giovedì 22 luglio 2021

Don Domenico Celada - Agli illustri assassini della nostra santa Liturgia

Indice degli interventi su Traditionis custodes.
Riprendiamo la lettera aperta scritta dal musicologo Monsignor Domenico Celada nei primi anni della rivoluzione liturgica montiniana (1969) indirizzata agli “assassini della nostra Santa Liturgia”. Si tratta di un documento che profetizzava ciò che sarebbe accaduto nella Chiesa; Tanto più attuale oggi che il Motu proprio Traditionis custodes tenta di soffocare ogni espressione di fedeltà al Rito Tridentino. Senza curarsi del degrado liturgico che con la nuova messa imposta dal Concilio Vaticano II, si è perpetrato e continua drammaticamente a perpetrarsi in questi nostri tempi di profonda crisi nella Chiesa cattolica. La lettera aperta di mons. Celada smascherava (e smaschera) lo spirito che animava (e anima) i sabotatori della Messa cattolica. 
La lettera è preceduta da un suo articolo pubblicato il 20 febbraio 1969 sul quotidiano Il Tempo. Questo e altri scritti provocarono l’avversione della Curia, la quale tolse ogni incarico al sacerdote-scrittore (insegnava musica e storia del gregoriano all'Università lateranense), riducendolo alla più nera indigenza. Dopo poco più dì un anno, si ammalò e morì giovane tra il compianto di tutti quelli che lo avevano conosciuto. Ecco dunque le sue acute e vibranti parole... 
Articolo di mons. Domenico Celada 

Ricordo di aver scritto, nel numero dell’aprile-giugno 1966 di una rivista musicale, una nota sulla liturgia dopo il Concilio Vaticano II.

Erano quelli i mesi nei quali andava delineandosi, in tutta la sua tragica portata, il piano demolitore di certi « liturgisti », giunti a proporre quelle cosiddette «messe dei giovani» (accompagnate da orchestrine da balera) che rappresentano — pur prescindendo da qualsiasi considerazione di carattere religioso — il trionfo dell'ignoranza e della stupidità.

Scrivevo allora: «La sacra liturgia attraversa un periodo di grande crisi, forse il più doloroso della sua storia. Mai si vide tanta decadenza e confusione: si stava veramente toccando il fondo...».

In tale occasione mi pervennero messaggi di consenso e di lode, lo posso ben dire, da ogni parte del mondo cattolico: erano lettere di semplici fedeli, di molti sacerdoti e parroci, perfino di vescovi e cardinali. Tuttavia, per essere sincero, debbo dire che mi giunse anche una forte «reprimenda» da parte di quell'ufficio ecclesiastico incaricato della cosiddetta riforma liturgica, ufficio noto col nome di «Consilium», sul quale esiste ormai una vastissima letteratura non certo benevola.

L'estensore della «reprimenda» (redatta su carta intestata, con tanto di stemma e numero di protocollo) cominciava col mostrarsi scandalizzatissimo per la mia diagnosi di «crisi» della liturgia, e replicava che, viceversa, «la liturgia attraversa oggi uno dei periodi più fiorenti e più promettenti»; dopodiché sentenziava che i miei rilievi erano di una «falsità supina», e che tutto lo scritto rappresentava una «insinuazione offensiva» e una «valutazione soggettiva ed errata». La mia era, per giunta, una «prosa sconcertante, sfrontata, offensiva e audace».

Emersi a stento, anche se del tutto incolume, da quella frana di aggettivi, raggruppati a quaterne, sotto la quale sarei potuto rimanere soffocato. Da allora non sono trascorsi neppure tre anni.

Una ventina di giorni fa, apro l'Osservatore romano e trovo un articolo di sette colonne (un'intera pagina del quotidiano della Santa Sede) intitolata Storia della Chiesa e crisi della Chiesa.
In esso l'insigne storiografo Hubert Jedin scrive testualmente: «C'è innanzitutto, visibile per tutti, la crisi liturgica. Io non vorrei parlare di caos. Ma quando oggi, di domenica mattina, si fa il giro delle chiese parrocchiali di una città, si trova in ciascuna un servizio divino "organizzato" differentemente; ci si imbatte in omissioni; si odono talvolta letture diverse da quelle previste finora dall'ordinamento delle pericopi; se poi ci si viene a trovare in un altro Paese di cui non si conosce la lingua, ci si sente affatto estranei...».

