mercoledì 21 luglio 2021

Il card. Müller su Traditionis Custodes.

Nella nostra traduzione da The Catholic Thing il card. Müller su Traditionis Custodes. Intervento autorevole, spunti interessanti, molto centrato sul concilio e sulle "due forme". Penso che il pensiero del cardinale sia conforme a quello di Ratzinger, sia pure espresso con minor sottigliezza. 

L'intenzione del papa col motu proprio, Traditionis Custodes, è assicurare o ripristinare l'unità della Chiesa. Lo strumento proposto è l'unificazione totale del Rito Romano nella forma del Messale di Paolo VI (comprese le sue successive variazioni). Pertanto, la celebrazione della Messa nella Forma Straordinaria del Rito Romano, introdotta da Papa Benedetto XVI con il Summorum pontificum (2007) sulla base del Messale in vigore da Pio V (1570) a Giovanni XXIII (1962), è stata drasticamente ristretta. Il chiaro intento è quello di condannare la Forma Straordinaria all'estinzione nel lungo periodo.
Nella sua “Lettera ai Vescovi di tutto il mondo”, che accompagna il motu proprio, Papa Francesco cerca di spiegare i motivi che lo hanno indotto, in quanto portatore dell'autorità suprema della Chiesa, a limitare la liturgia nella forma straordinaria. Al di là della presentazione delle sue reazioni soggettive, però, sarebbe stata opportuna anche un'argomentazione teologica stringente e logicamente comprensibile. L'autorità papale, infatti, non consiste nel pretendere superficialmente dai fedeli la mera obbedienza, cioè una sottomissione formale della volontà, ma, molto più essenzialmente, nel permettere anche ai fedeli di essere convinti con il consenso della mente. Come disse San Paolo, cortese verso i suoi Corinzi spesso piuttosto indisciplinati, "nella chiesa preferirei dire cinque parole con la mente, in modo da istruire anche gli altri, che diecimila parole in lingue". (1 Cor 14:19)

Questa dicotomia tra buona intenzione e cattiva esecuzione sorge sempre là dove le obiezioni dei dipendenti competenti sono percepite come un ostacolo alle intenzioni dei loro superiori e, quindi, non vengono nemmeno proposte. Per quanto graditi possano essere i riferimenti al Vaticano II, occorre prestare attenzione affinché le dichiarazioni del Concilio siano utilizzate con precisione e nel contesto. La citazione di sant'Agostino sull'appartenenza alla Chiesa «secondo il corpo» e «secondo il cuore» ( Lumen Gentium 14) si riferisce alla piena appartenenza ecclesiale alla fede cattolica. Consiste nell'incorporazione visibile al corpo di Cristo (comunione confessionale, sacramentale, ecclesiastico-gerarchica) e nell'unione del cuore, cioè nello Spirito Santo. Ciò che questo significa, però, non è obbedienza al papa e ai vescovi nella disciplina dei sacramenti, ma grazia santificante, che ci coinvolge pienamente nella Chiesa invisibile come comunione con Dio uno e trino.

Perché l'unità nella confessione della fede rivelata e la celebrazione dei misteri della grazia nei sette sacramenti non richiedono affatto una sterile uniformità nella forma liturgica esteriore, come se la Chiesa fosse simile ad una catena alberghiera internazionale con un suo disegno omogeneo. L'unità dei credenti tra loro è radicata nell'unità in Dio attraverso la fede, la speranza e l'amore e non ha nulla a che fare con l'uniformità dell'apparenza, col passo di una formazione militare o col pensiero di gruppo dell'era della grande tecnologia.

Anche dopo il Concilio di Trento c'è sempre stata una certa diversità (musicale, celebrativa, locale) nell'organizzazione liturgica delle messe. L'intenzione di Papa Pio V non era quella di sopprimere la varietà dei riti, ma piuttosto di arginare gli abusi che avevano portato i riformatori protestanti a una devastante incomprensione della sostanza del sacrificio della Messa (il suo carattere sacrificale e la presenza reale). Nel Messale di Paolo VI si rompe l'omogeneizzazione ritualistica (rubrica), proprio per superare un'esecuzione meccanica a favore di una partecipazione attiva interiore ed esteriore di tutti i credenti nelle rispettive lingue e culture. L'unità del rito latino, tuttavia, dovrebbe essere preservata attraverso la stessa struttura liturgica di base e il preciso orientamento delle traduzioni all'originale latino.

