Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

domenica 18 gennaio 2026

Il rito che si rifiuta di morire

Nella nostra traduzione da Substack.com l'ennesima reazione al Documento in Concistoro del card. Roche. Qui l'indice degli articoli sulla Liturgia ai tempi di Leone.

Il rito che si rifiuta di morire
Una risposta teologica alle note del cardinale Roche sulla Traditionis custodes
Rev. Leon, 17 gennaio

Nel corso del recente concistoro – una riunione formale del Collegio cardinalizio convocata dal Papa – il cardinale Arthur Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha diffuso una breve nota scritta – non un documento magisteriale, non un intervento formale, bensì un promemoria interno – che offre un'interpretazione restrittiva della Traditionis custodes. La nota si presenta esplicitamente come applicazione e rafforzamento del motu proprio, adottandone la lettura più restrittiva ed estendendola oltre l'ambito giuridico proprio del testo.

Il suo effetto pratico – e, si può ragionevolmente concludere, il suo scopo – è quello di confinare il Messale del 1962 ai margini della vita ecclesiale, di renderlo invisibile e, in ultima analisi, di consentirne la scomparsa. Eppure, questa strategia, perseguita in varie forme dalla fine degli anni '60, non ha mai avuto successo. La Messa antiquior è sopravvissuta ripetutamente ai tentativi di relegarla in soffitta. Sopravvive perché non è un'opzione politica, ma un'espressione viva della Tradizione della Chiesa – una Tradizione che non può essere eliminata per legge.

Benedetto XVI e il principio irrevocabile
Il giudizio di Benedetto XVI in Summorum Pontificum resta la dichiarazione teologica più autorevole sulla questione:
'Questo Messale non è mai stato giuridicamente abrogato.'
Questa non è una concessione nostalgica, ma un limite dottrinale. La Chiesa non può abolire ciò che ha autenticamente pregato. Farlo implicherebbe che la lex orandi dei secoli fosse difettosa, che i santi siano stati santificati attraverso un rito inadeguato e che la memoria della Chiesa sia sacrificabile.

È degno di nota che Traditionis custodes stessa non utilizzi mai il termine "abolizione". Anche nei suoi passaggi più restrittivi, il motu proprio regola, ma non estingue. La nota del cardinale Roche, per quanto fiduciosa nel tono, non ribalta – e non può ribaltare – questo principio. Si limita a ribadire una strategia disciplinare che, per oltre mezzo secolo, ha costantemente fallito nel raggiungere il risultato prefissato.

Quando la regolamentazione diventa abolizione mascherata
La nota si basa fortemente sull'affermazione che la liturgia postconciliare sia l'unica espressione normativa del Rito romano. Anche ammettendo questa affermazione giuridica, non ne consegue che la forma più antica abbia perso la sua legittimità.

Un rito può essere non normativo senza essere obsoleto.

Una liturgia può essere regolamentata senza essere ripudiata.

Ma quando la regolamentazione diventa così restrittiva da fungere di fatto da abolizione, essa travalica la sua competenza teologica. Il tentativo di eliminare la Messa antiquior attraverso il soffocamento amministrativo – limitando i permessi, limitando i luoghi e scoraggiando la formazione – è semplicemente una versione più subdola dello stesso progetto perseguito negli anni Settanta. E come quel progetto precedente, mostra tutti i segni di un destino analogo.

Il principio lex orandi, lex credendi ci ricorda che la fede della Chiesa è plasmata dalla sua preghiera. Sopprimere una forma venerabile di preghiera significa rischiare di impoverire la fede stessa che essa esprime.

Guardini e la natura organica della liturgia
Romano Guardini, uno degli architetti intellettuali del movimento liturgico, sosteneva che la liturgia è un organismo, non un prodotto amministrativo. Cresce organicamente, non è un prodotto artificiale. Come scrisse ne Lo spirito della liturgia, "La liturgia è l'atto di culto pubblico e legittimo della Chiesa".

Guardini avrebbe riconosciuto immediatamente il pericolo di trattare una forma liturgica venerabile come se fosse un'opzione politica da eliminare gradualmente. Per lui, la liturgia è ricevuta, non inventata, e le sue forme storiche possiedono una densità teologica che non può essere sostituita per decreto.

Tentare di sopprimere una simile forma non è riforma ma amnesia.

