Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

giovedì 22 dicembre 2011

E' in arrivo a Milano lo spettacolo osceno di Castellucci

Marco Bongi mi ha preceduta. Ha inviato questo appello, che pubblico perché abbia la giusta risonanza e provochi  reazioni efficaci. Ne avevo già parlato qui; ma è ora di riprendere il discorso perché gennaio si avvicina ed è bene intervenire per tempo. Riporto il link allo spettacolo di Parigi.


Sta per arrivare anche in Italia la rappresentazione teatrale, del regista romagnolo Romeo Castellucci, che ha determinato fortissime proteste in Francia nei mesi scorsi. 

Si tratta dello spettacolo, oggettivamente blasfemo, intitolato "Sul concetto di volto nel figlio di Dio" durante il quale appare in scena un lancio di pietre ed escrementi contro il famoso quadro di Antonello da Messina raffigurante Nostro Signore Gesù Cristo. 

L'opera, se così la si vuol definire, è in cartellone dal 24 al 28 gennaio 2012 presso il teatro "Parenti" di Milano. Difficilmente i cattolici italiani, così abituati da decenni al quieto vivere di stampo "democristiano", saranno in grado di manifestare raggiungendo i numeri d'oltralpe. 

Ciò nonostante varrebbe comunque la pena di organizzare qualcosa del genere o almeno qualche pubblica preghiera di riparazione contro l'ennesimo oltraggio perpetrato contro Dio e la Sua Religione. Se fossimo islamici, lo sappiamo bene, potremmo contare certamente sulla solidarietà di tutta la stampa progressista e "moderata". 

Quando è invece offeso il Cristianesimo, la musica cambia e forse neppure Avvenire o l'Osservatore Romano se la sentiranno di assumere una posizione ferma, senza "se" e senza "ma"... In Francia però i tradizionalisti, con la loro generosa mobilitazione, sono riusciti, in qualche modo, a smuovere anche alcune curie sonnolente. L'arcivescovo di Parigi è giunto sino al punto di guidare una veglia di preghiera in riparazione. Cerchiamo allora, sul loro esempio, di muoverci anche nel nostro paese, culla del Cattolicesimo e sede del Vicario di Cristo! Abbiamo un mese di tempo... 
Non scoraggiamoci! 
 Marco BONGI

mercoledì 21 dicembre 2011

Santa Sede - FSSPX. Tornielli e le sue "fonti" vaticane ed altre..

Tornielli non si smentisce. Entra a gamba tesa con la pubblicazione della notizia della consegna della risposta alla Santa Sede di Mons. Fellay, qualificando il documento della Fraternità - secondo le sue fonti non indicate ma notoriamente "curiali" di un certo schieramento - «una documentazione», non una risposta e attribuendo inopinatamente e riduttivamente le dichiarazioni nel frattempo rese da mons. Fellay, alle difficoltà interne alla Fraternità e non all'oggettivo e noto peso delle questioni sul tappeto, sulle quali sembra essere intervenuto un irrigidimento della Santa Sede, nella persona del Card. Levada. La notizia è introdotta da un titolo, che è già una stroncatura: "È arrivato in Vaticano un testo della Fraternità San Pio X: una documentazione non una risposta. E in Francia cresce l'ala dura anti-romana". Il nocciolo della questione è indicato nei seguenti termini:
Il preambolo, mai pubblicato, non era un testo «prendere o lasciare». La Santa Sede aveva previsto la possibilità per i lefebvriani di chiedere chiarimenti e di proporre specificazioni ulteriori. Nella sostanza, però, non poteva essere mutato, in quanto il Vaticano chiedeva - in vista della regolarizzazione attraverso la creazione di una prelatura personale dipendente dal Papa – che la Fraternità accettasse la «professione di fede» richiesta a chiunque assuma un incarico ecclesiastico. E chiedeva che riconoscesse come spetti al magistero della Chiesa l’ultima parola in caso di controversie dottrinali.
Le due ultime condizioni non sembrano lasciar vie di scampo e giustificano perfettamente le perplessità manifestate da Mons. Fellay [vedi anche], le nostre riflessioni sul testo di Ocariz pubblicato dall'Osservatore Romano [vedi anche] nonché la domanda di mons, Fellay che è anche la nostra: "perché non basta il credo?":

Sorvolo sul florilegio di sottolineature negative nei confronti della Fraternità e noto che Tornielli costruisce un discorso completamente sganciato da ogni pensiero o riflessione sui rispettivi contenuti (uno secretato: il Preambolo dottrinale redatto dalla Santa Sede; l'altro reso pubblico in termini equilibrati e rispettosi ma completamente scevri da equivoci e/o ambiguità dalla Fraternità). Il commento di Tornielli, intriso di sferzanti folate di vento "curiale", va addirittura a parare su notizie diffuse da un sito sedevacantista (ma che centra con la Fraternità?) da lui stesso definito inattendibile, mettendo l'accento sul dato che un forte dissenso interno, contrario all'accordo con Roma, sia cresciuto in questi anni nel gruppo lefebvriano. E aggiunge: Ora bisognerà attendere per sapere come la Santa Sede reagirà alla «risposta che non risponde».

E' questo un modo serio ed obiettivo per fare informazione? Di certo è da Vaticanista "informato"; ma che attinge ad un'unica fonte, sulla quale è "allineato" senza appello e senza discrimine. E non fa altro che aggiungere colate di fango e confusione ad un contesto già di per sé ingarbugliato. Una volta di più, si sposta l'analisi sul piano politico, distogliendola da quello dottrinale e dalla logica aletica che dovrebbe ispirare ogni operatore dell'informazione che si definisce credente.

martedì 20 dicembre 2011

Cristianesimo e Giudaismo. Interessanti sintonie con lo spirito Post-conciliare.

