giovedì 2 luglio 2020

Le incognite della fine di un pontificato

L'attenta analisi di Roberto De Mattei si inserisce nell'alveo dei contributi al serio dibattito innescato dai recenti interventi sul Vaticano II dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò e del vescovo ausiliare di Astana Athanasius Schneider [qui].

Le dimissioni di Benedetto XVI saranno ricordate come uno degli eventi più catastrofici del nostro secolo, perché hanno aperto la porta non solo a un disastroso pontificato, ma soprattutto a una situazione di caos crescente nella Chiesa.
A oltre sette anni dallo sciagurato 11 febbraio 2013, la vita di Benedetto XVI e il pontificato di papa Francesco volgono inesorabilmente al termine. Non sappiamo quale dei due eventi precederà l’altro, ma in entrambi i casi, il “fumo di Satana” rischia di avvolgere il Corpo Mistico di Cristo come forse mai è accaduto nella storia.
Il pontificato bergogliano è arrivato alla fine, se non dal punto di vista cronologico, certamente dal punto di vista del suo impatto rivoluzionario. Il Sinodo post-amazzonico è fallito e l’Esortazione Querida Amazonia [qui] dello scorso 2 febbraio è stata la pietra tombale di tante speranze del mondo progressista, soprattutto di area tedesca. Il Coronavirus, o Covid-19, ha definitivamente posto fine agli ambiziosi progetti pontifici per il 2020, consegnandoci l ‘immagine storica di un Papa solitario e sconfitto, immerso nel vuoto di una spettrale piazza san Pietro. D’altra parte, la Divina Provvidenza, che regola sempre tutte le vicende umane, ha permesso che Benedetto XVI assistesse allo sfacelo seguito alla sua abdicazione. Ma il peggio deve probabilmente ancora venire.

Era logico prevedere che con la convivenza di “due Papi” in Vaticano, una parte del mondo conservatore, disgustato da Francesco avrebbe rivolto lo sguardo a Benedetto, considerandolo il “vero Papa”, contrapposto al “falso profeta”. Pur convinti degli errori di papa Francesco, questi conservatori non hanno voluto seguire la strada aperta dalla Correctio filialis consegnata a papa Francesco l’11 agosto 2016. La vera ragione della loro riluttanza sta probabilmente nel fatto che la Correctio mette in rilievo come la radice delle deviazioni bergogliane risale ai pontificati di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II e, prima ancora, al Concilio Vaticano II. Per molti conservatori, invece, l’ermeneutica della continuità di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, non ammette fratture e poiché il pontificato bergogliano sembra rappresentare la negazione di questa ermeneutica, l’unica soluzione per risolvere il problema è quella di eliminare Francesco dall’orizzonte.

Lo stesso Benedetto, attribuendosi il titolo di Papa emerito, continuando a vestire di bianco e impartendo la benedizione apostolica, ha compiuto gesti che sembrano incoraggiare questa impervia opera di sostituzione del Papa nuovo con l’antico. L’argomento princeps è però la distinzione tra munus e ministerium, con la quale Benedetto è sembrato voler conservare per sé una sorta di pontificato mistico, lasciando a Francesco l’esercizio del governo. L’origine della tesi risale a un discorso di mons. Georg Gänswein del 20 maggio 2016 alla Pontificia Università Gregoriana [qui - qui], in cui egli affermava che papa Benedetto non aveva abbandonato il suo ufficio, ma gli aveva dato una nuova dimensione collegiale, rendendolo un ministero quasi-condiviso («als einen quasi gemeinsamen Dienst»). A nulla vale che lo stesso mons. Georg Gänswein, in una dichiarazione a LifeSiteNews del 14 febbraio 2019, abbia riaffermato la validità della rinuncia all’ufficio petrino di Benedetto XVI, affermando che «c’è solo un Papa legittimamente eletto, ed è Francesco». Ormai l’idea di una possibile ridefinizione del munus petrino era lanciata. E di fronte all’obiezione che il Papato è uno e indivisibile e non può tollerare scissioni al suo interno, la replica di questi conservatori è che proprio questo fatto prova l’invalidità delle dimissioni di Benedetto XVI. 

L’intenzione di Benedetto – essi dicono – era quella di conservare il pontificato, supponendo che l’ufficio potesse biforcarsi in due; ma ciò è un errore sostanziale, perché la natura monarchica e unitaria del Papato è di diritto divino. La rinuncia di Benedetto XVI, perciò, sarebbe invalida.

