Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

venerdì 11 novembre 2011

Un piccolo angolo di Inghilterra che entra nella "Riforma della Riforma"

Ogni tanto una spigolatura anche da blog esteri: ritengo importante che si favorisca la circolarità di comunicazione anche nell'ottica di universalità che è una delle prerogative della nostra Chiesa appunto cattolica.


Il blog « A Reluctant Sinner », ripreso da Riposte Catholique, alla fine di ottobre pubblica una foto presa in una parrocchia di Gran Bretagna. Il blogger prudentemente non indica il nome della parrocchia e ha cancellato la firma del sacerdote sulla fotografia riprodotta. Sono precauzioni che dimostrano come in certe parti della Chiesa regni un certo terrorismo morale (e non unicamente in Francia e in Italia, evidentemente...) !

Si potrebbe dire: perché tante precauzioni? Molto semplicemente perché il tabellone di questa parrocchia inglese indica che in quel luogo non è possibile ricevere la comunione sulla mano. Un avviso conforme alla dottrina cattolica sulla ricezione della santa comunione.

E pensare che non mancano sacerdoti formati dal liberale "spirito del Vaticano II" i quali ormai accettano il fatto che è necessario prendere serie misure per rendere debita riverenza a Nostro Signore nella Santa Comunione. Sappiamo bene come il Santo Padre mostri e, quindi, inviti, a ricevere la comunione in ginocchio e sulla lingua.

Fin dall'epoca dei Padri della Chiesa, è nata e si è consolidata la tendenza di distribuire la Santa Comunione sulla lingua. La motivazione di questa pratica è duplice (vedere ulteriori indicazioni che seguono, tratte dalla Memoriale Domini, Istruzione della Congregazione del Culto Divino 1969):
  1. in primo luogo, al fine di evitare, per quanto possibile, la dispersione di frammenti eucaristici;
  2. in secondo luogo, per aumentare la devozione tra i fedeli alla presenza reale del Signore nel Sacramento dell'Eucaristia.
Anche San Tommaso d'Aquino si riferisce alla pratica di ricevere la Santa Comunione solo sulla lingua. Egli afferma che toccare il corpo del Signore è prerogativa solo del sacerdote ministeriale. A questo proposito l'allora cardinale Ratzinger affermava che: " La comunione raggiunge la sua vera profondità quando è sostenuta e circondata da adorazione" [Lo Spirito della liturgia]. Per questo motivo, egli sosteneva che "la pratica di inginocchiarsi per la Santa Comunione ha in suo favore una secolare tradizione, ed è un segno particolarmente espressivo di adorazione, del tutto appropriato alla luce della presenza vera, reale e sostanziale di Nostro Signore Gesù Cristo sotto le specie consacrate"... Per questo, a partire dalla solennità del Corpus Domini nel 2008, Benedetto XVI ha cominciato a distribuire il Corpo del Signore ponendolo direttamente sulla lingua dei fedeli inginocchiati.

Integro, dal “Memoriale Domini” (29 maggio 1969) dei tempi di Paolo VI, il quale si dichiarò contrario a concedere la comunione sulle mani, perché era una prassi “praticamente pericolosa e discutibile”. Il documento, una Istruzione diramata dalla Congregazione del Culto Divino, risulta stranamente introvabile soprattutto sul sito della Santa Sede. Ecco i motivi che esso riporta come controindicazioni:
  1. facilita la caduta e la dispersione dei frammenti; espone il Santissimo a furti sacrileghi e profanazioni orrende: “…ut Sacra Communio qua par est reverentia decore atque dignitate distribuentur ut quodvis periculum arceatur species eucharisticas profanandi…” (cfr Memoriale Domini, 29.5.1969, in “Acta Apostolicae Sedis”, 61, 1969, pag. 541-545): “…ut denique diligenter cura servetur, quam de ipsis panis consecratis fragmentis Ecclesias semper commendavit…” (ivi);
  2. perché favorisce la diffusione di gravi errori contro il dogma eucaristico: “…ne scilicet perveniatur (...) ad rectae doctrinae adulterationem…” (ivi). “C’è pericolo – avvertì infatti il “Concilium” con Lettera del 30.7.1968 – che l’audacia degli innovatori troppo spinti si diriga su altri settori che recherebbero danno irreparabile alla Fede e al culto dell’Eucaristia” (cfr A. Bugnini, La riforma Liturgica 1948-1975. Ed. Liturgiche, Roma 1983, p. 628);
  3. perché l’antica consuetudine assicurava assai più efficacemente la devozione e il fervore dei fedeli, una consuetudine che fu il termine di un processo evolutivo delle fede nella Chiesa, nel più vitale dei suoi dogmi. “In sequenti tempore, postquam mysterii veritas, eius virtus ac praesentia Christi in eo altius explorata sunt, urgente, sensu sive reverentiae oportet, consuetudo inducta est ut per se minister panis consecrati particulam in lingua Communionem suscipientium deponeret” (ivi);
  4. perché la prassi precedente era già stata collaudata da una tradizione bimillenaria, in base alla quale se ne sperimentarono i benefici: “…mutatio enim in re tanti momenti (…) antiquissima et veneranda traditione innititur…” (ivi) Mentre ora – come osservava lo stesso Paolo VI – tale “Cambiamento importante di disciplina…rischia di disorientare i fedeli, che non ne sentono la necessità e che mai si son posti questo problema…” (cfr A. Bugnini, op. cit., pag. 627);
  5. perché la proposta del “nuovo rito” era stata respinta dalla maggioranza dell’Episcopato mondiale: “…Episcopos longe plurimos consere hodiernam disciplinam haudquaquam esse immutandam; quae immo, si immutetur, id tum sensui tum spirituali cultui eorundem Episcoporum plurimorumque fidelium offensione fore…” (ivi).
Redemptionis Sacramentum (25 marzo 2004)
[92.] Benché ogni fedele abbia sempre il diritto di ricevere, a sua scelta, la santa Comunione in bocca, [Cf. Missale Romanum, Institutio Generalis, n. 161.] se un comunicando, nelle regioni in cui la Conferenza dei Vescovi, con la conferma da parte della Sede Apostolica, lo abbia permesso, vuole ricevere il Sacramento sulla mano, gli sia distribuita la sacra ostia. Si badi, tuttavia, con particolare attenzione che il comunicando assuma subito l’ostia davanti al ministro, di modo che nessuno si allontani portando in mano le specie eucaristiche. Se c’è pericolo di profanazione, non sia distribuita la santa Comunione sulla mano dei fedeli. [Congr. per il Culto Div. e la Disc. dei Sacram., Dubium: Notitiae 35 (1999) pp. 160-161.]

Nonostante tutto ciò, mi scrive un lettore: "mi ritrovo alla S. Messa mattutina alla Scala Santa (Roma, retta dai Passionisti, ndR), mi inginocchio per ricevere la comunione sulla lingua che il sacerdote mi dà dopo una evidente esitazione. Alla fine della celebrazione, egli tuona dall'altare: "la comunione si riceve in piedi e sulla mano!". Che dire, dunque? Nella Chiesa, oggi è possibile tutto e il contrario di tutto. Vengono date direttive, che subito dopo presentano l'eccezione la quale diventa a sua volta regola... Il prevalere delle tendenze è di conio decisamente modernista o neo-protestante, quando -in alcuni casi noti- non siamo costretti a dire addirittura eretico. Meminisse horret!...

