Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

venerdì 23 gennaio 2026

In Illo Tempore: II Domenica dopo l’Epifania

Nella nostra traduzione da OnePeterFive la consueta meditazione di P. John Zuhlsdorf che ogni settimana ci consente di approfondire i tesori di grazia ricevuti nella domenica precedente qui. Importante anche per i riferimenti al superamento dei problemi attuali.

In Illo Tempore: II Domenica dopo l’Epifania

Siamo entrati con decisione nel Tempo di Epifania, quel breve ma densissimo tratto dell’anno liturgico che ci conduce dalla grande Festa stessa verso la soglia della Settuagesima. Anche se il calendario avanza, permane una forte attrazione magnetica verso l’Epifania, come se la Chiesa, dopo aver contemplato una volta la manifestazione della gloria di Cristo, non riuscisse a distogliere facilmente lo sguardo. La Seconda Domenica dopo l’Epifania si colloca all’interno di questo campo di attrazione. Non è una domenica isolata, ma una domenica che continua a risuonare della luce rivelata per la prima volta il 6 gennaio, data che — è bene ricordarlo — l’Epifania ha sempre mantenuto, indipendentemente da successivi adattamenti o trasferimenti.

Un tempo l’Epifania possedeva una propria Ottava, purtroppo abolita nel 1955, e l’ottavo giorno, sempre il 13 gennaio, sopravvive oggi nel calendario del Vetus Ordo come Commemorazione del Battesimo del Signore. Questa collocazione non è casuale. Sul Giordano, mentre Cristo Si sottometteva al battesimo di Giovanni, i cieli si aprirono e la voce del Padre Lo proclamò Figlio diletto. Il Battesimo è dunque una teofania, una manifestazione della divinità, non meno dell’adorazione dei Magi, i cui doni di oro, incenso e mirra confessavano l’identità del Bambino Che adoravano. La liturgia, con il suo istinto per la simmetria teologica, ha sempre riconosciuto che questi eventi sono collegati.

In questa Seconda Domenica dopo l’Epifania, il Vangelo ci offre il racconto delle Nozze di Cana, dove il Signore compì il Suo primo miracolo pubblico e mutò l’acqua in vino. Anche qui, la Sua identità divina è rivelata da un segno che preannuncia il banchetto delle nozze celesti (cfr. Is 25,6). Epifania, Battesimo e Cana sono dunque potentemente orientati l’una verso l’altro, come calamite cariche della stessa forza. L’antica Chiesa diede voce esplicita a questa unità nell’antifona del Magnificat cantata ai Vespri dell’Epifania e della sua antica Ottava:
Tribus miráculis ornátum diem sanctum cólimus:
hódie stella Magos duxit ad praesépium:
hódie vinum ex aqua factum est ad núptias:
hódie in Iordáne a Ioánne Christus baptizári vóluit, ut salváret nos, allelúia.


Celebriamo questo santo giorno ornato di tre miracoli:
oggi una stella guidò i Magi alla mangiatoia;
oggi alle nozze l’acqua fu cambiata in vino;
oggi Cristo volle essere battezzato da Giovanni nel Giordano per la nostra salvezza.
Alleluia.
La Santa Chiesa, sapendo che un solo giorno non basta per contemplare un mistero così grande come la manifestazione del Figlio di Dio, dispiega questi eventi in una sequenza di feste correlate. Questa sequenza sopravvive nel Novus Ordo, ma è fortemente oscurata dallo spostamento dell’Epifania alla domenica, dalla mutilazione del tempo di Natale e dalla brusca sostituzione del Tempo di Epifania con il cosiddetto Tempo Ordinario. Le Nozze di Cana compaiono solo nell’Anno C del Lezionario moderno, separate dai loro compagni liturgici. Si avverte un senso innegabile di frammentazione, un’atmosfera sterile e clinica, in cui il ritmo organico del tempo sacro è stato appiattito. Joseph Ratzinger diagnosticò questo problema con chiarezza ne La festa della fede:
Una delle debolezze della riforma liturgica postconciliare può senza dubbio essere ricondotta alla strategia a tavolino degli accademici, che hanno progettato sulla carta cose che in realtà avrebbero richiesto anni di crescita organica. L’esempio più lampante è la riforma del calendario: i responsabili semplicemente non si resero conto di quanto le diverse feste annuali avessero influenzato il rapporto del popolo cristiano con il tempo […], ignorarono una legge fondamentale della vita religiosa.
Mentre il Tempo di Epifania si svolge nei paramenti verdi, ci avviciniamo a un altro punto di riferimento dell’anno liturgico che è stato tragicamente eliminato dal calendario postconciliare: la Settuagesima e il periodo di pre-Quaresima. Che la sua soppressione abbia realmente giovato ai fedeli resta una questione aperta, soprattutto alla luce di Sacrosanctum Concilium 23, che afferma:

Non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa; e si abbia cura che le nuove forme scaturiscano in qualche modo organicamente da quelle già esistenti.

