Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

martedì 10 gennaio 2012

Adoriamo il Volto Santo

Dal Breviario del sacerdote Giuseppe Riva Manuale di Filotea 1889 alla pagina dedicata alla Via Crucis: La Veronica asciuga il Volto di Gesù. Contro la blasfema iniziativa teatrale che vede  il Volto Santo  fatto oggetto di scherno e blasfemia, [vedi anche  - e anche] così vogliamo pregare noi:

'l vago è il tuo tormento,
Bel Volto del mio bene,
che quasi a Te diviene
o amabile dolor.
In cielo che farai,
se in rozzo velo impresso,
da tante pene oppresso,
spiri sì dolce Amor?
Adoramus te, Christe et benedicimus tibi, quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum.

- Vogliate considerare, fratelli carissimi, come in questa Stazione Gesù volle lasciare impressa l'immagine del Suo Divin Volto, nel candido lino offerto con pietà dalla Veronica la quale non ebbe paura di intrufolarsi fra le turbe soldatesche, per poter adorare e venerare quel santissimo Volto, tutto impregnato di sangue. O quanta mirabile compassione! La Veronica ci addita un forte esempio, quello di sprezzare tutti i rispetti umani, se vogliamo davvero avvicinarci a quel Volto Santo, è necessario intrufolarci fra le file di chi pur standosene in prima fila a veder passare quel Volto Santo, lo schernisce, si unisce alla soldatesca per inveire contro quel Volto il cui divin Sangue ne ha fatto una maschera. Non indugiamo fratelli! seguiamo la Veronica, andiamo ad asciugar quel Volto Santo ridotto a dolore per noi! 

- Amabilissimo Volto Santo, oh Gesù mio! la generosa pietà della Veronica nell'inoltrarsi senza indugio fra le turbe insolenti per asciugarVi la faccia, tutta grondante di sudore e Sangue prezioso, e per i meriti di questo atto di coraggio che Voi stesso apprezzaste, Vi imploro ad impetrarmi forza per vincere ogni rispetto umano, ogni lode umana che possa nuocere alla divina Pietà che devo al Vostro cospetto. Fate o Volto Santo, ch'io avanzi sempre più nel rispetto di Voi e del Vostro immenso Amore.
un Pater, un Ave e un Gloria.... 

Miserere nostri, Domine; miserere nostri!

domenica 8 gennaio 2012

Messa di riparazione per lo spettacolo blasfemo del 24 gennaio

In occasione della rappresentazione a Milano dello spettacolo blasfemo di R. Castellucci, Sul concetto del volto di Cristo, sarà celebrata una S. Messa di riparazione dal Rev. Don Giuseppe Vallauri all’altare della Madonna del Miracolo della basilica di S. Andrea delle Fratte a Roma, il 24 gennaio alle ore 16.

L'Altare è quello raffigurato nell'immagine a sinistra.

La Messa è stata promossa dalla Fondazione Lepanto. Il Sacerdote celebrante è quello del mio Gruppo Stabile, che per Grazia del Signore celebra la S. Messa usus antiquior ogni domenica alle 17 presso la Chiesa di S. Anna al Laterano, in Via Merulana, 177.

Mi sembra il modo migliore per partecipare, in riparazione dell'offesa rivolta alla Persona Amabile del nostro Signore.

Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira: Grave lapsus teologico di Mons. Ocáriz

Disponiamo di un altro testo (Fonte: Una Vox) che approfondisce la nostra riflessione sul recente dibattito scaturito dalle affermazioni Mons. Fernando Ocáriz Braña, strettamente collegate al Preambolo dottrinale sottoposto alla FSSPX; ma di fatto riguardanti la Chiesa tutta e i gradi dell'assenso interno dovuto agli atti Magisteriali, basato sulla virtù dell'obbedienza. Il dibattito si arricchisce e si approfondisce. Siamo grati per il grande dono di poter aver accesso a questi testi che nutrono la nostra consapevolezza e la nostra fede e danno le ali alla nostra ulteriore riflessione e sintesi.

Arnaldo Vidigal Xavier Da Silveira, è stato stretto collaboratore di Sua Eccellenza mons. Antonio de Castro Mayer Vescovo di Campos ed è Direttore della rivista teologica mensile “Catolicismo” di San Paolo del Brasile. Sono numerosi i suoi scritti sui problemi di coscienza, posti dal Vaticano II e dalle riforme che ne sono scaturite, ad ogni cattolico fedele alla verità e all’autorità. Egli è anche l’autore assieme a mons. De Castro Mayer di numerosi saggi teologici sul Novus Ordo Missae di Paolo VI pubblicati in francese in un libro divenuto celeberrimo sotto il titolo “La Nouvelle Messe de Paul VI: qu’en penser?”, Chiré, 1975.


Grave lapsus teologico di Mons. Ocáriz

1 - L’Osservatore Romano del 2 dicembre scorso, col titolo Sull’adesione al Concilio Vaticano II, ha pubblicato un importante articolo [ne abbiamo parlato qui - qui - qui - qui - qui] di Mons. Fernando Ocáriz Braña, Vicario Generale dell’Opus Dei, uno dei periti della Santa Sede nei colloqui teologici con la Fraternità Sacerdotale San Pio X. 

L’articolo esprime in maniera esauriente la posizione dominante di quegli ambienti che accettano il Vaticano II anche in quei passi riconosciuti come contrari alla Tradizione, invocando questa o quella infallibilità del Magistero Ordinario, o l’obbligo di un “assenso interno” poggiante sulla virtù dell’obbedienza. 

Dell’assenso interno secondo Mons. Ocáriz 

2 - L’illustre prelato scrive: «Il concilio Vaticano II non definì alcun dogma, nel senso che non propose mediante atto definitivo alcuna dottrina. Tuttavia il fatto che un atto del magistero della Chiesa non sia esercitato mediante il carisma dell’infallibilità non significa che esso possa essere considerato “fallibile” nel senso che trasmetta una “dottrina provvisoria” oppure “autorevoli opinioni”. Ogni espressione di magistero autentico va recepita come è veramente: un insegnamento dato da Pastori che, nella successione apostolica, parlano con il “carisma della verità” (…), “rivestiti dell’autorità di Cristo” (…), “alla luce dello Spirito Santo”. Questo carisma, questa autorità e questa luce furono certamente presenti nel concilio Vaticano II; negare ciò all’intero episcopato cum Petro e sub Petro, radunato per insegnare alla Chiesa universale, sarebbe negare qualcosa dell’essenza stessa della Chiesa (…). 

3 - Poco dopo, Mons. Ocáriz aggiunge: «Le affermazioni del concilio Vaticano II che ricordano verità di fede richiedono ovviamente l’adesione di fede teologale, non perché siano state insegnate da questo Concilio, ma perché già erano state insegnate infallibilmente come tali dalla Chiesa, sia con giudizio solenne sia con magistero ordinario e universale. (…) Gli altri insegnamenti dottrinali del Concilio richiedono dai fedeli il grado di adesione denominato “ossequio religioso della volontà e dell’intelletto”. Un assenso “religioso”, quindi non fondato su motivazioni puramente razionali. Tale adesione non si configura come un atto di fede, quanto piuttosto di obbedienza, non semplicemente disciplinare, bensì radicata nella fiducia nell’assistenza divina al magistero, e perciò “nella logica e sotto la spinta dell’obbedienza della fede»” (…). Le parole di Cristo “chi ascolta voi ascolta me” (…) sono indirizzate anche ai successori degli apostoli». 

4 - Verso la fine, Mons. Ocáriz afferma: «Comunque, rimangono legittimi spazi di libertà teologica per spiegare in un modo o in un altro la non contraddizione con la tradizione di alcune formulazioni presenti nei testi conciliari e, perciò, di spiegare il significato stesso di alcune espressioni contenute in quei passi». 

Le vie di Dio non sono le nostre 

5 - Naturalmente, Gesù Cristo potrebbe aver dato a San Pietro e ai suoi successori il carisma dell’infallibilità assoluta. Questa infallibilità, in teoria, potrebbe coprire qualsiasi pronunciamento dottrinale dei Papi e dei concilii, oltre che le decisioni canoniche, liturgiche, ecc. E potrebbe anche coprire le decisioni pastorali e amministrative. Ma il problema non consiste nel sapere se l’assistenza dello Spirito Santo sarebbe possibile in linea di principio in presenza di tale potere assoluto e generale. È chiaro che lo sarebbe. Fatto sta, però, che Nostro Signore non ha voluto conferire a San Pietro, al collegio dei vescovi col Papa, in definitiva alla Chiesa, un’assistenza in termini così assoluti. Le vie di Dio non sempre sono le nostre. La barca di Pietro è soggetta alle tempeste. In sintesi: la teologia tradizionale afferma che risulta dalla Rivelazione che l’assistenza dello Spirito Santo non fu promessa, e quindi non fu assicurata, in forma così illimitata, in tutti i casi e le circostanze. 

6 - Questa assistenza garantita da Nostro Signore copre in modo assoluto le definizioni straordinarie, tanto papali quanto conciliari. Ma le grandi opere teologiche, specialmente dell’età d’argento della scolastica, insegnano che nei pronunciamenti papali e conciliari non garantiti dall’infallibilità, possono esserci errori e perfino eresie. 