Spigolando: da Letturine

Il discorso del Papa ad Assisi: meno di così non si poteva dire, più di così era proibito dire. Un discorso "politico", insomma; non è stato il pasticciaccio brutto che temeva il don Floriano (sì, don Floriano, quello che ha dato alle fiamme i testi del Vaticano II guadagnando in tal modo la benedizione di un vescovo che tuttora vuole rimanere anonimo e che invece io vorrei di tutto cuore intervistare!). Sì, sarebbe stato divertente vedere il Papa maledire gli idolatri che perseguitano i cattolici, ma così avrebbe involontariamente maledetto anche gran parte della gerarchia.

lunedì 7 novembre 2011

Spettacolo blasfemo: i vescovi francesi optano per il politically correct

Condivido con voi questa notizia appena letta e tradotta da Le Forum Catholique. Mi meraviglio che qui in Italia la notizia non abbia fatto scalpore e nessuno ne abbia parlato, almeno così mi pare, se non TM News nell'agenzia di cui al link. Ho appena trovato da Google anche questa informazione: lo spettacolo sarà a Milano dal 24 al 28 gennaio 2012.... Siamo ancora in tempo per fare qualcosa o daranno degli integralisti anche a noi?
Potete vedere la scena incriminata.


"Le scene incriminate sono soprattutto quelle in cui alcuni ragazzi lanciano pietre e oggetti (che con grande probabilità rappresentano escrementi) sulla gigantografia del volto di Cristo, il Salvator Mundi di Antonello da Messina. L’opera teatrale mette in scena la storia di un figlio che si occupa di assistere pazientemente il padre incontinente, sotto lo sguardo del volto del Cristo. Castellucci s’interroga fin dove può andare l’amore e l’impegno di un uomo nei confronti di una persona cara che non controlla più il suo corpo e la cui umanità appare sfigurata."

Il dramma dell'uomo sfigurato dal dolore è innegabile, ma le domande ineludibili e le risposte che chi non ha fede tenta di darsi non giustificano l'oltraggio al volto di Cristo, che riguarda la sua Persona e non la sua 'figura' come improvvidamente detto da quei vescovi... I vescovi parlano di cristiani che si sentono 'denigrati'; ma il denigrato, anzi l'oltraggiato non è nostro Signore? Lascio le osservazioni alla discussione e vi invito a leggere con attenzione il resoconto e le osservazioni del Forumista francese.


"La Croix" sembra fare un resoconto abbastanza imparziale sui pareri diversi che manifestano i vescovi francesi riuniti a Lourdes - a proposito dello spettacolo di Castellucci - citando sullo stesso piano coloro, tra essi, che hanno una posizione cerchiobottista... e coloro che si espongono apertamente in prima persona. Il vero consenso al riguardo risiede nel fatto che - cito - "tutti i vescovi fanno la stessa constatazione: il cerchio dei cattolici esasperati oltrepassa quello dei gruppuscoli integristi ed attivisti". Eccone gli estratti principali:

"Riuniti a Lourdes per l'Assemblea plenaria d'autunno, i vescovi francesi in margine ai loro lavori hanno richiamato l'attualità. Essi prendono sul serio le manifestazioni di gruppi di giovani contro una rappresentazione teatrale data a Parigi. Mettono in guardia contro la « riposta aggressiva » utilizzata da certi cristiani quando si sentono denigrati. Senza pertanto accettare la banalizzazione degli attacchi contro la figura del Cristo.

A Lourdes, le manifestazioni di giovani a Parigi contro lo spettacolo Sul concetto del volto del figlio di Dio". i rischi di sconfinamento e di confusione nell'opinione pubblica con altre risposte violente in nome della religione, come l'attentato copntro i locali del settimanale satirico Charlie Hebdo , sono presi sul serio dai vescovi.

Il cardinal André Vingt-Trois, presidente della Conferenza, riconosce e si rammarica dei comportamenti eccessivi dei gruppi fanatici « siano essi musulmani, ebrei, cristiani»

« Gesù non ha sfoderato la spada », così ricorda Mons. Laurent Ulrich, arcivescovo di Lille .

Con l'imminente rappresentazione della pièce Golgota picnic e la ripresa del Vicario di Rolf Hochhuth (sul comportamento di Pio XII durante la Seconda Guerra mondiale), essi sanno che nelle prossime settimane il problema si porrà di nuovo. « Il rischio, è quello di farsi intrappolare in una risposta aggressiva », così s'nquieta Mons. Benoît Rivière, vescovo d’Autun.

« E' vero che talvolta siamo sommersi di attacchi », rincara la dose Mons. François Garnier, arcivescovo di Cambrai, che giudica la situazione paradossale : « Da un lato delle autorità favorevoli e disposte a collaborare con noi. Dall'altro, rigurgiti di anticlericalismo militante, ed un comportamento nei confronti della religione cattolica niente affatto normale. » E l'arcivescovo fa l'esempio di una cappella ospedaliera trasformata in luogo di culto interreligioso, nella quale i cattolici non hanno potuto mettere una croce, ma sui muri della quale è tracciata la direzione de La Mecca.

"La Croix" rimarca la collera dell'arcivescovo di Dijon, Mons. Roland Minnerath, il quale ritiene che è responsabilità del vescovo, come pastore, di tener conto dello smarrimento del popolo cattolico, « scioccato dalla violenza di alcune aggressioni contro i simboli del cristianesimo ».

Ma tutti i vescovi fanno la stessa constatazione : la cerchia di cattolici esasperati oltrepassa quella dei gruppuscoli estremisti ed attivisti. Per Mons. Éric de Moulins de Beaufort, si tratta spesso di «cattolici molto semplici, smarriti, perché ci si prende gioco di ciò a cui esso credono fermamente. ». Una novità che inquieta l'arcivescovo di Bordeaux, il cardinal Jean-Pierre Ricard : « E' sempre esistita una corrente di estrema destra cattolica e politica, dall'azione violenta. Ma oggi, le loro azioni sono legittimate e giustificate da cattolici disarcionati dalla secolarizzazione, e che hanno la percezione di essere disprezzati. »

Alcune osservazioni :
  1. Se, come ricorda Mr Ulrich, Gesù non ha sfoderato la spada... si può anche ricordare che Gesù Cristo ha saputo tirar fuori la frusta, cosa che non ha dovuto fare molto bene... Ciò detto, finora, mi pare che le manifestazioni consistano in messe di riparazione ed in gruppi di preghiera che recitano il rosario... Quanto a violenze, c'è di meglio! Dunque io non vedo ciò a cui si allude...
  2. Ignoravo totalmente che sta per esser replicato "il Vicario" che è un cumulo di menzogne sul Santo Padre Pio XII. Sono davvero scandalizzato e disgustato da questa gentaglia marxista... Ecco il mio sincero parere. Non mi auguro che una cosa: che sia un'associazione ebraica ad impegnarsi per farla vietare... E' proibito sognare?
  3. Mons. Vingt-Trois ed altri vedono l'estrema destra e attivisti integralisti dovunque. Ne hanno ancora paura ?.. Bene. Ma che aspettano loro, allora, per "darsi una mossa"? Che meditino su questa frase di Benedetto XVI:

    «Il rinnovamento della Chiesa passa anche attraverso la testimonianza offerta dalla vita dei credenti... Desideriamo che questo Anno susciti in ogni credente l’aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza... la fede implica una testimonianza ed un impegno pubblici. Il cristiano non può mai pensare che credere sia un fatto privato.[dal Motu proprio Porta Fidei, per l'indizione dell'Anno della Fede]

Maria Guarini

Lo "spirito di Assisi" colpisce ancora.

C'è chi su un altro blog ha riportato scandalizzato il link al Sito d'Informazione cattolica Internazionale (DICI) della FSSPX. Lo scandalo si riferisce al fatto che l'articolo parla di confusione dottrinale e di sincretismo.