Desidero condividere con voi un articolo di Don Curzio Nitoglia sulla vexata - e spinosa - quaestio dei rapporti con l'Ebraismo oggi più incombente che mai. 
Io stessa mi ero imbattuta su questo problema, di cui ho già parlato qui, credo con equilibrio e secondo una logica aletica dettata dalla fede cattolica. Citavo, su Benamozegh e le tendenze attuali, ormai sempre più evidenti, questo recente documento, pubblicato proprio da me per un sito sul dialogo ebraico-cristiano di cui ero curatrice; ma con una chiosa inserita in nota.


Benamozegh (Livorno 1823-1900) biblista, talmudista, cabalista, è stato uno dei maggiori rabbini italiani del XX secolo. Nato da una famiglia sefardita, originaria del Marocco, trascorse tutta la sua vita a Livorno, esercitando l’ufficio di rabbino.

La risposta della FSSPX al Preambolo dottrinale è stata consegnata il 10 dicembre

Leggo su Rorate caeli:

La risposta della Fraternità San Pio X al Preambolo dottrinale consegnatole dal cardinal Levada il 14 settembre è stata ufficialmente consegnata il 10 dicembre.

Questa informazione è stata recentemente resa nota ai Superiori di Distretto della Fraternità. Il preambolo dottrinale era una proposta "temporanea" [definita "testo provvisorio" da fonti Vaticane intervistate da La Croix - ndR]; il Superiore Generale della Fraternità San Pio X ha reso note nella sua intervista di fine novembre e nella sua omelia dell'8 dicembre le sue opinioni sul preambolo.

Il forum Francese Fecit, da cui proviene la notizia, commenta che le dichiarazioni di Mons. Fellay, trovano corrispondenza nelle medesime affermazioni di Mons. Gherardini e di Jean Madiran.
Ora non resta che attendere le reazioni Vaticane.

lunedì 19 dicembre 2011

Don Davide Pagliarani in Argentina. Un augurio e una preghiera.

Con una  decisione inaspettata, ma comunque senz'altro meritata, mons. Bernard Fellay ha deciso di nominare don Davide Pagliarani, attuale superiore del distretto italiano della FSSPX, all'incarico di Rettore del seminario argentino di La Reja, attualmente guidato da mons. Alfonso de Galareta e, fino al 2009, da mons. Richard Williamson.   

Don Davide, che si trasferirà in America Latina nel prossimo mese di marzo, all'inizio cioè del nuovo anno scolastico nell'emisfero australe, ricopriva la carica di superiore in Italia dal 2006 e, precedentemente, era stato missionario in Asia per tre anni. Si tratta indubbiamente di un incarico importante che testimonia della grande considerazione riposta dai superiori in questo sacerdote, relativamente giovane, che ha saputo guidare con grande sapienza un distretto delicato come quello italiano. 

I fedeli, pur umanamente addolorati per l'allontanamento del caro don Davide, non possono tuttavia che rallegrarsi per la stima riposta in lui ed augurargli un fruttuoso ministero in Argentina. Dopo la partenza di don Davide PAgliarani assumerà l'incarico di superiore del distretto italiano della FSSPX don Pierpaolo Petrucci, attuale priore di Rimini.   

Santa Sede - FSSPX. Il Preambolo dottrinale? Era già stato firmato nel 1988!

E' interessante confrontarsi con le riflessioni che anche altri fanno sulla questione ancora aperta Santa Sede - FSSPX.  Ho colto la più recente sul Blog Riposte Catholique, che pubblico di seguito per condividerne le sottolineature. Nulla di nuovo in sostanza; uno sfogo umorale, sembrerebbe! Ma dice molta verità.


Nel 1988, l'arcivescovo Lefebvre aveva firmato senza difficoltà il preambolo dottrinale proposto dal Cardinale Ratzinger: "A proposito di alcuni punti insegnati dal Concilio Vaticano II o relativi alle riforme posteriori della liturgia e del diritto, e che sembrano difficilmente conciliabili con la tradizione, ci siamo impegnati ad avere un atteggiamento positivo di studio e di comunicazione con il Sede Apostolica, evitando ogni polemica." Solo successivamente sono sopravvenute difficoltà tra i due riguardo alla consacrazione di un vescovo. Ma per il preambolo, nessun problema.

In questo momento, devono essere intensi i negoziati tra il Palazzo del Sant'Uffizio e la Casa generalizia di Menzingen. Noi che siamo in attesa ci poniamo tutti le stesse domande stupide: perché il cardinal Levada ha chiesto Mons. Fellay di firmare un nuovo preambolo, dopo che il preambolo accettato dall'Arcivescovo Lefebvre aveva soddisfatto tutti? Perché il cardinal Levada ha voluto il nuovo "preambolo"?

Ci si riferisce a ciò che si è riusciti a ricostruire del suo preambolo, esso è zero. Vogliamo dire che è algebricamente zero: il più è annullato dal meno. "Riconosciamo il Concilio Vaticano II spiega con il Catechismo così e così..." Brrr! Ma poche righe sopra o sotto " rimane aperta una legittima discussione delle formulazioni del Concilio Vaticano II " Wow!

Dopo la pubblicazione dell'articolo di Mons. Ocariz su L'Osservatore Romano, sappiamo che l'elemento base della salsa è la particolare opinione teologica del cardinale Levada e dei suoi collaboratori: il Magistero, che si è presa l'abitudine di qualificare "autentico", cioè magistero non infallibile, secondo loro in realtà non è discutibile. Esiste certamente un diritto di interpretazione, ma a condizione di dire che è in continuità col magistero precedente. In breve, pur non essendo infallibile, tuttavia lo è.

Di per sé è assurdo (a cosa serve la distinzione: infallibile non discutibile / non infallibile riformabile?). L'opinione che sostengono Levada e Ocariz - se qualcuno si sognasse di applicarla in questi tempi di totale anarchia - rappresenterebbe una vera tirannia intellettuale negli ambiti della teologia, molto peggio che ai tempi delle pire dell'Inquisizione. Ma oltre al fatto che al Sant'Uffizio hanno perso la scatole di fiammiferi per i roghi, bisogna rendersi conto che questa particolare opinione teologica è un modo per i piromani del Vaticano II di diventare vigili del fuoco della Restaurazione: a partire dal questo meraviglioso concilio essi hanno spedito l'infallibilità in un cielo inaccessibile, ora più magistero morale, e nello stesso tempo più magistero del tutto. Dunque si è fatto del "magistero autentico" un surrogato di magistero infallibile, come la cicoria è nei confronti del caffè. Sì, è tutto molto bello, ma rischia di far deragliare, quando il successo era assolutamente certo, la formalizzazione della Fraternità San Pio X, un guadagno enorme per tutta la Chiesa.