L’eliminazione dell’Ottava dell’Epifania e del tempo pre-quaresimale solleva seri interrogativi circa la fedeltà a questi principi.

Tornando al Vangelo di Cana, lo stesso evangelista ci invita a prestare attenzione al tempo. Giovanni ci dice che le nozze ebbero luogo “il terzo giorno”. Terzo giorno dopo che cosa? Seguendo i giorni scanditi ripetutamente dall’espressione “il giorno seguente”, siamo ricondotti al Battesimo del Signore. Le Nozze di Cana caddero dunque nell’ottava del Battesimo del Signore, completando una settimana liturgica carica di significato sacramentale. A Cana l’ambientazione è nuziale. Nella Genesi, il settimo giorno della creazione vede l’umanità entrare nella pienezza nuziale, con la creazione sponsale di Eva dal fianco di Adamo. Nel Vangelo di Giovanni, i temi della creazione risuonano fin dal Prologo e culminano in questo matrimonio, per proclamare che Cristo è il nuovo Adamo e Maria la nuova Eva. Il Battesimo, dove lo Spirito aleggia sulle acque come in Genesi 1,2, ci rende nuove creature.

Le celebrazioni nuziali ebraiche duravano di solito diversi giorni, spesso sette, e la responsabilità di provvedere il vino spettava allo sposo. La mancanza di vino a Cana è quindi al tempo stesso socialmente imbarazzante e simbolicamente carica. L’intervento di Maria è discreto e penetrante. Non impartisce un comando. Si limita a constatare un fatto: “Non hanno vino” (2,4).

La risposta del Signore è resa in modo diverso nelle varie traduzioni inglesi.
KJV: “Donna, che ho a che fare con Te? Non è ancora giunta la Mia ora”.

RSV: “Donna, che c’è tra Me e Te? La Mia ora non è ancora venuta”.

Knox: “No, donna, perché Mi importuni? La Mia ora non è ancora giunta”.
La traduzione Knox riporta una nota: “Il greco qui è ambiguo; alcuni lo interpreterebbero: ‘Che importa a Me o a Te?’, ma è più probabilmente da intendersi come un idiomatismo ebraico: ‘Che ho a che fare con Te?’, cioè ‘LasciaMi stare, non interferire con Me’, come in Mt 8,29…”. Matteo 8,29 è il passo in cui i demoni gridano a Gesù prima che Egli li mandi nei porci.
Versione Douay-Rheims (DRA): “Donna, che è questo per Me e per Te? La Mia ora non è ancora venuta”.
La DRA conserva l’idiomatismo greco ed evita ogni suggerimento di scortesia. Rivolgendosi a Sua Madre chiamandola “donna”, Cristo evoca la prima Eva e anticipa la donna vestita di sole di Apocalisse 12. Il titolo unisce l’inizio e la fine delle cose, la creazione e il compimento.

Il riferimento alla “Mia ora” spinge il racconto in avanti verso la Passione. In tutto il Vangelo di Giovanni, il linguaggio dell’ora funziona come un filo teologico. Al pozzo di Samaria, Cristo dichiara: “Donna, credimi, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre… Viene l’ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (Gv 4,21-23). A Gerusalemme annuncia: “In verità, in verità vi dico: viene l’ora, ed è questa, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno udita vivranno” (Gv 5,25). Quando alcuni Greci si rivolgono a Filippo cercando Gesù, Egli proclama: “È giunta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato” (Gv 12,23). La gloria che prevede è la stessa di cui Giovanni parlava nel Prologo: “Abbiamo contemplato la Sua gloria, gloria come del Figlio unigenito del Padre” (Gv 1,14), rivelata in modo supremo nella sofferenza e nella morte.

A Cana, Cristo trasforma una quantità straordinaria di acqua in vino, circa 680 litri, una sovrabbondanza che supera ogni necessità pratica. I profeti avevano annunciato che il giorno della salvezza sarebbe stato segnato da un banchetto di cibi succulenti e vini scelti. Isaia proclama che in quel giorno il Signore “eliminerà la morte per sempre” e “asciugherà le lacrime su ogni volto” (Is 25,8). Fornendo il vino, Cristo assume il ruolo dello sposo, rivelandosi come lo Sposo divino a lungo promesso dai profeti: “Come lo sposo gioisce per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,5). Osea registra la promessa del Signore: “Ti farò mia sposa per sempre” (Os 2,19).