Ma non è stato particolarmente inquietante anche per noi assistere, anche dietro ad uno schermo, a certe prestazioni in una chiesa cattolica? Chi ha visto quelle immagini ha forse ricevuto un messaggio chiaro e inequivocabile ? O, se già era un pò disorientato o, al contrario, già immerso nell'ecumenismo e dialogo interreligioso fai da te, ha visto la sua confusione alimentata o le sue convinzioni rafforzate nel vedere ed ascoltar risuonare quelle preghiere animiste e induiste? Del reso non si possono ignorare le preghiere=incantazioni=invocazioni fatte davanti al Successore di Pietro in una chiesa cattolica, né le conseguenze di tali gesti nonché la potenza evocativa di quelle immagini.

Forse che DICI ha tutti i torti quando scrive che, in quella chiesa, in quel momento, il Verbo di Dio è stato messo allo stesso livello di Olokun, la Parola di Dio al livello dei Véda, la Saggezza divina su un piede di eguaglianza con il sincretismo umanista?

Certo ad Assisi non si sono riprodotti gli orrori precedenti, ma se leggerete più avanti vedrete solo un piccolo esempio delle applicazioni di Assisi in Francia: in una chiesa cattolica, si svolge una processione multi religiosa, con il cero e i libri sacri portati da vari rappresentanti delle "diverse religioni", con Mohammed che porta sull'altare il corano.... Quello è solo un esempio delle applicazioni concrete dello "spirito di Assisi" che si sono svolte il 27 ottobre, applicazioni che proliferano da decenni e che non cesseranno dopo Assisi 2011, purtroppo.

Ed ecco il testo e l'immagine dell'evento, preso direttamente da Perepiscopus.

Mercoledì 26 ottobre, si è svolto ad Arras, nella Chiesa del Santo Salvatore un incontro interreligioso. E' una fedele tradizione di ciò che ha voluto fare il Papa ad Assisi. Mons. Jeager ha accolto musulmani, ebrei, ortodossi, protestanti, anglicani.

Ognuno ha fatto di questa cerimonia, con la sua preghiera, una pura invenzione relativista. Ed ogni religione ha posto un oggetto sacro sulla mensa-altare. Ed è così che, a fianco di una icona e della Bibbia, vi si può vedere il Corano.

«La cerimonia è iniziata con una processione: il cero pasquale, i libri sacri, l'icona portata dal membro di ogni comunità: chiesa ortodossa, culto musulmano, chiesa riformata, chiesa cattolica.» Notare come siano tutti "libri sacri" allo stesso titolo. Se il Corano è sacro per i musulmani, non lo è certo per noi. E si osa mettere la Bibbia ed il Cero Pasquale, simbolo del Signore Risorto allo stesso livello...

Questa è la Chiesa-pathcwork, alla quale vorrebbero farci abituare, nella quale l'Opera e la Presenza del Signore non hanno più il valore e il ruolo immenso che Lui stesso ci consegnato nell'istituire la Sua Chiesa, quella Una Santa Cattolica Apostolica e sì, anche Romana, che è viva nel mistero della Grazia che può scaturire solo dalla Persona del Signore, così inopinatamente messo da parte in questi eventi che sarebbero da dimenticare, ma che sono lo specchio di un'ambiguità e di una confusione che hanno provocato e continuano a provocare danni incalcolabili nella percezione e nell'alimentazione della retta fede.

domenica 6 novembre 2011

Pio XII, il "Pastor Angelicus", Santo quando?

Pubblico lo scritto di un affezionato lettore, fervente pacelliano, che dal 1951 al 1974 (data dello scioglimento dei Corpi pontifici da parte di Paolo VI) ha fatto parte della Guardia Palatina d'Onore di S.S. Si tratta, quindi, di un testimone che non si è limitato a seguire il Papa da lontano, ma ha vissuto e conosciuto tanti momenti importanti delle vicende della Chiesa del tempo, sia attraverso i servizi nei Sacri Palazzi, nella Basilica, sulla Piazza, nelle occasioni le più svariate: da quelle solenni a quelle diplomatiche e curiali che nelle fila dell'A.C..

Ho avuto da lui l'immagine di apertura, accompagnata dalla commossa a ancora vibrante emozione che il gesto di Pio XII che vi è raffigurato, dopo tanti anni ancora gli suscita. Al termine delle celebrazioni nella Basilica Vaticana, il Santo Padre percorreva sulla sedia gestatoria, attraversando tutta la Basilica, il tragitto fino alla Sacrestia. Prima di svoltare a sinistra per raggiungere la Sacrestia, era solito fermarsi; quindi, fatta girare la sedia gestatoria verso l'Altare e i fedeli ancora raccolti, si alzava in piedi e, allargando le braccia come volesse abbracciare tutti, impartiva la solenne benedizione. Era questo un momento da tutti atteso e di particolare commozione che si ripeteva ogni volta con la stessa intensità anche per chi aveva il dono di potervi assistere più frequentemente. L'immagine fissa nel tempo quel solenne momento; ma purtroppo non riesce a trasmettere l'emozione e la commozione che mi è stata espressa ancor viva e presente nel cuore di chi l'ha vissuta.


Giovanni Paolo II Santo subito! Abbiamo assistito alla sua recente rapida beatificazione. E questo mi può stare anche bene; ma Pio XII, Santo quando? E' tutto questo silenzio che non mi sta affatto bene.

E che dire dell'interminabile tergiversare nel portare a termine la causa della sua beatificazione?

Ho la sensazione, per non dire la certezza, come se qualcuno degli "addetti ai lavori" si lasciasse intimidire e condizionare dalle ignobili accuse rivolte a Papa Pacelli che, se pure del tutto infondate e più volte smentite, covano ancora come fuoco sotto la cenere, nella mente perversa dei suoi detrattori. Mentre una nutrita documentazione dimostra la sua opera silenziosa, come la drammatica situazione richiedeva, ma efficace. Le significative parole che seguono sono state pronunciate da Benedetto XVI, in occasione del simposio promosso dalla Pave the Way Foundation, tenutosi a Castel Gandolfo il 18 settembre 2008, che ha visto la partecipazione di eminenti studiosi per riflettere insieme sull'opera generosa compiuta da Pio XII, durante il difficile periodo del secolo scorso, che ruota attorno al secondo conflitto mondiale.
« ...Grazie a un vasto materiale documentario da voi raccolto, arricchito da molteplici e autorevoli testimonianze, il vostro simposio offre alla pubblica opinione la possibilità di conoscere meglio e più compiutamente ciò che Pio XII ha promosso e compiuto a favore degli ebrei perseguitati dai regimi nazista e fascista. Si apprende allora che non risparmiò sforzi, ovunque fosse possibile, per intervenire direttamente oppure attraverso istruzioni impartite a singoli o ad istituzioni della Chiesa cattolica in loro favore. Nei lavori del vostro convegno sono stati anche evidenziati i non pochi interventi da lui compiuti in modo segreto e silenzioso proprio perché, tenendo conto delle concrete situazioni di quel complesso momento storico, solo in tale maniera era possibile evitare il peggio e salvare il più gran numero possibile di ebrei. Questa sua coraggiosa e paterna dedizione è stata del resto riconosciuta ed apprezzata durante e dopo il tremendo conflitto mondiale da comunità e personalità ebraiche che non mancarono di manifestare la loro gratitudine per quanto il Papa aveva fatto per loro. Basta ricordare l'incontro che Pio XII ebbe, il 29 novembre del 1945, con gli 80 delegati dei campi di concentramento tedeschi, i quali in una speciale udienza loro concessa in Vaticano, vollero ringraziarlo personalmente per la generosità dal Papa dimostrata verso di loro, perseguitati durante il terribile periodo del nazifascismo. [...]»
Sono pertanto decisamente da respingere ancora una volta al mittente le indebite ingerenze da parte di chi, con la ben nota arrogante presunzione, tenta di ostacolare ogni decisione di esclusiva competenza della Chiesa.