La dottrina è più complessa di quanto pretenda Mons. Ocáriz 

7 - L’articolo afferma, come assoluto e incondizionato, il principio che anche gli insegnamenti non infallibili del Magistero papale o conciliare esigono necessariamente l’assenso interno del fedele. Ora, i grandi autori della neo-scolastica pongono importanti riserve a questa tesi, dimostrando che non si può assumerla, in modo semplicistico, come una regola che non ammette eccezioni. 

8 - Infatti: 
 - Diekamp dichiara che l’obbligo di aderire agli insegnamenti papali non infallibili “può incominciare a venir meno” nel caso rarissimo in cui un esperto, dopo un diligente esame, “arriva alla convinzione che nella decisione si sia introdotto un errore” (Th. Dog. Man., I, 72). 
- Pesch ammette il detto assenso “in quanto non appaia positivamente chiaro che nel decreto della Curia Romana o del Papa vi sia un errore” (Pr. Dogm., I, 314/315). 
- Merkelbach insegna che la dottrina proposta in forma non infallibile, accidentalmente e in circostanze rarissime, può ammettere la sospensione dell’assenso interno (S. Th. Mor., I, 601). 
- Hunter afferma che di fronte alle decisioni non infallibili può essere lecito “temere un errore, assentire condizionatamente o anche sospendere l’assenso” (Th. Dogm., I. 492). 
- Cartechini sostiene che l’assenso interno alle decisioni non infallibili può essere negato nel caso in cui il fedele “avendo l’evidenza che la cosa ordinata sia illecita, può sospendere l’assenso… senza timore e senza peccato” (Dall’Op. al Dom., 153-154). 
- Dom Paul Nau spiega che l’assenso può essere sospeso o negato se vi è “una precisa contraddizione tra un testo dell’enciclica e altre testimonianze della tradizione” (Une source doct., 84).

Assolutizzazione impropria della nozione di assistenza divina 

9 - Qui sta l’errore grave, gravido di conseguenze ancora più gravi e perfino gravissime, nel quale incorre l’illustre e venerabile Vicario Generale dell’Opus Dei. Egli sostiene che il Magistero, assistito dallo Spirito Santo, sarebbe in ogni caso e necessariamente immune da ogni deviazione dottrinale. Ora, come il Magistero ordinario di ogni tempo, benché assistito dallo Spirito Santo, non sempre è coperto dall’infallibilità, così il Magistero odierno, pur contando sull’assistenza divina, non per questo presenta la garanzia assoluta dell’essere esente da errore. In tal modo, alcuni insegnamenti del Magistero ordinario possono divergere dalla Tradizione, anche gravemente. Questo è quanto si deduce logicamente dalla Lettera Apostolica Tuas libenter, nella quale Pio IX espone le diverse condizioni necessarie perché il Magistero ordinario goda dell’infallibilità, condizioni che chiaramente il Vaticano I non ha rimosso nel sintetizzare questa dottrina nell’espressione “Magistero ordinario universale” (questa questione richiederebbe uno studio molto ampio, che ho intenzione di elaborare a breve). 

10 - Le nuove dottrine del Vaticano II indicate come divergenti dalla Tradizione – come la libertà religiosa, la collegialità, l’ecumenismo, ecc. – possono costituire un insegnamento diverso (si quis aliter docet – I Tim., 6, 3) senza che con questo si possa dire che l’assistenza divina dello Spirito Santo abbia fallito, né che sia stata vulnerata l’indefettibilità della Chiesa. Tutti i giorni, fino alla fine del mondo 

11 - Pertanto, non si può affermare, senza ulteriori precisazioni, l’infallibilità assoluta dei pronunciamenti papali e conciliari: né in nome di una infallibilità magisteriale, né in nome dell’obbedienza dovuta dai fedeli a Pietro, né in nome di una pretesa sicurezza nell’accettazione di tutto quanto dichiara il Magistero autentico non infallibile, né tampoco in nome di qualche altra dottrina teologica o para-teologica che si possa escogitare; la verità è che nella Rivelazione niente assicura che i pronunciamenti non infallibili possano, in questa o in quella forma, essere infallibili. Qui ripeto che le tesi dell’eminente Mons. Ocáriz si discostano dalla retta via. 

12 - Guardiamo a questa questione con la dovuta attenzione. Non v’è dubbio che vi sono dei documenti della Sede Apostolica e della teologia tradizionale che affermano, senza maggiori distinzioni, che tutti gli insegnamenti dottrinali dei papi e dei concilii devono essere accolti dai fedeli, anche se non sono infallibili e quindi anche se non sono dotati del carisma dell’infallibilità. Ma qui si introducono delle sfumature dell’ermeneutica in generale e della sacra esegesi in particolare: come non si può assumere in modo monolitico il “non uccidere” del Decalogo, perché esso comporta delle eccezioni, per esempio quella della legittima difesa, così non si può considerare assoluto il principio che si devono sempre, in ogni caso, accettare gli insegnamenti non dotati del carisma dell’infallibilità. Il prestito a interesse fu vietato, poi ammesso, passando per mille vicissitudini. I riti cinesi conobbero le stesse esitazioni. 

L’altra faccia della medaglia: il papa eretico e il papa scismatico. 

13 - Questa medaglia ha due facce. Se da un lato la dottrina tradizionale ammette la possibilità di errore nell’insegnamento non infallibile del Magistero supremo, come in effetti è ammesso inequivocabilmente, dall’altra ammette anche parallelamente, senza alcuna valenza sedevacantista, le ipotesi di un papa eretico e di un papa scismatico. 

14 - Circa il papa eretico: 
San Roberto Bellarmino, San Francesco di Sales, Suarez, Domenico Soto, Buix, Coronata e tanti altri tra i maggiori maestri della scolastica, ammettono la tesi che un papa possa cadere nell’eresia. Pietro Ballerini, il cui lavoro fu importante per la definizione dell’infallibilità nel Vaticano I, vede nell’ipotesi di un papa eretico “un pericolo imminente per la fede e tra gli altri il più grave di tutti”, di fronte al quale qualsiasi fedele può “resistergli, rifiutarlo e, se necessario, interpellarlo ed esortarlo a pentirsi”, “perché tutti possano essere messi in guardia nei suoi confronti” (De Pot. Eccl., 104/105). 

15 - Circa il papa scismatico: è incontestabile che l’età d’argento della scolastica e la neo-scolastica hanno chiarito che, in periodi di crisi profonda, è possibile in linea di principio che un papa, senza perdere immediatamente il suo incarico, si separi dalla Chiesa cadendo nello scisma. E questo accade quando il Sommo Pontefice “sovverta tutte le cerimonie ecclesiastiche”, “disobbedisca alla legge di Cristo”, “ordini qualcosa contraria al diritto naturale o divino”, “non osservi ciò che è stato ordinato universalmente dai concilii universali e dalla autorità della Sede Apostolica, soprattutto in relazione al culto divino”, “non osservi il rito universale del culto ecclesiastico”, “smetta di rispettare, ostinatamente, quanto stabilito dall’ordine comune della Chiesa”, rendendo così possibile ed eventualmente obbligatorio in coscienza “resistergli”. A tal punto che in questi casi il card. Caietano dice, sempre senza alcuna valenza sedevacantista, che “né la Chiesa sarebbe in lui, né lui nella Chiesa” (II - II, q. 39, a. 1, n. VI). 

 * * * 
Sottopongo rispettosamente le presenti considerazioni al reverendissimo Vicario Generale dell’Opus Dei e, relativamente a quanto stabilisce la Chiesa, alla Sede di Pietro, colonna e fondamento della Verità, oggetto di tutto il mio amore e della mia devozione fin dal giorno in cui, congregato mariano, ho appreso a venerare la sacrosanta dottrina della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana; mentre le sottopongo ugualmente ai teologi tradizionali dei nostri giorni. 

Per le chiare ragioni che molti di essi hanno presentato, e per queste mie stesse considerazioni, ritengo che niente, in teologia dogmatica e morale, obblighi ad assentire alle nuove dottrine del Vaticano II, le quali, come dice lo stesso Mons. Ocáriz, «sono state e sono ancora oggetto di controversie circa la loro continuità con il magistero precedente, ovvero sulla loro compatibilità con la tradizione». 
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 Fonte Una Vox, gennaio 2012

sabato 7 gennaio 2012

Cultura Cattolica: L’Altare cattolico di Michael Davies

Pubblico la prefazione del prof. Roberto de Mattei al bel volumetto di Michael Davies, L’Altare cattolico e il Concilio Vaticano II, edito dalle Suore Francescane della Immacolata di Città di Castello.
Monastero delle Murate - 06012 Città di Castello (PG) - Tel. 075/8555779
(e-mail: francescanecittadicastello@interfree.it).


Michael Trehorne Davies nacque a Yeovil, nel Somerset, il 13 marzo 1936 e morì a Chislehurst in Kernt, il 25 settembre 2004. Fu presidente della Federazione Internazionale Una Voce dal 1995 al 2003 e soprattutto autore di numerose opere in difesa della Tradizione cattolica, nelle quali il rigore delle argomentazioni e l’accuratezza delle informazioni si accompagnava ad una eccellente preparazione teologica.

L’allora cardinale Ratzinger, che lo conobbe personalmente, lo definì «un uomo di profonda fede», «sempre fedele alla Chiesa». Il cardinale Ratzinger, oggi Benedetto XVI, condivideva con Michael Davies l’ammirazione per gli studi di mons. Klaus Gamber, che aveva dimostrato come l’orientamento dell’altare, e la celebrazione del Santo Sacrificio verso il popolo, introdotti dalla liturgia postconciliare, avessero segnato un capovolgimento rispetto alla prassi immemorabile della Chiesa, implicando anche un cambiamento nella comprensione del Santo Sacrificio della Messa.

