea con l’azione condannata.»

Elia ha detto...

Le tesi panteistiche dei neoplatonici potevano ancora essere in parte scusabili, molto meno quelle di un domenicano ben posteriore a san Tommaso d'Aquino. Parlare di un universo infinito è un'assurdità, visto che di infiniti non può essercene più di uno e che il posto è già occupato dal Creatore, a meno non si identifichi Dio con l'universo (come fanno la gnosi e la Cabala). A posteriori, Bruno può apparire un precursore della moderna visione dell'universo, ma ciò non è certo dovuto a osservazioni scientifiche, semmai a dottrine iniziatiche.

Anonimo ha detto...

il bipolare non è spirituale.
la destra sa sempre che cosa fa la sinistra.

Elia ha detto...

Le tesi panteistiche dei neoplatonici potevano ancora essere in parte scusabili, molto meno quelle di un domenicano che si era laureato su san Tommaso d'Aquino. Parlare di un universo infinito è un'assurdità, visto che di infiniti non può essercene più di uno e che il posto è già occupato dal Creatore, a meno non si identifichi Dio con l'universo (come fa appunto il Bruno, sulla scia della gnosi e della Cabala). A posteriori, il Bruno può apparire come un precursore della moderna visione dell'universo, ma ciò non è certo dovuto a osservazioni scientifiche, bensì, semmai, a dottrine iniziatiche.

Anonimo ha detto...


Ancora su Giordano Bruno

Il discorso era nato per replicare all'equiparazione, a dir poco sconcertante, tra un vero ciarlatano come Teilhard de Chardin e Giordano Bruno. Tutto qui.
Sull'importanza di Bruno per la storia del pensiero moderno non vi sono dubbi, piaccia o meno. Era un pensatore non sistematico e anche contraddittorio, attratto dall'occultismo e dalla magia, come del resto molti altri, all'epoca, non esclusi Copernico e Keplero. Che poi parlare di un "universo [ossia di uno spazio] infinito sia un'assurdità", sul piano filosofico, è solo un'opinione personale.
Per chi vuole approfondire, per conoscere, segnalo. Il citato A. Koyré, Dal mondo chiuso all'universo infinito, Feltr. 1974, cap. 2.
M. D'Amico, Giordano Bruno. Avventure e misteri del grande mago nell'Europa del Cinquecento, Piemme, 2000. Uno approfondito studio cattolico di ottima levatura, che fa giustizia di alcuni luoghi comuni, anche se a mio avviso insiste troppo sul Bruno "mago".
Di impostazione laica ma non polemica, l'agile: Anna Foa, Giordano Bruno, il Mulino, 1998.
PP

fabrizio giudici ha detto...

Ringrazio PP per le info. C'è però una cosa che non capisco. Premetto che non ho intenzione di affrontare il discorso su base filosofica, perché non ne sono in grado. Sto piuttosto pensando a certi suoi sostenitori e al modo di polemizzare con essi... Ora, dal punto di vista scientifico - se ne parlava l'altro giorno - l'universo è considerato finito dai modelli mainstream. Che sia così o no, non m'importa: i sostenitori di Bruno sono quasi sempre laici scientisti, dunque come fanno a sostenere che Bruno ha concepito l'idea "moderna" di universo se invece le teorie moderne lo contraddicono?

Oltretutto, se si pensa ad un modello dell'universo con stelle, pianeti che orbitano attorno in guisa del nostro sistema solare e della possibilità di forme di vita che li abitano... Nicola Cusano non l'aveva già sostenuto più di un secolo prima? In che modo Bruno sviluppò queste ipotesi?

Elia ha detto...

Sulla possibilità di un universo infinito:
S.Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, P. I, q. 7, artt. 2-4

Anonimo ha detto...