Con la Barca di Pietro che vacilla paurosamente nel mare dell'eresia è necessario che la figura di papa Pacelli, il Pastor Angelicus, venga riproposta all'attenzione del mondo intero quale punto di riferimento delle inalienabili verità della fede.

Serve un atto di coraggio, da parte di chi ha deciso di non decidere, per dare un'accelerata al processo di beatificazione di questo grande Pontefice, tanto amato dai veri cristiani, profondamente amareggiati e delusi per questo lungo tergiversare.

So benissimo che questa mia riflessione è come una rondine che non fa primavera; ma se le rondini diventassero uno stormo, allora potrebbe significare che la primavera non tarderà a venire.

Giuliano Marcantonio, uno dei "Papaboys" del 1948 (i mitici "baschi verdi" di A.C.)
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A proposito dei Papaboys. Il colorito linguaggio mediatico odierno veicola questi nuovi termini e fa apparire sensazionali, unici e sorgivi tutti gli eventi che vi corrispondono. C'è da dire che, allora, quello che oggi è 'sensazionale', era del tutto normale e, pur senza tanta enfasi, era sentito e vissuto con emozione e partecipazione soprattutto spirituale. Hanno persino coniato l'espressione "le armate del Papa" riferendosi ai nuovi movimenti come frutto della "nuova Pentecoste" conciliare... Ma allora, quando, schierati numerosi sulla Piazza o nelle Udienze cantavamo: "Bianco Padre che da Roma ci sei meta luce e guida, in ciascun di noi confida su noi tutti puoi contar..." esprimevamo un sentire profondo che poi portavamo anche nella nostra vita e nei reciproci impegni anche parrocchiali: giovani che si prendevano cura dei più piccoli e crescevano nella fede e in umanità insieme a loro con la guida di un sacerdote. E non ci sembrava di fare cose eccezionali: era semplicemente non tanto il nostro dovere quanto la nostra vita. (G.M.)

Alcune stupende immagini di quando Pio XII celebrava la S. Messa, tratte da un filmato. Quale differenza, rispetto all'attuale sciatteria !

sabato 5 novembre 2011

La “Regolarizzazione” della Fraternità S. Pio X: ci sono difficoltà ma non appaiono insormontabili

Il nostro lettore e amico Stefano Gavazzi ha richiamato alla nostra attenzione un articolo di John Vennari apparso il 19 Settembre 2011 su Catholic Family News e ripreso dal sito ufficiale della FSSPX.

Mi sembra opportuno condividerne il testo, trovandomi concorde con la convinzione di Dante Pastorelli che il discorso non sia incentrato sui problemi dottrinali ma piuttosto su accordi pratici molto concreti, certamente non secondari, che vanno affrontati e risolti. Se i problemi, così come vengono presentati dall'articolo, sono di carattere pratico allora la conciliazione non sarebbe difficile. Né manca ai responsabili della Fraternità il discernimento e la capacità di risolvere tutte le possibili incertezze. L' immagine inserita, recentissima, è riferita al viaggio in Asia di Mons. Fellay appena concluso.

In ogni caso l'articolo, insieme agli interrogativi cui dare risposta, offre ai lettori anche una interessante panoramica delle attività e della realtà pastorale della FSSPX.


La lettera del 14 Settembre indirizzata dal Vaticano alla Fraternità S. Pio X ha generato un’onda di prematuro entusiasmo. Sebbene i contenuti del “preambolo dottrinale” inviato dal Vaticano siano ancora sotto esame, Monsignor Fellay ha anticipato nella sua intervista del 14 Settembre che esso contiene una sorta di affermazione dottrinale da sottoscrivere da parte della Fraternità S. Pio X, ed un invito a procedere, con il passo successivo, verso il riconoscimento canonico. Il riconoscimento canonico previsto per la Fraternità S. Pio X sarebbe analogo ad una prelatura personale secondo le linee vigenti per la Opus Dei. Quando Mons. Fellay, alla fine della sua intervista, ha richiesto a tutti noi di continuare ininterrotti i nostri Rosari e le nostre Preghiere per la Fraternità “onde ottenere le grazie di illuminazione e di forza necessarie ora più che mai”, egli non lanciava semplicemente una pia richiesta. Infatti da parte della pubblica opinione la pressione su Mons. Fellay è enorme.

Da ogni parte noi udiamo raccomandazioni a Mons. Fellay affinché colga questa occasione e la sfrutti, partendo dalla falsa premessa “ORA O MAI PIU’ “ per la Fraternità, poiché simili favorevoli condizioni per il riconoscimento potrebbero presumibilmente non presentarsi mai più in futuro. Chi spinge per questa affrettata scelta non ha riflettuto su ciò di cui si discute. L’ultima cosa che Mons. Fellay e la Fraternità possono firmare è un accordo in stile “linea-Obama per l’assistenza”: accettiamo di pagare il conto cosicché potremo finalmente vedere cosa esso contiene veramente. No! I passi verso il proposto riconoscimento devono essere effettuati con grande cautela, una cautela che necessariamente richiederà ben più di un paio di mesi di riflessione.

La Fraternità S. Pio X deve essere certa di aver esaminato l’argomento completamente, considerando ogni implicazione del riconoscimento ed essere pronta a dire “NO” – anche resistendo a enormi pressioni – se tutti i dettagli non sono ben chiariti in anticipo.

