Cicerone sulla virtù e il sacrificio dell'amicizia
L'amicizia, dice Cicerone nel De Amicitia, "non è altro che un accordo in tutte le cose, umane e divine, congiunto da reciproca benevolenza e affetto". Cicerone ritiene che "ad eccezione della saggezza, nulla di meglio è stato dato all'uomo dagli dei immortali". Avete mai visto un elogio così elevato dell'amicizia negli scritti moderni, o sentito nelle conversazioni moderne? Io no. Invece è "l'amore", nel suo senso romantico e romantico, il dono supremo degli dei e persino "il dio della mia idolatria" (per prendere in prestito una frase di Giulietta). Non ho nulla contro l'amore, nelle sue forme ed espressioni correttamente ordinate. Ma sarò onesto con voi: ho imparato a conoscere l'amore romantico moderno soprattutto da quella palude arida chiamata Hollywood; è stato il matrimonio a insegnarmi l'amicizia.
Cicerone continua:
Alcuni preferiscono la ricchezza, altri la salute, altri il potere, altri gli onori pubblici, e molti preferiscono persino i piaceri dei sensi. Quest'ultimo è il fine supremo delle bestie selvagge; gli altri sono cose fugaci e instabili, e dipendono meno dalla previdenza umana che dalla volubilità della fortuna. Ancora, c'è chi pone il "bene supremo" nella virtù, e questa è davvero una nobile visione; ma questa stessa virtù è la madre e la conservatrice dell'amicizia, e senza virtù l'amicizia non può esistere affatto.
"Senza virtù l'amicizia non può esistere affatto": provate a trovare una frase del genere in un moderno manuale di auto-aiuto! Virtù e amicizia sono realtà accoppiate. La prima rende possibile la seconda; la seconda fornisce una motivazione cruciale per perseguire la prima. Quale ragione migliore potrei avere per scrivere questa serie di articoli? Quale migliore giustificazione si potrebbe dare per distruggere, incenerire, gettare, staccare la spina, limitare o in altro modo sconfiggere i nemici tecnologici che ci insensibiliscono al calore emotivo della persona umana, alle singolari bellezze del volto umano tridimensionale e alla meravigliosa realizzazione dell'amicizia, umana o divina? Quale rimedio migliore per coloro che sono oppressi dal vizio e quindi privati di un'amicizia autentica? I "mercati dell'amicizia" della modernità (di cui abbiamo parlato la scorsa settimana qui) non guariranno la tragica malattia dell'uomo vizioso, il cui mondo si oscura – o oggigiorno, si tinge di un bianco malaticcio per la luce degli schermi – in assenza di veri amici. «Sembra che tolgano il sole all'universo», dice Cicerone, «quando privano la vita dell'amicizia, della quale non abbiamo nulla di meglio, nulla di più delizioso dagli dei immortali».
Nel De Amicitia, Cicerone argomenta contro coloro che insegnano che
Bisogna evitare troppa intimità nelle amicizie, per timore che un uomo debba essere pieno di preoccupazioni per molti; che ognuno di noi abbia affari suoi, sufficienti e in abbondanza; che sia fastidioso essere troppo coinvolti negli affari degli altri;… perché, dicono, un elemento essenziale di una vita felice è la libertà dalle preoccupazioni.
Ha senso, no? Allontana le persone. Sii freddo e sulla difensiva, distante, giudicante, testardo, distaccato. In breve: tienili a distanza di sicurezza (ma tieni il telefono vicino; non preoccuparti, la voce dell'intelligenza artificiale ti dirà quello che vuoi sentire). Saremo più felici in quel mondo sicuro ed egocentrico, "liberi da preoccupazioni" e protetti da tutti coloro che potrebbero crearci disagi, ferirci o persino tradirci.
Per Cicerone, questo ragionamento è semplicemente una negazione della nostra umanità:
A che serve la loro decantata "libertà dalle preoccupazioni"? In apparenza è sì una cosa allettante, ma in realtà spesso da evitare... Se fuggiamo continuamente i problemi, dobbiamo fuggire anche la Virtù, che necessariamente incontra qualche difficoltà nel rifiutare e detestare ciò che è contrario a sé stessa... Perché dovremmo eliminare completamente l'amicizia dalla nostra vita per non soffrire di preoccupazioni a causa sua? Infatti, quando l'anima è priva di emozioni, che differenza c'è, non dico tra l'uomo e le bestie dei campi, ma tra l'uomo e un ceppo o una pietra?