La "modernità" dell'universo di G. Bruno

Ritorno a Koyré. Bruno sarebbe stato "il primo a presentarci il disegno o l'abbozzo di quella astronomia che divenne dominante nei due secoli successivi". Questa sarebbe appunto la "modernità": un'intuizione dello spazio come realtà infinita (vedi poi lo "spazio assoluto" di Newton) popolata da infiniti mondi. Che poi gli ultimi sviluppi della fisica abbiano portato al prevalere, per ora, del modello einsteiniano di universo, ciò non toglie nulla alla "modernità" dell'impostazione bruniana, direi.
A.O Lovejoy, l'autore de "La grande catena dell'essere", viene così citato da Koyré : "Bruno deve considerarsi il rappresentante principale della dottrina di un universo decentrato, infinito ed infinitamente popolato;ché non solo egli predicò questa dottrina per l'Occidente d'Europa col fervore di un evangelista, ma diede anche per primo una compiuta enunciazione dei motivi grazie aiquali essa sarebbe stata poi accettata dal grosso pubblico".
Koyré: "la essenziale infinità dello spazio non era mai stata affermata in precedenza in modo così completo, definito e consapevole" e con "la miglior disamina e confutazione delle obiezioni classiche (aristoteliche e tolemaiche) al moto della terra che sia mai stata scritta prima di Galileo". Ci sono poi altri aspetti del suo pensiero, in mezzo alla farraggine neoplatonica ed esoterica, che anticipano intuitivamente concetti successivi, p.e., nota sempre Koyré, il principio di ragion sufficiente di Leibniz, nel linguaggio di Bruno "principio di pienezza".
Il panteismo di Bruno (ma anche di Telesio e Campanella, tutti frati e tutti meridionali, ostili alla Spagna occupante e opprimente) rappresentò un attacco micidiale ai fondamenti filosofici del cristianesimo, anche perché sembrava poi confermato, per così dire, dalla rivoluzione astronomica.
PP

Anonimo ha detto...

SANT'AGOSTINO: LA BIBBIA NON È UN TESTO SCIENTIFICO

Sant’Agostino viene ricordato da alcuni entusiasti come un timido anticipatore della teoria dell’evoluzione, peccato che in realtà nei suoi scritti non si trovi nulla del genere.
Certamente è stato uno tra i primi a sostenere che il libro della Genesi non vada preso interamente alla lettera e che, più in generale, la Bibbia non contiene verità scientifiche ed è assurdo basarsi su di essa per formulare considerazioni sul mondo naturale.

Leggiamo infatti dal “De genesi ad litteram”:

«Poiché nessun cristiano oserà affermare che nessun passo [della Scrittura] dev'essere inteso in senso figurato qualora consideri attentamente le parole dell'Apostolo: Tutte queste cose però accaddero loro in figura, e ciò che sta scritto nella Genesi: E saranno due in una sola carne, ch'egli dichiara essere una gran verità misteriosa in rapporto a Cristo e alla Chiesa»

«Accade infatti assai spesso che, riguardo alla terra, al cielo, agli altri elementi di questo mondo, al moto e alla rivoluzione o anche alla grandezza e distanza degli astri, intorno alle eclissi del sole e della luna, al ciclo degli anni e delle stagioni, alla natura degli animali, delle piante, delle pietre e di tutte le altre cose di tal genere, anche un pagano abbia tali conoscenze da sostenerle con ragionamenti indiscutibili e in base ad esperienza personale. Orbene, sarebbe una cosa assai vergognosa e dannosa e da evitarsi a ogni costo, se quel pagano sentisse quel tale parlare di questi argomenti conforme - a suo parere - al senso delle Scritture cristiane dicendo invece tali assurdità che, vedendolo sbagliarsi - come suol dirsi - per quanto è largo il cielo, non potesse trattenersi dal ridere. Ma è spiacevole non tanto il fatto che venga deriso uno che sbaglia, quanto il fatto che da estranei alla nostra fede si creda che i nostri autori [sacri] abbiano sostenuto tali opinioni e, con gran rovina di coloro, della cui salvezza noi ci preoccupiamo, vengano biasimati come ignoranti e rigettati. Quando infatti, riguardo ad argomenti ben noti ad essi, i pagani sorprendono un cristiano che sbaglia e difende una sua opinione erronea appoggiandola ai nostri Libri sacri, in qual modo potranno prestar fede a quei Libri quando trattano della risurrezione dei morti, della speranza della vita eterna e del regno dei cieli, dal momento che penseranno che questi scritti contengono errori relativi a cose che hanno potuto già conoscere per propria esperienza o in base a sicuri calcoli matematici? Non può dirsi abbastanza qual pena e tristezza rechino ai fratelli assennati questi cristiani temerari e presuntuosi quando, allorché vengono criticati e convinti d'errore a proposito delle loro erronee e false opinioni da parte di coloro che non sono vincolati dall'autorità dei nostri Libri sacri. Costoro inoltre, al fine di sostenere ciò che affermano con sventatissima temerarietà e chiarissima falsità, si sforzano di addurre i medesimi Libri sacri con cui provare le loro opinioni e arrivano perfino a citare a memoria molti passi da loro ritenuti come valide testimonianze in proprio favore, senza comprendere né quel che dicono né ciò che danno per sicuro»