Non dobbiamo sorprenderci se Mons. Fellay considera ogni tipo di proposta canonica con cautela e riserva. Parlo con l’esperienza di chi è stato direttamente coinvolto nel movimento della Tradizione per più di 30 anni e che ha visto un gran numero di accordi di regolarizzazione inacidirsi. E’ vero che la rivista Catholic Family News non rappresenta in alcun modo la Fraternità S. Pio X, ma noi supportiamo pienamente Mons. Fellay nella sua cautela. Qui sotto sono elencati alcuni degli infiniti punti che necessitano di ricevere risposta prima che ogni accordo canonico sia accettato:
  • Come reagiranno i Vescovi Diocesani nei confronti dei Vescovi della Fraternità S. Pio X che entreranno nelle loro Diocesi per somministrare il rito della Cresima, specialmente quando i Vescovi diocesani sanno che i fedeli vogliono Religiosi della Fraternità S. Pio X perché diffidano del nuovo rito della Cresima el Vescovo diocesano stesso?
  • Quale opinione rispetto a nuove Cappelle e Centri per le Messe? Nuove scuole? Nuovi Seminari, come ad esempio quelli progettati in Virginia? La Fraternità dovrà prima ricevere il permesso del Vescovo diocesano – che in molti casi è ostile alla Tradizione? E se è così, ciò non rappresenta un reale pericolo per la crescita futura della Fraternità?
  • In che modo la gerarchia ecclesiastica, ancora indebolita dal pensiero modernista, presterà ascolto ai lamenti dei Vescovi diocesani – che continueranno a vedere la Fraternità come una minaccia al loro potere – senza compromettere la Fraternità stessa?
  • Quale considerazione per le cappelle di altri sacerdoti con cui la Fraternità ha rapporti amichevoli e per le quali la Fraternità somministra la Cresima?
  • Roma si aspetterà che la Fraternità smetta di somministrare la Cresima in queste cappelle? Roma si aspetterà che la Fraternità sciolga quelli che ha legato per la vita? Il Vaticano, che garanzia di libertà e di sicurezza offrirà alla Fraternità di poter continuare a somministrare la Cresima in quelle cappelle i cui Cappellani ritengono in coscienza che non si possa ancora avere un accordo canonico con il Vescovo locale?
  • In che modo verrà garantita con certezza l’autonomia educativa nelle scuole della Fraternità?
  • In che modo sarà assolutamente garantita la formazione controrivoluzionaria nei seminari della Fraternità?
  • Quali sono le condizioni per la consacrazione di futuri Vescovi della Fraternità?
  • E riguardo agli ordini religiosi collegati con la Fraternità? Che relazioni tra la Fraternità e i Benedettini tradizionalisti? E i Domenicani tradizionalisti? E i Cappuccini tradizionalisti? E i Carmelitani tradizionalisti?
  • Nell’ambito della proposta “prelatura personale”, la Fraternità potrà ancora sostenere e ordinare uomini per questi gruppi?
  • Gli ordini affiliati alla Fraternità dovranno cambiare il loro nome e smettere di chiamarsi Domenicani, Benedettini, Carmelitani dopo l’accordo? (non appena i tradizionalisti transalpini “Redentoristi” accettarono la regolarizzazione tre anni fa, prima di tutto dovettero cambiare il loro nome in “Figli del Grandissimo Redentore”, poiché i Redentoristi del Novus Ordo non permisero loro di usare il nome di Redentoristi. E Roma immediatamente appoggiò i Redentoristi contro i transalpini).
  • E che sarà delle Suore Domenicane che insegnano nelle scuole affiliate alla Fraternità, due delle quali sono negli Stati Uniti? Vi sarà il permesso di continuare? Conserveranno queste Domenicane la stessa autonomia dai Vescovi locali che si suppone avrà la Fraternità, e potranno esse conservare il nome “Domenicane”?
  • Sarà la stessa cosa per le affiliazioni con le suore Francescane in Kansas City?
  • L’affiliazione della Fraternità con altri ordini religiosi tradizionali non comporterà anche il coinvolgimento della Sacra Congregazione Vaticana per i religiosi coinvolti, il che complicherà ulteriormente la regolarizzazione?
  • E il pericolo di avere ribellioni se molti ritenessero che il Vaticano stia procedendo troppo rapidamente con un accordo di regolarizzazione?
  • Crediamo realmente che ogni discussione sulla legittimità del Vaticano II possa continuare dopo la regolarizzazione, quando il Vaticano potrà dire:”La caccia è finita, noi abbiamo chiuso il carniere” [modo di dire del Nord Est Americano, ndT]?
  • In ogni elezione di un nuovo Prelato per l’Opus Dei il Papa deve approvare l’elezione. Se la prelatura nella Fraternità è modellata secondo le linee dell’Opus Dei, un Papa favorevole al Vaticano II approverà un nuovo capo della Fraternità che assomigli all’Arcivescovo Lefebvre, o non spingerà piuttosto per un capo conforme alle sue aspettative?
  • Ci si aspetterà che una Fraternità “regolarizzata” richieda un Imprimatur per ogni libro che pubblica? Come potrebbe ottenersi un Imprimatur per libri quali Giovanni Paolo II – dubbi su una beatificazione; o il superbo 100 anni di modernismo di Padre Dominique Bourmaud; o gli scritti non ancora pubblicati dell’Arcivescovo Lefebvre che critica senza mezzi termini il Vaticano II ed il progressismo della gerarchia post-conciliare?
  • Il Superiore del Distretto francese della Fraternità ha appena pubblicato una genuina, necessaria e vivace critica del prossimo incontro pan-religioso di Assisi, una critica ampiamente basata sull’insegnamento tradizionale della Chiesa: queste critiche pubbliche saranno tollerate da Roma nel caso di una Fraternità “regolarizzata”?
  • L’Arcivescovo Lefebvre disse: “Se Roma volesse riconoscerci una vera autonomia, quella cioè che abbiamo ora, ma con sottomissione [al Papa, ndT ], noi dovremmo volerla”. Cosa succede se il significato per la Fraternità di “vera autonomia” è in conflitto con il significato che il Vaticano dà alle parole “ vera autonomia”?
  • C’è il pericolo che la Fraternità finisca proprio come un altro gruppo (Ecclesia Dei) che direttamente o indirettamente è represso nel mantenere la Vecchia Messa ed è forzatamente dissuaso dal difendere pubblicamente la Fede Cattolica “tutta e intera” contro il presente assalto modernista liberamente diffuso dentro la Chiesa negli ultimi 50 anni?
  • Può la Tradizione operare pienamente sotto una gerarchia del “Novus Ordo”?
Queste ed altre innumerevoli questioni dovranno essere risolte da Mons. Fellay prima che un qualche tipo di realistico accordo canonico possa essere raggiunto. La Fraternità non ha mai seguito un approccio pragmatico, ma si è sempre mossa dalla “dottrina”, il che significa che essa si muove da posizioni di forza. Io credo che la Fraternità continuerà la sua discussione lungo questa forte linea dottrinale.

Mons. Fellay sa che il carisma della Fraternità è quello del suo fondatore: difendere la Fede “tutta e intera”, senza compromessi, stando particolarmente attenti agli errori di oggi. Egli sa che il dovere del Sacerdote non richiede nulla di meno.

E’ dovere primario del Sacerdote guidarci nella battaglia per difendere la Fede. San Tommaso d’Aquino non lasciò ai laici il combattere i Manichei. San Francesco di Sales non lasciò ai laici il combattere il Protestantesimo. Noi laici dovremo fare la nostra parte, ma è proprio della natura del sacerdozio difendere pubblicamente la Fede.

E’ per questo che noi abbiamo amato l’Arcivescovo Lefebvre: egli ci ha guidato alla battaglia. Naturalmente ogni sermone non deve essere un assalto al Vaticano II ed alla Nuova Messa, ma è responsabilità del sacerdote indirizzare l’attenzione del suo gregge contro i determinanti errori che minano la Fede e distruggono le anime. E tragicamente il maggior attentato contro la Fede Cattolica ai nostri giorni viene dal Vaticano II, la gerarchia contemporanea, il rivoluzionario Papa Polacco che Benedetto ha appena beatificato.

Come potrà una Fraternità “regolarizzata” vedersi garantita la possibilità di combattere liberamente questa battaglia contro-rivoluzionaria?

Questa miriade di problemi ora pesano su Mons. Fellay e sulla Fraternità S. Pio X. Il considerare questo ci aiuterà a meglio comprendere perché Mons. Fellay ha chiuso la sua intervista richiedendo sempre più Rosari e preghiere per la Fraternità per ottenere “le grazie di luce e di forza di cui abbiamo bisogno più che mai”.
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19 Settembre 2011, Catholic Family News MPO Box 743 Niagara Falls – NY 14216 cfnjjv@gmail.com

venerdì 4 novembre 2011

Primavere arabe. Aspetti indigesti di un dialogo respinto

Riprendo questa Agenzia di stampa di oggi:
Egitto: lo sceicco rifiuta gli auguri del Vaticano per la festa del Sacrificio di Abramo

Lo sceicco dell'università islamica egiziana di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb, ha rifiutato gli auguri rivolti dal Vaticano al più prestigioso ateneo del mondo musulmano in occasione della festa del Sacrificio di Abramo (in arabo Edi al-Adha) che si celebrerà domenica prossima. Secondo quanto riporta il quotidiano egiziano 'al-Ahram', il rifiuto è avvenuto nel corso di un incontro avuto nei giorni scorsi con il Nunzio Apostolico al Cairo, Monsignor Michael Fitzgerald. Lo sceicco al-Tayyeb ha invece "accettato gli auguri personali di Fitzgerald, considerato un amico degli egiziani". Il giornale spiega che "al-Tayyeb ha accolto con piacere la visita del Nunzio Apostolico presso i suoi uffici per gli auguri della festa islamica del Sacrificio, ma si è rifiutato di accettare ufficialmente il messaggio augurale del Vaticano". Lo scorso gennaio il gruppo di ricercatori dell'università islamica ha annunciato il congelamento del dialogo con la Santa Sede dopo un appello di Papa Benedetto XVI in difesa dei cristiani in Medio Oriente. © Copyright Aki

Ebbene, che senso ha che la Chiesa Cattolica si faccia dispensatrice a destra e a manca di auguri su eventi che non ci riguardano col risultato, come in questo caso, di raccogliere il disprezzo dell'interlocutore?
La cosa più curiosa è che i cristiani in Egitto vengono massacrati e quello che si offende è lo sceicco... Si accetta il nunzio e non chi rappresenta. C'è da chiedersi se il nunzio che porge ugualmente i suoi auguri personali non rappresenti solo se stesso. Sono questi i frutti di Assisi 3?

giovedì 3 novembre 2011

Santa Sede-FSSPX. Lo "status questionis" reale, scevro da ipotesi e illazioni.