Mi sembra importante notare come Hubert Jedin, nella sua chiara diagnosi dell'attuale situazione della Chiesa, menzioni «innanzitutto» — ancor prima della crisi della fede — appunto la crisi liturgica, ormai «visibile per tutti». Considerata l'autorità dello scrittore e quella del giornale vaticano, che non ospita mai un articolo se non dopo il più rigoroso controllo, bisogna concludere che oggi la crisi della liturgia è un dato di fatto incontestabile, e che è lecito parlarne e scriverne senza il timore di vedersi recapitare missive piene di aggettivi poco lusinghieri.

D'altra parte, in tre anni sono successe molte cose: la Congregazione dei Riti è stata costretta a intervenire contro i molti esperimenti arbitrari con una «dichiarazione» del 29 dicembre 1966 (rimasta peraltro lettera morta), e lo stesso Pontefice, nella famosa allocuzione del 19 aprile 1967, ha espresso il suo dolore e la sua apprensione per quanto accade in campo liturgico, sottolineando il « turbamento dei buoni fedeli » e denunciando una certa mentalità tesa alla «demolizione dell'autentico culto cattolico», implicante altresì «sovvertimenti dottrinali e disciplinari».

Ma interessante è soprattutto il paragone che lo studioso stabilisce fra la crisi attraversata dalla Chiesa nel XVI secolo e quella del tempo presente.
Come superò tale crisi la Chiesa? Risponde Jedin: «Non rinunciando alla sua autorità, né accettando formule equivoche di compromesso, né accogliendo il caos liturgico creato da innovazioni arbitrarie nel servizio divino ».

È verissimo.
Se i decreti tridentini ristabilirono la sicurezza della fede, il messale e il breviario di San Pio V unificarono ancor più la liturgia. Non bisogna infatti dimenticare che la «lex orandi», secondo l'antico detto, è anche «lex credendi»: la legge della fede. (Appare quindi logico che all'odierna «licentia orandi» corrisponda una «licentia credendi»).

Scrive ancora Hubert Jedin: «Temo che fra non molto in qualche luogo non si troverà più addirittura un messale latino...».

Eppure — ricorda lo studioso — «la stessa Costituzione liturgica (art. 36) mantiene come regola, alla stessa guisa di prima, la liturgia latina. Non sarebbe un non senso che la Chiesa cattolica nel nostro secolo, nel secolo dell'unificazione del mondo, rinunciasse completamente ad un così prezioso vincolo di unità, come è la lingua liturgica latina? Non sarebbe uno scivolare molto tardivo in un nazionalismo già ritenuto sorpassato?...».

Si tratta di domande puramente retoriche, in quanto l'inspiegabile rinuncia è già praticamente avvenuta «in fraudem legis»: contro l'obbligatorietà di una legge conciliare che chiaramente prescrive di conservare l'uso del latino, e contro il diritto dei fedeli cattolici al godimento di un bene comune.

Ora, spezzata l'unità della lingua e distrutta l'identità dei riti, il caos si è esteso dal campo liturgico a quello dottrinale.

Già nell'aprile 1967, Paolo VI cominciava a lamentare «qualche cosa di molto strano e doloroso», e precisamente l'«alterazione del senso della fede unica e genuina». Era la conseguenza — di una logica perfetta e inesorabile — della manomissione del grandioso edificio della Liturgia, ossia dell'aver tradotto, mutilato e sostituito testi e formule che rappresentavano una «summa» di pietà e di dottrina.

Si comprende oggi più che mai la verità dell'insegnamento di Pio XII nell'enciclica «Mediator Dei»: «L'uso della lingua latina è un chiaro e nobile segno di unità, e un efficace antidoto ad ogni corruttela della pura dottrina».

