domenica 26 dicembre 2021

Cancellazione della certezza del diritto e stato di illegalità normalizzata

Mi interessa particolarmente il pensiero di Agamben perché non può essere circoscritto alla sola riflessione politica, posto che le sue opere spaziano dai temi dell’estetica o della critica letteraria alla filosofia teoretica o del linguaggio. I suoi contributi recenti ci forniscono chiavi di lettura molto significative della temperie attuale, come quello ripreso di seguito. Più tardi e domani approfondiremo con altri testi sorprendenti. 

Intervento al convegno degli studenti veneziani
contro il greenpass
 
Giorgio Agamben, 11 novembre 2021 a Ca’ Sagredo

Vorrei riprendere, per cominciare, alcuni punti che avevo provato a fissare qualche giorno fa per cercare di definire la trasformazione surrettizia, ma non per questo meno radicale, che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Credo che dobbiamo innanzitutto renderci conto che l’ordine giuridico e politico in cui credevamo di vivere è completamente mutato. L’operatore di questa trasformazione è stato, com’è evidente, quella zona di indifferenza fra il diritto e la politica che è lo stato di emergenza.
Quasi vent’anni fa, in un libro che cercava di fornire una teoria dello stato di eccezione, avevo costatato che lo stato di eccezione stava diventando il sistema normale di governo. Come sapete, lo stato di eccezione è uno spazio di sospensione della legge, quindi uno spazio anomico, che si pretende però incluso nell’ordinamento giuridico. Ma guardiamo meglio che cosa avviene nello stato di eccezione. Dal punto di vista tecnico, si ha una separazione della forza-di-legge dalla legge in senso formale. Lo stato di eccezione definisce, cioè, uno “stato della legge” in cui da una parte la legge teoricamente vige, ma non ha forza, non si applica, è sospesa e dall’altra provvedimenti e misure che non hanno valore di legge ne acquistano la forza. Si potrebbe dire che, al limite, la posta in gioco nello stato di eccezione è una forza-di-legge fluttuante senza la legge. Comunque si definisca questa situazione – sia che si consideri lo stato di eccezione come interno o che lo si qualifichi invece come esterno all’ordine giuridico – in ogni caso essa si traduce in una sorta di eclissi della legge, in cui, come in un’eclissi astronomica, essa permane, ma non emana più la sua luce.
La prima conseguenza è il venir meno di quel principio fondamentale che è la certezza del diritto. Se lo Stato, invece di dare disciplina normativa ad un fenomeno, interviene grazie all’emergenza, sul quel fenomeno ogni 15 giorni o ogni mese, quel fenomeno non risponde più ad un principio di legalità, poiché il principio di legalità consiste nel fatto che lo Stato dà la legge e i cittadini confidano su quella legge e sulla sua stabilità. Questa cancellazione della certezza del diritto è il primo fatto che vorrei sottoporre alla vostra attenzione, perché esso implica una mutazione radicale non solo del nostro rapporto con l’ordine giuridico, ma nel nostro stesso modo di vivere, perché si tratta di vivere in uno stato di illegalità normalizzata.
Al paradigma della legge si sostituisce quello di clausole e formule vaghe, come “stato di necessità”, “sicurezza”, “ordine pubblico”, che essendo in sé indeterminate hanno bisogno che qualcuno intervenga a determinarle. Noi non abbiamo più a che fare con una legge o con una costituzione, ma con una forza-di-legge fluttuante che può essere assunta, come vediamo oggi, da commissioni e individui, medici o esperti del tutto estranei all’ordinamento.