E’ dall’esame della Sacra liturgia nei primi secoli che Davies prende le mosse in questo saggio, in cui una parte importante è dedicata a stabilire un paragone tra il culto cattolico e il culto protestante. Davies, che si convertì dall’anglicanesimo al cattolicesimo anche per l’attrazione che su di lui esercitava la liturgia romana, ha trattato più ampiamente questo tema in uno de suoi libri più interessanti, La riforma liturgica anglicana, che ha avuto sei edizioni inglesi, e una in francese.

Egli vi dimostra, sulla base di inoppugnabili documenti storici, che il protestantesimo in Inghilterra entrò e si diffuse più che con la predicazione e l’insegnamento, grazie a una riforma liturgica che fece scivolare in pochi anni clero e popolo nell’eresia.

Quando, nel 1509, il re Enrico VIII salì al trono, l’Inghilterra, chiamata tradizionalmente “la dote di Maria”, conosceva un’epoca di rinnovamento religioso, malgrado la presenza di sporadici abusi. Ma cinquant’anni dopo, nel 1559, sotto il regno di sua figlia Elisabetta, lo scisma di Enrico VIII era compiuto e il cattolicesimo era definitivamente distrutto. Una nuova forma di cristianesimo, l’anglicanesimo, l’aveva rimpiazzato, prima di diffondersi in tutto il mondo anglosassone.

Questo cambiamento imprevisto e in massa di tutto un popolo non ebbe come causa principale la predicazione di un Riformatore, quale Lutero in Germania o Calvino in Svizzera. Esso fu opera primaria dell’arcivescovo di Canterbury, Thomas Cranmer, il quale già segretamente protestante, concepì uno spregiudicato piano di modifica radicale della fede del popolo inglese attraverso il mutamento della liturgia.

Egli era infatti convinto che la pratica liturgica quotidiana avrebbe trasformato le idee e le mentalità meglio di qualsivoglia libro o discorso. La storia della riforma inglese è quella di un disegno che, pur a momenti alterni, finì per prevalere grazie al carattere profondamente equivoco del Book of Prayers cranmeriano, suscettibile per la sua ambiguità, di opposte “ermeneutiche”.

Michael Davies era fiero delle sue origini gallesi e conclude significativamente queste pagine con un riferimento a san Riccardo Gwyn, insegnante del Galles, padre di sei bambini, giustiziato nel 1584 per essersi rifiutato di partecipare alla liturgia protestante. Di questo spirito profondamente cattolico della sua patria egli raccolse l’eredità e la volle ritrasmettere alle generazioni future.

Il fatto che oggi la Tradizione cattolica conosca una rinascita si deve a cattolici come Michael Davies, che con i loro libri, articoli e conferenze, hanno contribuito a rianimare e istruire migliaia di fedeli in un’epoca di confusione e di sbandamento come quella che attraversiamo.

Chiare parole di condanna e manifestazioni a Milano contro lo spettacolo blasfemo di Castellucci

Dopo aver analizzato l'accaduto in Francia, avevamo pubblicato qui l'appello contro la rappresentazione teatrale, del regista romagnolo Romeo Castellucci, oggettivamente blasfemo, intitolato "Sul concetto di volto nel figlio di Dio" durante il quale appare in scena un lancio di pietre ed escrementi contro il famoso quadro di Antonello da Messina raffigurante Nostro Signore Gesù Cristo.

Mentre attendiamo notizie di sacerdoti e vescovi che annuncino S. Messe e preghiere di riparazione, registriamo le reazioni che si sono avute in questi giorni..

Su "Corrispondenza romana" è apparso il video del Prof de Mattei inserito anche qui. Alcuni passaggi significativi:
 "I Cattolici a Milano e in Italia, taceranno?"
 "Sulla cattedra che fu di S.Ambrogio siede ora un nuovo Arcivescovo, Sua Em.za il Card. Angelo SCOLA. S. Ambrogio passò alla Storia per aver sfidato l'Imperatore Teodosio: perchè il Card. Scola non dovrebbe sfidare il nuovo impero: quello dei media, pronto a scatenarsi contro chiunque alzi la voce contro la blasfemia. E perchè il Card. BAGNASCO, presidente della CEI, non dovrebbe anch'egli alzare la sua voce? La missione della Chiesa non è forse qualle di opporsi ai potenti, di sfidare il mondo?"
 "E non reagiranno i cattolici con le armi pacifiche della parola e dalla preghiera?"



MANIFESTAZIONE DI PROTESTA (non violenta) 
organizzata per martedì 24 gennaio 2012 ore 20.00
davanti al Teatro F. Parenti via Pier Lombardo, 14 (zona corso Lodi) Milano 
per la "prima" dello spettacolo blasfemo. 

Lo annuncia la Redazione di Messa in Latino, sull'onda delle parole del Prof. de Mattei, raccogliendo l'appello di "Riscossa Cristiana" e del "Comitato San Carlo - Contro la Cristianofobia", comunicando l'evento organizzato e diffuso su Facebook da "Italia Cristiana".

Ben venga la mobilitazione, pacifica, dei cattolici. Non si può rimanere indifferenti di fronte alle offese alla Persona del Signore.

venerdì 6 gennaio 2012

Santa Sede FSSPX. Paix Liturgique: passare dalla tolleranza parsimoniosa al diritto

La Lettera 316 di Paix Liturgique porta questo titolo: Riconciliazione tra Roma e la Fraternità San Pio X - Per stabilire la fiducia: nell'ambito tradizionale passare dalla tolleranza parsimoniosa al diritto. 

La pubblico per intero perché illustra con dovizia di dettagli una situazione che ci è ben nota. C'è tuttavia la novità di questa presa di posizione netta e franca che effettivamente coglie una realtà difficilmente smentibile: cos'è cambiato, nella sostanza, dall'Ecclesia Dei afflicta al Summorum Pontificum? Il più recente Motu Proprio del 2007 intendeva sancire un diritto, mentre il precedente costituiva una 'concessione'. Nella realtà l'affermazione del diritto sancito dalla volontà del Papa risulta attenuata se non vanificata. Si è reso e si rende quindi necessario intervenire nelle sedi opportune per rimuovere gli ostacoli tuttora esistenti. Paix Liturgique lo ha fatto. Far da risonanza alla riflessione ed all'azione conseguente e diffonderla è il nostro piccolo contributo.


Riconciliazione tra Roma e la Fraternità San Pio X - Per stabilire la fiducia: nell'ambito tradizionale passare dalla tolleranza parsimoniosa al diritto. 

Infaticabile pellegrino della pace liturgica, il Santo Padre Benedetto XVI non ha mai smesso fin dall'inizio del suo pontificato di favorire la regolarizzazione della situazione canonica della Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da Monsignor Marcel Lefebvre : rimozione  delle scomuniche che colpivano i quattro vescovi consacrati ad Écône nel giugno 1988, che Roma ha dichiarato nel 2009; messa in atto delle discussioni dottrinali con la Congregazione per la Dottrina della Fede.

Terminate le discussioni, sappiamo che lo scorso 14 settembre, ha avuto inizio una nuova tappa  con la consegna di documenti a Mons. Fellay, Superiore della Fraternità San Pio X, da parte del card Levada Prefetto della Congregazione. La soluzione canonica proposta alla Fraternità si ispira allo Statuto dell'Opus Dei, cioè una prelatura personale che gode di grande autonomia.

L'integrazione nel panorama ecclesiale ufficiale dei 550 preti della Fraternità San Pio X, e dei suoi vescovi, dei suoi religiosi e religiose, dei suoi seminari e delle sue scuole, tutti praticanti la liturgia tradizionale e attaccati a ciò che essa rappresenta dal punto di vista della lex credendi sarebbe una opportunità storica per la riconciliazione e l'Unità della Chiesa, e opererebbe un movimento considerevole verso un riequilibrio liturgico e dottrinale. Sono i due grandi motivi per i quali il Papa vuole questa regolarizzazione.

Ma perché questo processo voluto dal Papa e da coloro che gli sono più vicini non fallisca, non ci si può risparmiare l'instaurazione di un serio clima di fiducia. E ciò dalle due parti. I torti, da questo punto di vista, esistono sicuramente dal lato della Fraternità. Ma noi non parleremo qui  che della fiducia che la Chiesa ufficiale deve stabilire per ottenere il risultato voluto dal Santo Padre. In effetti, la nostra esperienza in un campo prossimo, quello dell'applicazione del Motu Proprio, ci permette di misurare gli ostacoli all'instaurarsi di questa fiducia. Essi si situano a due livelli:
- quello dei prelati ostili a tutto ciò che è tradizionale;
- e quello dei prelati di buona volontà.

Su questi due livelli pesa, in modo differente ma reale, un fardello ideologico che può così riassumersi: il Concilio Vaticano II ha fatto dei « perdenti » che si deve, o mantenere nell'emarginazione (1° livello) oppure si deve lasciar loro un posto ma accantonandoli in uno statuto secondario (2° livello). Essendo il maggior criterio quello della liturgia, questi « perdenti » non accettano lo sconvolgimento che essa ha subito alla fine degli anni 60, in altre parole, non accettano di essere perdenti, cattivi o gentili, ma perdenti. 