La crisi della liturgia è ormai «visibile per tutti». Molti inganni sono stati scoperti. Nonostante ciò, gli innovatori continuano a lavorare, con l'affanno proprio di chi non è sicuro di se stesso, per manomettere, stravolgere e demolire quel poco che resta. (È recente un convegno di liturgisti per dissertare intorno a «nuove preci eucaristiche» e ad un nuovo «ordo Missae»...).

A proposito di questi ostinati riformatori che vanno sconciando la liturgia il celebre romanziere cattolico Francois Mauriac ha scritto, or non è molto: «Mi chiedo, in preda a un panico improvviso: e se tutti questi brillanti innovatori non fossero che un branco di atroci imbecilli? Allora non ci sarebbe più scampo: poiché s'è avverato che i sordi riacquistino l'udito, che i ciechi vedano daccapo, è perfino accaduto che i morti risuscitino; ma non c'è nessuna prova, nessun documento, su un idiota che abbia cessato di esserlo».

Mi pare che l'accademico di Francia sia un po' troppo pessimista. Sembra aver dimenticato che qualsiasi idiota, anche se non può cessare di esser tale, può semplicemente essere messo in condizione di non nuocere.
* * *
Lettera aperta di mons. Domenico Celada

È da tempo che desideravo scrivervi, illustri assassini della nostra santa Liturgia. Non già perch’io speri che le mie parole possano avere un qualche effetto su di voi, da troppo tempo caduti negli artigli di Satana e divenuti suoi obbedientissimi servi, ma affinché tutti coloro che soffrono per gli innumerevoli delitti da voi commessi possano ritrovare la loro voce.

Non illudetevi, signori. Le piaghe atroci che voi avete aperto nel corpo della Chiesa gridano vendetta al cospetto di Dio, giusto Vendicatore.

Il vostro piano di sovversione della Chiesa, attraverso la liturgia, è antichissimo. Ne tentarono la realizzazione tanti vostri predecessori, molto più intelligenti di voi, che il Padre delle Tenebre ha già accolto nel suo regno. Ed io ricordo il vostro livore, il vostro ghigno beffardo, quando auguravate la morte, una quindicina d’anni fa, a quel grandissimo Pontefice che fu il servo di Dio Eugenio Pacelli, poiché questi aveva compreso i vostri disegni e vi si era opposto con l’autorità del Triregno. Dopo quel famoso convegno di “liturgia pastorale”, sul quale erano cadute come una spada le chiarissime parole di Papa Pio XII, voi lasciaste la mistica Assisi schiumando rabbia e veleno.

Ora ci siete riusciti. Per adesso, almeno. Avete creato il vostro “capolavoro”: la nuova liturgia.

Che questa non sia opera di Dio è dimostrato innanzitutto (prescindendo dalle implicazioni dogmatiche) da un fatto molto semplice: è di una bruttezza spaventosa. È il culto dell’ambiguità e dell’equivoco, non di rado il culto dell’indecenza. Basterebbe questo per capire che il vostro “capolavoro” non proviene da Dio, fonte d’ogni bellezza, ma dall’antico sfregiatore delle opere di Dio.

Si, avete tolto ai fedeli cattolici le emozioni più pure, derivanti dalle cose sublimi di cui s’è sostanziata la liturgia per millenni: la bellezza delle parole, dei gesti, delle musiche. Cosa ci avete dato in cambio? Un campionario di brutture, di “traduzioni” grottesche (com’è noto, il vostro padre, che sta laggiù non possiede il senso dell’umorismo), di emozioni gastriche suscitate dai miagolii delle chitarre elettriche, di gesti ed atteggiamenti a dir poco equivoci.

Ma, se non bastasse, c’è un altro segno che dimostra come il vostro “capolavoro” non viene da Dio. E sono gli strumenti di cui vi siete serviti per realizzarlo: la frode e la menzogna. Siete riusciti a far credere che un Concilio avesse decretato la disparizione della lingua latina, l’archiviazione del patrimonio della musica sacra, l’abolizione del tabernacolo, il capovolgimento degli altari, il divieto di piegare le ginocchia dinanzi a Nostro Signore presente nell’Eucaristia, e tutte le altre vostre progressive tappe, facenti parte (direbbero i giuristi) di un “unico disegno criminoso”.