La Chiesa romana non deve trasferire alle Conferenze episcopali la sua responsabilità per l'unità nel culto. Roma deve vigilare sulla traduzione dei testi normativi del Messale di Paolo VI, e anche dei testi biblici, che potrebbero oscurare i contenuti della fede. La presunzione che si possano “migliorare” i verba domini (es. pro multis – “per molti” – alla consacrazione, et ne nos inducas in tentationem – “e non indurci in tentazione” – nel Padre Nostro), contraddicono la verità della fede e dell'unità della Chiesa molto più che celebrare la Messa secondo il Messale di Giovanni XXIII.

La chiave per una comprensione cattolica della liturgia sta nell'intuizione che la sostanza dei sacramenti è data alla Chiesa come segno visibile e mezzo della grazia invisibile in virtù del diritto divino, ma che spetta alla Sede apostolica e, a norma del diritto, ai vescovi ordinare la forma esteriore della liturgia (in quanto non esiste già dai tempi apostolici). (Sacrosanctum Concilium, 22 § 1)

Le disposizioni della Traditionis Custodes sono di natura disciplinare, non dogmatica e possono essere nuovamente modificate da qualsiasi futuro papa. Naturalmente il papa, nella sua sollecitudine per l'unità della Chiesa nella fede rivelata, va pienamente sostenuto quando la celebrazione della Santa Messa secondo il Messale del 1962 è espressione di resistenza all'autorità del Vaticano II,  cioè quando nell'ordine liturgico e pastorale sono relativizzati o addirittura negati la dottrina della fede e l'etica della Chiesa.

In Traditionis Custodes, il papa insiste giustamente sul riconoscimento incondizionato del Vaticano II. Nessuno può dirsi cattolico se vuole tornare indietro sul Vaticano II (o qualsiasi altro concilio riconosciuto dal papa) come al tempo della “vera” Chiesa o vuole lasciare quella Chiesa alle spalle come passo intermedio verso una “nuova Chiesa”. .” Si può confrontare la volontà di papa Francesco di riportare all'unità i deplorati cosiddetti “tradizionalisti” (cioè coloro che si oppongono al Messale di Paolo VI) con il grado della sua determinazione a porre fine agli innumerevoli abusi “progressisti” del liturgia (rinnovata secondo il Vaticano II) che equivalgono alla bestemmia. La paganizzazione della liturgia cattolica – che nella sua essenza non è altro che il culto di Dio Uno e Trino – attraverso la mitizzazione della natura, l'idolatria dell'ambiente e del clima, così come lo spettacolo di pachamama erano piuttosto controproducenti per il restauto o il rinnovamento di una dignitosa e ortodossa liturgia

Nessuno può chiudere un occhio sul fatto che anche quei sacerdoti e laici che celebrano la messa secondo l'ordine del Messale di Paolo VI vengono ora ampiamente stigmatizzati come tradizionalisti. Gli insegnamenti del Vaticano II sull'unicità della redenzione in Cristo, la piena realizzazione della Chiesa di Cristo nella Chiesa cattolica, l'essenza interiore della liturgia cattolica come adorazione di Dio e mediazione della grazia, la Rivelazione e la sua presenza nella Scrittura e nell'Apostolato La tradizione, l'infallibilità del magistero, il primato del papa, la sacramentalità della Chiesa, la dignità del sacerdozio, la santità e l'indissolubilità del matrimonio – tutto questo viene ereticamente negato in aperta contraddizione con il Vaticano II dalla maggioranza dei vescovi e funzionari laici tedeschi (anche se viene camuffato da frasi pastorali).