 I – L'opposizione frontale o insidiosa a tutto ciò che è tradizionale 

La realtà delle nostre diocesi delle nostre parrocchie la mentalità dei portavoce ufficiosi o ufficiali della Chiesa di Francia non ci spingono all'ottimismo. Basta leggere la « grande stampa cattolica » per rendersene conto. E' certo che se intervenisse l'annuncio di una regolarizzazione della FSSPX, si scatenerebbe una nuova e violenta campagna contro il Papa.

La grande difficoltà della riconciliazione tra Roma e la  FSSPX è legata certamente al fallimento liturgico, dottrinale ed umano ed alla pseudo-intelligentsia che detiene il potere nella schiacciante maggioranza delle diocesi e delle parrocchie in  Francia e nel mondo. Psicologicamente, questa dura realtà non facilita affatto il ritorno all'ovile della Fraternità San Pio X e fa temere che essa alimenti, come avvenne nel 1988, dei blocchi all'interno della Fraternità e delle comunità religiose amiche. In altri termini, sia il Papa che Mons. Fellay hanno un margine di manovra che può apparire ridotto. Dunque, se a causa di questi blocchi, la regolarizzazione fosse oggi dilazionata, lo sarebbe per un tempo molto lungo (per Benedetto XVI non ci sarebbe più un'altra possibilità di ritirare una tale proposta, e la FSSPX tenderebbe allora, volente o nolente,  verso uno stato di comunità definitivamente autocefala)... ciò con gran gioia dei nemici dell'unità e della pace nell'unica Chiesa di Cristo.

Da parte nostra, comprendiamo bene che, nel contesto che conosciamo bene di opposizione militante della maggior parte dei vescovi al Motu Proprio di Benedetto XVI, un certo numero di membri della Fraternità  possa non aver fiducia e pensare che il suo ritorno divenga una vera trappola  popolata di inganni e di promesse menzognere. Salvo il fatto che, a differenza dei fedeli che chiedono l'applicazione del Motu Proprio, i membri della FSSPX, proprio dopo una ufficializzazione del suo statuto, restino indipendenti dai vescovi.

Ma il clima generale di cattiva volontà episcopale di fronte alla liturgia straordinaria alimenta inevitabilmente le prevenzioni di un certo numero di membri della FSSPX e della comunità religiose amiche, che da questo valutano come « prematuro » (il che equivale a dire impossibile) il loro avvicinamento e lo fanno fortemente presente ad intra. Essi fanno valere il fatto che i vescovi già non applicano il Motu Proprio del 2007 per i fedeli e i preti rimasti nella piena comunione della Chiesa: perché dovrebbero mostrarsi generosi domani con la fraternità? Ancora una volta significa dimenticare che la situazione proposta alla FSSPX non dipenderà dai vescovi diocesani, né per la celebrazione delle messe nei suoi priorati, scuole, centri di messa, né per somministrare « ufficialmente » i sacramenti (battesimi, matrimoni, cresime e soprattutto ordinazioni).

Tuttavia è vero che l'atteggiamento dei vescovi diocesani funge da potente freno e che se, teoricamente, essi non potranno più rifiutare a un prete della FSSPX regolarizzato di venire a celebrare una certa cerimonia in una parrocchia, essi non mancheranno di mettervi ostacoli. I preti della FSSPX ci interrogano: quanti vescovi, dopo il Motu Proprio del 2007, hanno celebrato pubblicamente la forma straordinaria del rito romano nelle loro cattedrali? Quanti danno l'esempio? Quanti vescovi hanno lasciato i loro parroci applicare liberamente il Motu Proprio? Ciò che li colpisce è la scarsa eco delle misure pacificatrici di Benedetto XVI,  la sorda o militante opposizione che esse generano fin negli ambienti più prossimi al Santo Padre.

Quattro anni e mezzo dopo la promulgazione del Motu Proprio, i fatti sono questi. La Fraternità San Pio X non ha cessato di attrarre la nostra attenzione su questa dolorosa realtà e specialmente su tre punti:

  A/ Una mentalità negazionista

alla nostra osservazione relativa alla pubblicazione di 15 sondaggi concordanti nel tempo e nello spazio, che dimostrano l'esistenza potenziale d'un vasto pubblico per la messa straordinaria, ciò che dovrebbe far molto gioire le comunità Ecclesia Dei e la FSSPX, alcuni preti della FSSPX rispondono: tutto ciò probabilmente domani interesserà gli storici, ma dopo 40 anni, la Chiesa attraversa una crisi di negazione della realtà. Al di là dei risultati dei nostri sondaggi che rivelano che più di un terzo dei cattolici praticanti assisterebbe alla messa tradizionale se fosse celebrata nelle loro parrocchie, questi preti ritengono che nessun vescovo (o quasi) ha preso il toro per le corna proponendo, di propria iniziativa, innanzitutto per carità e per una preoccupazione di Pace, questo tesoro liturgico ai suoi fedeli.

 B/ Diffidenza di fronte al Papa

 una Chiesa o le guide intellettuali conoscono la situazione meglio del papa: qualunque cosa faccia dica o scriva il Papa, si trovano sempre delle "autorità" che spiegano che una certa cosa non si applica per il caso di specie perché "noi abbiamo anticipato la domanda", o perché "non si sa veramente ciò che vuole il Santo Padre".. Ahimè, certi comportamenti sleali si basano molto spesso sul fatto erroneo che il papa stesso non avrebbe mai celebrato pubblicamente la forma straordinaria del rito romano.

 C/ E soprattutto il fatto che la stragrande maggioranze dei fedeli  che hanno chiesto l'applicazione del Motu Proprio nello loro parrocchie si è fatta « prendere in giro » da un clero ostile al Motu Proprio. I preti della FSSPX che ci interrogano in maniera disincantata notano che si preferisce oggi applicare il Motu Proprio... del 1988 piuttosto che quello del 2007. Così è ancora il vescovo che quasi ovunque decide che la messa tradizionale sarà celebrata - quando lo è nella sua diocesi - nel tale o tal'altro luogo, con tale o tal'altra frequenza. Non resta gran che della libertà data ufficialmente ai parroci nel testo del Motu Proprio di Benedetto XVI, dopo che il rullo compressore episcopale è passato di là. Interdizioni, pressioni, ricatti al cambiamento... di numerosi preti diocesani che si affidassero regolarmente in questo senso a preti della Fraternità.

La cosa peggiore è che non c'è bisogno di essere degli esperti per immaginare come tali vescovi, che si oppongono al Motu Proprio, approfittano della regolarizzazione della FSSPX, se essa di realizza, dirottando verso essa i fedeli che domanderanno l'applicazione del Motu Proprio: meglio un St-Nicolas-du-Chardonnet « riconciliato » che venti celebrazioni straordinarie domenicali nelle parrocchie di Parigi.

II – Una « generosità » precauzionale

S'intende che l'ostacolo alla fiducia che abbiamo appena descritto - e che è soprattutto psicologico, del fatto della grande indipendenza di cui godrebbe una Fraternità riconosciuta - non esiste da parte dei vescovi e responsabili che augurano questa riconciliazione e specialmente da parte dei prelati romani che hanno la responsabilità di realizzarla.

Ma c'è anche da parte loro un ostacolo alla fiducia, del quale la nostra esperienza del Motu Proprio ci ha largamente dimostrato la pregnanza. Ci sia permesso di osservare che questi responsabili incaricati di organizzare il riconoscimento della FSSPX sono gli stessi che sono incaricati di imporre il Motu Proprio presso i vescovi recalcitranti e che lo fanno, diciamo, con una sollecitudine moderata? O ancora che i vescovi favorevoli a un riconoscimento della FSSPX sono gli stessi che, nella loro diocesi, hanno ancora reticenze a proporre sia nelle loro cattedrali che nelle principali parrocchie della loro diocesi la celebrazione straordinaria, o non accettano i seminaristi « straordinari » se non a prezzo di condizioni che sembra vogliano scoraggiarli.

Gli uni e gli altri (a Roma e nelle diocesi) sono pieni di buona volontà. Ma dire che sono « generosi » come si fa volentieri, sembra indicare che essi accordano qualcosa che non sarebbe di diritto. Certo, li ringraziamo profondamente, perché c'è giustizia, ogni volta che essi agiscono in favore della liturgia tradizionale, ma non accettiamo che i cattolici che chiedono di vivere secondo la liturgia tradizionale e tutto ciò che vi è connesso siano trattati, secondo l'espressione corrente, come cattolici di serie B ai quali si concede « generosamente » un privilegio. Quando si assegna una parrocchia ad una comunità carismatica, nessuno si sogna di parlare di « generosità  ». Quando la Santa Sede riconosce comunità nuove, fa valere la sua « generosità » ? Perché un vescovo dovrebbe essere considerato « generoso » quando permette la celebrazione di una messa straordinaria, mentre nessuno si sogna di fargli complimenti quando permette al Cammino Neocatecumenale di celebrare (se così può dirsi!) in una certa chiesa, o ad un gruppo ecumenico di dedicarsi alle sue attività in un'altra?

Il terzo dei cattolici praticanti che vorrebbero praticare la liturgia tradizionale (e almeno la metà, se ciò diventasse davvero possibile, senza parlare della riduzione ineluttabile del numero degli altri praticanti) sono dunque dei semi-paria perché si debba loro concedere con « generosità » ciò che in realtà è loro diritto? Perché è necessario che un cattolico, un prete, o un seminarista, che vuol vivere e pregare tradizionalmente sia sempre obbligato ad assoggettarsi ad una marea di condizioni, passare per ogni sorta di prove, subire il peso di un continuo sospetto?