Paolo Rodari e Tornielli nel loro libro Attacco a Ratzinger (Piemme, 2010, tradotto in francese con il titolo, Benedetto XVI un papato sotto attacco, Pierre-Guillaume de Roux Edizioni, 2011) si lamentano perché oggi Oltre-Tevere, non si prende più la precauzione di far rileggere i testi prima della pubblicazione. Se il discorso di Ratisbona del Papa fosse stato letto da consiglieri, si sarebbe cancellata la frase che ha fatto esplodere tutto. 

Nello stesso modo, se il preambolo del cardinale Levada fosse stato riletto prima di esser sottoposto a Mons. Fellay, o, come si fa spesso in una trattativa, se il cardinal Levada avesse telefonato preventivamente a Mons. Fellay per chiedere se il testo fosse conveniente, o ancora se il cardinale Levada si fosse contentato di far confermare da Mons. Fellay il Preambolo firmato da Mons. Lefebvre, l'accordo con la Fraternità San Pio X sarebbe già concluso dieci volte. Così da parte della FSSPX (e nella Fraternità San Pio X, da parte di coloro che vogliono l'accordo) sono state fatte controproposte, che cominciano a circolare. Ancora una volta, Buon Dio, se le si fosse fatte rileggere!... 

Sembra che da entrambe le parti, i "tradizionali" e "restauratori", non si faccia nessuno sforzo, diciamo, di "psico-teologia" per capire chi si ha di fronte o piuttosto chi si ha a fianco. Occorrerebbe loro un consigliere di coppia... Ma siamo pazienti: il 14 settembre hanno toccato un traguardo, l'obiettivo in questione è, ovviamente, per il maggior bene della Chiesa, il Papa vuole questo obiettivo (Mons. Fellay e il cardinale Levada anche, d'altronde). Tutto sta dunque per aggiustarsi. A meno che ... No, sarebbe davvero un peccato.

Al diavolo i preamboli preamboli e i contro-Preamboli! 

sabato 17 dicembre 2011

P. Serafino Lanzetta e l'Anno della Fede a 50 anni dal Concilio. Tra ermeneutiche in conflitto.

L'ultimo Editoriale di «Fides Catholica» 2 (2011), in uscita, riporta un nuovo articolo di Padre Serafino Lanzetta FI, dal titolo Un Anno della Fede a 50 anni dal Concilio. Tra ermeneutiche in conflitto. 

Il documento, acquisito anche tra quelli basilari nella colonna di sinistra del Blog, è consultabile attraverso il link. Ritengo sia interessante e utile illustrarne ed estrarne alcuni punti fondamentali, perché oltre ad essere molto centrato sulla problematica dei conflitti di interpretazione dei testi conciliari, ormai non più ignorabili, costituisce un'evoluzione della riflessione sulla vexata questio, consentendone l'ulteriore dipanarsi proprio in vista dell'Anno della Fede indetto da Benedetto XVI per il 2012, collegato - tra l'altro - idealmente con le celebrazioni per il 50 anniversario di apertura della 21ma Assise conciliare.

Viene riproposto il binomio della dottrinarietà e pastoralità, tipico del Concilio, che presenta la difficoltà di non essere sempre esplicito e dal quale nasce la necessità e anche la problematicità nonché i fraintendimenti connessi alla indispensabile ermeneutica. Padre Lanzetta evidenzia che il problema ermeneutico del Vaticano II implica 3 aspetti distinti:
  1. nel concilio ci sono delle dottrine nuove;
  2. queste sono uno sviluppo e/o ri-forma delle dottrine classiche;
  3. il grado dell’asserto magisteriale delle dottrine conciliari.
È per questo che si pone il problema di coordinare continuità e discontinuità. Non si mette in discussione l’autenticità del 21° concilio della Chiesa rispetto ai 20 precedenti, data come presupposta, ma viene reso esplicito il vero problema: in che modo il magistero del Vaticano II si colloca in continuità con quello precedente? Dove si coglie la continuità? Grazie a Mons. Gherardini e alle sue puntualizzazioni sapienti e "di scuola", si deve arrivare ad escludere la soluzione imposta finora di garantire la continuità attraverso le asserzioni conciliari identificate tout court come magistero solenne. Si tratta della posizione di P. Giovanni Cavalcoli e, di recente, di don Pietro Cantoni e di molti esponenti della cultura egemone (cfr. anche i più recenti dibattiti sul tema che coinvolgono anche - ma non solo - la FSSPX). Il magistero diventa così ragione di se stesso; il che non rende ragione delle effettive “riforme” del Vaticano II. E allora, basta esporre una nuova dottrina o invece è necessario radicarla nella Tradizione della Chiesa?