E nonostante tutto l'apparente entusiasmo che esprimono per papa Francesco, essi negano categoricamente l'autorità conferitagli da Cristo come successore di Pietro. Il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede sull'impossibilità di legittimare le unioni omosessuali ed extraconiugali con una benedizione è ridicolizzato da vescovi, sacerdoti e teologi tedeschi (e non solo tedeschi) come mera opinione di funzionari di curia poco attendibili. Qui c'è una minaccia all'unità della Chiesa nella fede rivelata, che ricorda le dimensioni della secessione protestante da Roma nel XVI secolo. Data la sproporzione tra la risposta relativamente modesta ai massicci attacchi all'unità della Chiesa nella "Via sinodale" tedesca (così come in altre pseudo-riforme) e la dura disciplina della vecchia minoranza rituale, viene in mente l'immagine di vigili del fuoco mal guidati che - invece di salvare la casa in fiamme - mettono in salvo prima il piccolo fienile accanto.

Senza la minima empatia, si ignorano i sentimenti religiosi dei partecipanti (spesso giovani) legati alle messe secondo il Messale Giovanni XXIII (1962). Invece di apprezzare l'odore delle pecore, il pastore qui le colpisce forte con il suo bastone. Appare anche semplicemente ingiusto abolire le celebrazioni del “vecchio” rito solo perché attira alcune persone problematiche: abusus non tollit usum.

Ciò che merita particolare attenzione nella Traditionis Custodes è l'uso dell'assioma lex orandi-lex credendi (“Regola di preghiera – Regola di fede”). Questa frase compare per la prima volta nell' Indiculus antipelagiano ("Contro le superstizioni e il paganesimo") che parlava dei "sacramenti delle preghiere sacerdotali, tramandati dagli apostoli per essere celebrati uniformemente in tutto il mondo e in tutta la Chiesa cattolica, affinché la regola della preghiera sia la regola della fede”. (Denzinger Hünermann, Enchiridion symbolorum 3). Si riferisce alla sostanza dei sacramenti (in segni e parole) ma non al rito liturgico : se ne registrano parecchi (con diverse varianti) in epoca patristica. Non si può semplicemente dichiarare l'ultimo messale come l'unica norma valida della fede cattolica senza distinguere tra la "parte che è immutabile per istituzione divina e le parti che sono soggette a cambiamento". ( Sacrosanctum Concilium 21). I mutevoli riti liturgici non rappresentano una fede diversa, ma piuttosto testimoniano l'unica e medesima Fede Apostolica della Chiesa nelle sue diverse espressioni.

La lettera del papa conferma che permette la celebrazione secondo la forma più antica a determinate condizioni. Indica giustamente la centralità del canone romano nel Messale più recente come cuore del rito romano. Ciò garantisce la continuità cruciale della liturgia romana nella sua essenza, sviluppo organico e unità interiore. Certo, ci si aspetta che gli amanti dell'antica liturgia riconoscano la liturgia rinnovata; così come devono confessare anche i seguaci del Messale Paolo VI che la Messa secondo il Messale di Giovanni XXIII è una vera e valida liturgia cattolica, cioè contiene la sostanza dell'Eucaristia istituita da Cristo e, quindi, vi è e non può che essere «l'unica Messa di tutti i tempi».

Un po' più di conoscenza della dogmatica cattolica e della storia della liturgia potrebbe contrastare la sfortunata formazione di partiti contrapposti e anche salvare i vescovi dalla tentazione di agire in modo autoritario, senza amore e con grettezza contro i sostenitori della "antica" Messa. I vescovi sono nominati pastori dallo Spirito Santo: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge di cui lo Spirito Santo vi ha costituiti sovrintendenti. Siate pastori della chiesa di Dio, che egli ha acquistata con il proprio sangue». (Atti 20, 28) Non sono semplicemente rappresentanti di un ufficio centrale – con opportunità di avanzamento. Il buon pastore può essere riconosciuto dal fatto che si preoccupa più della salvezza delle anime che di rendersi gradito a un'autorità superiore con una "buona condotta" sottomessa. (1 Pietro 5, 1-4) Se si applica ancora la legge di non contraddizione non si può logicamente castigare il carrierismo nella Chiesa e nello stesso tempo promuovere i carrieristi.