Ringrazio la mia fonte autorevole, che se non fosse tale non citerei, per questa informazione che condivido con voi.
Mons. Fellay non ha alcuna intenzione di interrompere i rapporti. E' comunque vero che il preambolo, così com'è, risulta attualmente inaccettabile. Diciamo che si sta cercando un modo elegante e non traumatico per rilanciare la palla nel campo "avversario" dove la parola avversario non va presa in senso negativo.
Verranno certamente chieste delle modifiche abbastanza corpose e poi si vedrà cosa accadrà. Il Papa ha già stupito nel 2008-2009, in una situazione simile all'attuale. Prima arrivò un ultimatum dalla Congregazione della Fede, poi, pochi mesi dopo, inaspettatamente la revoca delle scomuniche.

Nulla di nuovo, se non questa conferma, espressa dal Superiore della Fraternità, in ordine allo status quaestionis ad oggi.

Un motivo in più per intensificare le preghiere e continuare a sperare.

A proposito della situazione del 2008 evocata nella dichiarazione, mi sembra utile ripercorrere l'accaduto attraverso le parole di Mons. Fellay durante una conferenza tenuta il 15 agosto scorso in Francia. Ho stralciato il punto relativo alla questione:
Mons. Fellay- Mi riferisco un po' a quello che è accaduto in precedenza col ritiro delle scomuniche... Non so se ricorda ma quell'estate, nel 2008, fu molto calda; ci fu quello che è stato chiamato l'ultimatum. Ricordo un piccolo fatto... Mi consegnano un testo che in sostanza dice così: “ Se Mons. Fellay non accetta le condizioni molto chiare che gli imporremo, sarà gravissimo ”. Il cardinale Castrillòn Hojos dichiarava perfino: “ Finora dicevo che non eravate scismatici; se continuate, non potrò più ”.

Era molto teso. Io gli ho risposto: “ Lei dice che occorre che io rispetti le condizioni, ma quali? ”. Tacciono. Silenzio. Ho chiesto nuovamente: “ Lei dice che ci sono delle condizioni, ma cosa si aspetta da me? ” In quel momento, il cardinale con voce molto grave – era davvero molto solenne – ha pronunciato quasi a mezza voce e lentamente :” Se veramente in coscienza pensa di poter dire queste cose ai fedeli, ebbene! Le dica ”. Potete immaginare quanta emozione ci fosse!

Dissi a Don Nély che mi accompagnava di essere frustrato; mi affermò che si trattava davvero di un ultimatum. Su mia richiesta, è tornato l'indomani alla Commissione Ecclesia Dei per ottenere dei chiarimenti sulle famose condizioni. C'è voluta una mezz'ora perché redigessero in cinque punti delle condizioni che dicevano tutto e niente. Io dovevo promettere di praticare la carità ecclesiale. Che vuol dire? Alla fine, ho scritto due parole al papa, e l'ultimatum non era più all'ordine del giorno. Ma non si può dire che andasse tutto bene... Nel mese di dicembre seguente, le relazioni erano più distese, ho scritto una lettera al cardinale per riprendere contatti.

Nel frattempo, c'era stata Lourdes. Era così epica, ecco un breve aneddoto: abbiamo potuto utilizzare la basilica per il nostro pellegrinaggio, ma il vescovo locale aveva proibito ai vescovi di celebrare la messa. Tre giorni prima del pellegrinaggio, ho parlato al telefono col cardinale Castrillòn cui ho promesso di scrivere una lettera; nel corso della conversazione ha affrontato la questione del pellegrinaggio: “ Ho saputo che fate un pellegrinaggio, sarà magnifico, ci sarà tanta gente ”. Gli ho risposto: “ E' bello, infatti, ma c'è una nota stonata ”. -“ Ah sì? ”- “ Sì, i vescovi non possono celebrare ”. - “ Dei vescovi censurati, fuori dalla Chiesa, è normale, non si può dar loro il permesso di celebrare la messa ”. - “ E gli anglicani, non sono scomunicati? ” - “ Che vuol dire? ” - “ Che gli anglicani, loro, hanno potuto celebrare nella basilica di Lourdes ”. - “ E' vero? ” Ha dei documenti? Ce ne occuperemo ”. Stavamo partendo per Lourdes, ho subito raccolto informazioni su Internet per mandargliele.

Nei documenti ufficiali di Lourdes, il programma era tutto ben specificato; per tutta una settimana, erano sette i ' vescovi ' a concelebrare, sette ' messe ' alla presenza del cardinale Kasper, tutti i ministri erano anglicani, l'omelia fatta da un anglicano, non dico un vescovo perché gli anglicani sono tutti laici, non sono veri preti, ancor meno veri vescovi.

Questo per mostrarvi il clima: da un lato si cerca di annientarci e dall'altro ci si occupa di noi al punto da disturbare il papa un pomeriggio per questa storia di Lourdes. Ho approfittato della lettera che ho infine scritto al cardinale Castrillòn, a dicembre, per riferirgli i discorsi del vescovo di Tarbes per il quale, se avessimo smesso di dirci cattolici, allora avremmo potuto celebrare la messa. Gli spiegavo: “ Così dunque volete che usciamo dalla Chiesa per potere avere delle chiese, non sta in piedi! ” Ero un po' duro.

Il 17 dicembre, avevo saputo che a Roma c'era una riunione il cui scopo era riflettere se non occorresse dichiarare lo scisma della Fraternità, o eventualmente scomunicare Mons. Fellay perché favoriva un atteggiamento scismatico nella Fraternità. Ho spedito la mia lettera... Un mese dopo, non c'erano più scomuniche!

mercoledì 2 novembre 2011

Qualche nube all'orizzonte, mentre attendiamo ancora con speranza.

Una voce autorevole all'interno della Fraternità mi conferma che non c'è alcuna preclusione di nessun tipo alla prosecuzione dei contatti con Roma intesi al reinserimento canonico della FSSPX. Del resto, con Mons. Fellay non ancora rientrato dall'Asia (o forse appena rientrato) e nessuna prevedibile azione interlocutoria nei confronti della Curia ancora esperita, non si poteva arrivare a conclusioni negative, se non per propria convinzione personale. [ore 12:30]
Qui, il comunicato ufficiale della Fraternità.



Il superiore del distretto inglese della Fraternità San Pio X, Fr. Morgan, nella sua lettera pastorale di Novembre 2011, ha scritto che alla riunione di Albano del mese scorso, convocata per valutare il Preambolo dottrinale posto da Roma come condizione per l'accordo con la Fraternità, i presenti hanno ritenuto lo stesso inaccoglibile. Ora il documento non è più presente sul sito del Distretto inglese, ma era stato catturato da Forum Catholique che, pure, l'ha ora rimosso evidentemente giudicandolo non opportuno e intempestivo.

martedì 1 novembre 2011

Conclusi i lavori del XIX Convegno di Studi Cattolici

Leggeremo con interesse la sintesi di Marco Bongi, che ringrazio, degli interventi tenuti al Convegno di studi cattolici, che si è svolto Rimini a cura della Fraternità di San Pio X. Ci darà molti spunti di riflessione.

