giovedì 13 gennaio 2022

Gli Europei autoctoni rischiano di essere non più cittadini ma 'umani' senza volto e senza storia, in una diaspora assurda e forse già non più governabile

Di seguito, non disponendo dell'originale, pubblico nella mia traduzione da una fonte anglofona scoperta in rete, il testo che segue: un Secondo saggio tratto dal libro Giorgio Agamben, I mezzi senza fine: Note sulla politica, edito da Bollati Boringhieri, 1996
Lo pubblico senza indugio per quanto ci consente di decifrare. Se è questo il senso ormai nemmeno più recondito della realtà  distopica in cui siamo immersi, lo trovo terrificante. In fondo non è altro che l'immagine icastica degli Stati-nazione d'Europa trasformati in un enorme campo profughi, dove non più cittadini ma 'umani' senza volto e senza storia sono in una diaspora assurda e forse già non più governabile. Ne stiamo prendendo atto troppo tardi (almeno io), e se non altro qualche polverone sollevato per tempo e recepito per l'azione nelle sedi adeguate avrebbe potuto forse cambiare le carte in tavola. Mancanza di cultura o connivenza delle opposizioni che anche oggi blaterano con proclami inani, neppure più specchietti per le allodole?  Dalla lettura di quanto riporto di seguito, se non ho le traveggole, mi si è svelato il senso di quanto sta accadendo da troppo tempo e che ben spiega il  perché ciò che per noi è inaccettabile sia rimasto inascoltato dalla politica degli ultimi decenni di egemonia sinistrorsa. La mia conclusione trasecolata (per il fatto di conoscere solo ora questi filoni di pensiero che da tempo stanno forgiando la realtà e che avrebbero dovuto esser ben noti ai nostri politici di opposizione, per mettere in campo interventi adeguati piuttosto che proclami utili solo ad una propaganda illusoria) è che, in soldoni, stanno facendo di noi quello che erano gli ebrei della diaspora: un popolo, a differenza loro nemmeno più popolo, in esilio. 
Di fatto non è altro che quanto successo agli ebrei quando con la diaspora si sono trovati fuori da quella che era la loro situazione-strutturale: l'Alleanza. per loro etnica (basata sul trinomio Dio-Popolo-Terra), non teologale, come invece per noi cristiani è l'appartenenza a Cristo. Anche noi cristiani, ci consideriamo in esilio in quanto nel mondo ma non del mondo; ma questo sul piano spirituale mentre, in virtù dell'incarnazione, siamo anche cittadini (non profughi) e abbiamo il senso dell'appartenenza a radici culturali e identitarie concrete che tra l'altro abbiamo contribuito a forgiare nei secoli. 
Potrà esserci di grande aiuto Paolo Pasqualucci sul sano concetto di Stato da ripristinare, se non siamo già troppo oltre... Ci sono troppi indizi sui quali chiudono la bocca a chi li denuncia, affibbiando etichette di ogni genere per delegittimare il dissenso che ora ha una chiave di lettura meno generica e basata sui loro paradigmi. Il problema è che finora continuavamo a contestare con le nostre categorie e paradigmi, che negli attuali centri del potere sono saltati da tempo! 
Così come nella Chiesa la pastorale fluida non più definitoria ci relega fuori dall'ermeneutica storicista, in politica restiamo inascoltati perché i nostri principi sono basati su un'ordine costituito e non prevedono l'arbitrio - mi si consenta l'ossimoro - delle nuove norme anomiche anticostituzionali del mondialismo tecnocratico in fieri. E quando non esiste dialogo e confronto non resta che porre in essere un realtà altra. Il come e con chi non è nelle mie possibilità e lo affido a Colui che è il vero Signore della storia.
Precedenti articoli e relativi commenti dello stesso Autore, dei quali e sul quale farò a breve una sintesi, sono disseminati in due indici: qui - qui. (Maria Guarini)

Mezzi senza fine. Note sulla politica
Giorgio Agamben, Bollati Boringhieri, 1996
L'eclissi della politica è cominciata da quando essa ha omesso di confrontarsi con le trasformazioni che ne hanno svuotato categorie e concetti. Accade così che paradigmi genuinamente politici vadano ora cercati in esperienze e fenomeni che di solito non sono considerati politici: la vita naturale degli uomini restituita al centro della polis; il campo di concentramento; il rifugiato; il linguaggio come luogo politico per eccellenza, oggetto di una contesa e di una manipolazione senza precedenti; la sfera dei mezzi puri o dei gesti, ossia dei mezzi che, pur restando tali, si emancipano dalla loro relazione a un fine. Il libro cerca di ripensare le categorie della politica in una nuova realtà. (vedi anche qui)

Secondo saggio tratto dal libro Giorgio Agamben, I mezzi senza fine: Note sulla politica
edito da Bollati Boringhieri, 1996

1. Nel 1943 Hannah Arendt, in una piccola rivista ebraica in lingua inglese, “The Menorah Journal”, ha pubblicato un articolo intitolato We Refugees. Al termine di questo breve, ma significativo scritto, dopo aver abbozzato polemicamente il ritratto del signor Cohn, l'ebreo assimilato che, dopo essere stato 150% tedesco, 150% viennese, 150% francese, deve amaramente rendersi conto alla fine che il passato non può mai tornare1, ri-concettualizza la condizione di rifugiato e di senzatetto che stava vivendo, per proporla come paradigma di una nuova coscienza storica. Il rifugiato che ha perso ogni diritto e cessa di volersi assimilare a tutti i costi a una nuova identità nazionale, di contemplare con chiarezza la sua condizione, riceve, in cambio di una certa impopolarità, un vantaggio inestimabile: «La storia non è più, per lui, un libro chiuso e la politica cessa di essere privilegio dei Gentili.
Vale la pena riesaminare il senso di questa analisi, che oggi, esattamente cinquant'anni dopo, non ha perso nulla della sua attualità.
Non solo il problema si presenta, in Europa e altrove, con altrettanta urgenza, ma, nell'ormai inarrestabile declino dello Stato-nazione e nella generale corrosione delle tradizionali categorie giuridico-politiche, il rifugiato è, forse, l'unica figura del popolo nel nostro tempo e, almeno fino al completamento del processo di dissoluzione dello Stato-nazione e della sua sovranità, l'unica categoria in cui oggi ci sia permesso intravedere le forme e i limiti di una comunità politica a venire. Al contrario, è possibile che, se vogliamo essere all'altezza dei compiti assolutamente nuovi che ci attendono, dovremo decidere di abbandonare senza riserve i concetti fondamentali in cui abbiamo finora rappresentato i soggetti della politica (l'uomo e il cittadino con i suoi diritti, ma anche il popolo sovrano, il lavoratore, ecc.) e ricostruire la nostra filosofia politica partendo da questa singola figura.