Auguriamoci che le Congregazioni per i Religiosi e per il Culto Divino, con la nuova autorità che viene loro conferita, non si inebrino di potere e pensino di dover condurre una campagna di distruzione contro le comunità di vecchio rito – nella stolta convinzione che così facendo rendono un servizio alla Chiesa e promuovono il Vaticano II.

Se Traditionis Custodes deve servire all'unità della Chiesa, ciò non può che significare un'unità nella fede, che ci permetta di “pervenire alla perfetta conoscenza del Figlio di Dio”, cioè unità nella verità e nell'amore. (cfr Ef 4,12-15).
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

23 commenti:

Anonimo ha detto...

Questo intervento è pieno dei soliti equivoci ratzingeriani dall'inizio alla fine.
Il vero, il bene e il bello non possono coesistere con il falso, il cattivo e il brutto.
Chissà perché la famosa lettera di Mons. Domenico Celada indirizzata "Agli assassini della nostra Santa Liturgia" non la pubblica - o ripubblica - mai nessuno!


Da lo spigolatore romano ha detto...

L'immagine di una nave è molto appropriata perché richiama l'essenza di cosa sia la Chiesa. Il comandante di una nave deve conoscere alla perfezione tutte le regole della buona navigazione, i venti, le rotte, quale vela issare e quale ammainare etc. Nel governare una nave il comandante non segue e non può seguire i propri capricci, non la può far andare a zig-zag solo perché gli piace il brivido delle virate repentine che lo gasano, lo eccitano, lo elettrizzano. Il comandante di una nave cioè è chiamato a governarla applicando le regole della buona navigazione che secondo il suo prudente e ponderato giudizio -per farsi il quale può e deve pure richiedere il parere dei suoi ufficiali- in quel momento ed in quel frangente ritiene essere i più appropriati. Il fine di ogni comandante è sempre quello di fargli seguire la rotta stabilita e, in ultima analisi, condurre la nave in porto. Nella Chiesa un papa (ed ogni vescovo) deve quindi conoscere alla perfezione non solo la dottrina ma pure le tradizioni e le leggi ecclesiastiche, che costituiscono le "regole della buona navigazione" ed applicarle di volta in volta col solo ed unico intento di condurre la nave non dove vuole lui, non come piace a lui, ma dove vuole la rotta e come vogliono proprio le regole della buona navigazione, cioè le tradizioni e i canoni. E la rotta della Chiesa, il porto verso il quale si dirige è il paradiso.
Il modernismo che infesta le menti di così tanti pastori e fedeli laici invece vuol portare la nave da un'altra parte, e la sta portando da un'altra parte; lo vuol fare seguendo altre rotte, e sta seguendo altre rotte; lo vuol fare applicando altre regole di navigazione, e le sta applicando.
Così come di fronte ad un comandante che palesemente sta portando la nave dentro la burrasca anziché cercare di tirarla fuori da essa, o che comunque sta seguendo una rotta sbagliata l'equipaggio può e deve ammutinarsi, e anzi, sostituire un comandante con la vocazione del suicidio, e/o comunque impedirgli di realizzare il suo folle progetto, così bisogna fare nella Chiesa.
Il potere ed il ruolo del papa (e dei vescovi) deve esser riconsiderato per riportarlo laddove Cristo lo ha messo.
Cristo in Pietro non ha istituito un tiranno, ma un servo. Pietro è stato costituito comandante di un bastimento, non padrone che può disporne pure l'affondamento, se così gli gira o gli garba. Cristo ha pure stabilito la rotta e un papa non può seguirne un'altra.

Da lo spigolatore romano ha detto...

....segue
La priorità del futuro papa o di un futuro concilio è proprio quella di chiarire fin nei minimi particolari i limiti dei poteri papali che non sono e non possono essere assoluti e tirannici, ma sottomessi sia alla Verità rivelata, e sia alle legittime tradizioni. Anche liturgiche.
Il papa cioè non è il padrone della Chiesa né delle tradizioni.
Chiarito per bene come deve esercitarsi il primato romano, cadrebbe pure il maggiore problema sollevato dagli ortodossi e si farebbe dunque un gran balzo in avanti pure nel cosiddetto ecumenismo, da sessant'anni fermo alle inconcludenti, inutili e patetiche pomiciate ad uso fotografico e televisivo.