L'immagine a lato: 30 ottobre 2011, Madonna di Loreto, Priorato di Rimini. Celebrazione della Santa Messa, officiata da Don Davide Pagliarani, nella Solennità di Cristo Re.

Il XIX Convegno di Studi Cattolici si è svolto, come di consueto, a Rimini dal 28 al 30 ottobre 2011. Sono stati tre giorni di intensi lavori, nei quali si è affrontato, da varie prospettive, il problema del Concilio Vaticano II, della sua interpretazione e delle conseguenze fattuali prodotte in questi quasi cinquant’anni trascorsi dalla sua apertura. Il livello dei relatori e l’ampiezza dei singoli interventi non rendono semplice l’opera di chi è chiamato a sintetizzare un materiale così ingente.

I lavori si sono aperti nella serata di venerdì 28 con la relazione storica della dottoressa Elena Bianchini Braglia, una solida trattazione retrospettiva che ha evidenziato come molte radici della crisi post-conciliare possano essere agevolmente ritrovate a partire dalla rivoluzione francese e, per quanto riguarda l’Italia, dall’epoca risorgimentale. La presa di Roma, avvenuta il 20 settembre 1870, contrariamente a quanto sostengono la maggioranza degli storici cattolici contemporanei, rese oggettivamente più debole ed insicuro il papato, agevolò le infiltrazioni massoniche e facilitò indubbiamente l’opera dei cosiddetti «cattolici liberali». L’esposizione ha, quindi, spaziato dalla contrapposizione ottocentesca fra «cattolici intransigenti» e «transigenti», la lotta, sempre più debole, a causa probabilmente dell’irrompere sulla scena europea del socialismo, contro il cattolicesimo liberale, lo scontro terribile, vinto solo per qualche decennio grazie a San Pio X, con i teologi modernisti e infine l’annichilimento della dottrina sociale della Chiesa nella Democrazia Cristiana, fondata da Romolo Murri, e nel Partito Popolare di don Sturzo. All’inizio degli anni ‘60 dunque l’orientamento culturale prevalente fra i cattolici era ormai pronto, dopo un processo di disgregazione durato oltre un secolo, a recepire l’aggiornamento che porterà il Concilio Vaticano II.


La mattinata di sabato si è quindi aperta con un intervento, davvero approfondito e coinvolgente, del professor Matteo D’Amico, una presenza costante nelle ultime edizioni del convegno riminese. Egli si è proposto di analizzare a fondo il famosissimo discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, l’allocuzione universalmente conosciuta come l’origine magisteriale della cosiddetta «ermeneutica della continuità». Quattro domande aprono il documento:
  1. Qual’è stato il risultato del Concilio?
  2. Il Concilio è stato recepito in modo giusto?
  3. Cosa è stato giusto, cosa sbagliato?
  4. Cosa resta ancora da fare?
D’Amico nota come, a fronte di quattro domande, esistono solo tre risposte. La prima questione, che poi è quella fondamentale, «Quale è stato il risultato del Concilio?», rimane inevasa. Già questo elemento dimostra come il linguaggio adottato non sia analitico e preciso. Si usano, poi, indifferentemente i termini «interpretazione» ed «ermeneutica», come se fossero dei sinonimi. Così, però, non è, anche se i due sostantivi presentano alcuni significati comuni, ma non tutti: la parola ermeneutica, anzi è la base del linguaggio filosofico esistenzialista del XX secolo. Non è un termine della teologia classica e tomista. D’Amico si chiede, poi, quali siano i destinatari del discorso. Quelli "tecnici" sono certamente i cardinali della Curia Romana. Dal contesto si può, tuttavia, pensare che l’esortazione sia rivolta in generale ai teologi. Ma... a chi spetta il compito di interpretare i testi normativi del Magistero, se non al Magistero stesso? Per quale motivo, se l’interpretazione da seguire è quella della continuità non si è mai fatto nulla e si continua a non far nulla nei confronti di coloro che seguono indisturbati una via diametralmente opposta? L’oratore fa, a tal proposito, numerosi esempi fra cui uno di stretta attualità:
«Come mai - afferma - non si prende alcun provvedimento contro il card. Ravasi che, dalle colonne di Avvenire, solo qualche giorno fa, ha affermato che bisogna giungere ad un ‘mea culpa’ per le ingiuste persecuzioni adottate contro i modernisti, e lo scrittore Antonio Fogazzaro in particolare?»

Ma Benedetto XVI stesso dichiara apertamente che lo scopo del Concilio fu «la ridefinizione dei rapporti fra la Chiesa e il mondo moderno». Se questi rapporti devono essere ridefiniti significa che è necessaria implicitamente una rottura con il Magistero precedente, che, invece, aveva sempre condannato gli errori della società contemporanea. Ma D’Amico conclude, introducendo così la relazione successiva, considerando come, sebbene ogni testo abbisogni in qualche modo di interpretazione, il Magistero dovrebbe avere una sua forza intrinseca, un valore in sé, comprensibile, almeno in termini generali, da tutti e immediatamente. Se il vero significato di un atto magisteriale richiede un lungo processo ermeneutico e se, soprattutto, tale processo ha portato la quasi totalità degli esegeti, per quasi mezzo secolo, su una strada erronea, significa indubbiamente che nel testo stesso vi è qualcosa che non quadra, per lo meno qualcosa di ambiguo e poco chiaro.

È giunto, a questo punto, l’interessante intervento del prof. Mario Palmaro, che si è concentrato proprio sul problema della comunicazione nei documenti conciliari. Secondo l’oratore il linguaggio fatto proprio, nei secoli, dalla Chiesa Cattolica si è incentrato essenzialmente su tre punti cardine:
  1. Il latino
  2. La predicazione apologetica
  3. Il linguaggio definitorio e giuridico
Questi elementi rappresentano le tre colonne secolari della comunicazione ecclesiastica. Il latino, proprio perché lingua morta, risulta assai utile nelle definizioni, in quanto non è soggetto alla mutazione di significato delle parole tipica delle lingue parlate. L’uso del latino, dunque, ha sempre facilitato la trasmissione dei concetti teologici da una generazione all’altra. La difficoltà del latino era però mitigata, nella prassi quotidiana, dalla predicazione apologetica, che aiutava i fedeli a comprendere concretamente le verità di Fede e gli errori che potevano mettere in pericolo tali verità. Il professor Palmaro, però, ha concentrato la sua attenzione sul linguaggio definitorio e giuridico. Egli ha indicato quattro caratteristiche principali di tale linguaggio: assertività, categoricità, sicurezza, sinteticità. Per poter discutere delle tesi occorre che esse siano formulate con chiarezza utilizzando formule brevi e precise. Tutti i canoni di una corretta comunicazione insistono sulla brevità dei messaggi e sul numero limitato di concetti da lanciare con un singolo messaggio. Più il messaggio è lungo, più è facile non capirlo o fraintenderlo; più sono i contenuti di una frase, meno sarò sicuro di essere riuscito a trasmetterli efficacemente.
Sotto questi aspetti il linguaggio fatto proprio dal Concilio Vaticano II è quanto di più anti-comunicativo si possa immaginare: i documenti sono prolissi, complessi e altamente articolati, testi lunghi, pieni di incisi, periodi dilatati, concetti abbozzati e poi ripresi altrove, esposizione faticosa. Appare senz’altro assai più moderna l’esposizione del Concilio di Trento o del Vaticano I. Se lo scopo era quello di spiegare meglio la Fede all’uomo contemporaneo è indubbio che l’obiettivo è stato fallito.

Terminata la conferenza del professor Palmaro, don Davide Pagliarani, Superiore del Distretto italiano della Fraternità Sacerdotale San Pio X, ha rivolto all’oratore una serie di domande, intese ad illustrare il libro scritto a quattro mani dal conferenziere con Alessandro Gnocchi «La bella addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà.», edizioni Vallecchi.