Siamo al “cuore” del problema: coordinare continuità e discontinuità secondo livelli differenti, in modo da leggere una nuova dottrina insegnata dal medesimo soggetto. È proprio qui  che P. Lanzetta coglie il nodo essenziale e formula un completamento del discorso introducendo un elemento interessante:
«la continuità è assicurata dall’unico soggetto che insegna, il magistero, che però non si identifica con la Chiesa e con l’infallibilità totale di essa, rimanendo questa più ampia e includendo ad esempio il sensus fidei del Popolo credente, dunque un’infallibilità in credendo che precede e fonda quella in docendo. È necessario radicare in modo assoluto, oggi più che mai, l’infallibilità del magistero, nelle Verità credute infallibilmente per mezzo della fede, per evitare di scadere in una visione meramente “burocratica”, in cui il soggetto docente diventerebbe l’ultima ragione del porsi della verità stessa. Ci sarà sempre un Küng che potrà inveire contro il monopolio del “potere romano”, dimenticando che la gerarchia è un’origine sacra, scende dall’alto quale munus, ministero, servizio alla Verità».
Dobbiamo esplicitare a questo proposito che il presupposto metafisico dell'affermazione è contenuto nel principio di Vincenzo da Lerino, Commonitorium 23: “Nullusne ergo in Ecclesia Christi profectus habebitur religionis? Habeatur plane et maximus. [...] Sed ita tamen, ut vere profectus sit ille fidei, non permutatio. Siquidem ad profectum pertinet, ut in semetipsum unaqueque res amplificetur, ad permutationem vero, ut aliquid ex alio in aliud transvertatur. Crescat igitur oportet et multum vehementerque proficiat [...] intelligentia, scientia, sapientia, sed in suo dumtaxat genere, in eodem scilicet dogmate, eademque sententia”, in; Migne, t. 50, col. 667 e ss

La comprensione e la esegesi del mistero rivelato cresce di continuo anche nella cognizione dei fedeli. Però, il progresso=profectus esplicita, approfondisce ed amplifica l’apprendimento sempre nel rispetto del vincolo di quanto appartiene al dogma, custode fedele e permanente della verità rivelata che, dunque, deve essere presente riconoscibile e riconosciuta nella sua genuità in ogni momento del percorso storico dell'insieme dei docenti e dei credenti. Vale a dire che l'affermazione è giustificata non in sé, ma dalla corretta applicazione del suddetto principio: l'infallibilità in credendo precede e fonda quella in docendo solo nella misura in cui sono entrambe riflesso del Dogma, a sua volta fondato nella Rivelazione originaria, altrimenti si potrebbe cadere nel soggettivismo o nel convenzionalismo. Il dramma sta tutto nello sganciamento, operato dal concilio, del munus docendi da quello dogmatico.

Sono presi ora in considerazione questi due punti:
  1. la nuova forma che assume il magistero nell’ultimo Concilio: un magistero fontalmente pastorale. Infallibile quando? Sempre, o non piuttosto solo quando reitera il dato di fede definitivo? Un magistero solenne/straordinario quanto alla forma ma ordinario autentico quanto all’effettivo esercizio;
  2. i nuovi contenuti, le nuove dottrine. Negare infatti che ci siano delle dottrine nuove e che siano una ri-forma rispetto a quelle di prima, significa non vedere il Vaticano II. Il magistero può insegnare delle dottrine nuove, ma non per il fatto che le insegna sono (automaticamente) infallibili. Non infallibili poi non significa per sé erronee, ma solo non definitive. La non-infallibilità è un giudizio di valore sul grado magisteriale di cui è rivestita (dal magistero) la dottrina insegnata. L’errore è un giudizio logico che si dà ad una proposizione quanto alla sua conformità o meno al vero. Confondere errore (molto spesso tradotto con fallibilità) con non-infallibilità è un’operazione contraria alla logica e alla teologia.
Segue l'articolato esame e valutazione del metodo e dei contenuti confutativi di don Pietro Cantoni nei confronti di Mons. Gherardini, che approfondiremo nel dettaglio nella seconda parte, che seguirà.

venerdì 16 dicembre 2011

Magistero e Concilio Vaticano II, Don Pierpaolo Maria Petrucci

Ricevo e pubblico con condivisione ed interesse, su invito dell'autore, un articolo di Don Pierpaolo Maria Petrucci, appena apparso sul Sito italiano della Fraternità di San Pio X, che richiama e completa le nostre precedenti riflessioni sul tema.


Il 2 dicembre scorso sull’osservatore Romano appariva un articolo di Fernando Ocáriz sull’ adesione al concilio Vaticano II.

Mons Ocáriz ha fatto parte della commissione incaricata dalla Congregazione per la dottrina della fede per i colloqui che si sono svolti durante circa un anno e mezzo con i rappresentanti della Fraternità San Pio X.

Il fatto che l’Osservatore Romano dedichi questo spazio all’argomento, mostra quanto sia attuale il dibattito sul concilio, riaperto dalle recenti pubblicazioni di Mons. Gherardini[1] (vedi anche - e ancora), Roberto de Mattei (vedi anche), Gnocchi e Palmaro e, ultimamente padre Serafino Lanzetta (vedi anche). Si è toccato un mito e le critiche non vengono più soltanto dalla Fraternità San Pio X ma anche da personalità riconosciute ufficialmente nella Chiesa.

Nell’articolo Mons Ocáriz ribadisce e conferma che nel Vaticano II il magistero non è stato esercitato “mediante il carisma dell’infallibilità”. Ma poi l'autore afferma che magistero non infallibile “non significa che esso possa essere considerato «fallibile» nel senso che trasmetta una «dottrina provvisoria» oppure «autorevoli opinioni». Ogni espressione di magistero autentico va recepita come è veramente: un insegnamento dato da Pastori che, nella successione apostolica, parlano con il «carisma della verità» (Dei verbum, n. 8), «rivestiti dell’autorità di Cristo» (Lumen gentium, n. 25), «alla luce dello Spirito Santo» (Ibidem).

Indubbiamente la chiesa ci insegna che il magistero autentico richiede “ossequio religioso della volontà e dell’intelletto”.[2] Tale assenso però non è più fondato sull’autorità di Dio che rivela e assiste la Chiesa nel magistero infallibile, ma unicamente sulla prudenza. Si è tenuti ad accettare ossequiosamente in spirito di fede ciò che la suprema autorità propone, per il rispetto che le si deve e perché, anche se non assistita infallibilmente nel caso preciso, ha tutte le competenze per insegnare e quindi è degna di credibilità.[3]

Ma generalmente i teologi sono d’accordo per affermare che un errore è possibile nel magistero non infallibile e semplicemente autentico, come lo mostra nei suoi articoli Xavier da Silveira.[4] Questa possibilità si è poi già verificata storicamente nella Chiesa.[5]

In tali circostanze è lecito chiedere spiegazioni all’autorità competente e perfino sospendere l’assenso quando si constata una contraddizione con ciò che è insegnato già in maniera infallibile.[6]

Detto questo ci si può chiedere se l'insegnamento del Concilio Vaticano II benché non infallibile, possa definirsi come magistero autentico.

