Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

domenica 30 novembre 2025

La dichiarazione di Leone XIV e Bartolomeo: la fede di Nicea

Ho appena finito di leggere la Dichiarazione congiunta [ qui] firmata ad Istanbul tra Leone XIV e il Patriarca Bartolomeo, tra il successore di Pietro e il successore di Andrea, quel fratello che condusse Pietro al Signore.
La prima sorpresa – e sconcerto, direi – mi viene dallo scoprire che la "lingua originale" è l'inglese. 
Che fine ha fatto il latino? Ecco il temuto senso del primo paragrafo dell'Art.50 della recente riforma della Curia (che notavo qui). 
E, poi, l'inesorabile riferimento al dialogo e al cercare insieme l'unità con richiamo alla Nostra Aetate [vedi]: il reditus è semplicemente conciliaristicamente scomparso; il che significherebbe che la Catholica non è più la custode della verità. L'enfasi è sull'unità di Nicea, come se nulla fosse poi accaduto e definito a Calcedonia e Costantinopoli... Vi pare strano vederci una sorta di wokismo, di cancellazione della storia (ma soprattutto della Tradizione perenne) per piegare la realtà alla visuale del momento?
Lo dimostrano gli obiettivi prefissati.
  1. Custodire insieme la fede di Nicea. Diventa un compromesso renderla compatibile con la dottrina cattolica senza tener conto degli sviluppi storici e dottrinali successivi
  2. Continuare il dialogo teologico sui punti che ancora impediscono la piena comunione
  3. Lavorare per una data comune della Pasqua: obiettivo pastorale e simbolico che può diventare un segno importante.
Accanto a questi, ci sono due impegni più ampi: testimoniare insieme la pace e rifiutare ogni uso della religione per giustificare la violenza. Qui non c’è nulla che contraddica la fede cattolica. se li consideriamo agganciati alla premesse cristologiche.

Anche se nelle premesse vi sono affermazioni condivisibili e, soprattutto, il riferimento al Signore, alla Sua azione teandrica e alla realtà che grazie ad essa possiamo mettere in atto, i punti sopra elencati riguardano obiettivi da realizzare attraverso le iniziative umane; ma dov'è rimasta la declamata unità vera realizzata da Cristo Signore e non dalle buone volontà umane? 
Infatti poi si afferma:
Memori del 60° anniversario della dichiarazione Nostra Aetate, esortiamo tutti gli uomini e le donne di buona volontà a lavorare insieme per costruire un mondo più giusto e solidale e a prendersi cura del creato, che Dio ci ha affidato. Solo così la famiglia umana potrà superare l'indifferenza, il desiderio di dominio, l'avidità di profitto e la xenofobia.
L'accenno, sia pure appena abbozzato, oltre alle guerre chiamate in causa in precedenza, è chiaramente riferito all'ecologia [qui] alle emergenze umanitarie compresa quella dei migranti [qui - qui], due ambiti purtroppo finora vissuti in chiave globalista, non certo evangelica.

In questo accanimento sulle volontà umane non innestate nella volontà del Padre possiamo riconoscere quella che Romano Amerio chiama la dislocazione della divina Monotriade. Ne abbiamo parlato in più occasioni (ad esempio qui):
«Come nella divina Monotriade l’amore procede dal Verbo, così nell’anima umana il vissuto procede dal pensato. Se si nega la precessione del pensato al vissuto, della verità alla volontà, si tenta una dislocazione della Monotriade; allo stesso modo separare l’amore, la carità, dalla verità non è cattolico».
«Al fondo del problema moderno – scrive Amerio – c’è il Filioque, perché chi nega il Filioque concede il primato, indiscreto e assoluto, all’amore: l’amore non ha limiti, non ha remore; qualunque azione tu faccia “con amore”, quell’azione è buona».
Sostanzialmente significa far precedere e separare la volontà dalla conoscenza, cioè l'amore dalla verità, l'azione dal suo fondamento e cioè la prassi dalla dottrina, affermata ma di fatto bypassata...
In fondo lo riconosciamo nell'agire e nel 'sentire' che precedono il conoscere, da cui invece dovrebbero scaturire. Il prevalere della prassi con esclusione della ragione: prassi a-teoretica, senza alcun approfondimento e spiegazione, divenuta ormai lo stile apparentemente irreformabile dei pastori a partire dal Trono più alto, che non appare più un Trono... ma paradossalmente lo diventa quando si tratta di introdurre cambiamenti rivoluzionari che stiamo subendo come fatti compiuti e che vanno oltre il nostro sensus fidei cattolico.

Può sembrare una sottigliezza invece si tratta di andare all'origine dell'errore. Il non riconoscerlo dipende dallo scarso valore sempre più attribuito alla teologia e che ingenera confusione.
Ne abbiamo un esempio recente nella diminutio alla Corredentrice attribuito alle difficoltà di una spiegazione più articolata del significato da attribuire al termine, peraltro ben presente nella Chiesa da secoli, illustrata da più fonti autorevoli  [vedi]. 