Penso che sia difficile per noi percepire fino a che punto un desiderio radicato di oggetti e dispositivi abbia soppiantato l'innata attrazione della natura umana per le relazioni personali significative e la profonda soddisfazione che ne deriva. L'ethos del consumo e della ricchezza materiale è oggi come l'aria: pervasivo ma quasi invisibile, e il più delle volte lo respiriamo inconsciamente. Dobbiamo ricordare, tuttavia, che il materialismo non è una novità; anche nel mondo di Cicerone c'era chi ricercava l'uno e trascurava l'altro:
C'è qualcosa di così assurdo che provare piacere in molte cose inanimate, come cariche pubbliche, fama, edifici maestosi, abiti e ornamenti personali, e provare poco o nessun piacere in un essere senziente dotato di virtù e capace di amare?
Forse queste parole ti torneranno in mente la prossima volta che noterai due persone in un bar, sedute allo stesso tavolo, entrambe in silenzio e con lo sguardo rivolto in diagonale verso il basso verso cose inanimate che, come dice il Salmista, "hanno occhi e non vedono".
Si potrebbe pensare che discutere di un argomento come l'amicizia possa essere piacevole ed edificante per lo scrittore. Ma non è strano che le cose felici a volte ci rendano tristi, e le cose tristi a volte ci rendano felici? Almeno a partire dalla Poetica di Aristotele, e sicuramente anche prima, abbiamo cercato di capire perché siamo così attratti e così appagati da storie di dolore e perdita, di tragedia e morte. E non credo che nessuno abbia ancora capito perché la gioia, quando la sua grandezza raggiunge una certa soglia, ci faccia piangere. I bambini piccoli non piangono di gioia; tutti noi veniamo al mondo piangendo per il dolore, la fame, la paura delle tante privazioni e pericoli che erano sconosciuti e inconoscibili in quel luogo edenico che chiamiamo grembo materno.
È interessante notare che "grembo" è una di quelle parole senza etimologia [vale per l'inglese womb; ma l'italiano grembo deriva dal latino gremium: cavità fra ginocchia e petto della persona seduta; per estensione ventre, utero con lo stesso significato, ma propriamente, quel che si può stringere al seno -ndT]. Si possono rintracciare i suoi cugini in altre lingue germaniche: wamba in antico sassone, vamb in antico svedese e così via. Ma al di là di questo, per quanto ne sanno i lessicografi, la parola semplicemente esiste. Nessuna origine, quindi, per "grembo", da cui hanno origine gli esseri umani e quindi tutto ciò che gli esseri umani hanno fatto su questa terra, dai più grandi capolavori dell'arte e del pensiero alle più atroci e sanguinose abominazioni della storia. Nessun inizio, quindi, per "grembo", dove la vita terrena di Dio ebbe inizio, nove mesi prima della festa di Natale, quando un angelo disse a Maria "Rallegrati!" – questo è il vero significato di "Ave", in greco Χαῖρε – e la sua paradossale reazione fu di "grande turbamento". Il paradosso è una contraddizione che, a un'ulteriore riflessione, rivela la verità. La Vergine, piena non solo di grazia ma anche di una saggezza ben oltre la sua età, sa dove la gioia, in un mondo decaduto come il nostro, di solito inizia e finisce. Inizia più o meno come il parto: "con dolore partorirai figli" era la maledizione e la promessa. E dove finisce? Porta la gioia fino in fondo e lo saprai, perché piangerai. "Nessuno ha amore più grande di questo", disse il Figlio della Vergine, "dare la vita per i propri amici".
Conosco fin troppo bene i molti modi in cui la società postmoderna mina l'amicizia. Come una tempesta che getta sugli scogli il relitto ammaccato di una bella nave antica, distrugge rapidamente ciò che ha richiesto anni per essere costruito. Temo questo potere distruttivo, e lo temo sempre di più con ogni anno che passa. Ma non affronterò il problema vivendo, per usare le parole di Cicerone, come una bestia o una pietra. Sarebbe molto meglio amare con coraggio, come Cristo amò il Suo amico Lazzaro, e poi, seguendo ancora una volta l'esempio del Dio-Uomo, piangere. Perché alla fine le lacrime cesseranno, e la nube di tristezza passerà, e ciò che rimane è la fede in un nuovo cielo e una nuova terra, dove le amicizie dureranno nei secoli e per sempre.
«Padre, ti ringrazio…». E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». E il morto uscì.Robert Keim, 18 gennaio
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]


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