Bouyer e la permanenza del patrimonio liturgico
Louis Bouyer, un'altra figura chiave del movimento liturgico preconciliare, sottolineava che un'autentica riforma deve nascere dalla fedeltà alle forme ereditate. Avrebbe respinto qualsiasi idea che una liturgia con secoli di utilizzo potesse essere trattata come un artefatto di transizione.

I principi di Bouyer implicano che la Messa antiquior non sia un optional, ma una componente permanente dell'identità liturgica della Chiesa. Sopprimerla significa sopprimere parte della memoria della Chiesa.

Una testimonianza ecumenica di continuità Ciò che colpisce è che questa intuizione non è limitata ai pensatori cattolici. In tutto il mondo cristiano, i teologi che prendono sul serio la Tradizione convergono sullo stesso punto.

Teologi ortodossi come Georges Florovsky e John Meyendorff insistono sul fatto che la liturgia è espressione dell'essenza stessa della Chiesa e che una rottura nel culto è impensabile. Voci anglicane come Richard Hooker e NT Wright sottolineano la continuità della pratica cristiana come salvaguardia dell'integrità dottrinale. Studiosi protestanti come Jaroslav Pelikan, Thomas Oden e Robert Jenson sostengono che la tradizione della Chiesa – inclusa la sua liturgia – è un'eredità vivente, non un museo. Il noto motto di Pelikan coglie il punto: "La tradizione è la fede viva dei morti; il tradizionalismo è la fede morta dei vivi".

Questa convergenza ecumenica dovrebbe far riflettere coloro che pensano che la messa in latino possa essere tranquillamente soppressa per via amministrativa.

Il mito della "necessaria unità liturgica"
La nota del Cardinale Roche fa ripetutamente appello all'idea di una "necessaria unità liturgica" all'interno del Rito Romano, come se la coerenza della Chiesa dipendesse da un'unica espressione liturgica uniforme. Questa affermazione, per quanto efficace a livello retorico, è storicamente inaccurata e teologicamente insostenibile.

La Chiesa romana non ha mai conosciuto un'uniformità liturgica monolitica. Per oltre un millennio, l'Occidente latino ha ospitato una ricca pluralità di riti e usi: ambrosiano, mozarabico, bragantino, domenicano, carmelitano, certosino, sarum e molti altri. Questa diversità non era una minaccia all'unità, ma un'espressione di essa. Unità in senso cattolico non ha mai significato uniformità, ma comunione nella fede espressa attraverso una legittima diversità di riti.

Affermare, pertanto, che la Chiesa richieda un'unica forma liturgica per il bene dell'unità significa contraddire la storia stessa della Chiesa. Significa anche ignorare il fatto che la liturgia postconciliare stessa esiste in una molteplicità di traduzioni e adattamenti in lingua volgare – una diversità ben più ampia di quella rappresentata dall'uso continuato del Messale del 1962.

Lungi dal minacciare l'unità, la presenza continua del Rito Romano classico la arricchisce. Ciò che minaccia l'unità è l'insistenza sul fatto che il passato della Chiesa debba essere dimenticato affinché il presente sia coerente.

Un progetto che è già fallito
Dalla fine degli anni '60 in poi, diverse autorità ecclesiastiche attuarono politiche la cui chiara traiettoria era quella di far sì che la liturgia più antica svanisse gradualmente dalla vista. Eppure, più di cinquant'anni dopo:
  • si celebra in ogni continente,
  • attrae giovani famiglie e convertiti,
  • ispira nuove comunità religiose,
  • e continua a plasmare la spiritualità cattolica.
Il progetto di eliminazione è fallito non per disobbedienza, ma perché la Tradizione resiste alla cancellazione. La Messa antiquior persiste perché risponde a un bisogno spirituale che le misure amministrative non possono estinguere.

Conclusione: la tradizione avrà l'ultima parola
La nota diffusa dal Cardinale Roche rappresenta l'ultimo tentativo di confinare la Messa tradizionale ai margini. Eppure, simili tentativi sono falliti in passato e falliranno di nuovo. La Messa antica non può essere abolita perché non è semplicemente un rito; è una testimonianza: una testimonianza della continuità, della memoria e dell'identità della Chiesa.

La questione non è se la Messa antiquior sopravviverà. È già sopravvissuta. La domanda è se la Chiesa accoglierà la pienezza della propria Tradizione o continuerà nel vano tentativo di eliminarla. La storia suggerisce che la Tradizione avrà l'ultima parola.

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