È facile controbattere che se fosse provato che Benedetto XVI aveva l’intenzione di scindere il pontificato, modificando la costituzione della Chiesa, sarebbe caduto in eresia; e poiché questa concezione eretica del Papato sarebbe certamente anteriore alla sua elezione, l’elezione di Benedetto dovrebbe essere ritenuta invalida per lo stesso motivo per cui si ritiene invalida l’abdicazione. Egli non sarebbe in nessun caso Papa. Ma questi sono discorsi astratti, perché solo Dio giudica le intenzioni, mentre il diritto canonico si limita a valutare il comportamento esterno dei battezzati. Una sentenza celebre del diritto romano, ricordata sia dal cardinale Walter Brandmüller [qui - qui] che dal cardinale Raymond Leo Burke [qui], afferma che «De internis non iudicat praetor»; un giudice non giudica le cose interne. D’altra parte il canone 1526, § 1 del nuovo Codice di Diritto Canonico ricorda che: «Onus probandi incumbit ei qui asserit» (L’onere di fornire le prove tocca a chi asserisce). C’è una differenza tra indizio e prova. L’indizio suggerisce la possibilità di un fatto, la prova ne dimostra la certezza. La regola di Agatha Christie, secondo cui tre indizi sono una prova, vale per la letteratura, ma non per i tribunali civili o ecclesiastici.

Inoltre, se il legittimo Papa è Benedetto XVI, che cosa accadrebbe se egli da un giorno all’altro morisse, o se invece, prima della sua morte, venisse a mancare papa Francesco? Dal momento che molti degli attuali porporati sono stati creati da papa Francesco e nessuno dei cardinali elettori lo considera un antipapa, la successione apostolica sarebbe interrotta, pregiudicando la visibilità della Chiesa. Il paradosso è che per provare l’invalidità della rinuncia di Benedetto si utilizzano sofismi giuridici, ma poi per risolvere il problema della successione di Benedetto o di Francesco, si dovrebbe ricorrere a soluzioni extra-canoniche. La tesi del visionario francescano Jean de Roquetaillade (Giovanni di Rupescissa: 1310-1365), secondo cui, nell’imminenza della fine dei tempi, apparirebbe un “Papa angelico” alla testa di una Chiesa invisibile, è un mito diffuso da molti pseudo-profeti, ma mai accolto dalla Chiesa. È questa la strada che imboccherebbe una parte del mondo conservatore? Sembra più logico ritenere che i cardinali riuniti in conclave per eleggere un nuovo Papa, dopo la morte o la rinunzia al pontificato di papa Francesco, sarebbero assistiti dallo Spirito Santo. E, se è vero che i cardinali potrebbero rifiutare l’influsso divino, eleggendo un Pontefice peggiore di papa Francesco, è anche vero che la Provvidenza potrebbe riservare sorprese inaspettate, come fu per l’elezione di Pio X o di altri grandi Papi nella storia.

Ciò di cui abbiamo bisogno è un Papa santo e, prima ancora, di un prossimo Papa. Con il titolo, The Next Pope, è uscito in questi giorni un ottimo libro del giornalista inglese Edward Pentin pubblicato da Sophia Institute Press (The Next Pope: The Leading Cardinal Candidates). Il principale merito di quest’opera di oltre 700 pagine, è di ricordarci che ci sarà un “prossimo Papa”, e di offrirci, attraverso i profili di 19 “papabili”, tutte le informazioni necessarie ad entrare nell’era post-francescana.

Occorre convincersi che l’ermeneutica della continuità è fallita, perché attraversiamo una crisi in cui ci si deve misurare sui fatti, e non sulle loro interpretazioni. «L’inaccettabilità di questo approccio – osserva giustamente Peter Kwasniewski [qui] – è dimostrata, tra l’altro, dal successo infinitesimale che i conservatori hanno avuto nel rovesciare le “riforme” disastrose, le tendenze, le abitudini e le istituzioni stabilite sulla scia e nel nome dell’ultimo Concilio, con l’approvazione o la tolleranza papale».