E dunque, come indurre fiducia nelle persone i cui pastori, anche i più bendisposti, a Roma e nelle diocesi, non possono impedirsi di considerare con una evidente e  offensiva diffidenza? Si domanda forse a fedeli de l'Emmanuel di costituire un « gruppo stabile », con liste di nomi e indirizzi prima di concedere loro un luogo di preghiera? Si esige da parte di un'organizzazione universitaria che si dice cattolica di firmare un « Preambolo dottrinale » prima di ricevere il diritto di diffondere il suo insegnamento (più spesso tutt'altro che cattolico, secondo quanto tutti sanno)? Non è forse che in fondo ogni difficoltà dell'applicazione del Motu Proprio (e similmente la difficoltà di riconoscere la FSSPX), è quella di considerare come cattolici a priori un po' sospetti e potenzialmente dannosi coloro che si richiamano ad una concezione liturgica e catechetica tradizionale?

 « Dannosi », essi lo sono in effetti per una Chiesa estenuata dallo « Spirito del Concilio », se si considera la loro età media, la prosperità delle loro opere, il successo del loro catechismo, l'aumento dei seminari delle comunità votate a questa concezione liturgica e dottrinale. Sì, dannosi, come un medicamento un po' energico e « dannosi » per la tranquillità di un malato. Il rischio di aiutarlo a guarire...

 III - Cosa ci auguriamo: 

La questione della FSSPX ci dà occasione di sottolinearlo: è fondamentale per l'instaurazione di una vera e feconda Pace della Chiesa - che innanzitutto è una Pace liturgica - stabilire la piena fiducia tra i Pastori di buona volontà e i cattolici allergici allo « Spirito del Concilio », specialmente in materia liturgica, concretamente passando nei loro riguardi dalla tolleranza al diritto. Queste riflessioni ci permettono di far parte di una supplica  inviata al Santo Padre in occasione dei nostri auguri per il 2012:
« Come vorremmo, Santo Padre, che, per manifestare di esser passati da questo stato di tolleranza che resta affidato alla storia della Commissione Ecclesia Dei, lei istituisca una Commissione Summorum Pontificum per la cura e la protezione di milioni di cattolici nel mondo intero che desiderano vivere in pace la loro fede cattolica al ritmo della forma straordinaria nelle loro parrocchie in perfetta comunione con la Chiesa. con l'uguaglianza di diritti che ancora si mercanteggiano in ragione del peso dell'ideologia e di ogni sorta di timori irragionevoli?
E la supplichiamo anche, Santo Padre, nello stesso spirito - perché sia manifestato il diritto della Città dei cattolici sempre più numerosi attaccati alle cose tradizionali - di celebrare lei stesso pubblicamente la messa nella sua forma straordinaria. Per testimoniare che, se la liturgia romana è unica, essa si vive al ritmo delle sue due forme, e che il nostro Padre comune afferma che la messa tradizionale è uno straordinario tesoro spirituale per tutta la Chiesa e decine di milioni di cattolici attraverso i 5 continenti ».
Tali sono i nostri auguri per questo nuovo anno che, lo speriamo, vedrà la Chiesa e i suoi fedeli avanzare sul cammino della Pace, dell'Unità  e della riconciliazione.

giovedì 5 gennaio 2012

Echi dalla Francia. "La Croix" colpisce ancora. E se invece si lasciassero agire Roma e Mons. Fellay?

Così scrive ieri il Blog Summorum Pontificum by Riposte Catholique. Lo riprendiamo perché sintomatico del 'clima' che circonda le trattative tra Santa Sede e FSSPX dal versante 'progressista', che non perde occasione per esprimere inesattezze preconcette, col risultato di alimentare i pregiudizi e l'ignoranza  diffusi in ambito ecclesiale intorno alla questione. Ne parliamo, sia per registrare quel che avviene anche oltr'Alpe intorno alla delicata trattativa ancora in corso che per condividere le considerazioni dell'estensore del testo, Christophe Saint-Placide, che non ci sono per nulla estranee.



Martedì 3 gennaio il quotidiano La Croix pubblica una strana « Tribuna libera » intitolata « Il testo della trattativa di Roma con gli integristi può rimanere segreto? ». Non si conosce se il titolo è della redazione o degli autori della tribuna. In fondo poco importa, perché riassume molto bene il tenore dell'intervento.

Il testo ci informa che Mons. Fellay è « il rappresentante della corrente integrista », una espressione doppiamente falsa. Falsa innanzitutto perché Mons. Fellay e la Fraternità San Pio X (mai menzionata), di cui è il superiore, non si presentano mai come « integristi » e perché essi rifiutano questo termine, equivalente dialettico di ciò che rappresenta il fascismo sul piano politico: una « parola-bomba » che raggiunge le persone per distruggerle moralmente. Falso ancora perché la Chiesa cattolica non è la Chiesa anglicana o il partito socialista. Essa non è organizzata in correnti. 

Ma in modo più grave, questo testo svia la nozione di « sensus fidei » dandole una connotazione ed una portata democratica che non ha mai avuto. Qui, il « sensus fidei » è percepito semplicemente come « la capacità che hanno i fedeli a percepire la verità della fede », cosa che esso è sicuramente. Ma questo primo senso soggettivo non basterebbe. « Percepire » non è « determinare » ciò che la fede è. È riceverla. Questo primo senso soggettivo si collega esso stesso a ciò che la Chiesa ha sempre creduto ed insegna. È la comunione con la Chiesa, il « sentire cum ecclesia » che assicura al « sensus fidei » di non deviare. 

Il testo valuta anche che « è ora questione di sapere se il Magistero può mettere in gioco le leggi del Vaticano II » col pretesto che « l'eventuale ritorno degli integristi e l'interpretazione del Vaticano II riguardano tutti i cattolici ». La questione non si pone doppiamente in tal senso. Solo il Magistero ha il potere e le grazie necessarie per determinare la cattolicità o il grado di autorità dei diversi testi del Vaticano II. 

In un certo modo sì, noi siamo tutti coinvolti nella questione della piena riconciliazione con la Fraternità San Pio X e dal problema posto dal Vaticano II. Ma non lo siamo allo stesso livello, con la stessa autorità, con la stessa legittimità del Papa. È lui il garante della conservazione della dottrina cattolica e dell'unità della Chiesa. Egli è il Sommo Pontefice e, a questo titolo, il suo potere è direttamente universale e non deve render conto a nessuno, tranne che a Dio. 

Il testo richiama le « conferenze episcopali nazionali ». Ma è confondere la collegialità - il collegio dei vescovi uniti al Papa e sotto l'autorità del papa - con una delle strutture, che non è costitutiva dell'episcopato o della Chiesa nel suo insieme. 

Infine, nulla dice che il testo della trattativa, per riprendere l'espressione utilizzata, non sarà reso pubblico. Ora lasciamo Roma e Mons. Fellay procedere al riguardo.

Di fatto, stavo dimenticando di dire una parola sulle firme di questo testo. C'è un'Editrice, una giornalista, un consiglio di amministrazione di sistemi d'informazione ed un filosofo. Essi sono membri della Conferenza (auto-proclamata) dei battezzati/e francofoni. Il loro scopo? Fare come se la Chiesa fosse una società come le altre in seno alla quale occorre tener conto dell'opinione pubblica (o della minoranza che pretende di rappresentarla). Come se Gesù Cristo fosse morto in Croce e Risuscitato il mattino di Pasqua per salvare l'opinione pubblica. 

mercoledì 4 gennaio 2012

2011. Seconda fase 'mondialista' della svolta giudeo-cristianizzante.

Vi invito a leggere il recente articolo di Don Curzio Nitoglia: 2011. Seconda fase 'mondialista' della svolta giudeo-cristianizzante. Il testo integrale è leggibile dal link. Di seguito pubblico l'Abstract che condensa i punti salienti della trattazione, ed un estratto significativo, che già ci consentono la visione d'insieme e le chiavi di lettura della situazione che stiamo vivendo a livello economico, politico, culturale e religioso, nell'evidente consapevolezza che i vari ambiti del vivere civile sono strettamente interconnessi col versante spirituale.