2. La prima apparizione dei profughi come fenomeno di massa avviene alla fine della prima guerra mondiale, quando la caduta degli imperi russo, austro-ungarico e ottomano e il nuovo ordine creato dai trattati di pace sconvolgono profondamente l'assetto demografico e territoriale struttura dell'Europa centro-orientale. In breve tempo si trasferirono dai loro paesi 1500.000 bielorussi, 700.000 armeni, 500.000 bulgari, 1.000.000 greci, centinaia di migliaia di tedeschi, ungheresi e rumeni. A queste masse in movimento si aggiunge la situazione esplosiva determinata dal fatto che circa il 30% delle popolazioni dei nuovi organi statali creati dai trattati di pace sul modello dello stato-nazione (ad esempio, in Jugoslavia e Cecoslovacchia) costituivano minoranze che dovevano essere tutelate attraverso una serie di trattati internazionali (i cosiddetti Trattati di Minoranza), che spesso restavano lettera morta. Pochi anni dopo, le leggi razziali in Germania e la guerra civile in Spagna disperdevano in tutta Europa un nuovo e importante contingente di profughi.
Siamo abituati a distinguere tra apolidi e rifugiati, ma né allora né oggi la distinzione è così semplice come potrebbe sembrare a prima vista. Fin dall'inizio molti profughi, che non erano tecnicamente apolidi, preferirono diventarlo piuttosto che tornare in patria (è il caso degli ebrei polacchi e rumeni che alla fine della guerra si trovavano in Francia o in Germania e, oggi, dei perseguitati politicamente e di coloro per i quali il ritorno in patria significa impossibilità di sopravvivenza). D'altra parte, i rifugiati bielorussi, armeni e ungheresi furono prontamente denazionalizzati dai nuovi governi sovietico, turco, ecc. È importante notare che, a partire dalla prima guerra mondiale, molti stati europei iniziarono a introdurre leggi che consentissero la denaturalizzazione e la denazionalizzazione dei propri cittadini: prima la Francia, nel 1915, per quanto riguarda i cittadini naturalizzati di origine “nemica”, nel 1922 l'esempio è stato seguito dal Belgio, che ha revocato la naturalizzazione ai cittadini che avevano commesso atti “antinazionali” durante la guerra; nel 1926 il regime fascista promulgò una legge simile nei confronti dei cittadini che si erano mostrati “indegni della cittadinanza italiana”; nel 1933 fu la volta dell'Austria, e così via, finché nel 1935 le leggi di Norimberga divisero i cittadini tedeschi in cittadini a pieno titolo e cittadini senza diritti politici. Queste leggi - e la conseguente apolidia di massa - segnarono una svolta decisiva nella vita del moderno Stato-nazione e la sua definitiva emancipazione dalle nozioni ingenue di popolo e cittadino. Non è questa la sede per ripercorrere la storia dei vari comitati internazionali attraverso i quali gli Stati, la Società delle Nazioni hanno cercato di affrontare il problema dei profughi, dal Bureau Nansen per i rifugiati russi e armeni (1921), all'Alto Commissario per i Rifugiati dalla Germania (1936), il Comitato Intergovernativo per i Rifugiati (1938), l'Organizzazione Internazionale per i Rifugiati dell'ONU (1946), fino all'attuale Alto Commissario per i Rifugiati (1951), la cui attività, secondo il suo statuto, non è politico, ma solo “umanitario e sociale”. L'essenziale è che, ogni volta che i rifugiati non sono più casi individuali, ma fenomeno di massa (come accaduto tra le due guerre e ancora oggi), sia queste organizzazioni che i singoli Stati, nonostante le solenni evocazioni dei diritti inalienabili dell'uomo, si sono dimostrati assolutamente incapaci non solo di risolvere il problema, ma semplicemente di affrontarlo adeguatamente. L'intera questione è stata così trasferita nelle mani della polizia e delle organizzazioni umanitarie. [pensiamo al fenomeno delle masse che affluiscono indiscriminatamente sulle nostre coste. Ora appare chiaro su cosa si fonda la sordità invincibile del sistema sinistrorso alle giuste rivendicazioni della Meloni alla gestione di un fenomeno così devastante accampando la distinzione tra rifugiato e immigrato clandestino -ndT]

3. Le ragioni di questa impotenza risiedono non solo nell'egoismo e nella cecità degli apparati burocratici, ma nell'ambiguità delle stesse nozioni fondamentali che regolano l'inclusione del nativo (cioè della vita) nell'ordinamento giuridico dello stato-nazione. H. Arendt ha intitolato il quinto capitolo del suo libro sull'imperialismo, dedicato al problema dei rifugiati, Il declino dello Stato-nazione e la fine dei diritti umani. È necessario cercare di prendere sul serio questa formulazione, poiché lega indissolubilmente il destino dei diritti umani e quello del moderno Stato-nazione, per cui il declino di quest'ultimo implica necessariamente la sua obsolescenza. Il paradosso qui è che proprio la figura – il rifugiato – che avrebbe dovuto incarnare i diritti umani per eccellenza segna invece la crisi radicale di questo concetto. “La concezione dei diritti umani, ” scrive H. Arendt, “basata sulla presunta esistenza di un essere umano in quanto tale, cadde in rovina non appena coloro che la professarono si trovarono di fronte per la prima volta a uomini che avevano veramente perso ogni altra specifica qualità e relazione – tranne il puro fatto di essere umano. Nel sistema dello Stato-nazione, i cosiddetti diritti sacri e inalienabili dell'uomo si rivelano privi di qualsiasi tutela proprio nel momento in cui non è più possibile configurarli come diritti dei cittadini di uno Stato. Ciò è implicito, se riflettiamo, nell'ambiguità del titolo stesso della Dichiarazione del 1789: Déclaration des droits de l'homme et du citoyen, dove non è chiaro se i due termini denominino due realtà distinte o formino, invece, un endiade, in cui il primo termine è, in verità, sempre contenuto nel secondo. 
Che per qualcosa come un semplice essere umano in quanto tale non ci sia spazio autonomo nell'ordinamento politico dello Stato-nazione è evidente almeno dal fatto che lo status di rifugiato è sempre stato considerato, anche nel migliore dei casi, come una condizione temporanea, che deve portare o alla naturalizzazione o al rimpatrio. Uno status stabile di "semplicemente umano in quanto tale" è inconcepibile nella legge dello stato-nazione.

4. È tempo di smettere di guardare alle Dichiarazioni dei diritti dal 1789 ad oggi come proclami di eterni valori metagiuridici, tendenti a vincolare il legislatore al loro rispetto, e di considerarli secondo la loro reale funzione nello Stato moderno. I diritti dell'uomo rappresentano, infatti, anzitutto la figura originaria dell'iscrizione della nuda vita biologica nell'ordinamento giuridico-politico dello Stato-nazione. Quella nuda vita (la creatura umana) che, nell'Ancien Regime, apparteneva a Dio e, nel mondo classico, era nettamente distinta (come zoé) dalla vita politica (bios), ora viene in primo piano nella cura dello Stato e diventa, per così dire, il suo fondamento terreno. Stato-nazione significa: uno stato che fa della natività, della nascita (cioè della nuda vita umana) il fondamento della sua sovranità. Le Dichiarazioni dei diritti devono quindi essere viste come il luogo in cui avviene il passaggio dalla sovranità regale di derivazione divina alla sovranità nazionale. Assicurano l'inserimento della vita nel nuovo ordine statale che seguirà al crollo dell'Ancien Regime. Il fatto che, attraverso di essi, il soggetto si trasformi in cittadino significa che la nascita — cioè la nuda vita biologica — diviene qui per la prima volta (con una trasformazione di cui solo ora possiamo cominciare a misurare le conseguenze biopolitiche) la portatrice immediata della sovranità. Il principio di natività e il principio di sovranità, separati nell'Ancien Regime, sono ormai irrevocabilmente uniti a formare le fondamenta del nuovo Stato-nazione. La finzione qui implicita è che la nascita diventa immediatamente nazione, in modo che non ci possa essere spazio tra i due momenti. I diritti sono, cioè, attribuiti all'uomo, solo nella misura in cui egli è il presupposto immediatamente snaturante (e che, anzi, non deve mai venire alla luce in quanto tale) del cittadino. 