«Ma qui è in gioco la credibilità della Scrittura per il motivo più volte da me ricordato. Occorre cioè evitare che uno, il quale non comprende la sacra Scrittura, incontrando nei nostri libri [sacri] o sentendo da altri citare qualche testo [sacro] relativo a tali argomenti che gli pare in contrasto con le verità da lui conosciute con evidenza mediante la ragione, non presti affatto fede agli altri utili insegnamenti o racconti o profezie della stessa Scrittura. Ecco perché è necessario dire in breve che i nostri agiografi conoscevano quanto è conforme alla verità per ciò che riguarda la figura del cielo, ma lo Spirito di Dio, che parlava per mezzo di essi, non ha voluto insegnare agli uomini queste cognizioni per nulla utili alla salvezza dell'anima.»

Elia ha detto...

Qualora fosse passata inosservata, ribadisco la citazione circa l'impossibilità metafisica che, oltre a Dio, esista qualcos'altro di infinito per essenza:

S.Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, P. I, q. 7, artt. 2-4

Anonimo ha detto...


L'universo o lo spazio in sé?

Il discorso si allarga. Bruno sosteneva in realtà (se ho capito bene) il carattere infinito dello spazio vuoto, ripieno all'infinito di mondi. Un'immagine per i tempi rivoluzionaria inconciliabile con quella prevalente di un universo chiuso dentro le sfere celesti con dentro incastonati i pianeti, il sole etc. che giravano intorno alla terra. Al di sopra delle sfere, cosa c'era? Lo spazio di Dio? (Già il moto eccentrico delle comete era incompatibile con questa immagine del cosmo).
S. Tommaso dice aristotelicamente (nella ST citata) che non può esistere un corpo infinito. In effetti, un "corpo" dotato di volume etc come fa ad essere infinito? Se l'universo è "corpo" allora non può essere infinito. Per di più è creato, quindi a maggior ragione non può essere infinito. Non sono uno specialista di S. Tommaso ma mi sembra che dica poter Dio attribuire la natura infinita ad un ente creato, che di per sé sarebbe finito, in quanto creato. Facciamo un esempio: la nostra anima è creata da Dio, e dal nulla, ma non possiamo certo dire che sia finita: essa è immortale e quindi infinita, quanto alla sua esistenza nel tempo, come durata (in Paradiso o all'Inferno).
Ora, lasciando perdere Bruno, il problema che secondo me si pone è questo: il rapporto tra finito ed infinito che appare nel rapporto tra universo e spazio. I due termini vengon spesso usati come sinonimi, ma non lo sono. Universo: la totalità degli enti celesti, terra compresa, che sono nello spazio, detto cosmico. Spazio: l'estensione pura, in sé tridimensionale. Se gli enti che sono nello spazio, in base all'esperienza, sono tutti finiti, siano essi fatti di materia o energia, di volumi, parti e particelle, che dire dello spazio in sé? Che abbia un limite, non possiamo dirlo. Ma anche se l'avesse, un confine: al di là di questo confine, non ci sarebbe sempre spazio? Spazio vuoto di corpi celesti? Ciò significa che non possiamo pensare lo spazio in sé come realtà finita. Lo spazio vuoto è una realtà fisica, non è il nulla, anche se non è corpo. Finito può essere l'universo, non lo spazio.
Divinizziamo allora lo spazio, come hanno fatto alcuni? No. Diciamo allora che Dio, creandolo, gli ha voluto attribuire una natura infinita, quella della pura estensione, senza confini. Dio Creatore è al di là di questo spazio, è sopra-sostanziale (Dionigi Areopagita).
Una nozione quest'ultima, che mi sembra accolta anche dall'Aquinate.
Con Einstein, siamo tornato all'universo chiuso: sfera increata di materia-energia illimitata come la superficie di una sfera ma appunto finita. Anche qui però lo stesso problema: cosa c'è al di fuori di questa sfera? Per forza altro spazio, o no? Einstein non distngue tra spazio e corpo, alla maniera di Arist. e Cartesio, ma questi ultimi non stabilivano, mi pare, una forma specifica per lo spazio.
Gli ultimi sviluppi dell'astrofisica davano torto ad Einstein, lo spazio appariva di nuovo piano, infinito. La scoperta (se effettivamente tale) delle "onde gravitazionali" sembrerebbe rivalutare la tesi di Einstein.
Liquidare sbrigativamente come errata l'idea dello spazio infinito, non è così semplice.
PP

fabrizio giudici ha detto...