Credo che ci si trovi davanti a una forma di cosiddetto stato duale – attraverso il quale Ernst Fraenkel, in un libro del 1941 che bisognerebbe rileggere, ha cercato di spiegare lo stato nazista – che è tecnicamente uno stato in cui lo stato di eccezione non è stato mai revocato. Lo stato duale è uno stato in cui allo stato normativo (Normenstaat) si affianca uno stato discrezionale (Massnahmestaat, uno stato delle misure) e il governo degli uomini e delle cose è opera della loro ambigua collaborazione. Una frase di Fraenkel è significativa in questa prospettiva: «Per la sua salvezza il capitalismo tedesco necessitava non di uno stato unitario ma di un doppio Stato, arbitrario nella dimensione politica e razionale in quella economica».
È nella discendenza di questo stato duale che si deve situare un fenomeno la cui importanza non potrebbe essere sottovalutata e che riguarda il mutamento della figura stessa dello Stato che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Intendo riferirmi a quello che i politologi americani chiamano The administrative State, lo Stato amministrativo e che ha trovato nel libro recente di Sunstein e Vermeule la sua teorizzazione (C. Sunstein e A. Vermeule, Law and Leviathan, Redeeming the Administrative State). Si tratta di un modello di Stato in cui la governance, l’esercizio del governo, eccede la tradizionale ripartizione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) e agenzie non previste nella costituzione esercitano in nome dell’amministrazione e in modo discrezionale funzioni e poteri che spettavano ai tre soggetti costituzionalmente competenti. Si tratta di un sorta di Leviatano puramente amministrativo, che è supposto agire nell’interesse della collettività, anche trasgredendo il dettato della legge e della costituzione, allo scopo di assicurare e guidare non la libera scelta dei cittadini, ma quella che Sunstein chiama la navigabilità – cioè in realtà la governabilità – delle loro scelte. È quanto oggi sta avvenendo in maniera fin troppo evidente, quando vediamo che il potere decisionale viene esercitato da commissioni e soggetti (i medici, gli economisti e gli esperti) del tutto esterni ai poteri costituzionali.
Attraverso queste procedure fattuali la costituzione viene alterata in modo ben più sostanziale di quanto avvenga attraverso il potere di revisione previsto dai costituenti, fino a diventare, come diceva un discepolo di Marx, un Papier Stück, soltanto un pezzo di carta. Ed è certo significativo che queste trasformazioni si modellino sulla struttura duale della governance nazista e che sia forse il concetto stesso di “governo”, di una politica come “cibernetica” o arte del governo che occorra mettere in questione.

È stato detto che lo stato moderno vive di presupposti che non può garantire. È possibile che la situazione che ho cercato di descrivervi sia la forma in cui questa assenza di garanzie ha raggiunto la sua massa critica e che lo stato moderno, rinunciando com’è oggi evidente a garantire i suoi presupposti, sia giunto alla fine della sua storia ed è questa fine che stiamo forse vivendo.
Credo che ogni discussione su che cosa possiamo o dobbiamo fare debba oggi partire dalla costatazione che la civiltà in cui viviamo è ormai crollata – o, meglio, visto che si tratta di una società basata sulla finanza – ha fatto bancarotta. Che la nostra cultura fosse sulla soglia di una generale bancarotta era ormai evidente da decenni e le menti più lucide del Novecento lo avevano diagnosticato senza riserve. Non posso non ricordare con quanta forza e con quanto sgomento Pasolini e Elsa Morante, in quegli anni Sessanta che ora ci sembrano tanto migliori del presente, denunciavano l’inumanità e la barbarie che vedevano crescere intorno a loro. A noi tocca oggi l’esperienza – non certo piacevole, ma forse più vera delle precedenti – di esser non più sulla soglia, ma dentro questa bancarotta intellettuale, etica, religiosa, giuridica, politica e economica, nella forma estrema che essa è andata assumendo: lo stato di eccezione invece della legge, l’informazione invece della verità, la salute invece della salvezza e la medicina invece della religione, la tecnica invece della politica.