Papa Francesco non ha mai teorizzato l ‘ermeneutica della “discontinuità”, ma ha voluto realizzare il Vaticano II nella prassi e l’unica risposta vincente a questa prassi sta nella realtà concreta dei fatti teologici, liturgici, canonici e morali, e non in uno sterile dibattito ermeneutico. Sotto questo aspetto, il vero problema non sarà la continuità o la discontinuità del prossimo Pontefice con Papa Francesco, ma il suo rapporto con il nodo storico del Concilio Vaticano II. Alcuni conservatori vogliono eliminare papa Francesco, attraverso cavilli canonici, in nome dell’ermeneutica della continuità. Ma se è possibile accusare un Papa per la sua discontinuità con il suo predecessore, perché non ammettere la possibilità della discontinuità di un Concilio con i precedenti? In questo contesto vanno apprezzati i recenti interventi sul Vaticano II dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò e del vescovo ausiliare di Astana Athanasius Schneider [qui], che hanno avuto il coraggio di affrontare un dibattito teologico e culturale che non si può eludere. Quest’opera di revisione storica e teologica del Vaticano II è necessaria per dissipare le ombre che si addensano sulla fine del pontificato, e anche per evitare una divisione che potrebbe porre i buoni cattolici di fronte alla scelta tra un Papa cattivo, ma legittimo, e un anti-papa di migliore dottrina, o “mistico”, ma purtroppo illegittimo. 
Roberto De Mattei - Fonte

22 commenti:

Maurizio ha detto...

Mi pare che sempre più si stia facendo largo, da parte dei fedeli alla Tradizione, l'ipotesi radicale di una abrogazione del Concilio, mandando in soffitta l'ermeneutica della continuità.
Ne sono felice, perché è un'operazione di chiarezza.

Anonimo ha detto...

Guai, guai, guai alle bande nazionali ed internazionali che hanno messo in piedi questo pasticciaccio brutto nella Chiesa Cattolica!

Anonimo ha detto...

il peggio deve ancora arrivare...... non pensate che la mafia di san Gallo sia scomparsa... oramai quello che doveva fare Bergoglio l'ha fatto... ha fatto fuori la religione cattolica.

Anonimo ha detto...

È facile controbattere che se fosse provato che Benedetto XVI aveva l’intenzione di scindere il pontificato, modificando la costituzione della Chiesa, sarebbe caduto in eresia; e poiché questa concezione eretica del Papato sarebbe certamente anteriore alla sua elezione, l’elezione di Benedetto dovrebbe essere ritenuta invalida per lo stesso motivo per cui si ritiene invalida l’abdicazione. Egli non sarebbe in nessun caso Papa.

Apprezzo tutta l'ottima disanima di De Mattei, ma questo passaggio non lo capisco: perché afferma che questa menzionata volontà di scissione del papato invaliderebbe anche l'elezione di BXVI?
Non potrebbe averla maturata durante il suo pontificato, iniziato però validamente?
Sembra quasi voglia alludere che Ratzinger avesse già questa intenzione prima di essere eletto papa.
Chiedo lumi.

tralcio ha detto...

Provo ad essere originale non per vantare qualche merito, ma per non rinchiudermi nella scatola con l’etichetta e il barcode appiccicato da altri, nel pur lodevole intento di classificare, catalogare e mettere un po’ d’ordine nel caos. Innanzitutto tento di conservare una visione soprannaturale e spirituale delle vicende, per non essere ridotto alla “storia che accade” e agli spiriti di questo o di quello che aleggiano qua e là.

A confortarmi sono per esempio le visioni dei mistici, come la Beata Caterina Emmerick con “il tempo dei due papi” e della “strana chiesa protestantizzata”. Detto e scritto duecento anni fa… Questo non per la pruderie di profezie, in un contesto dove pullulano falsi profeti, ma per l’evidenza degli interventi preventivi del Cielo a far luce su certe pieghe della storia. Pensiamo all’attualità COVID e a come (non) ti permettono di accostarti al Santo Sacramento: è evidente che sulla cronaca s'è innestata l’ideologia anche tra Vescovi.

Il redde rationem del quale ha detto Mons. Viganò è una categoria innanzitutto spirituale, soprattutto per chi è credente. Viceversa è un passaggio di contabilità generale, da denuncia dei redditi o accertamento dell’agenzia delle entrate.