Anche qui però lo stesso problema: cosa c'è al di fuori di questa sfera? Per forza altro spazio, o no?

Beh, no, qui torniamo ai problemi di interpretazione delle equazioni, ma non ci sarebbe altro spazio. Non credo che alcuno scienziato sia in grado di rispondere a questa affermazione... il che, per me, rende il modello dello spazio finito molto, molto interessante...

Elia ha detto...

San Tommaso non tratta il problema in rapporto alla cosmologia, ma nella questione che esamina l'infinità come attributo proprio ed esclusivo di Dio. Al di fuori di Lui non può esserci un altro infinito in assoluto, ma solo relativamente a qualche aspetto (come l'infinita divisibilità di un corpo), né un altro infinito in atto, ma solo in potenza (come la serie dei numeri). Il concetto di infinito, oltre all'assenza di limiti, include anche la mancanza di causa, origine e fine, cosa che si addice unicamente a Dio. Altro è il concetto di illimitato: l'anima umana (che ha un inizio) permane illimitatamente nell'esistenza ed è relativamente infinita (secundum quid, cioè in quanto può conoscere una quantità illimitata di oggetti). La tesi secondo cui Dio, avendo una potenza infinita, potrebbe produrre un effetto infinito è confutata in S. Th., I, q. 7, art. 2, ad 1: " È contrario al concetto di realtà creata che la sua essenza sia il suo stesso essere, poiché l'essere sussistente non è un essere creato: perciò è contro l'idea stessa di realtà creata l'essere infinita in modo assoluto. Quindi come Dio, nonostante che abbia una potenza infinita, tuttavia non può creare qualcosa di increato (il che sarebbe far coesistere cose contraddittorie), così non può creare cosa alcuna che sia assolutamente infinita". Soltanto Dio, pertanto, è infinito in senso assoluto, perché Egli solo è il Suo proprio essere sussistente. Diversamente si finisce inevitabilmente col fare della materia (o dello spazio) una realtà infinita ed eterna che coincide con Dio; ma questa è gnosi - e io non sono né sarò mai un adepto di tali assurdità da cabala ebraica e da setta massonica.

Anonimo ha detto...


Le equazioni c'entrano poco con questo problema

Non credo sia un problema di equazioni. Che poi sarebbero, credo, le equazioni applicabili alle superficie curve, calcolanti tutte le infinite "geodetiche" (le energie di campo) che passano per un punto dato del "campo"? Il problema mi sembra sia innanzitutto geometrico. Una sfera, quale che sia la sostanza che la compone, solida, gassosa, liquida, è un corpo finito che occupa uno spazio. Esiste un corpo, una forma finita, geometrica appunto (sfera, quadrato, etc.) che occupi t u t t o lo spazio? E che anzi sia l o spazio in quanto tale? E se lo occupasse tutto, come potrebbe muoversi, anzi "espandersi"? Infatti i Fisici ci dicono che questo sferoide cosmico è in espansione. Ma se esso "si espande" continuamente sulla sua "superficie", come fa a coincidere con lo spazio in quanto tale? Si dovrebbe allora ammettere che lo spazio pieno di materia-energia si espande al di fuori di se stesso, creando l'ulteriore spazio nel quale si espande?
Collegato a questo è poi il problema del rapporto del c.d. Big Bang con lo spazio. I Fisici dicono che la supposta esplosione cosmica primordiale, partita da un punto piccolissimo e densissimo ha creato essa stessa lo spazio, non è avvenuta in uno spazio preesistente, già esistente per accogliere l'espansione dell'esplosione. Il che sembra contraddittorio.
Sono obiezioni che sono sempre state fatte. Ma i Fisici non rispondono ossia fanno spallucce dicendo, in genere, che non hanno bisogno di ipotesi come quelle dello spazio preesistente etc. Le loro "equazioni" non ne avrebbero bisogno.
Bisogna accettare l'aspetto "controintuitivo" della realtà. Giusto. Ma un conto è l'aspetto "controintuitivo"(l'apparenza diversa da come stanno le cose), altro conto essere del tutto illogici, come nell'affermazione dello spazio sferico del cosmo che si crea da se stesso, espandendosi, pur non ammettendo spazio alcuno al di fuori di sé; pur non essendo, cioè, una forma n e l l o spazio ma la forma d e l l o spazio.
PP

Anonimo ha detto...