Parlando di magistero occorre distinguere il soggetto dal modo di insegnamento e dal contenuto.
Il Papa ed i vescovi in un concilio legittimamente riunito, come fu il Vaticano II, sono il supremo soggetto del magistero e questo è fuori discussione.

Quanto al modo di insegnamento del concilio, è molto rivelatrice la spiegazione che Paolo VI dà nella sua enciclica Ecclesiam suam, del 6 agosto 1964: «...Andate, dunque, istruite tutte le genti, è l’estremo mandato di Cristo ai suoi Apostoli. Questi nel nome stesso di Apostoli definiscono la propria indeclinabile missione. Noi daremo a questo interiore impulso di carità, che tende a farsi esteriore dono di carità, il nome, oggi diventato comune, di dialogo. La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio (nn.66-67). Questo dialogo esclude altre forme anche legittime di rapporto con “il mondo”, che hanno caratterizzato la Chiesa del passato: (nn. 80-81)».
Si tratta quindi non più di insegnare ma di dialogare, escludendo le altre forme di rapporto con il mondo, cioè il modo tradizionale di porsi della Chiesa come colei che insegna, trasmette la verità che ha ricevuto dalla Tradizione.

Come fa notare Mons. Ocariz, per quel che concerne il contenuto dell’insegnamento del concilio, sono di fede le verità già insegnate come tali dal precedente Magistero infallibile.
Le nuove dottrine invece, in contrasto con la Tradizione, non si possono attribuire al magistero della Chiesa ma a questo nuovo modo di porsi con il mondo che si può chiamare solo in senso lato “magistero” poiché non vi è più l’intenzione di insegnare ma appunto di dialogare[7].

Pretendere di attribuire un’autorità magisteriale a documenti ambigui o in aperto contrasto con l’insegnamento tradizionale della Chiesa e voler imporli come dottrina cattolica, diventa dell’autoritarismo a cui ogni cattolico, in ossequio alla fede di sempre e per amore alla Chiesa, può e deve resistere.

Don Pierpaolo Maria Petrucci
_________________________
[1] Mons. Gherardini ha pubblicato fra l’altro una bella risposta all’ articolo di Mons. Ocariz sulla rivista “Disputationes theologicae”. [vedi anche nostro dibattito qui - qui e qui ]
[2] Per esempio Pio IX (Quanta cura)
[3] Padre Dublanchy, Dictionnaire de Théologie Catholique, art. Infaillibilité du pape col 1711-1712
[4] Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira, L’autorità dottrinale di documenti pontifici e conciliari.
[6] Da Silveira op. cit.

giovedì 15 dicembre 2011

Cristina Siccardi recensisce per Chiesa e post Concilio Massoulié su Tommaso D'Aquino

Ricevo direttamente dall'autrice, Cristina Siccardi, la recensione di questo interessante testo recentemente edito dalla milanese Edizioni Ares: Massoulié Antonin, La preghiera & le virtù in san Tommaso d'Aquino, Pagine: 312, prezzo € 18.00

Questo libro che fu di grande aiuto in un momento di confusione dottrinale e spirituale, conserva in larga parte la sua attualità, perché attinge alla salda riflessione di Tommaso d’Aquino, del quale Massoulié (1632-1706) contribuì non poco a recuperare quel misticismo che, come osserva il curatore Carlo Bonfanti nella Presentazione, fu «spesso trascurato da molti commentatori che ne esaltavano soltanto l’immensa valenza intellettuale, contribuendo a diffondere l’immagine di un san Tommaso freddo ragionatore» e che invece «ogni volta che si apprestava a insegnare, scrivere o dettare, ricorreva innanzitutto all’orazione».


La recensione di Cristina Siccardi

Era esigente soprattutto con se stesso padre Antonin Massoulié O.p (1632-1706), filosofo, teologo e grande sostenitore di san Tommaso d’Aquino (1225- 1274). Visse in un tempo di vivaci e delicate controversie religiose e politiche sorte in Francia. Nato nella cattolica ed economicamente modesta famiglia del notaio Jean Massoulié e di Cécil de Celles, entrò nel convento domenicano di Tolosa nel 1647, quando aveva appena 15 anni.

Si trovò a navigare nelle derive del gallicanesimo, del giansenismo e del quietismo: eresie che contribuirono a creare un favorevole terreno agli ideologi della Rivoluzione Francese. Di grande valore risulta la sua opera Méditations de Sainth Thomas sur les trois vies purgative, illuminative et unitive pour les Exercices de dix jours avec la pratique des méditations du même Saint Thomas ou Traité des Vertus dans lequel les Actes des principales Vertus sont expliqués en particulier, oggi pubblicata in Italia dalle Edizioni Ares, con il titolo La preghiera & le virtù in San Tommaso d’Aquino (pp. 312, € 18). Un libro di alta spiritualità, che introduce e conduce alle vie della perfezione cristiana. Un libro che nacque in un contesto di grande agitazione per la Chiesa a causa delle dottrine che si andarono sviluppando a partire dal Seicento, a causa delle quali più generazioni furono mal dirette da un clero lontano da Roma.

Di segno contrario all’ultramontanismo, il gallicanesimo si pose come dottrina politico-religiosa incentrata sulla visione di una Chiesa cattolica nazionale, autonoma dal Sommo Pontefice; infatti, pur riconoscendo al Papa un primato d’onore e di giurisdizione se ne contestava il potere assoluto a favore dei Consigli generali della Chiesa e del Re di Francia.

Il gallicanesimo si sviluppò, soprattutto, nel XVII secolo, durante il regno di Luigi XIV con una dichiarazione dell’Università della Sorbona di Parigi contro l’infallibilità del Papa e contro ogni possibile autorità gerarchica di quest’ultimo sui sovrani francesi.