Voi sapevate benissimo che la “lex orandi” è anche la “lex credendi”, e che perciò mutando l’una, avreste mutato l’altra.

Voi sapete che, puntando le vostre lance avvelenate contro la lingua viva della Chiesa, avreste praticamente ucciso l’unità della fede.

Voi sapevate che, decretando l’atto di morte del canto gregoriano della polifonia sacra, avreste potute introdurre a vostro piacimento tutte le indecenze pseudomusicali che dissacrarono il culto divino e gettano un’ombra equivoca sulle celebrazioni liturgiche.

Voi sapevate che, distruggendo tabernacoli, sostituendo gli altari con le “tavole per la refezione eucaristica”, negando al fedele di piegare le ginocchia davanti al Figlio di Dio, in breve avreste estinto la fede nella reale presenza divina.

Avete lavorato ad occhi aperti. Vi siete accaniti contro un monumento, al quale avevan posto mano cielo e terra, perché sapevate di distruggere con esso la Chiesa. Siete giunti a portarci via la Santa Messa, strappando addirittura il cuore della liturgia cattolica. (Quella S.Messa in vista della quale noi fummo ordinati sacerdoti, e che nessuno al mondo ci potrà mai proibire, perché nessuno può calpestare il diritto naturale).

Lo so, ora potrete ridere per quanto sto per dire. E ridete pure. Siete giunti a togliere dalle Litanie dei santi l’invocazione “a flagello terremotus, libera nos Domine”, e mai come ora la terra ha tremato ad ogni latitudine. Avete tolto l’invocazione “a spititu fornicationis, libera nos Domine”, e mai come ora siamo coperti dal fango dell’immoralità e della pornografia nelle sue forme più repellenti e degradanti. Avete abolito l’invocazione “ut inimicos sanctae Ecclesiae umiliare digneris”, e mai come ora i nemici della Chiesa prosperano in tutte le istituzioni ecclesiastiche, ad ogni livello.

Ridete, ridete. Le vostre risate sono sguaiate e senza gioia. Certo è che nessuno di voi conosce, come noi conosciamo, le lacrime della gioia e del dolore. Voi non siete neppure capaci di piangere. I vostri occhi bovini, palle di vetro o di metallo che siano, guardano le cose senza vederle. Siete simili alle mucche che guardano il treno. A voi preferisco il ladro che strappa la catenina d’oro al fanciullo, preferisco lo scippatore, preferisco il rapinatore con le armi in pugno, preferisco persino il bruto e il violatore di tombe. Gente molto meno sporca di voi, che avete rapinato il popolo di Dio di tutti i suoi tesori.

In attesa che il vostro padre che sta laggiù accolga anche voi nel suo regno, “laddove è pianto e stridor di denti”, voglio che voi sappiate della nostra incrollabile certezza che quei tesori ci saranno restituiti. E sarà una “restitutio in integrum”. Voi avete dimenticato che Satana è l’eterno sconfitto. - Fonte

13 commenti:

Anonimo ha detto...

Stupenda.
Deo gratias!

Anonimo ha detto...

Assassini della liturgia...e non solo di quella : vedasi papa Luciani, lo stesso mons. Celada (responsabili i superiori), quel vescovo lombardo che morì di crepacuore a causa di una lettera di Mons Montini arcivescovo di Milano ( con quella lettera fu ricattato da un prete che fece una rapida carriera ecclesiastica...), forse anche il card. Celso Costantini, conservatore, a Roma per il Conclave 1958...ecc.

Anonimo ha detto...