5. Se il rifugiato è un tale elemento di disturbo nell'ordine dello Stato-nazione, è innanzitutto perché, abbattendo l'identità tra uomo e cittadino, tra natività e nazionalità, mina la rappresentazione originaria della sovranità. Eccezioni individuali a questo principio erano naturalmente sempre esistite: la novità del nostro tempo, che minaccia lo Stato-nazione nelle sue stesse fondamenta, è che porzioni crescenti dell'umanità non sono più rappresentabili al suo interno. Per questo, in quanto scardina l'antica trinità Stato-nazione-territorio, il rifugiato, questa figura apparentemente marginale, merita invece di essere considerato la figura centrale della nostra storia politica. Non dimentichiamo che i primi campi sono stati costruiti in Europa come spazio di controllo per i profughi, e che la successione dei campi di internamento — campi di concentramento — i campi di sterminio rappresentano una filiazione perfettamente reale. Una delle poche regole a cui i nazisti si attenevano costantemente durante la "soluzione finale" era che solo dopo essere stati completamente denazionalizzati (compresa la cittadinanza di seconda classe a cui avevano diritto dopo le leggi di Norimberga) ebrei e zingari potevano essere mandati nei campi di sterminio. Quando i diritti dell'uomo non sono più i diritti del cittadino, allora l'uomo è veramente sacro, nel senso che questo termine ha nel diritto romano arcaico: votato a morte. Una delle poche regole a cui i nazisti si attenevano costantemente durante la "soluzione finale" era che solo dopo essere stati completamente denazionalizzati (compresa la cittadinanza di seconda classe a cui avevano diritto dopo le leggi di Norimberga) ebrei e zingari potevano essere mandati nei campi di sterminio. Quando i diritti dell'uomo non sono più diritti del cittadino, allora l'uomo è veramente sacro, nel senso che questo termine ha nel diritto romano arcaico: votato alla morte.

6. La nozione di rifugiato deve essere nettamente separata da quella di diritti umani e il diritto di asilo (ormai drasticamente ridotto nella legislazione degli Stati europei) non deve più essere considerato come la categoria concettuale in cui il fenomeno viene a essere iscritto (uno sguardo alle recenti Tesi sul diritto d'asilo di A. Heller mostra che ciò può portare oggi solo a una confusione inappropriata). Il profugo va considerato per quello che è, cioè nientemeno che un concetto-limite che mina radicalmente i principi dello Stato-nazione e, al tempo stesso, permette di sgombrare il campo per un rinnovamento categorico che non può essere rinviato.
Nel frattempo, infatti, il fenomeno della cosiddetta immigrazione clandestina nei paesi della Comunità Europea ha assunto (e assumerà sempre più nei prossimi anni, con i previsti 20 milioni di immigrati dai paesi del Centro Europa) tali caratteristiche e proporzioni tali da giustificare pienamente questo capovolgimento di prospettiva. Ciò che gli Stati industrializzati devono affrontare ora è una massa permanentemente residente di non cittadini, che non possono e non saranno naturalizzati o rimpatriati. Questi non cittadini hanno spesso una nazionalità di origine, ma poiché preferiscono non avvalersi della protezione del proprio Stato, si trovano, come rifugiati, nella condizione di “apolidi di fatto”. T. Hammar ha proposto di utilizzare il termine abitanti per questi residenti non-cittadini, che ha il merito di mostrare come il concetto di cittadino sia ormai inadeguato a descrivere la realtà politica e sociale degli Stati moderni. D'altra parte, i cittadini degli stati industriali avanzati (sia negli Stati Uniti che in Europa) manifestano, attraverso una crescente diserzione delle istanze codificate di partecipazione politica, un'evidente propensione a diventare abitanti stabili non-cittadini residenti, in modo tale che cittadini e abitanti entrino, almeno in alcuni strati sociali, in una zona di potenziale indistinzione. Allo stesso tempo, secondo il noto principio che l'assimilazione sostanziale in presenza di differenze formali esacerba l'odio e l'intolleranza, crescono le reazioni xenofobe e le mobilitazioni difensive. I cittadini degli stati industriali avanzati (sia negli Stati Uniti che in Europa) manifestano, attraverso una crescente diserzione delle istanze codificate di partecipazione politica, un'evidente propensione a diventare abitanti, stabili non cittadini residenti, in modo tale che i cittadini e gli abitanti stanno entrando, almeno in certi strati sociali, in una zona di potenziale indistinzione. Allo stesso tempo, secondo il noto principio che l'assimilazione sostanziale in presenza di differenze formali esacerba l'odio e l'intolleranza, crescono le reazioni xenofobe e le mobilitazioni difensive. i cittadini degli stati industriali avanzati (sia negli Stati Uniti che in Europa) manifestano, attraverso una crescente diserzione delle istanze codificate di partecipazione politica, un'evidente propensione a diventare abitanti, stabili non-cittadini residenti, in modo tale che i cittadini e gli abitanti stanno entrando, almeno in certi strati sociali, in una zona di potenziale indistinzione. Allo stesso tempo, secondo il noto principio che l'assimilazione sostanziale in presenza di differenze formali esacerba l'odio e l'intolleranza, crescono le reazioni xenofobe e le mobilitazioni difensive. 

7. Prima della riapertura dei campi di sterminio in Europa (cosa che sta già cominciando ad accadere), è necessario che gli stati-nazione trovino il coraggio di mettere in discussione il principio stesso dell'iscrizione della natività e della trinità stato-nazione-territorio che si basa su di esso. Non è facile indicare a questo punto le modalità in cui ciò può concretamente avvenire. Basta qui suggerire una possibile direzione. È noto che una delle opzioni considerate per la soluzione del problema di Gerusalemme è che essa diventi, contemporaneamente e senza divisione territoriale, capitale di due diversi organi statali. La condizione paradossale di mutua extraterritorialità (o, meglio, aterritorialità) che ciò comporterebbe potrebbe essere generalizzata come modello di nuove relazioni internazionali.
In un senso simile, potremmo guardare all'Europa non come un'impossibile “Europa delle nazioni”, la cui catastrofe è già prefigurata a breve termine, ma come uno spazio aterritoriale o extraterritoriale, in cui tutti i residenti degli Stati europei (cittadini e non-cittadini) si troverebbero in una posizione di esodo o di rifugio e lo status di europeo significherebbe l'essere-in-esilio (ovviamente anche stabile) del cittadino. Lo spazio europeo segnerebbe così un divario irriducibile tra nascita e nazione, in cui il vecchio concetto di popolo (che, come è noto, è sempre minoritario) potrebbe trovare un senso politico, decisamente opposto a quello di nazione (che finora l'ha usurpato indebitamente). Questo spazio non coinciderebbe con alcun territorio nazionale omogeneo né con la loro somma topografica, ma agirebbe su di essi, perforandoli e articolandoli topologicamente come in una bottiglia di Leida o in una striscia di Moebius, dove esterno e interno sono indeterminati. In questo nuovo spazio le città europee, entrando in un rapporto di reciproca extraterritorialità, ritroverebbero la loro antica vocazione di città del mondo.
In una sorta di terra di nessuno tra Libano e Israele, ci sono ora quattrocentoventicinque palestinesi espulsi dallo Stato di Israele. Questi uomini costituiscono certamente, secondo il suggerimento di H. Arendt, “l'avanguardia del loro popolo”. Ma non necessariamente o non solo nel senso che formerebbero il nucleo originario di un futuro stato-nazione, che probabilmente risolverebbe il problema palestinese in modo inadeguato come Israele ha risolto la questione ebraica. Piuttosto, la terra di nessuno in cui si trovano i profughi ha finora retroagito sul territorio dello Stato d'Israele, incidendo e alterandolo in modo tale che l'immagine di quel cumulo di neve gli sia diventata più interna di qualsiasi altra regione di Heretz Israel. Solo in una terra in cui gli spazi degli Stati saranno stati così trafitti e topologicamente deformati, in questo modo, e nel modo in cui il cittadino sarà stato in grado di riconoscere il rifugiato che egli stesso è, è concepibile oggi la sopravvivenza politica degli uomini. - Fonte
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Nota di Chiesa e post-concilio
L'Autore usa qui ò frase echeggiante Balzac: on ne parvient pas deux fois che ricorda tanto il mantra ricorrente fin dall'inizio dell'ultima crisi Nulla sarà più come prima

43 commenti:

Anonimo ha detto...