Coraggio, riappropriamoci della Verità che ci salva ci nutre ci sostiene e ci dà tutto il resto, per contribuire al suo ineludibile ripareggiamento, sempre per usare un termine di Romano Amerio... 
Stat Crux dum volvitur orbis! 
(Maria Guarini)

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Ogni volta che vedo Bartolomeo mi viene in mente Riccardi , Pannella,
i radicali,

IL SALUTO DI PAPA LEONE XIV AL FANAR. NICEA DIVENTA PAROLA PRESENTE ha detto...

C’è qualcosa di sorprendentemente semplice e antico nel modo in cui Papa Leone XIV ha concluso la Divina Liturgia nella Chiesa Patriarcale di San Giorgio. Non c’erano effetti speciali né formule studiate per il pubblico occidentale. Era il Vescovo di Roma, in mezzo ai Patriarchi d’Oriente, dentro una liturgia che non è sua e che pure riconosce come sorella. Il contesto, più che le parole, ha fatto da primo commento al discorso.

Sul volto dei presenti c’era la memoria di questi giorni, segnati dal pellegrinaggio a Nicea. Non come visita archeologica. Siamo nel ritorno a un’origine. Il Papa e i Patriarchi hanno pregato insieme dove i Padri del 325 hanno difeso la fede in Cristo consustanziale al Padre. E quella difesa è diventata il punto di partenza di qualunque discorso sull’unità. Ora, a Istanbul, il Papa ha voluto chiudere quel percorso con un gesto da pastore: un saluto che raccoglie ciò che Nicea significa nell’oggi.

Il contesto dice più di mille analisi: Roma e Costantinopoli erano di nuovo faccia a faccia, non per rievocare antiche glorie, ma per riconoscere che, nonostante mille ferite, il cuore è rimasto comune. Il luogo stesso, la chiesa patriarcale, con la presenza del Santo Sinodo e la festa di Sant’Andrea, incarnava questa verità: le radici dell’Oriente non si comprendono senza l’Occidente, e l’Occidente non si comprende senza l’Oriente. È in mezzo a questa cornice che il Papa ha parlato. E lo ha fatto con una parola chiave: consapevolezza.

Il Papa non ha detto che la comunione è già perfetta. Non ha detto che le divergenze sono finite. Non ha detto che bastano sorrisi e abbracci per cancellare secoli di distanza. Ha detto qualcosa di più serio: la fede nicena ci unisce in una comunione reale.

È l’affermazione più forte del discorso, ed è anche la più sobria. Non è diplomazia. Non è poesia. È dogmatica pura, espressa con calma.

Chi professa il Credo niceno-costantinopolitano sta dentro la stessa radice. Questa radice è Cristo, non un’autorità politica né un’identità culturale. Ed è da questa radice che il Papa legge le parole di Paolo VI e Atenagora: la memoria delle scomuniche andava sanata, perché non poteva oscurare una fede che nessun millennio ha mai cancellato.

Il saluto di Leone XIV si muove così: prima riconosce ciò che già ci unisce, poi guarda a ciò che ancora manca, senza falsificare né una né l’altra cosa.

Il passaggio più delicato è quello sulla missione del Papa. Non ha parlato di primato in termini polemici. Non ha detto “dovete riconoscere il nostro ruolo”. Ha detto: il mio compito è custodire la comunione di tutti.

Questa frase pesa più di qualunque formula giuridica. Perché mostra il primato nella forma del servizio, non nella forma del dominio. È il linguaggio del primo millennio, non quello delle controversie successive.

E qui il Papa non sta cercando consensi. Sta dicendo che l’unità non è una concessione dell’Occidente né un ritorno nostalgico all’impero cristiano. È un dono ricevuto, da custodire, secondo la responsabilità propria di ciascuno nella Chiesa.

IL SALUTO DI PAPA LEONE XIV AL FANAR. NICEA DIVENTA PAROLA PRESENTE ha detto...

Segue
Il Papa ha toccato tre temi che molti leggeranno male: pace, creato, tecnologia. Ogni volta che un Papa ne parla, qualcuno pensa alla politica. Qui, invece, sono frutti della fede. Chi vive la stessa fede in Cristo non può non lavorare insieme su quegli ambiti dove l’uomo soffre e il creato geme. È un discorso che nasce dall’Incarnazione: Dio non è venuto ad abitare un’idea. Lui abita il mondo concreto. È in questo mondo che i cristiani, divisi o no, portano un compito comune.

La pace, dice il Papa, si costruisce con le scelte, però nasce dalla preghiera. La cura del creato è conversione, non ideologia. La tecnologia è un dono da ordinare al bene, non un idolo da subire. Questi punti non sono compromessi. Sono conseguenze.

Il Papa ha concluso invocando Andrea e Pietro. Non come simboli. Pietro e Andrea sono due fratelli veri, due testimoni della stessa fede, due colonne che non smettono di parlare.