Fatte tutte queste premesse, invito a considerarci tutti nell’incertezza non della luce di Dio, ma del perdurare delle nostre ombre, dovute innanzitutto al peccato (che riguarda anche chi ha ben chiara la dottrina, oltre a moltiplicarsi in chi propala l’eresia).
Nessuno si illude che dopo Francesco chi lo seguirà sarà meglio di lui, se scelto da chi sta spadroneggiando nelle curie. Nessuno potrebbe pensare che Giovanni Paolo II o Benedetto XVI non siano impegnati di spirito conciliare, per mille ragioni. Questo però non toglie nulla alla statura cristiana e cattolica fino ai vertici della santità. O basta (l’infelice) l’episodio di Assisi per cancellare o bollare la vita di un uomo di Dio come Karol Wojtyla? Potrei proseguire a lungo, ma mi basta ricordare i patimenti di San Padre Pio ai tempi della chiesa cronologicamente preconciliare, ma infestata di modernismo da almeno un secolo.
In questi anfratti della sfida portata dal Maligno alla Sposa di Cristo (mai dimenticare che come nemico non abbiamo creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra…) le mosse dei più ispirati possono essere sconcertanti persino per i compagni di squadra… Pensiamo ai Dodici mentre Gesù si offre come corpo e sangue (sangue versato, sacrificato…) anticipando quel che sarebbe accaduto poche ore dopo.
Adesso abbiamo un papa vestito di bianco, che si preferisce vescovo di Roma e non vive nel palazzo apostolico, tutto preso da questioni mondane. E un altro emerito che resta vestito di bianco e impartisce la benedizione apostolica. Ma ci dicono che c’è un solo papa…
La cosa più semplice da dire è che c’è “un errore”. E’ sbagliato. Come è sbagliato aver antropocentrizzato il cristianesimo e aver dialogato con il mondo come un dirimpettaio che aveva tanto da insegnare alla Chiesa, anche sul Suo Gesù.

L’errore c’è. Evidentemente.
Ma come lo si combatte? Gesù ha indicato la via della Croce. Unica strada. Se avesse scelto una via meno definitiva, ognuno avrebbe potuto discutere di validità e invalidità, nell’alveo o fuori dagli schemi del potere religioso o civile, pur sempre mondano.
Adesso che cosa ci attendiamo? Di fare chiarezza giuridicamente? Ci “accontentiamo” di cassare in toto il CVII? Di questa o quell’ermeneutica?
Non basterebbe. Non basterà. La sfida è molto più grossa. Ci saranno sorprese: quelle di Dio. Questo ci dicono la fede e la speranza, nella carità, in verità.

Anonimo ha detto...

"...Non potrebbe averla maturata durante il suo pontificato, iniziato però validamente?..."

Certe ideuzze vengono da lontano, non maturano né con l'elezione al, né durante un pontificato. A grandi linee abbiamo visto come il CVII sia figlio del modernismo ed il modernismo, sintesi di tutte le eresie, non ha che da pescare, ad occhi chiusi, nella sua capace gerla per tirar fuori l'eresia rispondente al momento.

Accettiamo con fortezza di essere stati raggirati da pastori, guide e saltimbanchi di ogni ordine e grado e cerchiamo di stare ad occhi aperti, la dabbenaggine non paga, men che meno in ambito spirituale, dove la prontezza di spirito, nel giudicare secondo verità, è vitale.

Catholicus ha detto...

"l’elezione di Benedetto dovrebbe essere ritenuta invalida per lo stesso motivo per cui si ritiene invalida l’abdicazione"; ma allora, cara Mic, se pubblica questa opinione del prof. De Mattei (persona rispettabilissima e stimatissima, ovviamente) perché mi cestina sempre quando sostengo che per me la successione apostolica si è interrotta con l'usurpazione del soglio petrino al Card. Siri, papa legittimamente eletto quel pomeriggio del 26 ottobre 1958, da parte di una persona gradita alla cupola massonica già presente nel Collegio Cardinalizio, cioè Angelo Roncalli (precursore obbligato di Montini)? Lei potrà anche ritenere invalide le motivazioni addotte a sostegno della mia tesi, ma me le lasci almeno esprimere, per carità cristiana. Chiedo troppo? Grazie e Dio la benedica.

Anonimo ha detto...

Sulla collegializzazione del papato ed altre stravaganze sacrileghe, Ratzinger elaborò strane tesi dal sapore hegeliano già durante gli anni del Concilio, insieme al compagno Rahner. Ne parlò poi in un testo del 1977... Che la mens di Ratzinger sia colpita da un vulnus ereticale, questo è certissimo. Ma la sua è una versione devota di Modernismo... Chiamiamolo: tradimodernista! Più insidioso, credo, dei più spudorati progressisti.

giovanni tortelli ha detto...