Giovanni Paolo II nel Messaggio per la giornata della Pace del gennaio 1980 aveva iniziato a gettare esplicitamente le basi della costruzione del Nuovo Ordine Mondiale dicendo:
«Fare la verità significa pure avere il coraggio di prevedere l'avvenire: prendere in considerazione le nuove aspirazioni, compatibili con il bene, che sorgono negli individui e nei popoli con il progresso della cultura, al fine di adattare le istituzioni nazionali e internazionali alla realtà di una umanità in cammino. Un campo immenso, dunque, si apre ai responsabili degli Stati e alle Istituzioni Internazionali per costruire un nuovo ordine mondiale più giusto, fondato sulla verità dell'uomo, basato su una giusta ripartizione sia delle ricchezze, che dei poteri e delle responsabilità.»
Nel Discorso al Corpo diplomatico, 10 gennaio 2000, Giovanni Paolo II afferma:
«6. Si è parlato molto in questi ultimi anni di un “nuovo ordine mondiale”. Numerose meritevoli iniziative sono da attribuirsi all’azione perseverante di diplomatici saggi, e in particolare alla diplomazia multilaterale, per far emergere una vera “comunità di Nazioni”. [...] Tutto questo indica una certa volontà di edificare un mondo fondato sulla fraternità, per stabilire, proteggere ed estendere la pace intorno a noi.»
[la pace con la minuscola e senza Cristo come fondamento non è la vera Pace che solo il Signore, il Principe della Pace, e non il mondo può dare. Non esplicitarlo, significa venir meno alla propria funzione, anche se in altra parte del discorso afferma, riferendosi ai cattolici e al loro impegno nella politica e nella società: «La loro fede, speranza e carità costituiscono delle energie supplementari e insostituibili perché non soltanto non manchino mai la cura dell’altro, il senso della responsabilità e la tutela delle libertà fondamentali, ma anche per far percepire che il mondo come pure la nostra storia personale e collettiva sono abitati da una Presenza.» -ndR]
Benedetto XVI nella sua enciclica Caritas in veritate n. 67 (200*) ha iniziato a mettere in pratica il disegno pubblico del suo predecessore. Infatti ha scritto:
“Per il governo dell’economia mondiale, per risanare le economie colpite dalla crisi, […] urge la presenza di una vera Autorità Politica Mondiale”.
Il 24 ottobre del 2011 il Documento del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace a nome di Benedetto XVI ha auspicato la creazione di una Banca Centrale Mondiale scrivendo:
“Esistono le condizioni per il definitivo superamento di un ordine internazionale nel quale gli Stati sentono la necessità della cooperazione. […]. Certo, questa trasformazione si farà al prezzo di un trasferimento graduale ed equilibrato di una parte delle attribuzioni nazionali ad un’Autorità Mondiale”. 
Il 13 dicembre 2011 l’Agenzia Sir ha riportato che il rabbino capo delle ‘Congregazioni Ebraiche Unite’ del Commonwealth Jonathan Saks la sera precedente (12 dicembre) era stato ricevuto in privato da Benedetto XVI e poi in pubblico presso l’Università Gregoriana ha esposto il piano concreto di una nuova forma di partenariato tra cristiani ed ebrei per “un’etica economica fondata sulle radici ebraico-cristiane”. In breve egli ha preso atto che la prima svolta ebraico-cristiana ha avuto luogo durante il Concilio Vaticano II e il primo post-concilio, ma essa era solo una svolta teologica; ora si tratta di operare una nuova e definitiva svolta pratica, politico-finanziaria simile a quella che hanno messo in atto i “leader politici d’Europa per cercare di salvare l’euro”. Il rabbino ha detto che dopo il Vaticano II è giunta l’ora di “iniziare un nuovo capitolo nelle relazioni ebraico-cristiane”. Dalle relazioni teologiche “faccia a faccia” occorre passare alle relazioni pratiche politico-finanziare “fianco a fianco”. Egli ha auspicato, rifacendosi a Benedetto XVI, che ebrei e cristiani possano essere “assieme” una “minoranza creativa” di un Nuovo Ordine Mondiale contro le forze radicalmente e aggressivamente secolarizzanti.

Come si vede (“contro il fatto non vale l’argomento”) siamo in piena seconda fase o all’inizio della realizzazione del mondialismo. Dove ci porterà questa seconda tappa? Solo Dio lo sa con certezza. Tuttavia si può ricorrere a qualche autore, che aveva studiato e previsto il problema. Uno (Orwell) l’ho citato all’inizio, un altro (Benson) lo cito adesso. Dalla shoah al mondialismo realizzato: G. H. Benson, Il padrone del mondo: «siamo quasi perduti e ci stiamo dirigendo verso una catastrofe alla quale dobbiamo essere preparati […] finché non tornerà il Signore» (Milano, Jaca Book, 2008, p. 12).
[...]

La globalizzazione religiosa o il ‘Tempio universale’.

Prima del Vaticano II la distinzione e contrapposizione tra Cristianesimo (che crede nella divinità di Gesù e nella SS. Trinità) e Giudaismo talmudico o post-biblico (che nega la divinità di Cristo e la Trinità) era pacifica. Tanto per rifarci ai Documenti pontifici più recenti, nell’Atto di Consacrazione al S. Cuore di Gesù scritto da Leone XIII (1900) e reso, per ordine di Pio XI, obbligatorio nella Festa di Cristo Re (1925), da parte dei sacerdoti si legge: “Siate Re di tutti quelli che sono ancora avvolti nelle tenebre dell’idolatria o dell’islamismo […]. Riguardate con occhio di misericordia i figli di quel popolo che un giorno fu il prediletto: scenda anche sopra di loro […] il Sangue già sopra di essi invocato”. Questa preghiera era letta nella Chiesa universale sino al 1962. D’altro canto Pio XI nell’enciclica Mit brennender Sorge del 1937 ha scritto: “Il Verbo avrebbe preso carne da un popolo che poi Lo avrebbe confitto in croce”. Questa era la dottrina comune della Chiesa, contenuta nelle fonti della Rivelazione (Tradizione e Scrittura) ed insegnata costantemente dal Magistero pontificio (v. Le Bolle dei Papi sul giudaismo in questo stesso sito). Purtroppo la distinzione non solo pian piano si è affievolita (con Giovanni XXIII, 1958-1963), ma è stata ribaltata con Nostra aetate di Paolo VI (1965) e dall’insegnamento di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Così che dalla distinzione si è passati alla confusione e alla omologazione dottrinale e teologica degli opposti (Cristo e anti-cristi).

Tuttavia restava un passo ulteriore da compiere e lo vedremo per esteso nella seconda parte dell’articolo. Dopo la livellazione dottrinale oramai compiuta, bisognava giungere a quella pratica (“vale più la pratica che la grammatica”): specialmente politica (Stato d’Israele, 1948-1993), economico-finanziaria (crisi del Dollaro e dell’Euro). A partire dal 2001 sino al 2011 abbiamo assistito al costante e progressivo innalzamento (quasi mascherato e non esplicitamente sbandierato) della “Torre di Babele” del ‘Nuovo Ordine Mondiale’ con una ‘Repubblica Universale’ (Usa/Israele) e un ‘Tempio Universale’ (Assisi I-III, 1986-2001). Proprio in questi ultimi mesi si parla apertamente ed esplicitamente di una seconda fase dell’azione (non più dei colloqui) ebraico-cristiana, che deve preludere ad un Nuovo Ordine Mondiale economico/politico, il tutto alla luce della shoah e di Nostra aetate, che sono correlative come padre e figlio.

Il 26 gennaio 2011 su Avvenire (il quotidiano della “Conferenza Episcopale Italiana”), è apparso un articolo della professoressa israelita Anna Foa intitolato “Nel dopoguerra la vera svolta nella teologia” in cui si legge:
«Non vi è dubbio che il mutamento dei rapporti tra Chiesa ed ebraismo verificatosi con il Concilio Vaticano II e con la dichiarazione Nostra aetate abbia avuto le sue radici nel trauma della shoah. […]. Nostra aetate fu una svolta radicale, […] che aprì la strada ad una vera e propria rivisitazione teologica del rapporto con l’ebraismo, destinata ad approfondirsi […], introducendo l’idea, per dirla con Giovanni Paolo II nella sua visita in sinagoga del 1986, che la religione ebraica non fosse “estrinseca” ma in un certo qual modo “intrinseca” alla religione cristiana. La presa di coscienza determinata dallo sterminio di sei milioni di ebrei aveva così modificato in profondità non solo i rapporti tra ebrei e cristiani, ma le basi teologiche stesse su cui tali rapporti si fondavano» (p. 26). [vedi riflessioni in questo testo - e qui]
Sempre sul medesimo quotidiano, lo stesso giorno e nella stessa pagina, un articolo del Priore di Bose Enzo Bianchi “Intorno al Concilio la convergenza tra le Fedi” ci spiega che
«la svolta storica cui abbiamo assistito in questi ultimi cinquanta anni, svolta cui non è stata certo estranea la tragedia del “male assoluto”» è talmente epocale che «nessun cristiano potrà più invocare l’ignoranza a propria scusante: ciascuno è e sarà responsabile in prima persona di una conferma o di una contraddizione a questa svolta».
Il povero mons. Richard Williamson (paragonabile al personaggio principale del romanzo di Orwell, Winston Smith, definito “l’unico uomo libero in Europa”) ne aveva già fatto l’esperienza (“torturato” dalla “clero-polizia”) per aver osato opinare, nell’ottobre del 2008, che la “tragedia del male assoluto” non gode di tutte quelle prove storico-scientifiche di cui avrebbe bisogno per imporsi come super-dogma, il quale non ammette ignoranza e che non è lecito né contraddire né ignorare.

Inoltre Bianchi continua: «Giovanni Paolo II […], il 17 novembre 1980 a Magonza pronuncia una formula inedita, anzi contraddittoria a diciannove secoli di esegesi e teologia cristiana, in cui gli ebrei sono definiti “il popolo di Dio dell’Antica Alleanza che non è stata mai revocata”. […]. Si può notare la novità e l’audacia rispetto a tutto il magistero ecclesiastico precedente. […]. La teologia della sostituzione è così abbandonata per sempre». L’ermeneutica della rottura trova così spazio sulle pagine del quotidiano dell’Episcopato Italiano, il cui Primate è il Papa, che, però, sostiene, ma non dimostra[1], l’ermeneutica della continuità.
[...]
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(1) B. Gherardini, Concilio ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, 2009. [qui]

martedì 3 gennaio 2012

Stati d'animo e condivisioni di credenti, in questa temperie oscura.