Che cosa fare in una simile situazione? Sul piano individuale, certo, continuare nella misura del possibile a far bene quel che si cercava di fare bene, anche se non sembra esserci più alcun motivo per farlo, anzi proprio per questo continuare. Non credo però che questo basti. Hannah Arendt, in una riflessione che non possiamo non sentire vicina, perché s’intitolava On humanity in dark times, si chiedeva «in che misura restiamo obbligati rispetto al mondo e alla sfera pubblica anche quando ne siamo stati espulsi (era quello che era accaduto agli ebrei nel suo tempo) o abbiamo dovuto ritirarci da essi (come chi aveva scelto quella che con un’espressione paradossale si chiamava nella Germania nazista “emigrazione interna”)».
Credo che sia importante oggi non dimenticare che se ci veniamo a trovare in una condizione simile è perché siamo stati costretti, e che quindi si tratta di una scelta che resta in ogni caso politica, anche se sembra collocarsi fuori dal mondo. Arendt indicava l’amicizia come il possibile fondamento per una politica in tempi oscuri. Credo che l’indicazione sia giusta, a patto di ricordare che l’amicizia – cioè il fatto di sentire una alterità nella nostra stessa esperienza di esistere – sia una sorta di minimum politico, una soglia che insieme unisce e divide l’individuo dalla comunità. Cioè a patto di ricordare che si tratta di nulla di meno che di provare a costituire ovunque una società o una comunità nella società. Cioè, di fronte alla depoliticizzazione crescente degli individui, ritrovare nell’amicizia il principio radicale di una rinnovata politicizzazione.
Mi sembra che voi studenti avete cominciato a farlo, creando la vostra associazione. Ma dovete estenderlo sempre più, perché da questo dipenderà la stessa possibilità di vivere in modo umano.

Vorrei, per concludere, rivolgermi agli studenti che sono qui presenti e che mi hanno invitato oggi a parlare. Vorrei ricordarvi qualcosa che dovrebbe essere alla base di ogni studio universitario e di cui invece nell’università non si fa parola. Prima di abitare in un paese e in uno stato, gli uomini hanno la loro dimora vitale in una lingua e credo che solo se saremo capaci di indagare e di comprendere come questa dimora vitale sia stata manipolata e trasformata potremo capire come siano potute avvenire le trasformazioni politiche e giuridiche che abbiamo davanti ai nostri occhi.
L’ipotesi che intendo suggerirvi è, cioè, che la trasformazione del rapporto con la lingua è la condizione di tutte le altre trasformazioni della società. E se non ce ne rendiamo conto è perché la lingua per definizione resta nascosta in ciò che nomina e ci dà a comprendere. Come ha detto una volta uno psicoanalista che era anche un po’ filosofo: «che si dica resta dimenticato in ciò che s’intende di ciò che si dice».
Noi siamo abituati a guardare alla modernità come a quel processo storico che comincia con la rivoluzione industriale in Inghilterra e con la rivoluzione politica in Francia, ma non ci chiediamo quale rivoluzione nel rapporto degli uomini con la lingua ha reso possibile questa che Polanyi chiamava la Grande Trasformazione. È certamente significativo che le rivoluzioni da cui è nata la modernità siano state accompagnate se non precedute da una problematizzazione della ragione, cioè di ciò che definisce l’uomo come animale parlante. Ratio viene da reor, che significa «contare, calcolare, ma anche parlare nel senso di rationem reddere, dar conto». Il sogno della ragione, divenuta una dea, coincide con una «razionalizzazione» della lingua e dell’esperienza del linguaggio che permetta di dar conto e di governare integralmente la natura e, insieme, la vita degli esseri umani.
E che cos’è quella che oggi chiamiamo scienza, se non una pratica del linguaggio che tende a eliminare nel parlante ogni esperienza etica, poetica e filosofica della parola per trasformare la lingua in uno strumento neutrale per scambiare informazioni? Se la scienza non potrà mai rispondere al nostro bisogno di felicità, è perché essa presuppone in ultima analisi non un essere parlante, ma un corpo biologico come tale muto. E come dev’essersi trasformato il rapporto del parlante con la sua lingua, perché possa venir meno, come oggi sta avvenendo, la stessa possibilità di distinguere la verità dalla menzogna? Se oggi medici, giuristi, scienziati accettano un discorso che rinuncia a porsi domande sulla verità, ciò è forse perché – quando non sono stati pagati per farlo – nella loro lingua non potevano più pensare – cioè tenere in sospeso (pensare viene da pendere) – ma soltanto calcolare. In quel capolavoro dell’etica del Novecento che è il libro di Hannah Arendt su Eichmann, Arendt osserva che Eichmann era un uomo perfettamente raziocinante, ma che era incapace di pensare, cioè di interrompere il flusso del discorso che dominava la sua mente e che non poteva mettere in questione, ma solo eseguire come un ordine.
Il primo compito che ci sta di fronte è allora quello di ritrovare un rapporto sorgivo e quasi dialettale, cioè poetico e pensante con la nostra lingua. Solo in questo modo potremo uscire dal vicolo cieco che l’umanità sembra aver imboccato e che la porterà verisimilmente all’estinzione – se non fisica, almeno etica e politica. Ritrovare il pensiero come un dialetto impossibile da formalizzare e da formattare. (Giorgio Agamben - Fonte)

