Le scuole cristiane di Gerusalemme contro
le restrizioni israeliane agli insegnanti palestinesi
In questa foto d'archivio, allieve della Schmidt, scuola cattolica femminile in lingua tedesca a Gerusalemme. (foto Hadas Parush/Flash90)
Le dodici scuole cristiane di Gerusalemme sono entrate in sciopero il 10 gennaio per protestare contro l’annullamento dei permessi di lavoro a 171 insegnanti provenienti dalla Cisgiordania.
Il rientro scolastico di gennaio, dopo le vacanze natalizie, non ha avuto luogo per i 10mila alunni delle scuole cristiane di Gerusalemme. Sebbene l’inizio del secondo semestre fosse previsto per il 10 gennaio, questi 12 istituti, tra i più rinomati della Città Santa, hanno deciso una serrata di protesta contro il mancato rinnovo dei permessi di lavoro a 171 dei loro insegnanti, che sono pendolari da località dei Territori palestinesi occupati.
I permessi in questione sono autorizzazioni temporanee rilasciate dallo Stato ebraico per consentire ai residenti palestinesi della Cisgiordania di entrare in Israele e svolgervi una regolare attività lavorativa. I permessi sono soggetti a controlli di sicurezza, limitati nel tempo e spesso vincolati a un determinato datore di lavoro o ad orari precisi. La grande maggioranza di essi è stata revocata dopo il 7 ottobre, con la sola eccezione di quelli rilasciati ad insegnanti e professionisti del settore sanitario.
«I problemi sono cominciati la scorsa estate», racconta fratel Daoud Kassabry, direttore del Collegio dei Fratelli delle Scuole Cristiane (La Salle), una delle scuole private più prestigiose di Gerusalemme. «Le autorità israeliane hanno revocato i permessi degli insegnanti dal 20 luglio al 20 agosto, con la motivazione che non c’erano lezioni. Ma non è perché non si va in classe che la scuola non funziona, anzi: c’erano i campi estivi e lavori di manutenzione da gestire».
Pochi insegnanti a Gerusalemme
Dopo il 20 agosto, i permessi sono stati rinnovati, ma solo per alcuni mesi, e sono scaduti il 30 dicembre. «Solo alcuni insegnanti hanno ottenuto un nuovo permesso e, in qualche caso, non copre il sabato, che pure per noi è un giorno di scuola», sospira fratel Daoud, il cui istituto dà impiego a 70 docenti, 22 dei quali provenienti dalla Cisgiordania, e in particolare da Betlemme. «È difficile trovare insegnanti a Gerusalemme, per questo reclutiamo a Betlemme, anche se sappiamo che tutto è più complicato».
Le scuole cristiane sono classificate dal ministero israeliano per l’Istruzione e dall’assessorato competente del Comune di Gerusalemme come «istituti riconosciuti ma non ufficiali». Sono frequentate da studenti palestinesi, cristiani e musulmani insieme, e seguono il programma scolastico palestinese (tawjihi) – con manuali modificati dalle autorità israeliane – oltre a programmi internazionali.
Dopo la pubblicazione, il 10 gennaio, di un comunicato del Segretariato generale delle scuole cristiane che «respinge» le «misure arbitrarie» e afferma la propria «incapacità di garantire il regolare svolgimento del secondo semestre scolastico finché tali misure resteranno in vigore», le autorità israeliane hanno allentato leggermente la pressione. I permessi degli insegnanti palestinesi sono stati rinnovati, ma solo per cinque giorni a settimana, invece dei sette abituali.
Permangono tuttavia alcune eccezioni. «Alla nostra coordinatrice accademica, sessantenne, è stato rifiutato il permesso con la motivazione che non è “sposata” e che deve rinnovare la sua carta d’identità elettronica, sebbene sia ancora valida per sei mesi», spiega suor Lucy Jadallah, direttrice della scuola delle Suore del Rosario, che impiega 33 insegnanti provenienti dai Territori palestinesi.
«Non riceviamo mai spiegazioni che giustifichino queste decisioni, e non capiamo nemmeno da chi provengano: dal governo? Dall’esercito? Dal ministero israeliano dell’Istruzione?», deplora la religiosa, che afferma di riflettere ormai sull’opportunità di non reclutare più insegnanti dalla Cisgiordania: «Sappiamo che, alla fine, è proprio questo che le autorità israeliane cercano». Contattato in proposito, il ministero dell’Istruzione non ha ancora risposto.
Le difficoltà legate ai permessi mettono in luce un conflitto di lunga data sull’istruzione impartita agli studenti palestinesi a Gerusalemme Est. Israele sostiene che il programma palestinese contenga incitamenti all’odio e nega il suo diritto all’esistenza. Di conseguenza, le scuole private subiscono una pressione crescente affinché adottino il programma israeliano (bagrut) come condizione per ottenere sovvenzioni, mentre i loro bilanci sono messi a dura prova dalla guerra.
Un progetto di legge portato all’esame della Knesset nel 2025 mira a vietare l’impiego di insegnanti che abbiano studiato nei Territori palestinesi. Poiché oltre il 60 per cento degli insegnanti di Gerusalemme Est possiede titoli di studio di questo tipo, la misura fa incombere una minaccia costante sugli istituti scolastici. «Le nostre scuole portano un messaggio di pace, di rispetto, di comprensione e di accoglienza dell’altro», sottolinea suor Lucy Jadallah. «Speriamo che questo messaggio venga accolto con lo stesso spirito e gli stessi valori dall’altra parte».
Cécile Lemoine, 13 gennaio 2026 - Fonte

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