Riporto tre tra tantissimi  interventi di lettori, emblematici per darci il polso della situazione. Vorrei tanto - ma forse non avverrà mai, anche a giudicare da come non sono state accolte molte nostre suppliche, comprese quelle autorevoli di Mons. Gherardini ed altri teologi e studiosi cattolici - che i Pastori chiusi nelle loro "torri eburnee" Vaticane ed altre, conoscessero i pensieri e i sentimenti della cosiddetta "base", fatta di anime assetate di Verità non di "nuovi linguaggi". Il loro sconcerto, i loro interrogativi e anche il loro disorientamento, il loro "grido", è quello di chiunque eserciti un briciolo di discernimento nella temperie ecclesiale che stiamo vivendo ormai da molti anni, in un crescendo di confusione e di 'estraneità' al sensus fidei ricevuto e accolto dalla Chiesa di sempre.

Il primo conclude con una "resa", struggente, ad una essenziale nudità dell'anima, che non è una espressione poetica, ma la consapevole dolente impotente constatazione dell'abbandono e della povertà in cui siamo caduti. Il secondo, invece, esprime e lascia aperti gli angosciosi interrogativi che gli urgono dentro. Il terzo, infine, dopo averne enumerati i motivi, formula la domanda più terribile: questa è ancora la Chiesa di Cristo?

Sono lampi dell'anima che, insieme a molti altri, sicuramente giungeranno al Trono dell'Altissimo, nel Nome del nostro Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace, la cui nascita abbiamo appena festeggiato, per intercessione della Sua e nostra Madre Santa Benedetta e di tutti gli Angeli e Santi del Cielo.


  1. Per giustificare i comportamenti del Santo Padre che appaiono contraddittori - se davvero dovesse concretizzarsi l'approvazione, che annunciano imminente, anche del sincretistico rito neocatecumenale inventato da un laico improvvisatosi profeta e liturgista -, qualcuno suggerisce di passare ad un livello superiore di comprensione delle cose.

    Dopo anni di testimonianze e approfondimenti, tante analisi e ipotesi a spiegare l’imbroglio delle mille contraddizioni, quel che resta in mano alla fine è una chiesa che abdica alla sua missione, alla sua stessa ragion d’essere per consegnarsi a un sedicente profeta visionario? Per rassegnarsi meglio ad una chiesa non più credibile, non più santa né una né niente?

    Forse è meglio passare piuttosto a un livello inferiore di comprensione. Gesù è stato offerto allo stupore dei pastori, il popolo della terra che, come tutto Israele, aspettava il Messia ma poco o nulla sapeva della legge e dei profeti. Tuttavia, o forse proprio per questo, il cielo li ha scelti per mostrare loro in anteprima il volto del Dio Bambino. Quella semplice nudità dell’anima è forse, oggi, il solo antidoto al tracollo della chiesa, al veleno del sospetto e dell’incredulità. I fatti che vedo sono che si sta allestendo una ennesima vetrina per celebrare l’invio a evangelizzare, con in tasca qualcosa in più, un’altra approvazione, che sarà forse parziale, di questo o di quello, ma poco conta alla fine: è un sì che si aggiunge agli altri sì. Il fatto è che il cammino serve a questa chiesa che lo usa e lo incoraggia. Che poi dentro questi fatti ci siano le tremila ambiguità che sappiamo, alla fine, poco conta. Perché l’esito a cui assistiamo, mentre gridiamo impotenti alla Verità, è che non il cammino ma la chiesa sta cambiando volto. Sono in cuor mio certa che tutto questo è estraneo alla mente del Papa, e tuttavia la realtà racconta altro...

    Allora che fare? Anni fa approdai a questo blog con questa stessa domanda che mi urgeva, allora come adesso, nel cuore. Scelsi allora di lasciare il cn per amore alla Chiesa, per amore alla Verità che la Chiesa mi aveva trasmesso. Oggi sono costretta a vedere, contro me stessa, che perseverare nella sequela di quella Verità significa in qualche modo andare contro corrente, contro la corrente che la chiesa sembra prediligere. E’ un terribile paradosso che fatico a reggere.

    Da qui l’antidoto di cui dicevo prima, forse necessario per me, e per quelli piccoli come me, per non restare intrappolata nei veleni del sospetto a oltranza, dell’indignazione che diventa rabbia: tornare alla fonte, alla grotta di Betlemme dove la Verità che si fa carne si nasconde rivelandosi, senza chiedere più alla chiesa quel che a quanto pare oggi non può, non sa dare. E’ una resa la mia che non chiede di essere capita, né approvata. Né tanto meno condivisa dai tanti fra voi che hanno nella propria bisaccia contributi sostanziosi da offrire alla buona battaglia per difendere e diffondere la vera fede. E che il Signore vi benedica e vi ricompensi come solo Lui sa fare.
  2. Il problema è sempre il solito. Non ci si capisce nulla. E sono io il primo, che un minimo mi sforzo di seguire la vicenda, a non capirci nulla. Se assisti a qualche liturgia o manifestazione pubblica (delle private non so) neocatecumenale e hai un minimo (minimo! non dottorati di teologia) di discreta (nemmeno buona) formazione cattolica (che non necessariamente, purtroppo, passa dalle parrocchie) ti rendi conto della discrepanza che passa tra la prassi neocatecumenale e la dottrina cattolica. Ciò che agevola notevolmente i neocatecumenali è lo stato confusionale da Bella Addormentata (per citare il pamphlet di Gnocchi e Palmaro) che vive oggi la Chiesa cattolica. Magari è meglio di qualche decennio fa, non lo so, ma è comunque poco confortevole.

    Il problema, dicevo, è che non ci si capisce nulla. I neocatecumenali fanno quello che fanno, credono in quello in quello che credono (e non si sa cosa, perché le loro catechesi non sono pubblicate), ma gli viene permesso di farlo. Le strategie di Dio e del Suo Vicario io non le conosco e non mi azzardo nemmeno a provare a pensarle perché sbaglierei di sicuro. Nella mia pochezza però non capisco come sia possibile una tale confusione. Come sia possibile pensare che un Papa smentisca se stesso in termini di liturgia e dottrina (e non di cose secondarie), come sia possibile che un Papa non conti quello che Gesù Cristo vuole che conti, e che quindi a comandare la Chiesa cattolica siano altri e non il Vicario di Cristo. Non lo so. La mia paura è tanta. E mi rendo conto che già questo è un successo dei neocatecumenali.

    Arrivati a questo punto sembra che nemmeno l’obbedienza al Papa sia più sufficiente per dirsi cattolici. Riescono a far passare il Papa per loro complice e sostenitore. Io ho sempre pensato che non sia così. Ma la continua presenza di certi abusi e errori (che, sia chiaro, non sono solo neocatecumenali) e la loro relativa non condanna (fino a sfiorare l’accettazione) mi fanno pensare che allora quello che reputo un errore e un abuso (seppur non lo reputo io, ma il Magistero pontificio) errore e abuso non siano. Che poi sia un controsenso me ne rendo conto e il principio di non contraddizione va a farsi maledire. Però di più non so che pensare e come rispondere agli angosciosi interrogativi che tali questioni pongono.
  3. "ma poco conta alla fine: è un sì che si aggiunge agli altri sì. Il fatto è che il cammino serve a questa chiesa che lo usa e lo incoraggia." A questa Chiesa, sì, a questa Chiesa di cui stentiamo a riconoscere il volto tanto è sfigurato, a questa Chiesa i cui responsabili non solo tollerano ma incoraggiano chi contribuisce a stravolgere quel volto, non solo non correggono tutti quegli elementi che devastano Dottrina e Liturgia ma distribuiscono approvazioni anomale che aggiungono sconcerto allo sconcerto. Ma una Chiesa la cui gerarchia non difende il Sacro Deposito della Fede, non corregge ma tollera e legittima gli errori, è ancora la Chiesa di Cristo o è quella nuova Chiesa nata dopo il Concilio, che è in rottura, sempre più evidente, con la Tradizione?

domenica 1 gennaio 2012

Risposta a Padre Cavalcoli, da parte di “Sì si no no”.

Su Riscossa Cristiana è apparsa, nei giorni scorsi, una Lettera Aperta di Padre Giovanni Cavalcoli al periodico antimodernista “Sì sì no no”. Ricevo da “Sì sì no no”  la risposta a questa lettera e aderisco volentieri alla richiesta di pubblicarla.



Reverendo Padre Giovanni Cavalcoli, rispondiamo volentieri alla sua lettera inviataci per il Santo Natale 2011.

Il Concilio Vaticano II non ha voluto “definire ed obbligare a credere” (cfr. Concilio Vaticano I, DB 1800)[1]  e quindi non ha voluto impegnare l’infallibilità, perciò può essere fallibile. La Chiesa è indefettibile e Dio non permette che nel suo insegnamento dogmatico o infallibilmente assistito vi possano essere errori(2) .

Il soggetto Chiesa è sempre uno, Ella è e sarà sempre “colonna e sostegno di verità”, anche se l’oggetto o dottrina da Lei insegnata può essere molteplice quanto al ‘modo’ e alla ‘materia’. Ora il Concilio Vaticano II è “pastorale” (come hanno detto esplicitamente papa GIOVANNI XXIII e papa PAOLO VI(3), diversamente da certi teologi, i quali non sono la Chiesa docente e che invece lo dogmatizzano). Quindi la dottrina del Vaticano II è diversa quanto al ‘modo’ da quella dei XX Concili precedenti ed in alcuni casi se ne allontana anche quanto alla ‘sostanza’. 