Ma noi qui stiamo parlando di cosmologia, però non fa nulla

In ogni caso, non vedo cosa c'entri tirare in ballo "la cabala ebraica e la setta massonica". Si stava cercando di fare un discorso scientifico, basato cioè sui concetti, in quanto tali.
Riprendiamo l'esempio dell'anima umana, visto che l'ho portato io.
L'anima sarebbe, secondo ST, non infinita ma illimitata. Mettiamola allora in questi termini: l'anima nostra, una volta creata da Dio, dura in eterno o no, quale che sia la sua destinazione finale? Durando in eterno, come si fa a non considerarla infinita, quanto alla sua durata - una durata eterna non è una durata infinita? Dunque: Dio l'ha creata affinché durasse in eterno, godesse di una vita eterna e quindi infinita nel tempo. Ora, se Dio ha conferito l'eternità ossia l'infinità ad una realtà da Lui creata come l'anima, perché non può conferirla l'eternità-infinità anche ad una realtà come quella dello spazio, sempre creata da Lui; lo spazio , si intende, come pura estensione? Quello che sto dicendo non ha nulla in comune con i noti panteismi, che escludono il concetto di un Dio creatore e fanno coincidere Dio e spazio. Qui si vuol capire come e qualmente Dio possa conferire un carattere eterno e quindi infinito (non giochiamo sulle parole, come illimitato) a delle realtà che Lui stesso ha creato.
Questa è un'impostazione che non si muove in apparenza sulla falsariga dei concetti tomistici riportati sopra (al concetto di "realtà creata" come lo intenderebbe ST). Ma
l'Aquinate, pur restando fondamentale per tanti aspetti, non è mica la Bibbia. In ogni caso, quello che dico può naturalmente esser confutato, ma sul piano dei concetti, vorrei sperare, non delle invettive.
(L'anima umana è "relativamente infinita" perché "può conoscere una quantità illimitata di oggetti"? Direi, piuttosto, che l'anima è infinita perché dura in eterno, una volta creata, quali e quanti siano gli oggetti che può conoscere - in atto, sempre un numero finito).

Il mistero dello spazio non è facile da risolvere. Come si vede anche dal concetto di "divisibilità all'infinito" di una realtà finita, o dalla constatazione che lo spazio, in quanto tale "è divisibile ma non diviso" (Hegel).
Mi dovrò confessare, per aver citato Hegel?
PP

Elia ha detto...

Egregio Professore, credevo che la citazione di san Tommaso fosse sufficientemente chiara e cogente: "E' contro l'idea stessa di realtà creata l'essere infinita in modo assoluto". L'anima umana non è eterna, bensì eviterna, termine che designa un ente che ha un inizio, ma non una fine. Essere eterno presuppone il non avere né inizio né fine, il che si addice unicamente a Dio (come pure l'infinità assoluta, dato che l'avere un inizio è un limite). Sulla differenza tra tempo, evo ed eternità, cf. S. Th., I, q. 10, artt. 4-5.

irina ha detto...

Paolo Zellini, La ribellione del numero, Adelphi Edizioni, 1997

Ricopio dalla conclusione del risvolto:
Ricostruire questa storia da Cantor ad oggi, significa attraversare una delle più affascinanti selve intellettuali che si conoscano. Zellini si è azzardato a farlo,e la sua esposizione ha la stessa felice perspicuità,la stessa originalità di prospettiva che già si erano osservate nel suo primo libro, Breve storia dell'infinito. La storia che qui si narra non è, ovviamente, una storia chiusa, nè il suo senso potrebbe essere univoco.Anzi,si tratta della riemersione, nella quotidiana pratica matematica, di alcuni interrogativi che, a partire da Platone, ossessionano il pensiero: può la mente costruirsi tutto ciò che vuole, purché rispetti le regole che essa stessa si pone? E avranno queste invenzioni davvero lo stesso valore, oltre che la stessa origine? O non sarà che i veri concetti 'offrono in fin dei conti l'aspetto di veri fatti naturali preesistenti in qualche modo alla loro spiegazione'(Le Roy)? E allora il matematico, ben lungi dall'essere un libero creatore, non apparirà forse come un geografo dell'invisibile?

mic ha detto...

Matematico geografo dell'invisibile... :)

Anonimo ha detto...