Da quando le immigrazioni sono diventate osservabili e criticabili da chiunque è stato chiaro che veniva innestato nel popolo un elemento importante di frammentazione. Già quel solo elemento depotenziava la voce e la forza del popolo italiano. Già allora era chiaro il metodo che il potere usava per depontenziare il paese: dividere. Ma ancor prima con l'incoraggiare le industrie alla delocalizzazione con la carotina del costo più basso della manodopera, nei fatti si depotenziava l'economia italiana e Draghi ne sa qualcosa, dividere frammentare depotenziare, sempre sotto la copertura di un bene a venire. Ed ora un virus, da curare solo col vaccino, dividiamo vaccinati e non vaccinati, carotina green pass per vaccinati, non vaccinati un mondo a parte detto novax a cui il Mario in conferenza stampa attribuisce 'la colpa', ma l'uomo di potere continua con le divisioni del popolo, ad ogni variante del virus, corrisponde una dose di vaccino, alla dose di vaccino corrisponde un grado superiore di green pass, ora siamo al super green pass e siamo già alla terza divisone dell'unico popolo italiano: in basso sono i senza casta e senza vaccino 'gli intoccabili; seguono i bivaccinati e trivaccinati i sudra artigiani; a salire vaishya mercanti e contadini e i kshatryia guerrieri e re, ancora non è dato sapere quali prove dovranno affrontare o hanno già affrontato i gradi superiori; seguono i bramini, i sacerdoti di alto livello, J.M.B. si è già prenotato come i suoi pari grado di altre religioni. In alto su una nuvoletta dio, sarà un politeismo questo, perchè gli aspiranti sono parecchi in base al danaro di cui dispongono e di cui disporranno al momento della deificazione con le moltitudini prostrate con la faccia a terra. Quindi a parole unità nazional/parlamentare, nei fatti divisione, divisione, divisione e confusione, confusione, confusione fino alla divisione dell'essere umano in se stesso confuso, smarrito ed isolato. Ma lorsignori hanno fatto male i conti, il popolo Italiano si sta destando dall'incantesimo...e ha iniziato a scrivere la versione autentica della sua storia.

Anonimo ha detto...

ECCO COME USCIRNE...

[...]
dobbiamo supplicare Dio affinché, come risanale piaghe d’Israele, faccia sì che la sua santa Religione fiorisca ovunque, e permanga incrollabile la vera felicità dei popoli; affinché il Padre della misericordia, volgendo lo sguardo propizio sui giorni del Nostro ministero, si degni di custodire e illuminare il pastore del suo gregge. Vogliano i potentissimi Principi, con il loro animo nobile ed elevato, favorire lo zelo e gli sforzi Nostri; quel Dio che loro ha donato un cuore docile all’adempimento delle sue prescrizioni, li rassicuri con un supplemento di sacri carismi, in modo che con tenacia compiano quelle azioni che riescano utili e salutari alla Chiesa afflitta da tante calamità.

Questo chiediamo supplichevoli a Maria Santissima Madre di Dio, che sappiamo, Lei sola, aver annientato tutte le eresie e che in questo giorno Noi salutiamo con riconoscenza col titolo di «Ausilio dei cristiani», ricordando il ritorno del Nostro beatissimo Predecessore Pio VII in questa città di Roma, dopo tribolazioni di ogni genere.

Chiediamo al Principe degli Apostoli Pietro e al suo co-Apostolo Paolo di non permettere che alcun sconvolgimento Ci minacci, saldi come siamo sulla pietra della Chiesa per merito del Principe dei Pastori Gesù Cristo Nostro Signore, dal quale invochiamo di riservare sulle Fraternità Vostre e sui greggi a voi affidati i più abbondanti doni di grazia, di pace e di gaudio, mentre, quale segno del Nostro affetto, con tutto il cuore vi impartiamo l’Apostolica Benedizione.

Papa Pio VIII, Enciclica "Traditi humilitati"

Qui da noi e' così. ha detto...

"in politica restiamo inascoltati.. "
La politica intesa come persone che si sono date alla politica..e' gia' saltato sul carro del vincitore.

Anonimo ha detto...

" il popolo Italiano si sta destando dall'incantesimo..."
Mah, personalmente non lo vedo questo risveglio.
Ha capito Tizio,Caio, Sempronio,il Tal, il Tal'altro e il resto.. prende atto :"sta"

Gederson Falcometa ha detto...

[off-topic]

Cara Mic,

In 2025 il Concilio di Nicea compie 1700 anni. Se iniziamo ora le commemorizzazioni, potrà essere una bandiera contro la sinodalità.

Un caro saluto dal Brasile

Anonimo ha detto...

Giuseppe Terlizzi
Santo Rosario per la liberazione dell'Italia e per il trionfo del cuore immacolato di Maria davanti l'immagine di nostra signora di Loreto ieri sera nella mia città . La cosa più commovente è stato vedere la gente che passava e si fermava a pregare con noi chi una decina chi qualche ave e chi tutto il rosario ...

Anonimo ha detto...

È pericoloso avere ragione,
quando il governo
ha torto.
(Voltaire)

Anonimo ha detto...

@13 gennaio 2022 12:08
Cosa aspettarsi, che scrivano a lettere cubitali "Vi stiamo robotizzando"?

Anonimo ha detto...

50° giorno di sciopero della fame per l'onore e la vita d'Italia. rosario del vecchio

Anonimo ha detto...

Non a caso il super candidato al Quirinale ha accusato di tutti i mali della nazione i non vaccinati. Brutta figura per l’Unto del Dominio, ridotto a puntare l’indice accusatore sul capro espiatorio del momento come un sottosegretario qualunque o un “esperto” con fattura a piè di lista.
https://www.maurizioblondet.it/una-giornata-di-winston-smith/

mic ha detto...

Mi stupisco che quel che ho pubblicato non susciti commenti specifici. Se ho sbagliato, corrigetemi!

mic ha detto...

In effetti mi sento un po' naïve ( i miei studi ed interessi mi hanno portata ad approfondire altro)....

Anonimo ha detto...

@Maria Guarini. Il discorso sarebbe alquanto complesso, ma, a mio sommesso avviso, per estrema sintesi, i rilievi tratti partono da un errore del giacobinismo: quello di voler fondare l'unità statuale, esclusivamente sulla base dell'identità etno - antropologica.
Intendiamoci, la convivenza, entro un'unica entità statuale, di popolazioni fra loro troppo differenti sotto il profilo etnico, costituisce una realtà alquanto difficile ed, assai spesso, anche civilmente degradante; tuttavia, alcuni rilevanti esempi pre-giacobini, quali, ad esempio, il Sacro Romano Impero (poi Impero Austroungarico) o la Confederazione Elvetica ci mostrano come l'elemento etnico non vada assolutizzato; una comune radice religiosa od anche storico-culturale, ad esempio, possono costituire una valida base amalgamante ... Michele Gaslini

mic ha detto...

Michele Gaslini,
sono d'accordo sull'analisi. Il problema è che l'invasione e la conseguente convivenza civilmente degradante sta accadendo realmente da decenni nei termini drammatici evidenziati e, mentre se ne vedono gli effetti sempre più deleteri, sembra manchi consapevolezza (e dunque capacità di intervenire efficacemente) anche in chi dovrebbe e potrebbe opporsi...

Anonimo ha detto...

Lei porta esempi di convivenza tra popolazioni di pari civiltà. Non è questo il nostro caso.

Anonimo ha detto...

Ha solo da iniziare a cancellare i commenti fuori tema! Così almeno i commenti ha tema vengono letti e si può iniziare una discussione. Se posto un commento sensato in mezzo a decine di deliranti difficilmente verrà notato. Grazie

mic ha detto...

Anonimo 16:44
Qui c'è posto per molte voci. E i commenti a tema davvero sensati non sfuggono né a me né a nessun altro

Anonimo ha detto...