E' singolare che il così detto Papa emerito non abbia mai chiarito in modo autentico la sua funzione. Nella massima sua funzione apicale i sussurri o i sottintesi o i fatti concludenti di cui BXVI si è avvalso dopo le sue dimissioni si caricano di una eccezionale carica morale negativa e devastante: dalla deposizione del suo pallio sulla tomba di Celestino V nel 2009, alle motivazioni delle sue dimissioni (che ricalcano molto quelle di Celestino V), alle benedizioni apostoliche che egli stesso ha continuato a impartire dopo le dimissioni, la confusione è tanta e tale da creare scandalo, sconcerto e divisioni presso i christifideles, con conseguenze moralmente rilevanti anche perché - come dice benissimo il prof. de Mattei, la distinzione fra "munus" e "ministerium" non risolverebbe la questione della successione legittima ed ininterrotta in caso di premorte di Francesco.
Ricordo anche che negli anni del suo pontificato, BXVI non mi risulta abbia mai risposto alle legittime domande ecclesiologiche di mons. Gherardini ("Quod et tradidi..."; "Quaecumque dixero..."; "Una risposta mancata", mentre l'ermeneutica della continuità-discontinuità è solo un sofisma, come dice perfettamente de Mattei: in chiave di continuità, nessuna ragione hanno ottenuto in questi cinquant'anni di postconcilio i conservatori che anzi vedono ogni giorno cadere qualche ciottolo della Divina Istituzione; in chiave di discontinuità, Francesco l'ha praticamente ignorata e si è dato da fare in modo solo pragmatico per attuare il CVII ed anzi per svilupparlo ancor più su vie extra vagantes. Quindi, a mio avviso, il nodo di tutti i problemi è proprio il CVII, come conclude (amaramente) il prof. de Mattei che resta - a mio parere - il miglior esperto di ecclesiologia in questo scorcio del terzo millennio della Chiesa.

mic ha detto...

@ Catholicus 10:40

La differenza sta nel fatto che nell'articolo si formula un'ipotesi, non si traggono conclusioni, che invece lei trae su fatti non provati storicamente.

Anonimo ha detto...

Molte verità ed asserzioni viste come utopistiche mentre sono reali, basta constatare i fatti di cui giudica il dirtto canonino, i fatti sono il foro esterno per cui si può giudicare il foro interno. Esempio: io voglio ammazzare una persona? Chi può dirlo? Nessuno se non lo dico. Se però l'ammazzo, che l'abbia detto prima o no, l'ho ammazzata: è un fatto, un altro può giudicarmi di omicidio, da un foro esterno giudica il mio foro interno che ha messo in atto il fatto. E questa è la risposta al commento 9,28. Vero che il doppio papato è eretico, vero che abbiamo a che fare quindi con 2 ipso facto giudicati,vero che la Chiesa vera è Divina , vero che l'attuale pare solo umana, resta che il papa legittimo di cui si parla sarebbe solo umano e quindi, per me almeno,nullo. Papa dubbio papa nullo. Papa doppio papa nullo. Papa eretico papa nullo.Il Magistero li giudica, quello di venti secoli. Quindi non vedo proprio la scissione tra un antipapa mistico ed un papa nero legale, se non considerando la chiesa umana che non mi interessa. Potremmo a questo punto vedere un mons.Lefebvre come un papa mistico e Paolo VI come un papa legale? Semplicemente è certo che il monsignore mai fu Papa. Su Paolo VI definito anticristo da Lefebvre si può e deve discutere in quanto lo stesso concilio che si vede come conciliabolo ormai, giudica chi l'ha promulgato e chi l'ha indetto. La Chiesa è Divina e Caifa era il pontefice legale ma finì come finì...figura dell'attuale Bergoglio che finirà come lui. Chi vorrà seguirlo come legale che faccia... io seguo Pietro nella Chiesa Divina quando uscirà dall'eclisse (La Salette lo disse e disse anche che Dio avrebbe castigato il clero corrotto come mai prima), perchè sta uscendo grazie a mons.Viganò.

Ireneo ha detto...