Noi crediamo all’indefettibilità del soggetto Chiesa ed anche all’infallibilità della dottrina insegnata da Essa, ma alle condizioni poste dal Concilio Vaticano I, non a quelle poste dai teologi. Ora la volontà di definire una dottrina come divinamente rivelata e di obbligare i fedeli a crederla di Fede per la salvezza eterna è insegnata infallibilmente dal Concilio Vaticano I (DB, 1800). 

Quando la Chiesa insegna verità di Fede il Soggetto insegnante e l’Oggetto insegnato sono divinamente e infallibilmente assistiti. Su questo non abbiamo mai avuto nessun dubbio. Come lei scrive giustamente nella sua lettera in questione “l’oggetto insegnato di Fede è regola del soggetto Chiesa”. Quindi il Magistero non è un Assoluto e deve trasmettere la dottrina rivelata da Dio, senza cambiarla. La Rivelazione è la regola del Magistero. Mentre lei, Reverendo Padre, tende a fare del Magistero anche non infallibilmente assistito un Assoluto, indipendente dalla Fede. 

Quando, alcune linee dopo, lei scrive che “negare l’infallibilità del Magistero è contro la Fede e quindi eretico”, contraddice quel che ha scritto sopra e che abbiamo appena citato e non completa la definizione del Magistero infallibile. Secondo il Vaticano I la volontà di definire e di obbligare a credere è necessaria per l’assistenza infallibile da parte di Dio al Magistero (DB, 1800). Lei in alcuni casi tende a sostituirsi, in buona fede, al Magistero e scomunica o dichiara eretico a destra e a manca, promulgando nuove definizioni dogmatiche in rottura con quelle della Chiesa. 

Cristo non ha ingannato la Chiesa quando Le ha promesso di assisterla “sino alla fine del mondo”, ma vi sono vari tipi di assistenza e non tutti sono infallibili. 

Alcune dottrine del Concilio Vaticano II ci sembrano erronee, ma la parola ultima autoritativamente spetta alla Chiesa docente, non a noi e nemmeno a lei. 

Infine lei scrive: “è assolutamente indimostrabile che la continuità non c’è”. Per cortesia ci spieghi - senza negare il principio di non contraddizione - dove sta la continuità tra la Fede cattolica e l’insegnamento del Concilio Vaticano II e del post-concilio nei seguenti quattro punti: 
  1. Gaudium et spes n° 12: «tutte le cose che esistono su questa terra sono ordinate e finalizzate all’uomo come al loro centro e fine», si potrebbe intendere questa pericope in maniera ortodossa, qualora tutte le cose inanimate, vegetali ed animali fossero ordinate all’uomo e questi a Dio, ma Gaudium et spes n° 24 specifica che «L’uomo su questa terra è la sola creatura che Dio ha voluto per se stessa (propter seipsam)». [su questo blog se ne parla qui -ndR]. Questo errore va letto alla luce del pancristismo teilhardiano di Gaudium et spes n° 22  [su questo blog se ne parla qui -ndR] : «per il fatto stesso che il Verbo si è incarnato ha unito a Sé ogni uomo». Si badi bene: ogni uomo non ogni natura umana. 
  2. Durante “l’omelia nella 9a Sessione del Concilio Vaticano II”, il 7 dicembre del 1965, PAPA MONTINI giunse a proclamare: «la religione del Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Tale poteva essere; ma non è avvenuto. […]. Una simpatia immensa verso ogni uomo e non verso la natura umana, ha pervaso tutto il Concilio. Dategli merito almeno in questo, voi umanisti moderni, che rifiutate le verità, le quali trascendono la natura delle cose terrestri, e riconoscete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, più di tutti, abbiamo il culto dell’uomo»(4) . Attenzione! “Tutto il Concilio”, dice Paolo VI, non il solo ‘spirito del Concilio’, non la sola ermeneutica radicale della rottura con la Tradizione cattolica. Ora l’interpretazione ‘autentica’ del Concilio Vaticano II la dà papa Paolo VI e non Tizio, Caio o Sempronio o don Cantone e neppure io. Inoltre Paolo VI chiama a “dar merito” a “tutto il Concilio” di questa “religione dell’uomo che si fa Dio” con le sole sue forze e senza il dono gratuito della grazia santificante gli “umanisti moderni”, cioè gli atei i quali “rifiutano le verità” di Fede soprannaturale, che trascendono l’umana ragione. Ma se “tutto il Concilio”, e non la sua interpretazione azzardata o il suo ‘spirito’, può e deve piacere agli atei o panteisti, non può piacere ai cristiani, che credono alle verità soprannaturali rivelate da Dio e distinguono la creatura dal Creatore. Come si evince da ciò che ha detto Paolo VI è il testo stesso del Concilio che è in rottura con la Fede cattolica e come tale non può essere accettato. Il cuore del “problema dell’ora presente” è propriamente la velleità di conciliare l’inconciliabile: teocentrismo e antropocentrismo, Messa romana e ‘Novus Ordo Missae’, Tradizione divino-apostolica e Vaticano II. 
  3. KAROL WOJTYLA nel 1976 da cardinale, predicando un ritiro spirituale a Paolo VI e ai suoi collaboratori, pubblicato in italiano sotto il titolo Segno di contraddizione. Meditazioni, (Milano, Gribaudi, 1977), inizia la meditazione “Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo” (cap. XII, pp. 114-122) con Gaudium et spes n.° 22 [su questo blog se ne parla qui -ndR] e asserisce: «il testo conciliare, applicando a sua volta la categoria del mistero all’uomo, spiega il carattere antropologico o perfino antropocentrico della Rivelazione offerta agli uomini in Cristo. Questa Rivelazione è concentrata sull’uomo […]. Il Figlio di Dio, attraverso la sua Incarnazione, si è unito ad ogni uomo, è diventato - come Uomo - uno di noi. […]. Ecco i punti centrali ai quali si potrebbe ridurre l’insegnamento conciliare sull’uomo e sul suo mistero» (pp. 115-116). In breve questo è il succo concentrato dei testi del Vaticano II: culto dell’uomo, panteismo e antropocentrismo idolatrico. Non lo dico io, ma Karol Wojtyla, alla luce di Paolo VI e del Concilio pastorale da lui ultimato, ossia gli interpreti ‘autentici’ del Vaticano II. Karol Wojtyla parla di uomo e non di natura umana. 
  4. Giovanni Paolo II afferma nella sua prima enciclica (del 1979) ‘Redemptor hominis’ n° 9: «Dio in Lui [Cristo] si avvicina ad ogni uomo dandogli il tre volte Santo Spirito di Verità» ed ancora ‘Redemptor hominis’ n° 11: «La dignità che ogni uomo ha raggiunto in Cristo: è questa la dignità dell’adozione divina». Sempre in ‘Redemptor hominis’ n° 13: «non si tratta dell’uomo astratto, ma reale concreto storico, si tratta di ciascun uomo, perché […] con ognuno Cristo si è unito per sempre […]. l’uomo – senza eccezione alcuna – è stato redento da Cristo, perché, con l’uomo – ciascun uomo senza eccezione alcuna – Cristo è in qualche modo unito, anche quando l’uomo non è di ciò consapevole […] mistero [della redenzione] del quale diventa partecipe ciascuno dei quattro miliardi di uomini viventi sul nostro pianeta, dal momento in cui viene concepito sotto il cuore della madre». Nella sua seconda enciclica (del 1980) “Dives in misericordia” n.° 1 Giovanni Paolo II afferma: «Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e persino a contrapporre il teocentrismo con l’antropocentrismo, la Chiesa [conciliare, ndr] […] cerca di congiungerli […] in maniera organica e profonda. E questo è uno dei punti fondamentali, e forse il più importante, del magistero dell’ultimo Concilio». Nella sua terza enciclica (del 1986) Giovanni Paolo II in ‘Dominum et vivificantem’ n° 50 scrive: «Et Verbum caro factum est. Il Verbo si è unito ad ogni carne [creatura], specialmente all’uomo, questa è la portata cosmica della redenzione. Dio è immanente al mondo e lo vivifica dal di dentro. […] l’Incarnazione del Figlio di Dio significa l’assunzione all’unità con Dio, non solo della natura umana ma in essa, in un certo senso, di tutto ciò che è carne: di… tutto il mondo visibile e materiale […]. il Generato prima di ogni creatura, incarnandosi… si unisce, in qualche modo con l’intera realtà dell’uomo […] ed in essa con ogni carne, con tutta la creazione».
Con i migliori auguri di un felice anno nuovo ricco di ogni grazia.
sì sì no no 
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NOTE
1) Cfr. Cipriano Vagaggini, voce “Dogma”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1950, vol. IV, col. 1792-1804; Giacinto Ameri, voce “Definizione dogmatica”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1950, vol. IV, coll. 1306-1307.
2) Tutto quanto è scritto in questa risposta era stato spiegato con le precise citazioni del Magistero in “sì sì no no”, per non appesantire la risposta rinviamo il lettore alla rilettura dei nostri articoli.
3) Citati da noi in “sì sì no no”.
4) Enchiridion Vaticanum. Documento del Concilio Vaticano II. Testo ufficiale e traduzione italiana, Bologna, Edizioni Dehoniane Bologna, 9a ed., 1971, Discorsi e messaggi, pp. [282-283].