" Mi sono accostato al Rito Antico in maniera provvidenziale, in un momento in cui stavo smarrendo l’entusiasmo di essere prete e anche il mio modo di vivere e presiedere la liturgia stava diventando sempre più banale e ripetitivo. Grazie alla Messa Antica ho riscoperto il senso più profondo ed autentico del mio essere prete, il valore inestimabile del Sacrificio dell’Altare, la preziosità del silenzio e del raccoglimento. Grazie alla Messa Antica ho potuto dare nuovo senso e nuova profondità anche al mio celebrare la Messa Novus Ordo, che regolarmente condivido con le mie comunità, sia nei giorni feriali che in quelli festivi. Nessun pericolo di rifiuto della riforma liturgica e del Concilio, nella verità dei documenti che ha prodotto.
Vera anche l'affermazione che sono tanti i giovani che la desiderano e la frequentano, molti di più di quello che partecipano alla liturgia ordinaria.
La Messa Antica va difesa e promossa, è Tradizione della Chiesa e profondissima esperienza di fede.
Solo chi non crede nel Mistero che si realizza nella Messa può disprezzare questa meravigliosa esperienza di partecipazione alla vita Trinitaria..."
Un anonimo sacerdote online

Anonimo ha detto...

«…il piano demolitore di certi "liturgisti"… »

J'ai relu, ces jours-ci, un ouvrage un peu oublié du père dominicain français Pie Duployé, l'un des principaux préparateurs et acteurs, depuis le début des années 30, de la future révolution liturgique. Le livre s'appelle : "Les origines du Centre de Pastorale Liturgique, 1943-1949". Il a été publié chez Salvator, à Mulhouse, en 1968. Un an, donc, avant l'imposition de la "nouvelle messe". L'auteur y confirme le caractère systématique, nullement improvisé, du plan de subversion — on ne parlait pas encore, à l'époque, de "complot", mais c'en était vraiment un —, et décrit avec talent le climat d'exaltation dont étaient possédés tous les participants, des plus connus (Guardini, Casel, Beauduin, Vonier, Chenu, Congar, Bouyer, etc.) aux plus modestes.

Il s'agissait de rien moins que de changer l'Église.

L'occasion, miraculeuse, de mettre en œuvre ledit plan allait surgir avec Vatican II et grâce à la complicité, entre autres, d'un certain Giovanni Battista Montini, devenu Paul VI…

Unknown ha detto...

Gentile anonimo sacerdote, dopo tutte queste alate parole, come fa ad accettare le eresie conciliari e la falsa liturgia che su esse si basa (lex Morandi lex credendi)? Capisco la umana difficoltà di perdere comunità sostentamento ecc ma una scelta si impone . Pensiamo ai Martiri.

Elle ha detto...

Per 22 luglio 2021 17:08
Carissimo caro , e' una gioia sentirLe dire queste parole.
L'umilta' di non sentirsi "arrivati" ma approfondire/studiare/risalire ai Padri della Chiesa, a quanto la Chiesa Cattolica Apostolica ha operato nel corso dei secoli, stare il piu' possibile con NSGC da' alla Vostra anima l'ossigeno necessario per lodarLo e per condurre/ istruire/servire/correggere convenientemente il gregge che Le e' stato affidato.
La SS.Vergine La custodisca nel Suo Sacro Cuore!

Anonimo ha detto...

22 luglio - festa di Santa Maria Maddalena, Penitente

Colletta

Beátæ Maríæ Magdalénæ, quǽsumus, Dómine, suffrágiis adiuvémur : cuius précibus exorátus, quatriduánum fratrem Lázarum vivum ab ínferis resuscitásti : Qui vivis.

Unknown ha detto...

Il telefono mi cambia le parole. Lex Morandi ovviamente

Per 22 luglio 2021 17:08 ha detto...

Sul mensile Radici Cristiane (n.142) fu pubblicata un’intervista al professor Peter Kwasniewski. Quando l’intervistatrice Chiara Chiessi gli domanda se il demonio odia la Messa in rito antico, Kwasniewski risponde:

Il demonio odia la disciplina, l’ordine, la bellezza, l’umiltà, il sacrificio, la lode liturgica, la tradizione ed il sacerdozio. L’antica liturgia romana -e sto parlano qui non solo della Messa, ma anche dell’Ufficio divino e di tutti i sacramentali- è permeata di ordine e bellezza.