L'esempio della Svizzera e del Sacro Romano IMpero poi impero austro-ungarico. IL passato oggi non vale, come esempio.

Notazioni veloci.
1. La Svizzera sembra in realtà uno Stato tedesco con appendici francesi e italiane, di diseguale valore. Il "nucleo" svizzero non è nato dalla ribellione di tre cantoni di lingua tedesca (Schwyz, Uri, Unterwalden - cito a memoria) contro gli Asburgo?
2. Sul Sacro Romano IMpero il discorso è più complesso. CArlo Magno, fatto imperatore dal papa, era un monarca tedesco il cui popolo (i Franchi) dominava la Gallia romanizzata, diventata poi Francia, con la successiva integrazione reciproca. La capitale di C. M. era ad ACquisgrana, in territorio tedesco; egli estese le sue conquiste al resto del mondo germanico, convertendo i Sassoni a forza (errore). Conquistò anche gran parte dell'Italia, sempre divisa all'interno. Ma si può dire che l'Italia di allora sia stata parte organica dell'impero carolingio?
In sintesi: il S.R. Impero detto appunto di nazione tedesca era uno Stato tedesco con appendici borgognone e italiane (tutta l'Italia in teoria). Quando, diventato il titolo elettivo, passò agli Asburgo, originari delle Fiandre (Carlo V era di Gand), si spostò sulla marca di frontiera (il regno a Est, Oester-Reich poi Austria) perché lì gli Asburgo avevano ora il loro centro. INsomma, era uno Stato tedesco che faceva barriera ad Est, contro Slavi, Ungheresi, Turchi. Gradualmente
divenne multinazionale, a partire da quando Cechi e Ungheresi, per difendersi dai turchi, accettarono l'imperatore austriaco come monarca, secondo loro, costituzionale.
Realizzò una bella civiltà, quella della MittelEuropa e fece convivere popoli che non si amavano. C'era la base religiosa in comune, una civiltà diventata comune, che resistette anche dopo l'esplodere della crisi protestante, superata anche con l'impiego della forza.
Ma due cose vanno notate, a mio avviso.
1. Gli Asburgo fecero con l'Italia una politica sempre di conquista e di rapina, l'Italia per loro, come per i Francesi, era solo terreno da dominare e sfruttare, con l'alibi di difendere il papato.
2. I conflitti fra le nazionalità erano alla fine diventati incontrollabili, l'elemento tedesco predominante, dopo la crisi del periodo 1848-1866 dovette dare spazio agli ungheresi, cosa che provocò il risentimento dell'elemento slavo, che si sentiva sottorappresentato (sempre più ostili divennero i cechi, una delle zone più ricche ed evolute dell'impero).
Ma i paragoni col passato non vanno fatti, forse. Quello che sta succedendo oggi è del tutto anomalo: il suicidio pilotato delle nazioni mediante la corruzione dei costumi diventata legge dello Stato e l'invasione pianificata dei mussulmani, addirittura incoraggiata.
PP

Anonimo ha detto...


L'articolo si muove nell'ottica di Anna Arendt, di una sua opera del 1943, nel pieno della tragedia della persecuzione degli ebrei.
Poi anche la supera.
Osservazioni critiche.

Ma sembra orientato in una prospettiva utopistica.
Pensare al "rifugiato" come al protagonista di una nuova concezione della politica (non voglio dire dello Stato) mi sembra del tutto
astratto. Il "rifugiato" è uno stato transeunte. L'astrazione sta in primis nel voler andar oltre o distruggere la triade tradizionale dello Stato-nazione: ordinamento giuridico sovrano-territorio-popolo. Ma questa triade non è vincolata all'idea o ideologia dello Stato-nazione. È intrinseca ad ogni ordinamento statale, giuridico, politico, se si guarda bene.
Possiamo esprimerla alla maniera dei Presocratici:
"Combattere deve il popolo per la legge come per le mura della città"
(Eraclito). Chiaro, l'esempio?
Se c'è un popolo, ci deve essere una città e quindi una legge, il cui mantenimento è non meno importante del mantenimento delle mura della Città.
La Città va difesa, dai nemici interni ed esterni. Anche con la forza regolata dal diritto. Difendere la propria Città, come la propria famiglia, è norma di diritto naturale (vim vi repellere licet, dicevano i Romani, norma non scritta).
I migranti di oggi non sono "rifugiati", tranni alcuni pochi casi. Il rifugiato vero, va accolto, in relazione alle possibilità. Il nemico invasore, travestito da "migrante" ossia da povero e rifugiato va respinto, senza falsi sentimentalismi.
La tesi dell'articolo non considera un altro aspetto. Le terribili ondate di rifiugiati dopo la I gm furono il risultato degli antichi odi etnici, che si scatenarono tra i popoli, in particolare tra greci e turchi, tra turchi e armeni, etc., in una serie spaventosa di massacri, incendi, saccheggi, etc. Era il ribollire bestiale di passioni arcaiche, sulle quali lo Stato-nazione incideva in modo assai relativo. Insomma, non erano provocati dallo Stato-nazione ma dalle guerre, che facevano ripiombare l'umanità negli odi tribali del passato.
PP

Anonimo ha detto...

Stiamo attenti al momento, cerchiamo di non beccarci a vicenda perché è proprio e solo questo che vuole il Nemico. Ci sono brani che richiedono tempi di maturazione e le persone hanno le loro grane, lasciamo tempo al tempo.

Tutto lo scompiglio a cui accennava l'articolo deriva a parere mio da due fattori: le guerre europee, oggi noi sappiamo che le guerre sono sempre state finanziate da chi aveva i soldi per finanziarle ed i grandi imperi sono stati distrutti da chi aveva interesse a distruggerli; l'altro fattore sono state le sommosse popolari che in parte, oggi sappiamo, erano spontanee ed in parte sostenute in vario modo da chi voleva un cambio di regime. Quindi le guerre europee hanno avuto essenzialmente due motori uno esterno che le ha favorite con il danaro ed uno interno che ha soffiato sul malcontento e ha favorito il cambiamento interno. Questo terra terra.

Le masse europee in movimento le si notano anche nella letteratura, nell'arte, in tutte le opere dell'ingegno nel '900 e sempre, ad essere onesti. Quando si legge la biografia di uno di questi autori si tocca con mano chi ha incontrato chi e dove e capisce due fatti: lo sforzo sovrumano che hanno compiuto questi uomini in fuga; e la man dal Cielo che li ha aiutati, mentre tutti quelli che son rimasti schiacciati nell'esodo verosimilmente hanno pagato affinché almeno uno di loro potesse tenere alto in Europa il nome del loro popolo.

Oggi? Non so. La trasformazione di concetti accidentali ad universali non mi convince. Sul piano opposto è come il matrimonio dei gay. Cerchiamo di vivere degnamente e pienamente il quotidiano e cerchiamo di migliorare noi stessi senza perderci nel troppo stretto né nel troppo largo. Di tutte queste pensate non ne posso più, perché gira e rigira alla fine sono pensate agite di gente che nel pensier si finge dio. Questi che sfasciano popoli, nazioni, stati sono come i/le sfasciafamiglie, uguali uguali. Il piacere sadico di distruggere la casa altrui, la patria altrui, la religione altrui, la cultura altrui, basta. Basta.

Anonimo ha detto...

@Maria Guarini. Temo che a mancare non siano tanto la consapevolezza o la capacità, quanto, piuttosto, la volontà.
In questo senso, chi avrebbe la possibilità, la capacità e persino il dovere di agire, in realtà, è ideologicamente corrivo ...
Michele Gaslini

mic ha detto...

Caro PP, il problema sta nel fatto che se quello di Agamben è un discorso astratto, le regole socratiche et postea sullo Stato-nazione nella temperie sinistrorsa moderna sono saltate e ciò che vi è prefigurato sta accadendo davvero...