Il pomeriggio si è aperto con l’intervento di don Emmanuel du Chalard, che ha introdotto la presentazione di Cristina Siccardi dei suoi due libri «Maestro in Sacerdozio. La spiritualità di Monsignor Marcel Lefebvre» (Sugarco Edizioni) e «Giuseppe Cafasso. Un Santo del Risorgimento» (Paoline Editoriale Libri). L’autrice ha rilevato tra l’altro che, attraverso documenti inediti, è stato possibile ricostruire la formazione e la profonda spiritualità di Monsignor Lefebvre che ebbe due vocazioni: essere degno sacerdote e formare santi sacerdoti. Alcuni dei maggiori interpreti del Cattolicesimo, da san Tommaso d’Aquino a dom Marmion, da Chautard a sant’Agostino, da san Giovanni Crisostomo a Père Emmanuel André… sono stati gli insegnanti di Monsignor Lefebvre. «Stat crux dum volvitur orbis» («La Croce resta fissa mentre il mondo ruota») diceva san Bruno, fondatore dei Certosini, così fu per il fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, al contrario di ciò che accadde con il Concilio Vaticano II e a seguire, quando al centro fu posto il caos del mondo e da esso fu gettata fuori la Croce.

Il professor Massimo De Leonardis, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano, si è concentrato sugli effetti pratici determinati dalla dichiarazione conciliare «Dignitatis Humanae». Ne ha ripercorso, dapprima, brevemente la storia e la dura contrapposizione emersa, all’epoca, fra il Cardinal Ottaviani e il Cardinal Bea. Entrambi presentarono schemi per questo documento, schemi radicalmente contrapposti l’uno all’altro. La battaglia si sviluppò fino all’ultimo giorno prima della chiusura del Concilio e, nonostante le modifiche apportate, i «non placet» furono comunque più di settanta. Dopo l’approvazione, comunque, al di là delle ermeneutiche, furono i fatti a chiarire ampiamente che il documento si poneva in netta rottura con la tradizione bimillenaria della Chiesa. Il professor De Leonardis, infatti, ha ripercorso, con dovizia di dati, le vicende dei vari concordati e convenzioni fra la Chiesa e gli Stati dopo il 1970. In Colombia, in Perù, nel Cantone svizzero del Vallese, in Portogallo ed in Spagna furono i medesimi Nunzi Apostolici a richiedere esplicitamente ed insistentemente che le Costituzioni cancellassero dai loro testi il riferimento alla religione Cattolica come unica religione dello Stato. Un atteggiamento questo che, solo qualche anno prima, sarebbe apparso inconcepibile alla diplomazia vaticana. Se si analizza inoltre il Concordato italiano del 1983 si nota subito, anche da noi, l’assoluta scomparsa di ogni riferimento alla confessionalità dello Stato e ciò, come è ampiamente dimostrato, su esplicita richiesta della S. Sede. «Contra factum non valet argumentum», dunque. Si può ben declamare allora, a parole, l’ermeneutica della continuità... La rottura, però, fu ed è nella realtà e la realtà non si può negare.

Al termine della relazione di Massimo De Leonardis ha preso brevemente la parola don Emmanuel du Chalard, grande collaboratore di Monsignor Lefebvre. Egli ha colto l’occasione per riferire di aver fatto delle indagini presso gli archivi del Concilio allo scopo di comprendere chiaramente quale fu il comportamento del fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X in occasione delle votazioni sulla «Dignitatis Humanae». Il suo voto fu sempre contrario. È vero, però, che la sua firma appare nell’atto di promulgazione del documento, ma tale firma, secondo i regolamenti che erano stati cambiati da poco, aveva essenzialmente un significato di testimonianza in relazione all’avvenuta promulgazione papale. Egli, in altre parole, con quella firma si limitò a testimoniare di aver assistito all’avvenuta promulgazione e non intese approvare il documento.

Don Emmanuel du Chalard ha, poi, introdotto il dottor Roberto Galbiati, che ha presentato i «Quaderni di San Raffaele», rivista che tratta di tutti i temi inerenti la vita, di cui è appena uscito il settimo numero, dedicato alla morte ed al morire. I numeri precedenti, tutti monografici, hanno riguardato l’eutanasia (n.1), le cellule staminali (n.2), la sofferenza ed il soffrire (n.3), l’aborto (n.4 e n.5) e la fecondazione artificiale (n.6). Per informazioni ed abbonamenti si può scrivere all’e-mail info.acim@alice.it .

La densa manifestazione è stata, infine, conclusa da don Davide Pagliarani, superiore del distretto italiano della FSSPX. Nelle sue parole si possono leggere sicuramente, sia pur fra le righe, alcune considerazioni relative all’attuale delicato momento dei rapporti fra la Fraternità e le autorità romane. Don Davide ha incentrato il suo intervento sul significato della parola Tradizione nella teologia cattolica. Essa non è altro che la difesa e la trasmissione fedele, di generazione in generazione, del «depositum fidei» rivelatoci da Nostro Signore Gesù Cristo. La Tradizione è, dunque, una fonte della rivelazione superiore alla stessa Scrittura. La Scrittura, infatti, nasce dalla Tradizione ed è la Chiesa, basandosi su di essa, che attesta anche il canone della Scrittura. Negli ultimi anni, però, si sta assistendo ad un mutamento significativo nel concetto stesso di Tradizione. Si tende a contrapporre una supposta «Tradizione vivente» ad una «Tradizione pietrificata». Quest’ultima sarebbe erroneamente fatta propria dai tradizionalisti. Il termine «Tradizione vivente», di per sé, non è sbagliato. Fu usato, anche prima del Concilio Vaticano II, soprattutto per contrapporlo alla «Sola Scrittura morta» dei protestanti. Ciò che, però, non si può accettare è, invece, il concetto esistenzialistico di tradizione vivente.

In tale accezione la tradizione non avrebbe più il significato di trasmettere i contenuti della Fede, recepiti come dogmi, le Verità morali, ecc. Essa avrebbe piuttosto la funzione di "riattualizzare" l’esperienza di fede dei primi cristiani. L’oggetto sarebbe l’esperienza, un clima culturale, uno stato d’animo, una emozione. Secondo la filosofia esistenzialista, infatti, la conoscenza non è, come in San Tommaso, l’adeguamento dell’intelletto umano alla cosa da conoscere. Per loro la conoscenza dipende dal soggetto, dalla sua situazione personale, contingente, dallo stato d’animo del momento. La verità va pertanto continuamente riattualizzata, rivissuta, rielaborata. Ad esempio: «se io vi parlo della tradizione adesso che siete stanchi, essa diventa noiosa e triste. Se ve ne parlo domani mattina, che siete riposati, diventa una cosa bella ed attraente». Non che ciò fenomenologicamente non abbia una sua verità, ma tale verità riguarda la ricezione del soggetto e non la cosa conosciuta in sé. Questa concezione esistenzialista della Tradizione sta probabilmente alla base della proliferazione del Magistero moderno: montagne di carta, migliaia di documenti sempre alla ricerca di fissare un qualcosa che però non è fissabile perché mutano le situazioni, gli ascoltatori e, quindi, deve cambiare anche la percezione della dottrina. Un magistero "disperato" costretto ad inseguire un qualcosa che non si ferma mai.

Se, quindi, è questo il concetto di tradizione con cui la Fraternità deve confrontarsi diventa davvero difficile capirsi con gli interlocutori che spesso danno un significato diverso alle stesse parole, un significato, fra l’altro, mutevole e difficile da fissare. Sappiamo, però, che, quando Dio vorrà, questa crisi, comunque, passerà. Per questo dobbiamo essere costanti e pregare Maria che riesce a realizzare anche imprese che umanamente sembrerebbero impossibili.

Marco BONGI