Le tensioni createsi nel 1682 fra Luigi XIV (1638-1715) e papa Innocenzo XI (1611-1689) diedero vita ai quattro articoli gallicani redatti dal Vescovo di Meaux, Jacques Bénigne Bossuet (1627-1704), approvati da un’assemblea del clero francese. La crisi si risolse positivamente e la dichiarazione del 1682 non venne resa esecutiva. Lo spirito gallicano, come avverrà per lo spirito modernista, non sarà però soffocato e continuerà ad aleggiare fra il clero, riaffiorando prepotentemente nel 1713 in occasione della bolla Unigenitus, con la quale Clemente XI condannava le Reflexions morales del giansenista Pasquier Quesnel (1634-1719).

Il giansenismo sorse dalla mente del Vescovo fiammingo Ypres Cornelius Jansen o Giansenio (1585-1638), il quale, prendendo ispirazione da Michel de Bay (1513-1589), elaborò una dottrina pessimistica del Cattolicesimo secondo la quale l’uomo, essendo irrimediabilmente corrotto, non può far altro che vivere di penitenza. Da qui una severa e rigorosa moralità, che si opponeva al cosiddetto lassismo dei Gesuiti. Il Giansenismo si diffuse particolarmente in Francia con l’abate di Saint Cyran, Jean Du Vergier de Hauranne (1581-1643), che ebbe molto ascendente sulle monache cistercensi di Port-Royal. Il teologo di spicco di tale corrente fu il successore di Du Vergier, Antoine Arnaud (1612-1694), il quale ebbe successo nell’alta borghesia francese. Molti si lasciarono trascinare dalle idee fuorvianti di Giansenio e fra essi anche il filosofo e matematico Blaise Pascal (1623-1662). La crisi fu drammatica e la Chiesa condannò l’eresia con alcuni documenti. Nel 1665 il centro emanatore, Port-Royal, venne chiuso e le monache furono disperse in altri conventi. La condanna del Sommo Pontefice con il breve Universi dominici gregis del 1708 e la bolla Unigenitus del 1713 provocarono questa reazione: le dottrine gallicane si intrecciarono con quelle gianseniste. L’Arcivescovo di Parigi, il Cardinale Louis Antoine de Noailles (1651-1729), rifiutò la bolla papale, appoggiato da altri Vescovi e dalle Università di Parigi, Reims e Nantes; ma anche da moltissimi rappresentanti del clero e da religiosi. Si levò la richiesta di indire un Concilio universale. Ed ecco che giunse la scomunica di Clemente XI con la bolla Pastoralis officii del 1718. Il Cardinale de Noailles si piegò e il suo ravvedimento produsse il riassorbimento del giansenismo che si estinse completamente nel 1847 con il ritorno al Cattolicesimo romano delle Sorelle di Santa Marta. Il giansenismo si diffuse anche in Italia, in particolare nel Regno Sardo. Saranno Pio Brunone Lanteri (1759-1830), il teologo Luigi Guala (1775- 1848) e san Giuseppe Cafasso (1811-1860) a scardinare il giansenismo sul territorio.

Massoulié visse anche nell’epoca delle rapide del quietismo. Una dottrina mistica, sorta in reazione al giansenismo, che considerava la perfezione cristiana uno stato di quiete passiva e fiduciosa, uno stato di indifferenza mistica, arrivando, addirittura, a far a meno delle pratiche e delle liturgie. La dottrina si sviluppò sia in Francia che in Italia. Arrivò la condanna di Innocenzo XI con la bolla Coelestis Pastor del 1687. Tuttavia l’eresia riprese vigore per opera di Madame Jeanne Guyon (1648-1717) e del suo direttore spirituale, il barnabita François Lacombe (1643-1715). Nacque un aspro dibattito teologico nel quale si inserì il Vescovo di Cambrai, François de Salignac de la Mothe-Fénelon (1651-1715). Alla fine il Vescovo ritornò sui suoi passi con l’elogio di Innocenzo XII (1615-1700).

Ebbene, Antonin Massoulié fu direttamente coinvolto fra i protagonisti di quelle diatribe teologiche. Sostenuto dai suoi superiori, fu inviato a Roma come Assistente del Maestro generale dell’Ordine, padre Antonin Cloche (1686-1720), con il quale strinse una profonda amicizia, rinforzata dalla stima reciproca. Entrambi difendevano la teologia tomista ed entrambi fondevano nella loro vita preghiera e scienza. Nel 1686 padre Cloche nominò il suo assistente Visitatore nei conventi e nei monasteri dell’Alsazia con il preciso obiettivo di recuperare quelle comunità inquinate dal protestantesimo. Proprio in questi anni Massoulié venne direttamente coinvolto nella controversia quietista. Nel 1692 pubblicò, in due tomi, la sua opera più importante: Divus Thomas sui interpres de divina motione et libertate creata.

Nel 1695 padre Antonin riuscì a convertire un noto rabbino di Firenze. Profondamente umile, rifiutò una carica vescovile e nel 1696 fu nominato Inquisitore di Tolosa, ma anche Consultore del Sant’Uffizio. Nel 1697 Innocenzo XII chiamò Massoulié nella commissione straordinaria incaricata di esaminare le Maximes di Fénelon.

Il domenicano ebbe a combattere non soltanto le tesi del Vescovo, ma anche i Gesuiti, che guardavano benevolmente i quietisti. Il 22 luglio 1698 Massoulié fece uno straordinario discorso, nel quale «dimostrò che non si poteva introdurre nella Religione un dogma più pernicioso di quello dell’indifferenza per la salvezza; egli lo combatté per mezzo della scrittura e con solidi ragionamenti tratti e fondati su sant’Agostino e san Tommaso e concluse che la dottrina delle proposizioni [di Fénelon] era falsa, perniciosa, scandalosa, erronea...» . Il suo intervento fu basilare per l’esito del processo di Fénelon, conclusosi il 3 marzo 1699 con il Breve di condanna. Il quietismo era vinto, grazie anche all’opera intelligente di Massoulié.