Non sono d'accordo con la disamina logico-giuridico del Prof. De Mattei:
nella "declaratio" -testo latino- dopo aver fatto una ampia circonlocuzione per distinguere "munus" e "ministerium", papa Benedetto XVI dichiara di rinunciare al "ministerium" contrariamente al canone 332 - testo latino- che richiede di rinunciare ritualmente al munus
E siccome non contano le intenzioni e men che meno le elucubrazioni anteriori del Papa, ma il foro esterno, a me la cosa pare giuridicamente e logicamente lampante. Rinuncia invalida ai sensi del canone 332.
Se poi vogliamo esaminare il "foro interno", come mai, chiedo, Papa Benedetto si è così prolungato nella "declaratio" a separare munus da ministerium?
Nel suo prologo non poteva parlare sempre e solo di "munus", ossia della carica?
Ad un certo punto, pur di non parlare di munus la declaratio riporta financo una tautologia "ad ministerium administrandum"......
A me il senso di tutti i giri di parole pare più che evidente, ma siccome non si deve giudicare il foro interno, ma la manifestazione della volontà, perchè non ha rinuciato al "munus", ossia alla carica? E se la carica è indivisibile, giuridicamente questo significa che tutta la rinuncia è invalida.
Capisco perfettamente i gravissimi problemi che pone questo approccio e tutto quello che ne consegue.
Ma fu normale forse il ricatto dello Swift cui fu sottoposto Papa Benedetto XVI qualche giorno prima della "declaratio"?
Perchè un Papa nato un Sabato Santo teorizzò che la Chiesa doveva passare il suo Sabato Santo prima della manifestazione del Signore?
E cosa significò la sua profezia di inizio pontificato "pregate perchè io non debba fuggire davanti ai lupi"?
E perchè la Beata Caterina Emmerich vide 2 Papi?
Ed infine come mai apparendo dalla Loggia pontificale la sera del 13 Marzo Jorge Mario Bergoglio parlò di un Papa venuto quasi dalla fine del mondo?
Personalmente l'unica cosa cui tengo è rimanere nella Santa Chiesa Romana, fino alla fine dei giorni, chiunque sia o siano i Papi, a questo cerco di attenermi con tutte le forze.
Dico solo che nella Chiesa che frequento, il Sacerdote, per non sbagliare, al momento dell' "una cum" dice: "in comunione con il Papa, il Vescovo, ecc. ecc."...........

FG ha detto...

In effetti il passaggio citato da Anonimo "È facile controbattere che se fosse provato che Benedetto XVI aveva l’intenzione di scindere il pontificato, modificando la costituzione della Chiesa, sarebbe caduto in eresia; e poiché questa concezione eretica del Papato sarebbe certamente anteriore alla sua elezione, l’elezione di Benedetto dovrebbe essere ritenuta invalida per lo stesso motivo per cui si ritiene invalida l’abdicazione. Egli non sarebbe in nessun caso Papa." desta moltissime perplessità, mi sembra un'ipotesi volutamente forzata nella premessa e nella conclusione.
L'articolo di De Mattei manca dell'analisi di alcuni fatti e personaggi: la mafia di San Gallo, un esame della declaratio di BVI, il ruolo ambiguo di Ganswein, la bancarotta morale e dottrinale del collegio cardinalizio.

FG ha detto...

@Ireneo

"Ed infine come mai apparendo dalla Loggia pontificale la sera del 13 Marzo Jorge Mario Bergoglio parlò di un Papa venuto quasi dalla fine del mondo?"

Al di là dell'espressione apocalittica, Bergoglio è argentino e chi è stato in Argentina almeno per turismo sa che quel paese si definisce la "fin del mundo" perché vicino all'Antartide, se si va in Terra del Fuoco si fanno gite costiere alla "fine del mondo", è un'espressione popolare tipicamente argentina.

Catacumbulus ha detto...

@Ireneo
Quella che espone è la tesi di Don Minutella e di Fra' Alexis. Ho visionato il video in cui ne parlano e devo dire che l'ipotesi che espongono di per sé ha il suo senso ed è dotata di coerenza. Tuttavia a mio modesto avviso errano pesantemente se pretendono che si tratti di una tesi, non solo evidente e dimostrata, ma che, soprattutto, risulti necessariamente obbligante per i fedeli. In un modo o nell'altro dovrà essere un'autorità preposta a sancire qualcosa che possa realmente obbligare il comune fedele a rifiutare, pena il grave rischio della condanna eterna, la S. Messa "novus ordo" o una qualsiasi S. Messa ove il sacerdote non si dissoci esplicitamente dalla comunione con Bergoglio (questione dell'una cum). Alla fine si avrebbe lo stesso problema che vige con il sedevacantismo: Nostro Signore costringerebbe chi non ha alcuna autorità giuridica, anche quando avesse la scienza per non errare in materia dottrinale, a legiferare e, di conseguenza, ad andarsi a cercare con la lanterna, come un novello Diogene, il sacerdote che gli possa amministrare sacramenti validi. Situazione del tutto assurda.

tralcio ha detto...

Nella dichiarazione che segna le "dimissioni" Benedetto XVI, la distinzione tra munus petrinum e ministerio episcopi Romae, successoris sancti Petri non è un dettaglio.

Non è cosa da poco la candida ammissione del Card. Danneels dell'esistenza di una mafia sul lago di Costanza.

Non è una quisquilia la vicenda di Gotti Tedeschi, culminata con le difficoltà per la liquidità vaticana ad inizio 2013.

Non si può ignorare quanto emerso dell'amministrazione Obama verso lo stato Vaticano.