Richiede immensa umiltà e disciplina da parte dei ministri, che devono celebrare in maniera giusta ed adeguata. Sopprime deliberatamente l’individualità ed il desiderio di “apparire” o di “essere se stessi”. Tende all’adorazione ed alla glorificazione di Dio, con Cristo stesso come Sommo Sacerdote e tutti gli altri come servi. Paradossalmente, edifica ed avvantaggia gli stessi fedeli, proprio perché è teocentrica e cristocentrica, non antropocentrica come la moderna filosofia e cultura...

http://itresentieri.it/il-professor-kwasniewski-la-liturgia-tradizionale-e-un-esorcismo-perpetuo-ecco-perche-il-demonio-la-odia-cosi-tanto/

Anonimo ha detto...


Le espressioni accorate di Paolo VI sul caos che si era creato nella liturgia, sembrano le classiche lacrime di coccodrillo.
Bastava non scassare tutto con la sciagurata riforma, voluta e imposta da lui.
Già prima del Concilio Montini era favorevole ad allargare l'uso del volgare nell'antico rito. Il Concilio afferma doversi mantenere il latino ma nello stesso tempo apre notevoli spazi all'uso del volgare, ampliandolo assai (si veda la Cost Conc. Sacrosanctum Concilium).
Sicuramente, il mantenimento del latino, per tutta l'ala neomodernista in vittoriosa avanzata era solo una dichiarazione di facciata. E così è stato.
Mi sbaglierò, ma mi sembra che la tendenza generale sia sempre quella di restare sempre nell'ambito del Vaticano II, come se si dovesse ancora realizzare la sua corretta applicazione: certe novità liturgiche rivoluzionarie quel Concilio non le ha promosse direttamente, quindi... Ma di quelle novità ha posto i presupposti già con l'introdurre il principio dell'aggiornamento (prudente, si capisce, precauzione retorica e inutile) all'insegna del principio di creatività (che faceva vedere i suoi funesti effetti già da subito, come notava Hubert Jedin).
La coraggiosa denuncia di mons. Celada è carente solo in un punto: nel non mettere anche il papa regnante sul banco degli accusati. Senza la complicità e l'appoggio di Roncalli e Montini i Novatori non avrebbero potuto far niente, né in Concilio né dopo il Concilio.
In un'istituzione gerarchica e piramidale come la Chiesa cattolica, il primo responsabile di uno sconvolgimento rivoluzionario del genere, partito dal suo interno e guidato da teologi già censurati dal predecessore, è evidentemente il suo capo terreno.
E che ci sia stata la complicità dei papi regnanti risulta dai fatti, se li si vole analizzare.
Z.

Anonimo ha detto...

Concordo con Unkwnon e mi associo nel suo appello all' anonimo sacerdote, così vicino alla Verità tutta intera, che ancora però non vuole scegliere come unica pozione della sua vita sacerdotale. Suvvia caro fratello, un ultimo, piccolo sforzo, per uscire da mezzo al guado e non rischiare di essere travolto dall' ondata di piena delle prossime eresie bergogliane

Unknown ha detto...

Non solo Montini era favorevole al volgare ma già celebrava faccia al popolo e preparava come assistente degli universitari cattolici idee innovatrici, tanto da essere rimosso.

Anonimo ha detto...

Il governo di Dublino mantiene da mesi il divieto di celebrare Prime comunioni e cresime con il pretesto di evitare le feste che ne seguono. I vescovi denunciano un attacco alla libertà religiosa, ma è la testimonianza di una Irlanda sempre più anticattolica.
In questo contesto è significativa la recente campagna condotta dall'organizzazione Aiuto alla Chiesa che soffre per sensibilizzare sulla difficile situazione dei cristiani in questo paese. Sono state celebrate messe in tutta l’Irlanda presso le “Mass rocks”, pietre che fungevano da altare durante il periodo delle persecuzioni protestanti (soprattutto nel XVII secolo) e dove i sacerdoti portavano di nascosto i Sacramenti ai fedeli.