Non è ammissibile né più tollerabile che una tradizione quindici volte secolare come quella del rito romano sia da cinquant'anni in balia dei prurito di questo o quel papa e venga lasciata alla mercé di questo o quel vescovo come se fosse il loro giocattolo che possono concedere o negare ai loro amichetti in base a come gli gira e a quanto gli garba. A inizio Novecento Pio X, pur mosso da nobilissimi intenti di porre rimedio alle problematiche che la liturgi aveva, ha di fatto polverizzato venti secoli di tradizione ininterrotta ed universale. E stabilito un nobile principio il medesimo fu contraddetto solo pochi anni dopo da Pio XI. Una quarantina d'anni dopo Pio XII anche lui spinto dal desiderio di restauro, applicando metodi erronei e confidando in collaboratori infidi, non ha restaurato nulla ma solo inventato cose nuove e sostituito un anacronismo secolare con uno inventato di sana pianta! Poi ci fu un concilio che ha prescritto un delicato restauro, che è stato però realizzato come la più feroce devastazione liturgica mai vista nella Chiesa. Dopo tale devastazione il rito antico fu proibito di fatto senza esserlo di diritto. La reazione di un vescovo come Lefebvre fece nascere e tenere vivo il problema di una ingiustizia scandalosa perpetrata in nome di un concilio che non l'aveva chiesta. Giovanni Paolo II non ci capì nulla e chiese ad una commissione cardinalizia di stabilire se il messale antico fosse stato abrogato e se un vescovo potesse proibirne l'utilizzo. Stabilito da tale commissione che non c'era nessuna abrogazione e non poteva esserci nessuna proibizione, il papa polacco anziché ripristinare la legalità preferì continuare nell'ingiustizia illegale. E solo dopo il precipitare della questione sollevata dal coraggioso arcivescovo francese si decise a qualche timida concessione, di fatto impedita dalla protervia episcopale, che tollerava e praticava ogni scempio liturgico ma non tollerava un rito millenario. Benedetto XVI mosso dal desiderio di restaurare in qualche modo la giustizia intervenne convintamente cercando come poté di chiarire una situazione giuridica che nel frattempo si era ingarbugliata, con un messale mai abrogato che però di fatto veniva considerato tale e sostituito con un altro messale costruito in nome di un concilio che però non aveva mai chiesto di costruirlo. Ora c'è Francesco che nuovamente proibisce di celebrare la messa antica in quelle chiese che furono consacrate proprio con quel rito e che vi si celebrò pure ininterrottamente per secoli e secoli. E la sua decisione sta già creando una chiesa "leopardata" con una diocesi dove il vescovo ha subito dichiarato di voler assecondare i legittimi desideri dei fedeli tradizionali e quella vicina dove il vescovo ha già proibito ogni uso del messale antico infischiandosene se le chiese dove si celebrava in rito antico era sempre più piene e quelle dove ci celebra more novo sempre più vuote. Da una parte cioè si considera sacro ciò che nella diocesi vicina è considerato blasfemo. E tutto questo mentre intere nazioni sono sull'orlo di uno scisma. E' ora di dire basta a quest'altalena liturgico-tradizionale. La Chiesa, la sua liturgia e le sue tradizioni non possono essere lasciate in balia di questo o di quel papa, di questo o quel vescovo.

Anonimo ha detto...

Compléter le commentaire du cardinal Müller par la remarquable analyse publiée par "The Wanderer". Traduction en français ici :

http://www.benoit-et-moi.fr/2020/2021/07/21/le-syndrome-du-canard-boiteux-ou-la-solitude-du-pape-the-wanderer/

Anonimo ha detto...


# spigolatore romano

Ma quali sarebbero i supposti disastri liturgici provocati da san Pio X e Pio XII?
Bisognerebbe chiarire, altrimenti non si farà altro che aumentare le confusione.
Adesso anche Papa Sarto viene presentato come un nemico della vera liturgia cattolica?
Cerchiamo di ristabilire il senso della misura.

mic ha detto...