La figura di Mons. Gaenswein non è delle più lineari, considerandone il ruolo accanto a Ratzinger e più di un episodio ambiguo rispetto a Bertone e a Bergoglio, con tanto di dichiarazione consegnata alla storia sul "nuovo papato", che quasi tutti danno per scontato che sia stata autorizzata da Benedetto XVI e che invece potrebbe non esserlo.

Non è un particolare da trascurare che Benedetto XVI non abbia mai detto una parola cattiva su nessuno, compreso chi lo ferì, lo contestò e ne tradì la fiducia (penso ad Hans Kung).

L'impressione è che chi abbonda di pentolame scarseggiando di coperchi abbia sottovalutato la forza della fede e la purezza di cuore, sopravvalutando l'apparato, le bocche da fuoco amiche, i potentati terreni, il soldo, il potere e il vizio. Hanno reputato che un coro, fosse anche del popolo di Dio, artatamente sobillato, fosse davvero "vox Dei" e non semplicemente il rimbombo e l'eco del grugnito delle loro porcherie.

Non è che per forza debbano capire che hanno perso, anche se hanno già perso.
La situazione è assurda, ma conserva una sua surreale ironia.
L'ironia di Dio, che guarda perplesso le formiche che s'atteggiano ad elefanti.
E' davvero il tempo della Corredentrice, ovvero il tempo degli umili che temono il Signore.
Il Suo Gesù ha indicato una via che -umanamente- termina sulla croce, ma per entrare nella gloria del Regno di Dio. Ha indicato una porta stretta, nemmeno tanto facile da trovare.
Infatti è "pro multis", ma non "per tutti". Dobbiamo preoccuparci di trovarla ed entrare.
Ricordiamoci il monito, che potrebbe riguardarci: "Non vi conosco"... Davvero terribile.

Anonimo ha detto...


Un papa che dichiari di dimettersi, aprendo ufficialmente la vacanza della Sede, ha rinunciato al munus ossia alla sua carica: non è più papa, avendo rinunciato al supremo potere di giurisdizione sulla Chiesa, conferitogli da Dio dal momento dell'accettazione dell'elezione al Sacro Soglio. Il Papa è sul trono per governare la Chiesa non per recitare Novene.

Se questo papa è convinto di continuare a possedere il munus ma in forma speciale, per così dire mistica, attuantesi in preghiere, meditazioni, Messe, Rosari per la Chiesa, sono affari suoi: è una costruzione personale sua, che per deferenza (come sembra dall'esterno) gli è stato consentito di attuare. Ma tale costruzione, come i deliri sul "papato allargato", non incide in nulla sulla validità delle sue dimissioni.

Nelle dimissioni di Benedetto XVI qualcosa di inspiegato rimane, di non detto e che forse non è bene dire. Ma questo riguarda il contorno, non la validità delle dimissioni, sempre difese come valide dall' Emerito.

Catacumbulus ha detto...

@ Anonimo del 2 luglio 2020 22:30

La sua conclusione mi pare troppo rozzamente semplicistica. Consideri che stiamo comunque vivendo tempi molto particolari (non so se addirittura strettamente apocalittici), dunque potrebbe benissimo essere che le dimissioni di Benedetto XVI siano state volutamente rese invalide dallo stesso pontefice, essendone costretto per gravi ragioni. Nonostante ciò, a mio avviso, rimane valida la necessità della perfetta forma giuridica e, dunque, la necessità che ciò che è stato reso "materialmente" invalido, sia riconosciuto anche "formalmente" come tale. Ciò che può essere attuato solo da un'autorità preposta. Rimarrebbe la difficoltà relativa a quanto fece giustamente notare lo stesso prof. De Mattei, ossia che l'accettazione universale di un papa da parte della Chiesa intera ne certifica l'autorità, ma bisognerebbe discuterne, perché, proprio in relazione ai tempi particolari che stiamo vivendo, forse non si tratta di obiezione insormontabile. Tengo tuttavia a precisare che sto esprimendo queste osservazioni in via del tutto ipotetica sul piano teorico. Nel concreto potrei benissimo sbagliarmi... E come insegna Sant'Ignazio nei suoi Esercizi, nel momento della tempesta, bisogna mantenere per prudenza le risoluzioni prese nei momenti di pace.

Anonimo ha detto...


"La sua conclusione mi pare troppo rozzamente semplicistica.."