Replica a "Elia"

Non vorrei che si trattasse di una differenza puramente verbale. Io sono partito dal concetto dello spazio, in senso euclideo ovviamente, come la sua definizione coinvolga il rapporto tra finito e infinito. Sono poi arrivato a concludere, ammettendo che lo spazio non possa pensarsi se non come infinito, in termini geometrici diciamo, che tale sua infinità non è incompatibile con l'esser stato creato da Dio. Nessun panteismo, dunque. E come fa a non esser incompatibile? Perché Dio può attribuire il carattere dell'infinito ad una realtà da Lui creata, se vuole. E ho portato ad esempio l'anima, creata eppure realtà infinita, nella vita eterna, dopo la morte, perché così vuole Dio.
Ma tale discorso non andrebbe bene in termini tomistici perché il concetto dell'infinito simpliciter si può applicare solo a Dio. L'infinito che Dio applica all'anima nella vita eterna non è eternità ma "evoeternità" perché non è tale simpliciter, per essenza o in modo assoluto, bensì secundum quid, cioè in senso relativo, derivando da una disposizione di Dio che trasforma in evoeterno ciò che di per sé non lo sarebbe (in quanto realtà creata).
La "vita eterna" per coloro che si salvano, dobbiamo allora tomisticamente chiamarla "evoeterna". Ma il termine sarebbe incomprensibile alle anime pie, continuiamo quindi a chiamarla "vita eterna".
Per concludere: diciamo allora che quanto da me detto, in termini tomistici, si dovrebbe esprimere così: l'anima gode di una vita eterna per grazia di Dio che non è infinita ma evoeterna cioè infinita in senso solo relativo, non per essenza o simpliciter ma secundum quid, avendo l'anima un inizio nel tempo e nello spazio mentre Dio ovviamente è infinito ed eterno per essenza, senza inizio da nessuna parte. Giusto?

Applicando allo spazio. Il punto essenziale è concepire sempre lo spazio come realtà creata da Dio, la quale poi Dio può rendere evoeterna, cioè infinita (in senso geometrico, semplicemente euclideo) ed eterna quanto alla durata (infinita secundum quid). Purché non si affermi che lo spazio così inteso è uguale a Dio, della stessa natura di Dio, cosa che io non ho fatto. E che Dio non può essere senza lo spazio. In effetti, bisogna pensarlo come anteriore allo spazio, se l'ha creato Lui.
Non vedo la contraddizione con quanto ho sostenuto. Certo, non ho usato una terminologia tomistica. Bisogna però vedere la sostanza del concetto.
PP

irina ha detto...

Da quello che capisco la speculazione matematica si è staccata dal fatto terra terra, dai sassolini di Pollicino, e ha costruito sistemi teorici tenuti insieme dal principio di non contraddizione, quasi sempre; euforia per le nuove scoperte, tristezza quando le nuove scoperte presentano buchi. Il matematico E. Le Roy ipotizzava che, senza che il matematico stesso lo sappia, molti di questi nuovi concetti( scoperte, formule) siano spiegazioni di fatti naturali che non vediamo perché sono 'di là'. Geografo perchè esplora un territorio che non conosce, non vede, e può trovarsi a sprofondare, a perdere la strada ed altro.

Ho ricopiato questo breve pezzo per mostrare che al momento alcune scienze esatte sono molto sull'intuitivo, quindi vanno prese con cautela, sono 'aperte'. Quindi teniamoci stretta la Bibbia e cerchiamo di comprenderla con tutte le nostre facoltà. L'andazzo in molte materie, scientifiche ed umanistiche, è questa 'apertura' all'iperbolico, a mio avviso, sbagliata perchè dà per scontato il passo dopo passo. Che non c'è più. Non essendoci più questo contenimento del passo dopo passo, della regola,uno sfora e rischia di sforare nella 'originalità spinta'a causa dei grandi salti che è costretto a fare. E spesso nel vuoto.
Questo era quello che scrivevo all'inizio sulla necessità di studiare San Tommaso, passo passo,per poter arrivare, se Dio Vuole, percorrendo la nostra strada, con le nostre regole, ad una visione che gli altri stanno ipotizzando, di ipotesi in ipotesi. Che stanno cercando come mosche cieche. Molti di loro sono soliti mettere Dio da parte, proviamo noi a prenderLo come guida della nostra esplorazione. E questo è anche uno dei principali errori di Bergoglio, non prendere Dio, Uno e Trino, come Unica guida.