19 commenti:

Anonimo ha detto...

Discorso bellissimo, ma 'scomodo' e quando si viene ritenuti scomodi, il nemico centra sempre il bersaglio con chirurgica precisione e lo elimina in ogni modo e con ogni tecnica, lecita o illecita, un applauso ad Agamben, ce ne fossero di più.......

Anonimo ha detto...

Duale:
1.
aggettivo
Di due; anche, comune a entrambi.
2.
sostantivo maschile
In grammatica, il numero grammaticale, intermedio tra il singolare e il plurale, che indica due sole persone o cose o il fatto che l'azione è compiuta o subita da due sole persone; tipico delle lingue indeuropee antiche (sanscrito, greco antico, paleoslavo), superstite in latino solo in poche forme come duo, ambo.

Duale e amor greco:

La pratica, abituale continua di una parte significativa della popolazione, dell'amor greco sembra averne segnato anche il pensiero.

Come le opere di carità della Chiesa segnarono in generale, piaccia o non piaccia, il pensiero sociale dell'Occidente.

Questa ricomparsa del duale nell'arte di governare, mi porta ad ipotizzare che la pratica dell'amor greco fu ed è largamente diffusa tanto da segnare il pensiero anche della nostra epoca sia nel pensiero umanistico che in quello scientifico.

Anonimo ha detto...

Un piatto di lenticchie o la libertà? -
La malattia si sconfigge semplicemente curandola come si è sempre fatto con l'influenza, tenendo conto delle particolarità del caso - Ma il vero problema è che tutto ciò che succede da due anni è voluto - è voluto per raggiungere obiettivi che nulla hanno a che fare con la salute. Il panico e l'emergenza e tutte le mani libere del potere sotto la cortina dell'emergenza ... hanno un altro obiettivo. Il panico sanitario è un'occasione per sottomettere e controllare e avvisare tutta la popolazione e ristrutturare tutta la società: col controllo informatico totale e l'esclusione totale dei dissenzienti. Quindi: o fate come diciamo noi - élite tecnocratica mondiale con i nostri maggiordomi a governare le nazioni - o vivrete perennemente nel panico e nella esclusione sociale. Se i popoli si inginocchiano loro vincono, se i popoli rialzano la testa ci sarà la guerra, e alla fine loro perderanno sicuramente. Ma i popoli rialzeranno la testa o l'abbasseranno? I popoli si umilieranno per un piatto di lenticchie o preferiranno lottare fino alla fame per la loro libertà? - rdv

Anonimo ha detto...


Duale e "amor greco".

In verità la connessione appare piuttosto avventurosa.
Anzi, non si vede affatto.
Il duale, poi, non esiste anche in arabo?
El-alamein, nome del posto della famosa battaglia, non significa
"le due bandiere"?
G

Anonimo ha detto...


Bell'articolo, pieno di spunti da sviluppare.

Il riferimento a Pasolini e alla Morante mi sembra una nota stonata, ma si tratta di un appunto del tutto minore.
Astratto mi sembra il riproporre l'amicizia come valore determinante.
Può aiutare a combattere la crisi sul piano personale, ma si tratta sempre di un palliativo.
Agamben, formalmente, proviene dalla sinistra culturale, salvo errore.
A destra, da noi, oggi, abbiamo stimoli simili, di critica ponderata e omnicomprensiva del sistema? Agamben, infatti, mette giustamente in relazione la crisi politica del sistema non solo con quella economico-finanziaria ma anche con quella etica, morale.
Dico oggi. Lasciamo stare i grandi quanto praticamente ignorati contributi alla critica della modernità da parte di un Del Noce, per esempio, che appartengono al recente passato. Ci sono validi interventi di Veneziani, ma non sono a questo livello.