Si spense umile e sereno, come era sempre stato, il 22 gennaio 1706 e sul suo corpo furono trovati un cilicio ed una catena di ferro. Riposa a Roma, nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva.

Il libro edito da Ares è di carattere mistico. Troviamo slanci appassionati e vibranti che non saranno presenti nei successivi trattati (Traité de la veritable oraison e Traité de l’amour de Dieu) che l’autore compose in maniera più misurata e più distaccata per non incorrere nelle accuse, strumentali, di quietismo.

San Tommaso d’Aquino sta alla base delle sue Méditations. L’autore, però, ce lo presenta non come teologo, bensì come maestro di vita spirituale. Infatti si «pensa che, trovandosi sempre in quelle grandi elevazioni e in più approfonditi ragionamenti di cui si servì per esprimere le verità della Fede, egli non si sia abbassato abbastanza da voler approfondire i segreti della vita unitiva. Si crede poi che, tutto preso dalle speculazioni della mente, egli non si sia particolarmente sforzato di eccitare i moti del cuore. Se però si leggessero le sue opere con maggiore attenzione, si constaterebbe con chiarezza che i suoi ardori sono pari ai lumi e che ha trattato della vita mistica e di quanto avviene di più sublime e divino nei cuori consacrati a Dio, con la stessa profondità raggiunta scrivendo testi grandi ed augusti sulle altre verità della Religione» . Quale splendida intuizione ebbe Massoulié... si legge, si studia san Tommaso come docente, non, però, come maestro di spiritualità. L’immagine del grande teologo è quella di un freddo studioso delle cose divine, che le illustra magistralmente con lucidità razionale, ma senza afflati interiori. E invece padre Antonin, pagina dopo pagina, ci dona l’anima del Dottor Angelico, dimostrandoci che in lui il mistico non si disgiunge dal teologo. Anzi, san Tommaso fu sublime teologo perché il suo spirito colloquiava con il soprannaturale, penetrandone logicamente, ma anche intuitivamente e misticamente, i segreti e le altezze. D’altro canto sappiamo per certo, da testimoni del tempo, che san Tommaso prima di insegnare o di studiare o di scrivere pregava e «spesso, prima di darsi allo studio delle cose divine, versava lacrime» .

Massoulié parte così dalla mistica tomista per indicare la strada verso Dio e lo fa presentando una serie di meditazioni tanto chiare quanto affascinanti, dove la profondità di sposa alla semplicità. Qui non c’è sentimentalismo fine a se stesso, bensì si respira la Fede unita alla Carità. Si tratta di una lettura quanto mai “contemporanea”: l’anima cattolica ben intenzionata, disorientata da un cristianesimo impuro, protestantizzato, materialistico, a volte disseminato di infatuazioni orientaleggianti, freudiane e psicologiche in genere, trova qui una via preziosa per la vita interiore secondo i dettami intramontabili di san Tommaso, attraverso anche una serie di pratiche di pietà, necessarie alla crescita spirituale. Insomma, come dice Carlo Bonfanti nella prefazione al testo, questo è un «libro da non leggere tutto di seguito, ma da meditare e “ruminare” poco per volta, alla maniera dei monaci, per interiorizzarne il contenuto e trasmutarlo in azione» .

Stare sempre alla presenza del Signore aiuta a rendersi perfetti. I gradini di questo libro possono, se presi seriamente in considerazione, portare in alto, molto in alto. Amare Dio significa operare per Lui. «Non si è mai visto che un amore vero sia ozioso; poiché, se è un amore autentico, deve agire, operare e compiere grandi cose; e se rifiuta di operare, non è amore (Opusc. 61), ma mollezza e indolenza» . Il vero amore non smette mai di operare e non misura la grandezza delle cose sulle difficoltà e i sacrifici incontrati, ma sulla grandezza dei desideri, «vorrebbe fare tutto, e niente può fermarlo» . Chi ama Dio fa cose grandi, considerandole piccole. E ne compie molte, credendo di farne poche, «operatur multa et reputat pauca» . E poi a colui «che ama, le sofferenze e i lavori più lunghi sembrano brevissimi» e, come affermava san Bernardo, «tutto il mio lavoro è solo il lavoro di un’ora, e se dura di più, l’amore mi impedisce di accorgermene. Che cosa può sembrare lungo all’amore? Esso sarebbe pronto a fare in eterno ciò che fa per Dio. Ma quale è stato l’amore di Dio per noi, e quanto è durato? Ab aeterno et usque in aeternum, dice il Profeta, dall’eternità e per l’eternità». Siamo di fronte all’amore così trasparente che porta la Croce con disinvoltura, meglio, con trasporto, imitando Cristo, che sul Golgota portò la Croce e vi si fece inchiodare con amore. Ed ecco che il vero amore di Dio, costante e immutabile, non procede per gradi, ma a passi giganti, «non cammina, ma vola con ali di fuoco (Ct 8,6). Chi potrebbe saziare il vero amore? Dio è amore […] e amare Dio è amare l’amore: in un cerchio d’amore senza fine» .

Massoulié paragona le creature umane come ruscelli che hanno la loro fonte in Dio, dalla quale, se vogliono, possono ricevere la perfezione, la vita, la bontà, la verità. L’anima che ha Fede è un’anima appagata: prende gli avvenimenti della vita direttamente dalla mano di Dio, certa di tre verità: nulla accade se non per espresso permesso dell’Altissimo; Dio non permette che capiti nulla se non attraverso il suo amore; tutto quanto il Signore permette è per il bene verso la creatura amatissima, alla condizione che quest’ultima corrisponda ai Suoi disegni e non desideri uno stato diverso da quello in cui Dio l’ha posta. Ma l’Onnipotente, proprio perché è amore infinito, non impone nulla.