Anonimo ha detto...

Questi detengono il potere lo detengono comprando col danaro gli scherani e corrompendo con il sesso le moltitudini.

L'intellettualizzazione del crimine sociale è parte della masturbazione mentale del sadico.

Anonimo ha detto...

@Maria Guarini. Il c.d. "Stato nazione", così come oggi lo intendiamo, è un'entità concettuale concepita, per ragioni di mero utilitarismo ideologico, dai giacobini: essi non potevano fondare la propria legittimità su Dio o su di una qualsiasi forma di effettiva tradizione storico-culturale (era evidente come certi richiami retorici alla romanità costituissero un espediente chiaramente tralatizio) e, dunque, la fondarono sulla nuda "nazione" che, in certo qual modo, sia pure se necessariamente spogliata dai fondamentali elementi della propria tradizione per servire alla bisogna, poteva costituire un elemento di riferimento, emotivamente efficace; in altri termini, questo genere di "nazionalismo" rappresentava solo il primo passo, su quella strada che ci voleva finalmente condurre a farci amputare delle nostre radici.
Seguitando sulle orme del giacobinismo, si finisce coerentemente ad abbracciare l'ambito del democraticismo e, quindi, del socialismo, i quali, nell'ambito della propria sfera ideale, non necessitano più del nazionalismo, neppure in quella sua forma artificiale e mutilata adottata dai vecchi rivoluzionari francesi; nel più amplio disegno voluto dalle ideologie democratiche e socialiste l'uomo deve essere praticamente ricreato "ex novo", in maniera assolutamente differente da quel che è in natura e, dunque, insieme a molto altro, si deve andare a rottamare anche il vecchio nazionalismo giacobino che non serve più; quest'ultimo, tuttavia, non costituiva un "optimum", ma soltanto una pezza, per tenere in piedi qualcosa di reale, dopo che si erano voluti negare alla radice alle comunità sociali quegli elementi che realmente costituivano i fondamenti delle loro aggregazioni civili.
C'è, dunque, molto altro di più importante da salvaguardare, sul piano civile e spirituale, al fine di poter conservare qualcosa almeno della nostra eredità culturale, prima di inseguire il nazionalismo di modello giacobino, in una battaglia di retroguardia che, fra le altre cose, presuppone il totale cedimento sui principali capisaldi della nostra dimensione storica di uomini occidentali e cristiani (emblematico, in questo senso, fra gli altri, il fenomeno offertoci anche dal socialismo nazionale germanico, assolutamente "nazionalista", ma altrettanto estraneo alla nostra tradizione culturale e spirituale).
Per estrema sintesi, o si ripudiano i postulati di certe ideologie che vorrebbero renderci quello che non siamo mai stati, né potremo mai essere, senza rinnegare la nostra effettiva natura, oppure non riveste alcun senso logico la difesa di quegli stratagemmi che, al loro esordio, i prodromi stessi delle medesime ideologie hanno escogitato, per indurci ad abiurare il nostro patrimonio storico, etico e religioso ...
Michele Gaslini

Anonimo ha detto...

12.1.64

Tra le cose più incomprensibili che esistano rientra la cecità del liberalismo per le conseguenze storiche dei suoi atteggiamenti e concezioni. Mi capita di rilevarlo in continuazione dalla corrispondenza di Th.Mann, di cui leggo il secondo volume. La distruzione di tutti i criteri assoluti, della possibilità di un'autentica decisione, anche di ciò da cui prende il nome, la libertà. Il liberalismo tedesco è stato - e in una qualche forma sarà ancor sempre - il padre del nazismo.

Romano Guardini, Diario, appunti e testi dal 1942 al 1964, Morcelliana, Brescia, 1983.

Anonimo ha detto...


L'errore del giacobinismo fu quello di voler fondare la nazione unicamente su di una base etno-antropologica? Bisognerebbe forse chiarire meglio i termini

Eppure, leggendo la letteratura critica sulla Rivoluzione Francese apparsa all'epoca del bicentenario (Furet etc), sembra che l'errore del giacobinismo sia stato di tipo opposto: quello cioè di aver inserito nella nazione francese elementi estranei, p.e. tedeschi nei ruoli direttivi, in nome della liberazione dell'umanità (snazionalizzazione della Francia). I giacobini si sentivano rappresentanti dell'umanità che, in nome dell'uguaglianza sorgeva dalle sue (supposte) catene, prima ancora che rappresentanti del popolo francese. La cosa si nota soprattutto in certi discorsi di Robespierre. L'uomo nuovo da loro propalato, sulle orme di Rousseau, doveva essere dedito alla virtù civica, perfetto cittadino, seguace della ragione: un tipo astratto, costruito dai filosofi, che tuttavia i giacobini, questo è il punto, vollero imporre ad un certo punto con la pedagogia del terrore di Stato.
Mi sembra che si applichi sempre l'equazione giacobinismo-Stato nazione, come se lo Stato nazione fosse stato un prodotto del giacobinismo. Ma il giacobinismo ha rappresentato un momento estremo del quale la stessa rivoluzione borghese si è liberata appena ha potuto. Mi sembra inoltre che si tenda a condannare lo Stato liberale in quanto forma dello Stato nazione e in qualche misura "giacobino".
Ora, bisognerebbe forse chiarire meglio questi termini per non cadere in accostamenti fallaci.

Che cosa si intende con Stato-nazione? Lo Stato basato sulla sovranità popolare (la nazione) quale fondamento di una costituzione scritta contenente le garanzie delle libertà individuali? E quindi lo Stato democratico-parlamentare, nelle sue varie forme?
Se non si intende questo, cosa si intende, allora?

Lo Stato-nazione qui richiamato contiene l'attuazione dello Stato di diritto, il cui pilastro è da sempre una costituzione scritta (ma anche in parte non scritta, come in Inghilterra) che garantisce certe fondamentali libertà individuali attuando in genere il principio della divisione dei poteri.
Lo Stato di diritto è stato ampiamente difeso su questo blog nelle correnti polemiche contro la c.d. "dittatura sanitaria", una legislazione di emergenza piuttosto pesante, forse incostituzionale, che pone limiti alla libertà di movimento, di lavoro e persino alla libertà di curarsi come si crede. E anche ti sospende dal lavoro senza stipendio, cosa molto grave.
Ma i principi dello Stato di diritto sono quelli del liberalismo classico, del costituzionalismo, a difesa della libertà individuale contro gli abusi del potere. E il "giacobinismo" è sempre stato nemico dello Stato di diritto, credendo i Giacobini che la loro dittatura, sorretta dai ceti popolari di Parigi, fosse l'unica valida interprete della volontà generale.
PP

Anonimo ha detto...

"Stupidi occidentali, Islam e democrazia sono incompatibili e la Jihad un dovere". La deposizione in tribunale ieri a Parigi (il “processo del secolo” ignorato dai giornali italiani) del super terrorista Mohammed Abrini è una dantesca discesa agli inferi da far tremare i polsi ai benpensanti. Non viene da Marte, ma da Bruxelles, dove Mohammed è il primo nome fra i nati 2021 e un'assistente sociale di origine marocchina racconta: "Qui si sono arresi tutti al fondamentalismo islamico..."

Anima errante ha detto...

Le federazioni multietniche funzionano se esiste almeno uno fra questi elementi:
- esiste un'identità comune
- c'è una convenienza a restare uniti piuttosto che dividersi
- i poteri non sono concentrati in un gruppo a discapito di altri

Se mancano tutti gli stati multietnici falliscono
D'altra parte molti 'nazionalismi' sono creazioni recenti di elite che vogliono restare al potere: per esempio nel mondo ex-comunista molti capoccia bolscevichi si sono reinventati così

Anonimo ha detto...