L'analisi della crisi dello Stato di diritto di A. appare ineccepibile. Ad integrazione di essa farei notare che lo Stato nazista più che sul sistema surrettizio della "governance" governava apertamente con mano dura grazie all'imposizione aperta di uno Stato amministrativo, che si serviva ampiamente di decreti, ordinanze (Verordnungen). La "governance" attuale è invece un governo indiretto, delegato di fatto (come nota A.) ad istituzioni estranee al sistema, che operano con un'autorità di fatto, appoggiandosi ad istituzioni extrastatali, quali l'ONU, la EU, il Vaticano. Tipiche le ONG, che, forti di queste autorità, impongono (con la benedizione dell'attuale papa e complicità locali) ai pavidi governanti italiani la loro "governance" nella gestione dell'invasione mussulmana dell'Italia, via c.d. "migranti".
Infine, il governare con lo stato di emergenza non deriva anche dal fatto che ci sono lacune nella nostra Costituzione, che invano si è tentato di riformare una ventina d'anni fa? La previsione costituzinale dello stato di emergenza è notoriamente carente.
Non si tratta solo di far rispettare la Cost. attuale che garantisce i diritti civili - occorrerebbe aprire anche un dibattito sulla giusta riforma costituzionale, sempre rinviata, per l'opposizione dei partiti ad essa.
PP

Anonimo ha detto...

In questo periodo di confusione sovrana è bene tenersi stretta la Costituzione così come fu scritta. Se e quando si arriverà ad una cultura meno sub/cultura e più cultura alta popolare, allora potrà essere indetto un quinquennio nazional/popolare di preparazione e discussione sulla Costituzione riformanda.

Pasolini e Morante sono persone da lui conosciute e frequentate delle quali conosce pensieri in essere ed in divenire. La vita e le opere dell'artista sono anche specchio
del suo tempo e dei fermenti in esso operanti. Della Morante nulla so, ma alcune analisi di Pasolini che lessi sono veritiere, calzanti, oggettive, proprio perché smascheravano i conformismi di moda.

Anonimo ha detto...

Agamben esplora certi temi da molto tempo, penso in particolare al saggio su "Altissima paupertas"; credo ci sia arrivato tramite la teologia politica di Schmitt
Guido Ferro Canale

Anonimo ha detto...

Ha approfondito il tema del giuramento e quello della liturgia. Il che, per un intellettuale agnostico, non è da poco. Quantomeno ha dimostrato rispetto sconosciuto ad altri.
Luigi Puddu

Anonimo ha detto...

Da quello che so G.A. è di padre armeno. Copio ed incollo il titolo Religione dalla scheda 'Armeni' di Wikipedia:

Nel 301 d.C. gli armeni adottarono il cristianesimo come religione di Stato. Nel 451 d.C. dopo il concilio di Calcedonia, costituirono una propria chiesa, tuttora esistente ed indipendente dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa: la Chiesa apostolica armena, che viene inclusa nella famiglia delle Chiese ortodosse orientali. Tuttavia a partire dal XIV secolo la maggior parte degli armeni tornò nella Chiesa cattolica, ma in seguito ai fatti del 1915-22 i cattolici si ridussero drasticamente di numero (oggi sono rimasti circa un decimo tra gli armeni).

Sempre da Wikipedia copio ed incollo la prima riga della scheda dedicata a G.A:

Nato a Roma da famiglia abruzzese, forse di origine armena[1], si laureò in giurisprudenza nel 1965 con una tesi su Simone Weil.

Il coraggio di dire la verita': ha detto...

Polonia accusa Germania di fare dell’UE un “Quarto Reich”
https://www.maurizioblondet.it/polonia-accusa-germania-di-fare-dellue-un-quarto-reich/

Anonimo ha detto...