Rispondo pezzo per pezzo ad un commento anonimo che non pubblico, perché si tratta di un discorso ingannevole che preso nel suo insieme, senza le obiezioni suscitate dal retropensiero non individuabile immediatamente, ha una sua valenza assertiva che non intendo dargli.

E' essenziale ricordare sempre quello che ha fatto e detto NS Signore Gesù Cristo. Nel predicare la Buona Novella si è fatto capire da tutti i presenti : parlando la lingua del posto. Mai ha voltato la schiena a qualcuno.

Ovvio che il Signore parlasse con la lingua del posto e senza dare le spalle a qualcuno.
Ma in questo caso si tratta della predicazione, e cioè del momento che nella Chiesa corrisponde all'insegnamento (munus docendi). E' per questo che al momento dell'Omelia (parte non celebrativa, ma didattica) il sacerdote si toglie il manipolo che lascia sull'altare e parla dal leggio...

Quando si parla della Liturgia, dobbiamo ricordare innanzitutto che si tratta del culto pubblico dovuto a Dio in base al Suo ius divinum, dal quale discendono su chi lo pratica fiumi di Grazia, a maggior ragione trattandosi della riattualizzazione del Sacrificio di Cristo compiuto una volta per tutte sul Calvario per il nostro riscatto dal peccato originale, ma ripresentato su ogni Altare con la celebrazione di ogni Santa Messa. Da questo discendono due osservazioni.

1. Sulla "lingua del posto"
Nell'Antico Rito il linguaggio non è quello che usiamo tutti i giorni per andare al supermercato. La vetus latina data dal II secolo e il suo è già un linguaggio ieratico, codificato, reso sacro anche dallo scandire delle generazioni ed immutabile, come è necessario che sia per sottrarre i significati profondi alla mutevolezza delle traduzioni nel linguaggio vernacolare che si evolve con i tempi e le culture. Una 'forma' che papa Damaso, nel IV secolo non ardì cambiare se non nelle “letture”, introducendo i testi della Vulgata di S. Girolamo, che Papa Gregorio si adoperò perché fosse diffusa in tutta l’Europa e San Pio V codificò. Oggi, invece, abbiamo assistito e assistiamo a traduzioni - e persino ad arbitrarie manipolazioni - che spesso diluiscono quando non oltrepassano il senso profondo di espressioni intraducibili da custodire e preservare così come sono perché tutte le generazioni possano riceverne la fecondità.
Anche secondo le intenzioni del Concilio (cfr. Sacrosanctum Concilium 36,2) alla lingua volgare si sarebbe dovuto dare spazio, – soprattutto appunto nell’ambito della liturgia della Parola – ma, nel testo conciliare, la norma generale immediatamente precedente recita: «L’uso della lingua latina, salvo un diritto particolare, sia conservato nei riti latini» (Sacrosanctum Concilium 36,1).
Il volgare non è una conquista. La lingua sacra, strutturata, in ogni espressione gesto e significato conserva il dogma, la fede degli Apostoli arrivata fino a noi attraverso i secoli, conserva il senso dell'indicibile e anche dell'intraducibile: ci sono parole che, ribadisco, hanno uno spessore di significato che qualunque traduzione tradirebbe e successive traduzioni rese necessarie dall’evolversi del linguaggio non farebbero che allontanare sempre di più dal loro senso originario. Si partecipa non solo col cervello: bisogna guardare, ascoltare, adorare... in più la lingua universale fa sentire tutti a casa ed ha la stabilità, la pregnanza che la traduzione appunto banalizza, senza contare i sacri silenzi. Il volgare bastava introdurlo, come già si fa nelle celebrazioni Summorum Pontificum, solo nelle letture.

2. sul "voltare le spalle a qualcuno"
Nel Rito antico, preghiera eucaristica, nella quale il sacerdote funge da guida, il sacerdote non dà le spalle al popolo ma è orientato, assieme al popolo e davanti il popolo, verso il Signore. Per questo la stessa direzione di sacerdote e popolo appartiene all’essenza dell’azione liturgica.
Certo il Presidente dell'Assemblea, ad essa rivolto nel NO, crea invece una comunicazione orizzontale...