Credo che il punto fondamentale sia la Fede. Se e quando la Fede è stata Fede ha mitigato, bilanciato, arginato gli sbandamenti della politica che tende a diventare assoluta perché tende a scrollarsi dalle spalle Dio ed a sostituirsi a Lui.

La Fede non è solo il bene massimo dell'anima singola, ma il bene della comunità, della famiglia, del lavoro, della politica. Per questo è bene far pulizia nella chiesa, perché solo con una Chiesa sana santa esemplare l'intera umanità ritroverà la via della semplicità, della onestà, della verità, del reciproco rispetto ed amore, dell'autentica libertà.

Il nostro compito è aiutarci reciprocamente a ritrovare la Fede.

Anonimo ha detto...


Il liberalismo tedesco è stato il padre del nazismo, secondo Romano Guardini?

Tesi azzardata, non si potrebbero immaginare due concezioni del mondo più diverse ed anzi opposte tra loro.
Il liberalismo esalta la libertà e la coscienza individuale, concepisce il sistema politico soprattutto in funzione dell'individuo, delle sue libertà fondamentali. Vedi i "Principi di politica", di Benjamin Constant, uno dei massimi teorici del liberalismo, avverso a Rousseau, considerato appunto l'ispiratore dei Giacobini.
Il liberalismo cade però negli errori dell'individualismo, a cominciare da quello che fa della religione un puro fatto della coscienza individuale. Negando una verità assoluta, in particolare se religiosa, il liberalismo apre la porta al "relativismo", sia in campo morale che filosofico. Questo è il principio negativo che dissolve il liberalismo dall'interno.
Guardini voleva forse dire che il relativismo etico e non nel quale cade il pensiero liberale ha aperto inconsapevolmente la strada alla affermazione della visione del mondo nazista. Facendo alla fine tabula rasa di valori assoluti, si prepara il terreno al trionfo di concezioni estremiste ed estreme, persino al limite della barbarie, nutrite di subcultura, come il nazismo.
Ma non si deve dimenticare che sia bolscevismo che nazismo mai sarebbero andati al potere se non si fossero verificate crisi sociali di eccezionale portata, quali il collasso economico e politico della Russia in seguito alle sconfitte militari e il collasso economico-sociale della Germania al tempo della grande crisi economica del 1929, con i comunisti in grado di prendere il potere con la forza, organizzatissimi e all'offensiva, alimentati da Mosca.
PP

Anonimo ha detto...

Gli alimenti ai rivoluzionari qualcuno li ha sempre assicurati. Occorrerebbe verificare quali sono stati nel tempo gli stati, i gruppi, le persone che hanno messo mano al portafoglio per sovvenzionare la gioventù rivoluzionaria.

Anonimo ha detto...

"... in soldoni, stanno facendo di noi quello che erano gli ebrei della diaspora: un popolo, a differenza loro nemmeno più popolo, in esilio..."

Sono almeno trenta anni che il il galateo dei più è il 'buonismo', che ha sostituito il conformismo, che ha sostituito l'ipocrisia. Questi tre fratelli ipocrisia, conformismo, buonismo coprono la realtà con la finzione del 'tutto bene' 'tutto buono', 'ma...che vai a pensare?' insegna loro la balia Gnorri, che teme che i tre fratelli vedano, odano, parlino e si pongano domande.

Imbozzolato, con questa graziosa camicia di forza,il popolo cresce e si riproduce non ponendosi domande, anzi le teme, meglio non vedere, non udire, non parlare...non si sa mai! Il tutto è stato facilitato dalla ingiuria peggiore al mondo che cade regolarmente su chi non si conforma, fascista! seguito da mafioso! Allora la reputazione te la se giocata per sempre.

I domatori del popolo italiano gli hanno insegnato il minuetto buonista, appena uno sbaglia il tempo,fascista! e il poverino si rimette a tempo nel ballo e balla. Così il popolo, alta e bassa gente, domande non se ne pone più, men che meno i politici della oposizione a cui implicitamente è vietato andare a rovistare dietro le quinte,che subito arriva l'ingiuria ( che ora il pc mi ha ricoperto prima in giallo, poi in rosso ed io non ripeto, ma voi capite che è quella sopra citata che prima avevo scritto con la maiuscola iniziale per essere più sonora, realistica) peggiore al mondo.

Quindi mic non sapeva poverina e...altri non osa per dirla con il Pascoli!

Anonimo ha detto...

Rifugiato, da fuggire, deviare dalla strada giusta, che assume un colore negativo partendo dall'antefatto della fuga che al tempo del mio vocabolario non poteva che essere una colpa del fuggitivo, mentre oggi è più frequente la persecuzione del fuggitivo da parte del potere. E qui abbiamo un ampliamento del significato, quindi cerca rifugio non un colpevole conclamato, ma un innocente perseguitato.

Anonimo ha detto...

"...molti stati europei iniziarono a introdurre leggi che consentissero la denaturalizzazione e la denazionalizzazione dei propri cittadini:..."

Questo è gravissimo, è pari al divorzio e al non riconoscere i figli nati da chi poi guarda altrove e non riconosce i suoi atti. Ma questo de-naturalizzare e de-nazionalizzare ha il precedente nella naturalizzazione e nazionalizzazione. E' in questo precedente dato superficialmente che risiede l'errore gigantesco che crea strappi e dolore.

Anonimo ha detto...

"... finché nel 1935 le leggi di Norimberga divisero i cittadini tedeschi in cittadini a pieno titolo e cittadini senza diritti politici..."

Molte nazioni, prima di dare la nazionalità, pretendono la conoscenza della lingua e della storia della stessa nazione con un esame da superare. Credo che dovrebbe essere compito di uno Stato preparare i nuovi cittadini anche sul piano culturale, affinché il loro inserimento sia reale e non vengano usati come massa di manovra da chi esercita la carità pelosa del do ut des.

Anonimo ha detto...

"... Quando i diritti dell'uomo non sono più i diritti del cittadino, allora l'uomo è veramente sacro, nel senso che questo termine ha nel diritto romano arcaico: votato a morte..."

Homo sacer, da quello che ho capito é il grande affresco, attraverso scene, libri, diverse che Agamben ha scritto e come diceva, qui nello scorso contributo sulla affermazione di Giacometti che abbandonava i suoi quadri alla incompletezza, era lontano dalla completezza e alla fine lo avrebbe abbandonato.

Tornando all'uomo votato alla morte che potrebbe essere concepito come l'uomo vinto dalla vita, vedi Fortini nel sonetto sulla sepoltura del padre, per il cattolico la vita è lotta spirituale contro la morte, quindi ci auguriamo che la vita dell'uomo diventata forte di tutte le virtù possa andare verso la morte quale porta che si apre sulla vita beata.

La dicotomia tra zoé e bios che sottintende l'uomo ed il cittadino, i diritti dell'uomo e i diritti del cittadino, eppoi il rifugiato e l'apolide e via catalogando, sono strumenti di studio, noi parliamo di essere umano come corpo, anima e spirito che possiedono tutti anche i pazzi furiosi,noi parliamo di prossimo che molto amiamo perché molto amiamo Dio,Uno e Trino. Se non amassimo tanto Dio sai il prossimo che fine farebbe? Questo passaggio è essenziale, fondamentale.
Questo catalogare, gli esseri umani, è uno sforzo umano senza Dio, il che non vuol dire che siamo tutti uguali e che Tizio vale Caio, ma vuol dire che siamo tutti diversi e che il solo Tizio potrebbe impegnare tutte le mie forze vitali per decenni senza che io riesca ad essergli di aiuto. Il Salmo 115 dice: Ogni uomo è un inganno! Eppure questo inganno va amato ed aiutato. Se richiesto.

Ciò che ci aspetta se si continua così ha detto...