27 dicembre 2021 11:36

Non da ora serpeggia questa voce.

Anonimo ha detto...


Tenersi stretta la Costituzione così com'è etc

-- Pasolini fece delle valide critiche al conformismo (di sinistra) dominante. Prese posizione contro l'aborto, se non erro. Però scrisse che S. Paolo era omosessuale e costituì un pessimo esempio per tutti con la sua morbosa omosessualità, che ad un certo punto travalicò anche nella sua produzione artistica. La Morante sarà anche stata una buona scrittrice capace di qualche accuminata critica al conformismo dominante ma non me la ricordo come esempio di femminilità tradizionale, per così dire.
-- La nostra Costituzione presenta lacune serie, analizzate più volte in passato, lacune alla base dell'anarchia ormai diffusa a livello istituzionale. Avendo congegnato (in odio al fascismo e al fantasma di Mussolini, evidentemente) un esecutivo debole, succube del Parlamento eletto con la proporzionale, quindi vittima di governi sempre di coalizione, ha pensato di attenuare il misfatto dando al Capo dello stato il potere di indire le elezioni (riservato invece al premier p.e. nel RU) e consentendo si formasse la prassi della scelta presidenziale di un capo dell'esecutivo a prescindere dai risultati delle elezioni.
Frammentandosi la rappresentanza politica come abbiamo visto negli ultimi vent'anni, si cerca di alleviare la conseguente ingovernabilità con forme di c.d. "semipresidenzialismo" ossia interventi autoritari di un'istituzione monocratica, contrari allo spirito della Costituzione. Siamo nella fase tipica di un sistema rappresentativo in crisi dall'interno che tenta di mantenersi ricorrendo a forzature autoritarie, vista l'impossibilità di riformarsi seriamente, p.e. rifondandosi come democrazia presidenziale.
La necessità di una seria riforma istituzionale fu posta sul tappeto già negli anni Sessanta dall'on. Pacciardi, repubblicano, valoroso combattente antifascista in Spagna, uomo di valore,ex ministro della difesa, che auspicava appunto una Repubblica presidenziale (movimento per la Seconda Repubblica). Il "sistema" reagì calunniandolo con fantasiose accuse e cercando di metterlo in prigione (mi sembra ci sia stato un processo).
La democrazia italiana attuale ricorda il caos, l'anarchia (e anche certe forme di corruzione), tipici della III Repubblica francese, alla vigilia della II guerra mondiale.
Difendere i diritti civili (quelli tradizionali, si intende) contro l'autoritarismo ossia il governare in base a decreti che si autogiustificano con lo stato di necessità, in gran parte creato dai decreti stessi, è giusto e va bene.
Ma non illudiamoci. La necessità di una seria riforma costituzionale resta intatta. Con questa Costituzione non si restituisce governabilità all'Italia. È stata "riformata" in peggio, aprendo le porte ad uno sfrenato regionalismo, con la modifica del Titolo V, imposta dalla bossiana Lega.
Il parallelo va fatto anche, a mio avviso, con la crisi della Chiesa, che non si potrà risolvere finché non si porrà mano alla "riforma costituzionale" della Chiesa, ossia alla "riforma" del Concilio Vaticano II.
PP

Anonimo ha detto...

Chi sono gli uomini capaci di una riforma costituzionale dello Stato e della Chiesa oggi? Lei dice giustamente, ma non è questo il momento per mettere mano ad una impresa così importante dove inoltre non si conoscono uomini dalla levatura necessaria. Eppoi credo sia veramente necessario dedicare del tempo per informare gli Italiani dei pro e dei contro della presente Costituzione che fino ad oggi è stata presentata come la più bella del mondo.

Sapete se è vero? ha detto...