Nella vastità della spiritualità esistono realtà che soltanto la carità, dunque l’amore, può penetrare, ecco perché Dio comunica i suoi segreti soltanto alle anime caritatevoli, alle anime mistiche, ovvero ai suoi amici: «secretum Domini timentibus eum revelatur» («Dio manifesta i suoi segreti solo a coloro che lo temono») e che sono puri di cuore, infatti avverte Massoulié: «La saggezza non entrerà mai in un’anima insudiciata dai vizi e dalle passioni» .
Cristina Siccardi

I giovani hanno bisogno di verità. E non solo loro... Il "peso" delle parole.

Mi sono imbattuta in questa definizione che molto mi ha interpellata sulla situazione di degenerazione e di crisi che stiamo vivendo in tutti gli ambiti del nostro vivere che non possono non essere tra loro concatenati.


“La gioventù non necessita di pietà, ma di verità. Esistono molti giovani che chiedono aiuto là dove non c'è aiuto possibile, perché nessuno può vivere la loro vita al loro posto, risalire alle sorgenti dell’essere. Perché la poesia è la perpetua ricerca di queste acque. Quando non è così, è un’inutile cantilena con la quale si dondolano le ore, con la quale alcuni spiriti superficiali illudono la vita. In un tempo degradato come il nostro, tutte le sorgenti sono occultate. Il compito del poeta è svelarle. Tutto quel che uscirà della nostre mani senza questo sapore originale saranno sono parole a mascherare la parola, miseria che impedisce pure di sentire la magnifica e alta musica del silenzio.”
Eugênio de Andrade
Il compito di svelare le sorgenti non è solo del Poeta ma anche del Testimone.

Dice il filologo: "La parola è come l'acqua di fonte, un'acqua che ha in sé i sapori della roccia dalla quale sgorga e dei terreni per i quali è passata". Le parole hanno il loro peso e incidono nella comunicazione nella misura in cui sono portatrici e veicolano tutto lo spessore della realtà che significano. Nella nostra epoca oscura e caratterizzata da confusione e disorientamento anche le parole hanno perso la loro pregnanza, non sono più feconde luminose e incandescenti del fuoco originario della Verità, ma diffondono il pallido chiarore lunare di un significato originario attenuato, diluito o spesso addirittura sovvertito. Molte di esse addirittura sono sparite dall'orizzonte della fede annunciata e trasmessa alle nuove generazioni. Basti pensare a termini come espiazione, vittima, sacrificio.

Tutto ciò è potuto accadere per il prevalere di una realtà virtuale costruita dall'uomo sulla Realtà, ritenuta non conoscibile dai filosofi del sospetto che hanno fatto il primo passo verso le paludi del relativismo ed, infine del nichilismo; esiti che, purtroppo, non hanno risparmiato la Chiesa docente che se ne è lasciata contaminare. Da qui, l'eclissi del munus dogmatico che, deformato dall'ispirazione 'pastorale', ha introdotto novità persino nel munus sanctificandi del Novus Ordo Missae, non più Sacrificio del Signore ri-presentato al Padre e Sua Presenza in e per credenti Adoranti partecipi e accoglienti ai piedi di un Altare, ma convivio fraterno di commensali festanti intorno ad un 'mensa'. Si sottolinea la "gioia" e la "festa", che si vuole indurre anche attraverso la gestualità, esteriorizzando anziché interiorizzare, dimenticando che la gioia è dono e conseguenza di ciò che si conosce e sperimenta adorando, frutto dell'atto di volontà che conosce sceglie e partecipa e non del sentimento che crea e alimenta l'esaltazione indotta dalle danze intorno al "vitello d'oro" delle nuove costruzioni umane. Sono proprio queste, per dirla col card. Ratzinger, che hanno "fatto a pezzi l'antico edificio", conservandone solo dei brandelli che più passa il tempo più perderanno la residua saporosa sapienza strettamente legata all'armoniosa e insostituibile sintesi propria di una 'forma' liturgica extraordinaria perché autenticamente portatrice del fuoco del dogma e della Presenza di Colui che si è consegnato alla Sua Chiesa sino alla fine dei tempi. Dimenticando che primaria funzione della liturgia è lo ius divino al culto autentico che diventa, poi, il 'luogo' privilegiato in cui l'Actio teandrica ed eterna del Figlio opera sul credente e feconda la vita di fede e quella quotidiana. Le corrispondenti definizioni della Sacrosanctum Concilium e del Catechismo, de voce, smentiscono questa affermazione; ma, de facto, essa risulta drammaticamente e inequivocabilmente confermata dai molti raffronti tra le due diverse ecclesiologie e teologie inopinatamente compresenti nonché dai frutti raccolti nell'ultimo cinquantennio.

La studiata ma colpevole strategia modernista ha usato la dichiarata non-dogmaticità del Concilio Vaticano II come varco per introdurre nella Chiesa novità dottrinali attraverso la 'pastorale'; con l'accortezza, quindi, di non intaccare de voce il Depositum fidei, ma operando de facto la sua mutazione attraverso un linguaggio affascinante e coinvolgente, sentimentale e soggettivista, centrato sull'uomo e sulla sua "nuova consapevolezza" della Chiesa, fondata sul personalismo e non più sulla Rivelazione. Un linguaggio non definitorio per scelta perché solo rimanendo in bilico sul dire e non dire si possono veicolare alcune interpretazioni piuttosto che altre.

Ed è così che la Tradizione da viva perché evolutiva è diventata "vivente", nel senso storicistico di cangiante a seconda delle contingenze che attraversa nel tempo. Il rischio, terribile, è che si usino le stesse parole per veicolare significati totalmente diversi: basti pensare al concetto di redenzione ad esempio... Se non si parla nemmeno più del peccato originale da che cosa da chi e in che modo avviene la nostra redenzione? Come possiamo conoscere e vivere che siamo stati riscattati a caro prezzo se persino dei vescovi possono affermare che "Cristo è morto solo per un grande atto di solidarietà" o che dobbiamo oltrepassare la concezione "doloristica" vista come eredità del Tridentino o della mistica medioevale; il che significa rinnegare la Croce e la sua dirompente forza, l'unica che scardina il Male dalle radici perché nasce da un "fiat" totalmente e liberamente orientato alla Volontà del Padre?