Segue nel commento successivo

mic ha detto...

Continuo la risposta all'Anonimo dal linguaggio modernista:

Nell'Ultima Cena ha consacrato il pane e vino come Suo corpo e Sangue per la nostra salvezza: e non è scritto da nessuna parte se ha imboccato gli apostoli o gli ha dato in mano il pane.. e questo vuol dire che quel che conta non è tanto la forma ma la Fede. E per noi cristiani di oggi, avere Fede vuol dire credere a quello che insegna da molto tempo la Chiesa : prima della comunione una buona confessione, che ci faccia piangere dei nostri peccati e che ci renda degni di riceverLo. Come sarebbe bello e giusto che il sacerdote prima di distribuire l'Ostia consacrata dica:" Si avvicinino i fedeli che si sono confessati e quelli senza peccato per ricevere il Signore... Quel che conta per il cristiano è arrivare in Paradiso : a costo di arrampicarsi sui vetri se necessario. Necessario sempre avere fede in Cristo e alla Sua Chiesa che essendo costituita da uomini può anche sbagliare... ed anche in questo caso ricordare le parole di NS Signore : "Chi è senza peccato scagli la prima pietra...".

E' vero che nell'ultima Cena il Signore ha transustanziato il pane e il vino (benedicendo l'ultima coppa, quella che nella Cena pasquale ebraica rappresenta il vino messianico, quello degli ultimi tempi). Infatti nella formula consacratoria, sul calice, si dice: "postquam coenatum est...". E, come ha fatto con i Suoi nell'ultima Cena il Signore, ad ogni Messa ci porta sul Calvario mentre offre se stesso al Padre in corpo, sangue, anima e divinità.
OK. Non è scritto da nessuna parte che Il Signore abbia imboccato gli apostoli. Ma oggi, se un fedele sa che sta per ricevere il Suo Signore, come si può pensare che non gli venga spontaneo mettersi in ginocchio e non riceverlo sulle mani non consacrate, ma direttamente in blocca?
A furia di ripetere "quello che conta non è la forma ma la fede" si dimentica che ogni forma veicola una sostanza e che è normale interiorizzare ciò che si vive anche per effetto del come lo si vive. Non a caso tra gli aspetti della liturgia c'è anche quello pedagogico.
Per il resto, sulla confessione e ricevere il Signore in grazia di Dio siamo d'accordo. Ma siamo sicuri che la Chiesa lo insegni ancora con i troppi esempi di misericordia a buon mercato dispensata anche per i peccati più gravi?

Sul "chi è senza peccato scagli la prima pietra" faccio notare che, quando qualcuno di noi fa dei rilievi, non è perché si considera senza peccato o si ritenga superiore agli altri, ma condivide gratuitamente (e con immensa gratitudine) ciò che gratuitamente ha ricevuto nella e dalla Chiesa...

mic ha detto...

Ma quali sarebbero i supposti disastri liturgici provocati da san Pio X e Pio XII?

Non è il primo né l'unico commento che arriva in questo senso. Non ho pubblicato diversi più circostanziati perché si tratta di un discorso impegnativo che richiederà un articolo apposito... e in questi giorni siamo presi da cronache incalzanti...

Anonimo ha detto...

Decenni fa, una signora raccontò l'esperienza di sua madre in carcere in Germania, durante la guerra, nella cella erano una decina di persone alle quali era proibito tra l'altro anche di parlare tra loro. Uscita dal carcere, passata la guerra, trascorsi alcuni anni, la signora ricordò anche il silenzio d'obbligo tra i prigionieri, fu un bene, disse, altrimenti ci saremmo ammazzati tra noi.

Anonimo ha detto...

Mons. Schneider cerca di mediare un po' alla Don Abbondio. Lasciamolo fare. Forse la sua strategia ci aiuterà a sembrare inoffensivi,perché il diavolo è astuto ma anche stupido.
A noi proseguire una strategia parallela più dura.

Anonimo ha detto...