"Ve lo dice anche l'Oms che vogliono uccidere i bambini.
Questa credo sia sfuggita ai più. Sappiamo che l'OMS, una istituzione profondamente corrotta legata al cartello farmaceutico di Bill Gates e alla dittatura comunista cinese, ha avuto un ruolo chiave nel dare vita alla falsa emergenza pandemica. In questo momento quello che stanno cercando di fare le élite globali è ridurre il più possibile la popolazione mondiale attraverso la somministrazione dei sieri al grafene ai bambini. Il direttore dell'OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, è arrivato a fare una dichiarazione clamorosa a questo proposito. Adhanom ha esplicitamente detto che alcuni governi "stanno usando le terze dosi per uccidere i bambini" condannando quindi la campagna vaccinale per i bambini. Se persino una istituzione come l'OMS inizia a sfilarsi dall'esecuzione dei piani di Davos, i problemi per i tiranni globali devono essere piuttosto seri".

Anonimo ha detto...


La riforma costituzionale impossibile. E quella dei costumi del pari.

Intanto bisognerebbe avere le idee chiare sul da farsi. Il che
significa porre in termini politici e giuridici chiari e accessibili le necessarie riforme costituzionali. E basta con la favola della "costituzione più bella del mondo", solo autoincensamento. Non si
tratta di buttare a mare la costituzine ma appunto di approntare un piano di riforma ben ponderato.
Quanto alla sua attuazione, siamo nelle mani di Dio. Ma questo non ci esime dal far valere le giuste esigenze, ciò che va fatto.
Dal Centrodestra in proposito non sembra vengano particolari suggerimenti. Qui a mio avviso c'è una contraddizione: Meloni è per il mantenimento dell'unità, Salvini invece si sente sempre addosso le spinte centrifughe della Lega, la continua richiesta di maggiori "autonomie". Berlusconi non sembra avere una visione in proposito.
Quindi, la realtà resta grigia assai.
Non per questo, ripeto, dobbiamo desistere dall'indicare all'élite quale dovrebbe essere il discorso da impostare. Anche la riforma morale del popolo italiano è strettamente necessaria. E chi sarebbe in grado di attuarla, oggi? Peggio che andar di notte. Eppure non abbiamo il dovere di farla presente lo stesso? Di ribadire che bisogna tornare alla famiglia tradizionale, secondo natura, che l'aborto procurato va bandito, etc. etc.
Sono voci di chi grida nel deserto, oggi. Ma è nostro dovere "gridare". Finché il grido giungerà sino a Dio.
PP

Anonimo ha detto...

27 dicembre 2021 23:48

Perché non osserva il su youtube il sito 'visione tv' e, nel caso capisca che è luogo dove poter trasmettere la sua esperienza ed il suo sapere, proporre correzioni e strade che sa essere giuste? Si ha bisogno di un sapere fondato su conoscenza ed esperienza. Grazie per l'attenzione e per i suoi contributi qui.

Anonimo ha detto...


Prego. Grazie della stima.
Mi accontento della generosa ospitalità concessami da Mic.
Il che non è certo poco, a ben vedere.
L'andare sui siti gentilmente suggeriti non è cosa per me,
anche per la difficoltà a monovrare gli strumenti elettronici.
Una cosa vorrei fare, ma non so se mi riuscirà.
Studiare bene la posizione del gruppo diretto da Cacciari,
Agamben etc e prospettare una posizione di critica cattolica ad
essa complementare, anche se forse non coincidente in alcuni punti.
Il punto dolente è in genere la questione morale, che per noi cattolici coinvolge l'etica in senso stretto.
Una critica costruttiva, comunque.
Ma questo è un lavoro che potrebbe fare anche un giovane o un intellettuale più giovane, no?
PP

Anonimo ha detto...

"...no?"

Forse. Può darsi. Credo che i giovani abbiano bisogno di maturare combattendo con l'anziano. Ha visto mai i cuccioli in perpetuo movimento ed attacco intorno al vecchio cane che sonnecchia? E' sufficiente che il cane si alzi, scuota il pelo e sbadigli che i cuccioli sono andati già a nascondersi. Sono stilizzate battaglie formative. Se può faccia una visita anche a 'visione tv'.
Buon Anno!

Anonimo ha detto...

"...In verità la connessione appare piuttosto avventurosa..."

Sì, lo è. E' un volo pindarico.