Certo, la semplicità dell'argomentazione può apparire rozza a menti che arzigogolano sull'impossibile e non si accorgono di correre dietro ai mulini a vento. Dirò di più: di continuare a prendere sul serio un personaggio come Ratzinger che, dopo l'atto di viltà della sue dimissioni (dal papato non da una carica municipale qualsiasi) si è riciclato come Papa Emerito, con tutto il contorno che sappiamo, teorizzando addirittura l'esistenza di un papato "allargato" (uno di governo e uno "mistico" attuato da lui) di cui lui sarebbe uno dei due perni!
Alle volte mi chiedo se Joseph Ratzinger non ci stia prendendo tutti in giro. Ma no, nel suo teutonic aplomb non sembra esserci posto per una smagliatura sulfurea come la beffarda ironia. La situazione attuale, farsesca, dei "due Papi", di governo e di preghiera, sarebbe certamente piaciuta all'empio Voltaire.
Ma chi continua a sostenere l'invalidità della rinuncia di R., ha chiarito in quale requisito di invalidità della rinuncia si debba collocare quella del Nostro, ex can. 188 CIC? Le possibilità sono due: o "timore grave ingiustamente incusso" o " errore sostanziale". La simonia e il dolo sono ovviamente da escludersi. Dobbiamo credere che l'idea bislacca di rinunciare all'esercizio del potere di giurisd. su tutta la Chiesa (il ministerium, cosiddetto) per mantenere invece questo potere (su tutta la Chiesa) in senso puramente spirituale, c.d. "mistico", in modo da "allargare" l'officio petrino [!], costituisca non un motivo personale ininfluente sulle fermamente volute dimissioni bensì motivo di invalidità delle stesse, perché qualificante un "errore sostanziale"?
Ma cosa intende la dottrina canonistica qui con "errore sostanziale"?
Ci siamo documentati? I nostalgici di Ratzinger si sono documentati a dovere?

Se poi, in ipotesi, si scoprisse che R. è stato costretto a dimettersi perché qualcuno gli ha "incusso ingiustamente timore grave", minacciandolo ingiustamente di qualcosa, magari di morte (dico per dire), l'eventuale invalidità delle sue dimissioni, renderebbe forse invalida la nomina del successore? I ratzingeriani credono di sì e per questo si agitano tanto, ma chi ha detto che sarebbe così? Anche qui, bisognerebbe vedere cosa dice la dottrina canonistica o cosa si purò dedurre legittimamente da essa, trattandosi di situazioni del tutto nuove o comunque rare.

Anonimo ha detto...

Protocollo tra Cei e Governo per la ripresa delle Messe: Comunione solo sulle mani? Non ha senso, nemmeno scientificamente. La Cei non risponde a una lettera aperta. Delpini manda un parere informale che rivela un'ammissione di non conoscenza che sfocia però in allineamento a decisioni governative, nonostante il rammarico per la Messa "sfigurata"

https://www.lanuovabq.it/it/comunione-i-vescovi-non-si-pieghino-al-governo?fbclid=IwAR0gTKfDPnI76CUiwopR1MNQTNXKJUcObqfmf92TWClI_yeBDrP3NkCs-Fk#.XwA_STqiZQo.facebook

Anonimo ha detto...

Una buona fetta dei cattolici da parata si barcamenerà fino allo stremo pur di non prendere una decisione davanti a se stessi, davanti a Dio e davanti al mondo. Ora dal fondo della nostra indegnità dobbiamo riconoscere che esistono i cattolici tiepidi ma, non a noi spetta il vomito. Noi dobbiamo cercare di spiegarci al meglio delle nostre poverissime capacità affinché loro capiscano, superando per Grazia la loro ignoranza invincibile o invincibile ipocrisia. Nessuno di noi deve andare oltre il possibile perdendo la pace interiore, meglio allora seriamente pregare dalla propria celletta, con costanza, per la salvezza dei poveri peccatori. I cattolici da parata sono e resteranno la nostra spina nel fianco, come i sinistri lo sono nella vita culturale, politica ed economica.

Anonimo ha detto...

Una cosa è certa: il munus ed il ministerium non significano la stessa cosa. È quindi grave che la traduzione della Declaratio operata per i media di tutto il mondo (anche per la traduzione italiana) usino la medesima parola, come se fossero sinonimi. Nella Declaratio si dichiara di rinunciare al Ministero, non al Munus. Come minimo, data la possibilità di fraintendere il reale significato della rinuncia, il card. Sodano (o qualsiasi altro cardinale), avrebbe dovuto richiedere a papa BXVI una nuova rinuncia priva di qualsiasi dubbio, dal punto di vista del diritto canonico. È a tutti evidente che, se la sede non è vacante, non si può indire un Conclave, e se si procedesse su questa strada, l'elezione del nuovo Papa sarebbe invalida e tutti i suoi atti successivi sarebbero nulli.