La lettera di Mons. Celada è un capolavoro di santo zelo cattolico, da appendere alla porta della cattedrale, come fece Lutero, ma dovremmo diffonderla anche a Santa Marta.

mic ha detto...

Mons. Schneider?

fabrizio giudici ha detto...

Non è scritto da nessuna parte che Il Signore abbia imboccato gli apostoli.

Una domanda: da che momento, nelle vicende evangeliche, si può assumere che gli apostoli siano stati consacrati?

Anonimo ha detto...

21 luglio 12.03
Mi correggo: card, Müller. Lapsus che non mi spiego se non con il caldo.

Maurizio ha detto...

Ad Anonimo 13:58

(Mi correggo: card, Müller.)

Infatti!
Mons. Schneider, confido che sarà meno diplomatico …

Anonimo ha detto...

Mah,e' singolare che sia Pietro che il Presidente della Cei dopo la malattia abbiano entrambi sferrato l'attacco mortale(?)a quelli che cercavano di spiritualmente sopravvivere nell'anima , allo stesso modo gli allegri facenti politica approfittino di un evento avverso per inginocchiare il pianeta e neutralizzare chi cerca di far vivere il corpo tempio dell'anima..due mosse a tenaglia.

Anonimo ha detto...

L'azione demoniaca è evidente.
Pochi sono coloro che se ne avvedono. Ringraziamo il Signore che viene in nostro aiuto illuminandoci!

Anonimo ha detto...

Card. Muller: "Nessuno può dirsi cattolico se vuole tornare indietro sul Vaticano II".

Direi che non ci siamo proprio...

È urgente capire che il problema del concilio è il nodo da sciogliere, se si vuole davvero resistere ad ogni nuova tappa dell'autodemolizione della Chiesa.

È con il concilio e a causa del concilio che inizia, in modo manifesto, la crisi della Chiesa. Come si può superare questa crisi se non si affronta e non si elimina la sua causa?

Anonimo ha detto...

Riassunto piuccheefficace
https://www.facebook.com/photo/?fbid=1394168347621034&set=a.326126524425227

Anonimo ha detto...

Io direi proprio che il "card." Muller non è cattolico!

Anonimo ha detto...


Non è scritto da nessuna parte che sia accaduto questo o quello tra Gesù e gli Apostoli...

Mai sentito parlare di tradizione non scritta? L'apparizione di Gesù risorto alla Madonna è stata sempre ammessa come avvenuta eppure il Nuovo Testamento non ne parla.
Tradizione orale, una delle due fonti della Rivelazione.
Cerchiamo di non cadere nell'errore protestante del "sola Scriptura".

Anonimo ha detto...

Molti cattolici non sono più cattolici da tempo. Ora è chiaro che la Messa Cattolica non può, non deve essere scollata dalla Dottrina e dalla Morale Cattolica, che non sono la dottrina verbosa e la morale lassa a cui siamo stati abituati nel grande aggiornamento modernista quando la modernità stava per essere ormai superata dalla post modernità.

Bisogna rimettere insieme Messa, Dottrina, Morale, senza se e senza ma. Non basta un celebrante cattolico tradizionale per fare un gregge cattolico. Non basta più. Altrimenti tutto si sfalda, si inquina con le continuità discontinue dei giochi di parole. Basta con il pensiero double face, il gregge è stato disperso, traviato, sbranato. Ora basta.

Sì Sì, NO NO.

Ringrazio chi potrà segnalare il Messale e il Breviario doc, con tutti i dati bibliografici, senza aggiornamenti, ristampe e diavolerie serpeggianti nelle apparenti minuzie. Grazie di cuore.

Anonimo ha detto...

MOTU IMPROPRIO - “VI CACCERANNO DALLE SINAGOGHE” Gv 16,2. TURCO, VALLI, VIGLIONE
Trasmesso in streaming dal vivo 13 ore fa
Confederazione Triarii
TWT - MERCOLEDÌ 21 LUGLIO 2021 - 0RE 21:15
https://www.youtube.com/watch?v=wx-Hk2yi3bM

Bel confronto,personalmente ho apprezzato particolarmente il Prof.Giovanni Turco e il giornalista Aldo Maria Valli .