Prima gli attacchi agli ebrei, ora ai cristiani. Dove riposa Carlo Martello nel 2000 ci fu la prima sinagoga bruciata e da allora l'80 per cento degli ebrei se ne sono andati. Questa settimana la basilica dei re e tante chiese profanate. A Poitiers, dove Martello fermò i Mori, sei statue decapitate, compresa quella del bambin Gesù, la testa riposta al fianco. Il sacerdote: "Mi ricorda quello che sta succedendo in Afghanistan, anche lì hanno tagliato le teste". Il motto islamista non è "prima il popolo del Sabato poi il popolo della Domenica"?

Anonimo ha detto...

Rileggendo il testo è facile capire che Dio,Uno e Trino non compare in nessuna delle organizzazioni statuali citate, né ora né allora. Più chiaro e seria si fa allora la necessità che Dio, Uno e Trino, sia citato nelle Costituzioni degli Stati, nelle Grandi Istituzioni sovranazionali, nei Trattati, quale Testimone Supremo. Gli uomini fanno e disfano le leggi, ribaltano i valori, la stabilità non è più un valore, mentre il nomadismo sì, nomadismo che oggi capiamo essere stato tanto favorito come uno degli elementi destabilizzanti la società che si voleva liquida, cioè senza forma propria. Questi piani ora è chiaro che son stati preparati a tavolino da secoli e per secoli se non proprio nel dettaglio, nelle grandi linee, ad esempio le società, le nazioni, gli stati vanno disarticolati con ogni mezzo lecito ed illecito e l'illecito sotto l'apparenza del piacere, del comodo, del progresso, della carità, della filantropia. Sì questo impero mondiale è stato vagheggiato, pianificato nei secoli, probabilmente da società segrete, lo chiamano 'il grande gioco', perché? Ipotizzo: perché seduti davanti ad un grande mappamondo hanno deciso come smontare e rimontare il mondo secondo interessi, alleanze, guerre locali, regionali e/o mondiali che sono i grandi motori della economia dei ricchi e ricchissimi. Ora è vero che i soldi li stampano, ma devono girare e per girare non devono essere né pochi né troppi. Comunque oggi lo scenario è cambiato e si sta lavorando proprio sul corpo degli uomini per un ri-modellamento del mondo e delle moltitudini superstiti.

Anonimo ha detto...


Lo chiamano "il grande gioco", perché?

Il termine "grande gioco" fu coniato verso la fine dell'Ottocento per indicare il grande gioco politico-diplomatico e a volte militare che le grandi Potenze imperiali, quali la Gran Bretagna, la Russia e la Germania guglielmina svolgevano tra di loro nel contendersi il Medio Oriente, l'Asia centrale, l'Estremo Oriente.
Le "società segrete" non c'entravano. Era un "gioco" alla luce del sole, anche se si serviva, com'è ovvio, di agenti segreti e operazioni "coperte".
Per esempio, gli studiosi tedeschi esperti di antropologia, lingue orientali, etc venivano mandati in missione "culturale" in Persia o Afghanistan per fomentarvi attività antiinglesi.
Questo faceva parte del "grande gioco" imperiale.
Se oggi hanno rispolverato il termine, per adattarlo al c.d. "Gran Reset", hanno fatto male perché il "grande gioco" ha finito col portare alla Grande Guerra, scoppiata per colpa degli antagonismi inconciliabili dei grandi imperi, che si sono serviti di istanze nazionalistiche per un regolamento di conti da tempo atteso.
H.

Anonimo ha detto...

14 gennaio 2022 23:08

Grazie,H.

Anonimo ha detto...

Sul senso di questi commenti.
Certo che passare il proprio tempo nello scrivere questi commenti, queste testimonianze che leggeranno tre quattro persone sembra proprio cosa vana. I fatti dimostrano che i pensieri le idee nascono nella testa di pochi, pochissimi, poi ad un certo punto come gli uccellini nel nido prendono il volo e vanno, alcuni non resistono al volo, altri nel volo si irrobustiscono e vanno e vanno. Così i nostri pensieri contenuti nei nostri commenti-nido sul nostro blog-albero, non importa se saranno letti e quando è importante che vengano allevati come si deve per poi saper volare da soli insieme a tanti altri a lui simili che faranno stormo. Uno stormo di rondini che vola su valli case acque e le persone diranno, è primavera! E ognuno in cuor suo capirà e ridirà con le sue parole quello che le parole pensieri uccelli diventati stormo-opinione porteranno di paese in paese.

Anonimo ha detto...

In effetti la Russia zarista aveva due obiettivi:l'accesso al mar Mediterraneo e l'India.Riguardo all'India gli inglesi pensavano di intervenire in Afganistan per anticipare i russi ed i risultati alla lunga furono disastrosi.Nel mediterraneo oltre all'accesso ai Dardanelli i russi ,in quanto ortodossi,avevano un conto aperto con i turchi che avevano occupato Costantinopoli.Anche in questo caso intervenne l'Inghilterra ,con l'aiuto della Francia e del Piemonte ,per impedire ai russi l'accesso al Mediterraneo.Si può dire che la politica degli inglesi fu estremamente cinica e portò a diverse guerre in Europa.

Anonimo ha detto...


Le aspirazioni russe e la cinica politica inglese.

Non era solo l'Inghilterra a voler bloccare l'espansione militarre russa verso gli Stretti: tutte le potenze europee erano d'accordo su questo. L'espansioen della Russia in Europa faceva paura. Aveva mezza Polonia, i paesi baltici, la Finlandia. Difendeva i cristiani nel Caucaso (armeni) ma nello stesso tempo tentava di invadere la Persia, in concorrenza con i turchi (e con gli inglesi, soprattutto dopo che fu scoperto il petrolio in Mesopotamia odierno Irak).

Bismarck non voleva impegnare la Germania nei Balcani (non valgono le ossa di un granatiere prussiano, aveva detto), voleva che i Balcani, già turchi (Rumelia, per i turchi) venissero divisi in due zone di influenza tra austriaci e russi. Si doveva amministrare la dissoluzione graduale del dominio ottomano in Europa in modo saggio e consapevole. Le cose si ingarbugliarono quando Serbia e Montenegro riuscirono a rendersi indipendenti dalla Sublime Porta. La Serbia mirava ad uno sbocco adriatico che l'Austria non era disposta a concedere. Poi Vienna riuscì ad ottenere l'amministrazione della Bosnia mussulmana, lasciando al Sultano la sovranità nominale. Ma nel 1909 si annetté la Bosnia, sostenuta dalla Germania, la quale fece presente a Mosca che, se fosse intervenuta contro l'Austria, sarebbe interventua militarmente. Fu un'azione brutale. L'Italia era già nella Triplice, nessuno si preoccupò della sua opinione, né ebbe qualche compenso territoriale all'ingrandimento austriaco, come prescritto dai trattati (per mantenere l'equilibrio dello statu quo europeo).
L'annessione della Bosnia, mai digerita da serbi e russi, sconvolse il già precario equilibrio balcanico e fu una delle cause che portarono alla Grande Guerra.
Gli altri Stati balcanici capirono che potevano attaccare la Turchia, rimasta passiva, e lo fecero nella I guerra balcanica, 1912. Non fu l'occupazione italiana della Libia, provincia turca, nel 1911 a far indirettamente aprire la crisi balcanica che culminò poi nel '14, come sostiene una superficiale tesi. Ormai le polveri nei Balcani erano accese.
Austriaci e russi si investirono violentemente, i secondi spalleggiando i serbi, i primi forti dell'appoggio tedesco.
Ho ridordato questo solo per far vedere che le colpe di queste guerre non erano solo della "perfida Albione".
Quando i turchi conquistarono Costantinopoli (1453) credo che i russi fossero ancora sotto il giogo dei tartari dell'Orda d'Oro. Cominciarono a contrastare validamente l'espansionismo ottomano un secolo dopo, ai tempi di Solimano il Magnifico, muovendo con le loro armate cosacche verso le coste del Mar Nero, al tempo quasi un lago ottomano.
H