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mercoledì 14 gennaio 2026

L’Europa che rinnega sé stessa

L’articolo che segue analizza la crisi europea come crisi di civiltà e di memoria, dalla Costituzione mancata alla cultura woke, fino al ruolo dell’attesa e della leadership. Ma finché o se mancherà il fondamento delle radici greco-romane e poi cristiane, la decadenza, che riguarda l'intero Occidente, sarà inesorabile.

L’Europa che rinnega sé stessa

La crisi europea non nasce dall’economia o dalla geopolitica, ma da una rimozione più profonda: la paura delle proprie radici. E nessuna comunità può durare a lungo se rinnega ciò che l’ha generata.

C’è un errore di prospettiva che accompagna da anni il dibattito sull’Europa: l’idea che la sua crisi sia il frutto di eventi esterni, di shock improvvisi, di contingenze storiche sfavorevoli. La guerra, l’energia, l’inflazione, le migrazioni. Tutto vero, ma non sufficiente. Perché l’Europa era fragile ben prima che questi fattori esplodessero. Era fragile nel momento stesso in cui ha smesso di pensarsi come civiltà.
Una civiltà non vive soltanto di benessere materiale o di stabilità amministrativa. Vive di un senso condiviso, di una memoria riconosciuta, di un’idea di continuità che permette alle generazioni di sentirsi parte di qualcosa di più grande del proprio tempo. Quando questo filo si spezza, tutto può continuare a funzionare, ma in modo meccanico. Ed è esattamente la sensazione che attraversa oggi il continente: un’Europa che procede, ma non avanza; che regola, ma non guida; che amministra, ma non ispira.

Quando l’Europa ha scelto di non raccontarsi più
Nel momento in cui l’Unione Europea ha deciso di fondarsi esclusivamente su trattati, parametri e procedure, ha compiuto una scelta che appariva rassicurante, ma che nel tempo si è rivelata corrosiva. Ha pensato che evitare il riferimento alle proprie radici storiche, culturali e spirituali fosse un modo per includere tutti. In realtà ha prodotto l’effetto opposto: ha svuotato l’idea stessa di appartenenza.
Non dire chi siamo non rende neutrali. Rende invisibili.
E un’entità politica invisibile non può chiedere lealtà, sacrificio, adesione profonda.
Questo nodo emerse con chiarezza nel dibattito sulla Costituzione europea, quando Joseph Ratzinger e Marcello Pera [vedi] posero una questione che oggi appare quasi profetica: una comunità politica può reggersi senza riconoscere le proprie radici comuni? La risposta dell’Europa fu un silenzio elegante, ma definitivo. Quelle radici vennero espunte, considerate divisive, ingombranti, superflue.
Da quel momento, l’Europa ha iniziato a funzionare come un corpo senza memoria.

Il vuoto delle radici e la nuova morale europea
Ma la storia insegna che i vuoti non restano mai tali. Quando una civiltà rinuncia a fondarsi su ciò che l’ha generata, qualcosa prende inevitabilmente il suo posto. Nel caso europeo, quel vuoto è stato riempito da una forma di moralismo politico che ha progressivamente sostituito la cultura con la norma, la visione con il giudizio. In questo processo hanno assunto un peso crescente Paesi piccoli, periferici rispetto ai grandi cicli storici del continente, che hanno trasformato la propria marginalità in criterio morale. Non avendo una tradizione di centralità culturale o geopolitica, hanno trovato nell’iper-regolazione e nella pedagogia etica il proprio strumento di influenza. L’Europa ha così iniziato a parlare sempre meno il linguaggio della civiltà e sempre più quello della correzione.
È in questo clima che si è affermata quella che oggi viene chiamata cultura woke. Non come semplice sensibilità sociale, ma come ideologia sostitutiva, chiamata a colmare l’assenza di un racconto europeo condiviso. Una morale astratta, spesso scollegata dalla storia concreta dei popoli, che ha finito per leggere l’eredità europea quasi esclusivamente come una sequenza di colpe da emendare.

La civiltà europea e il paradosso dell’auto-negazione
Eppure l’Europa non è una civiltà qualsiasi. È lo spazio storico che ha generato il diritto, la distinzione dei poteri, l’idea di persona, la scienza moderna, l’università, lo Stato. È il luogo in cui fede e ragione hanno dialogato per secoli, producendo una tensione creativa unica nella storia.
Il paradosso è che proprio questa civiltà, forse più di ogni altra, ha interiorizzato l’idea di dover chiedere scusa per esistere. Nessun’altra area del mondo sottopone il proprio passato a un processo permanente come fa l’Europa con sé stessa. Ma una civiltà che vive in uno stato di auto-sospetto continuo finisce per perdere la fiducia nella propria legittimità storica.
Ed è qui che il parallelo con la Repubblica di Weimar diventa istruttivo. Non per evocare scenari drammatici, ma per cogliere una dinamica profonda: un sistema raffinato, colto, formalmente avanzato, che però non riesce più a parlare al cuore del proprio popolo. Anche allora le istituzioni funzionavano. Ciò che mancava era il senso di appartenenza.

Attendere, in tempi di crisi, è una forma di forza
L’Europa di oggi non è sul punto di crollare. È in una fase più sottile e più pericolosa: quella della consunzione lenta. In questi momenti la tentazione è doppia. Da un lato c’è chi vorrebbe accelerare la rottura, dall’altro chi si adatta fino a dissolversi. La storia, però, raramente premia gli estremi.
Esiste una terza via, più faticosa e meno appariscente: l’attesa consapevole. Non come rinuncia, ma come custodia. Non come immobilismo, ma come preparazione. Le civiltà che attraversano le grandi crisi sono quelle che riescono a restare fedeli a sé stesse anche quando il contesto sembra chiedere l’oblio.

Il ruolo di un leader nel tempo della sospensione
È in questo spazio che si colloca oggi la responsabilità di un Capo di Stato. Non nel promettere scorciatoie o rotture premature, ma nel tenere insieme governo e memoria, stabilità e identità. Governare senza rinnegare. Attendere senza smarrire il senso. Perché verrà un momento in cui l’Europa non potrà più vivere soltanto di regolamenti. In cui tornerà a cercare un fondamento, un racconto, una legittimità profonda. E allora conterà chi non avrà avuto paura di custodire le proprie radici mentre tutti invitavano a dimenticarle.
Le civiltà non muoiono quando vengono messe in discussione.
Muoiono quando smettono di credere di avere il diritto di esistere.
Chiara Morganti - Fonte

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