Sant’Agostino colse la profondità eucaristica di questa immagine. Nei suoi Trattati sulla Prima Lettera di Giovanni scrisse: “Ogni celebrazione è una celebrazione nuziale; si celebrano le nozze della Chiesa. Il Figlio del Re sta per sposare una sposa, e il Figlio del Re è egli stesso un Re; e gli invitati che frequentano le nozze sono essi stessi la Sposa” (In Epist. Io. ad Parthos, tr. 2,2). Ogni Messa è dunque un banchetto nuziale in cui Cristo si unisce alla Sua Chiesa.

Il beato Ildefonso Schuster, riflettendo su questo Vangelo, colse una supplica ancora più profonda nelle parole di Maria. Scrisse:
Tutta la scena descritta nel Vangelo odierno, oltre a registrare il primo miracolo del Signore, vela un significato profondo nel quale la mente umana penetra con difficoltà. Quanto è dolce e consolante per i figli di Maria sapere che Gesù, su Sua richiesta, anticipa l’ora della Sua manifestazione al mondo. Quid mihi et tibi est, mulier? nondum venit hora mea. Qualunque spiegazione si dia di queste parole con cui il Salvatore, nella verità della sua natura umana, afferma la propria perfezione divina, è certo che esse devono essere intese in senso affermativo e benevolo, così come Maria stessa le comprese. Ella chiese il vino non solo per le necessità del banchetto nuziale, ma anche per quell’altro vino di cui la bevanda miracolosa di Cana era soltanto il simbolo, cioè la Santa Eucaristia.
Schuster prosegue osservando che sarebbero trascorsi tre anni prima che il tipo fosse compiuto nell’antitipo, e che l’acqua mutata in vino a Cana annunciava il mistero eucaristico — il vino mutato in Sangue — la cui ora non era ancora giunta.

Questa traiettoria eucaristica prosegue attraverso la Passione. Nell’Ultima Cena, Cristo non beve il quarto calice rituale della Pasqua. Va invece al Getsemani e parla del calice che deve bere. Sulla Croce dice: “Ho sete” (Gv 19,28), e gli viene dato oxos, vino acido mescolato con acqua, la bevanda dei soldati romani. Solo allora proclama consummatum est (Gv 19,30 — tetélestai). Il mistero nuziale giunge al suo compimento.

Il vino appare nel Vangelo di Giovanni solo a Cana e sulla Croce, legando l’inizio e la fine in un’unica offerta sacrificale.

L’Epistola di questa domenica, Romani 12,6-16, introduce questi misteri nel tessuto della vita cristiana. Paolo esorta i fedeli a esercitare i loro doni con umiltà, generosità e perseveranza. Al centro del suo consiglio sta l’esortazione: “Siate lieti nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera” (Rm 12,12). Queste parole — che potrebbero essere applicate all’atteggiamento di Maria al banchetto nuziale — erano rivolte a una comunità numericamente piccola e vulnerabile all’incomprensione e alla persecuzione. Restano attuali ovunque la fedeltà a Cristo comporti sofferenza.

Anche all’interno della Chiesa non mancano le prove. Molti fedeli sperimentano privazioni in ciò che tocca il cuore del culto. L’immagine delle giare vuote di Cana è diventata un simbolo toccante. Per coloro che desiderano la Messa Tradizionale, il banchetto eucaristico può sembrare impoverito o lontano. L’accesso può essere limitato, ridotto o eliminato del tutto. Nei giorni scorsi abbiamo visto come il Prefetto del Culto Divino abbia distribuito ai cardinali riuniti in concistoro un saggio anti-tradizione. Era un discorso banale, improvvisato, che, se esaminato con attenzione, risulta più manipolatorio che realmente persuasivo. E tuttavia è un ulteriore segno che, se certe persone continueranno a imporsi, la persecuzione continuerà.

A coloro che dissentono rispondo: “Se questa iniziativa viene da Dio, non riuscirete a distruggerla; rischiate anzi di trovarvi a combattere contro Dio” (At 5,39).

In momenti come questi, il Vangelo ci conduce a Maria. Ella si accorge della mancanza. Ella intercede.

Dalla mancanza e dalla perdita possono nascere benedizioni. L’intuizione di Agostino, secondo cui ogni Messa è un banchetto nuziale, ci ricorda che Cristo rimane fedele alla Sua Sposa anche quando le circostanze sono difficili. L’esortazione di Paolo non promette l’esenzione dalla tribolazione, ma insiste sulla speranza, sulla pazienza e sulla preghiera. La gioia e la carità, vissute all’ombra della Croce, sono sempre state la testimonianza più persuasiva della Chiesa. La Croce, dove lo Sposo si dona interamente, sta al centro della storia. Da quel sacrificio compiuto sgorga il vino del Regno, versato in sovrabbondanza per la vita del mondo.
P. John Zuhlsdorf – 18 gennaio 2026

[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

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