Qui c’è il passaggio più alto del discorso: il Papa non chiude guardando a Roma, né guardando a Costantinopoli. Guarda a due fratelli, due apostoli, due martiri. Il principio dell’unità non è in una sede, piuttosto va guardato nella fede che loro hanno confessato. È un’unità che chiede tempo, responsabilità e verità. Non è un’utopia. Non è un progetto politico. È ciò che Cristo ha pregato e che la Chiesa continua a cercare.

Il saluto del Papa al Fanar non è stato un epilogo. È stato il completamento di un ritorno alle sorgenti. Nicea ha ricordato chi è Cristo. Il Fanar ha ricordato chi siamo noi. Cristiani separati da mille vicende, eppure già fratelli nella fede che professiamo.

Se questo viaggio avrà un futuro, non nascerà da iniziative mediatiche. L'unità nascerà da questa consapevolezza semplice e antica, perchè l’unità non si inventa, si riconosce e si costruisce nella verità.
Don Mario Proietti

Le differenze che restano dopo Nicea ha detto...

Quali differenze restano?
- il modo di comprendere il primato del Vescovo di Roma;
- la questione del Filioque e il modo di esprimerlo;
- alcune letture differenti dell’autorità conciliare;
- la disciplina sacramentale con alcune divergenze sul matrimonio e sulla seconda unione;
- il rapporto tra Chiese autocefale e Chiesa universale.

Anonimo ha detto...

L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha lodato il principe Alberto di Monaco che nel principato dove è regnante ha rifiutato di firmare la legge per legalizzare l’aborto.

«Il Principe Alberto di Monaco, coerentemente con la Fede che egli professa e con l’autorità sacra che legittima la sua funzione di sovrano del Principato di Monaco, non ratifica la proposta di legge per la depenalizzazione dell’aborto, crimine esecrando» scrive Sua Eccellenza in un post sul social media X. «Nel 1990 fa il Re Baldovino del Belgio abdicò, piuttosto di dare la propria approvazione all’odiosa legge sull’aborto: anch’egli fu un Monarca veramente cattolico».

«Suscita sconcerto il silenzio del Vaticano dinanzi a questa testimonianza di Fede, che dovrebbe essere additata ad esempio: un silenzio che diventa assordante quando tace davanti all’uccisione di milioni di innocenti massacrati nel ventre materno. Un silenzio che è riecheggiato quando Joe Biden finanziava l’industria dell’aborto e lo autorizzava fino al momento del parto» continua monsignore.
«La “chiesa sinodale” presta ascolto al “grido della Terra”, mentre finge di non udire il gemito dei bambini sterminati. Essa è troppo impegnata a propagandare gli “obiettivi sostenibili” dell’Agenda 2030 (tra cui figura anche l’aborto, definito ipocritamente “salute riproduttiva”) per denunciare i sacrifici umani di questa società antiumana e anticristica. Troppo occupata a lucrare sul traffico di clandestini che dovrebbe invece denunciare come strumento di islamizzazione dell’Europa un tempo cristiana» tuona l’arcivescovo già nunzio apostolico negli Stati Uniti d’America.

La benedizione congiunta del Successore di Pietro e del Successore di Andrea ha detto...

Dopo la Divina Liturgia presso la Chiesa di San Giorgio, Papa Leone XIV e il Patriarca Ecumenico Bartolomeo hanno impartito una Benedizione Ecumenica condivisa

Il momento è stato particolarmente significativo, in quanto avvenne nella festa di Sant'Andrea

In vista del 2030 ha detto...

La tradizione cattolica insegna che San Pietro iniziò a guidare la prima comunità cristiana a Roma intorno al 30 d.C., un momento considerato come l'inizio simbolico della linea papale, anche se il papato si è evoluto gradualmente nel tempo. Se gli attuali schemi di successione restano stabili, ci si aspetta che sia Papa Leone XIV a presiedere durante il prossimo anniversario.

Per quasi due millenni, il papato è stato una delle istituzioni più durature del mondo. Le sue origini fanno risalire a una ristretta cerchia di credenti che si sono riuniti negli anni successivi alla vita di Gesù, navigando nella segretezza, nella persecuzione e nella tensione politica mentre la fede si diffondeva. Col tempo, l'ufficio papale si è espanso in un'istituzione globale che ha plasmato imperi, borsa di studio, diplomazia e vita religiosa.

Durante tutto il Medioevo, il Rinascimento e l'era moderna, i papi hanno conservato manoscritti, incoraggiato le conquiste artistiche, guidato i dibattiti teologici e influenzato gli affari internazionali. Oggi il papato continua a funzionare sia come autorità spirituale che come voce di spicco per la leadership umanitaria ed etica.

Raggiungere il traguardo dei duemila anni nel 2030 evidenzia uno straordinario record di continuità. Poche istituzioni hanno sopportato così tante epoche mutevoli continuando a guidare una comunità globale. Con più di 260 papi nel corso della sua storia, il papato rappresenta una delle più lunghe tradizioni di leadership continua mai registrate.