In illo tempore: Terza domenica dopo Pasqua
La terza domenica dopo Pasqua, nel Vetus Ordo, ci introduce in quella peculiare esperienza cristiana di vivere tra il dono e il compimento, tra la consolazione ricordata e la consumazione promessa, tra la gioia pasquale già data e la gioia più grande che ancora si protende verso l’Ascensione e la Pentecoste. L’intero formulario ha una qualità tesa. Attesa. Movimento. Si avverte quella legge familiare delle conclusioni, motus in fine velocior, quell’accelerazione che si produce quando una realtà si avvicina al suo termine assegnato. In questi giorni la Chiesa sembra raccogliersi e muoversi con maggiore rapidità verso il compimento di ciò che il Signore ha messo in moto nella Sua Passione, Risurrezione, Ascensione e nell’invio dello Spirito Santo.
Pio Parsch osservava che le sette settimane di Pasqua possono essere comprese in due fasi. La prima orienta in modo particolare la nostra attenzione alla Risurrezione, al Battesimo e all’Eucaristia. La seconda inclina il nostro sguardo verso l’Ascensione del Signore e l’evento della Pentecoste. Questa distinzione è utile qui, perché questa domenica segna il passaggio. La Chiesa non ha cessato di cantare la vittoria di Cristo sulla morte. Non ha messo da parte i grandi temi battesimali ed eucaristici del tempo pasquale. Tuttavia ora comincia, con maggiore insistenza, a educarci all’assenza, al desiderio e alla trasformazione. Il Signore Che è risorto e Si è mostrato ai Suoi discepoli ascenderà al Padre. I Suoi discepoli, e noi con loro, devono imparare un nuovo modo di presenza, un nuovo modo di fedeltà, un nuovo modo di amore.
Abbiamo il Vangelo di Giovanni 16, il discorso di addio nel Cenacolo. Il beato Ildefonso Schuster lo chiama giustamente il “testamento del Sacro Cuore”. Cristo pone davanti agli Apostoli un unico mistero continuo: Passione, Morte, Risurrezione, Ascensione e Discesa dello Spirito Santo sono tutte collegate. Non sono atti isolati giustapposti. Sono le facce di un unico movimento salvifico mediante il quale il Figlio glorifica il Padre e attira i Suoi nella vita divina. Da qui le parole ripetute che risuonano nella pericope come campane che si rispondono: “Ancora un poco e non Mi vedrete più; e un poco ancora e Mi vedrete”. Gli Apostoli ascoltano le parole, le ripetono, si interrogano su di esse. La frase continua a risuonare finché il Signore offre l’immagine del parto. Una donna soffre nel dolore. Poi il bambino nasce. Il dolore non solo termina, ma è trasfigurato dalla gioia. L’angoscia è inghiottita dalla fecondità. Così anche i discepoli si rattristeranno, e poi gioiranno, e nessuno potrà togliere loro la gioia.
Questo movimento dalla privazione al rinnovamento governa l’intera domenica. La perdita diventa guadagno. L’attesa diventa compimento. L’incertezza cede alla chiarezza. Il dolore si apre alla gioia. Il Signore prepara gli Apostoli a una privazione che sarà reale. Li forma a una separazione dalla sua ordinaria prossimità corporea. Durante il Suo ministero terreno Lo avevano conosciuto attraverso la voce, il gesto, il contatto, le strade condivise, i pasti condivisi, i luoghi familiari. Dopo la Risurrezione comincia già a educarli oltre questa modalità di conoscenza. A Maria Maddalena dice: “Mé mou háptou… non trattenermi” o “Non continuare a tenermi” (Giovanni 20,17). Sulla strada di Emmaus i discepoli Lo riconoscono nello spezzare il pane, e in quello stesso momento Egli scompare ai loro occhi. La lezione è drammatica e decisiva. Devono smettere di fare affidamento su un incontro condizionato dalla vicinanza fisica ordinaria. Devono imparare il riconoscimento eucaristico, l’adesione spirituale. Devono imparare che l’assenza del Signore secondo una modalità è legata a una presenza più profonda, più ampia, più universale secondo un’altra.
Pertanto questa domenica non riguarda una semplice tristezza per la partenza. Riguarda la purificazione dell’attaccamento. I primi discepoli dovettero abbandonare un attaccamento fisico al Signore per spiritualizzare la loro fede. Ciò non significa che il loro amore precedente fosse falso, né che la realtà corporea del Signore fosse in qualche modo secondaria. Al contrario. Proprio perché il Signore incarnato ha realmente preso carne, è realmente morto, è realmente risorto ed è realmente asceso, i suoi discepoli devono essere elevati a una comunione non più confinata a un luogo in Galilea o in Giudea. La presenza corporea come la conoscevano apparteneva a una determinata economia. La presenza eucaristica e l’inabitazione dello Spirito Santo aprono una modalità di comunione per tutta la Chiesa in ogni luogo e tempo.
L’Epistola dalla Prima lettera di Pietro approfondisce lo stesso mistero da un’altra angolatura. I cristiani sono chiamati pároikoi kaì parepídemoi, advenae et peregrini… “stranieri e pellegrini”, “forestieri ed esuli”. Forse conoscete il libro di Michael O’Brien, Strangers and Sojourners, che fa parte della serie -Children of the Last Days. L’espressione ci dice in che punto della storia ci troviamo e come dobbiamo viverci. Apparteniamo a questo mondo e non vi apparteniamo. Abbiamo qui un lavoro da compiere, affidatoci da Dio stesso. Eppure la nostra appartenenza finale è altrove, o meglio al di sopra, in quella patria dove Cristo è andato prima di noi. Questa vita terrena è carica di scopo proprio perché è provvisoria. Il carattere incompiuto della nostra esistenza presente, il senso che le cose restino irrealizzate, persino il dolore dell’incompiutezza, tutto ciò appartiene alla coscienza cristiana. Sappiamo che vi sarà una ricapitolazione di tutte le cose in Cristo, la loro sottomissione al Padre, “affinché Dio sia tutto in tutti” (1 Cor 15,28). Per questo il nostro tempo qui è reale e urgente, ma non definitivo.
Pietro ci istruisce quindi sulla nostra conversatio tra le genti. È un punto salutare. In inglese arcaico si poteva dire “having your conversation good among the Gentiles”, letteralmente “avendo la vostra conversazione buona tra i Gentili”, frase che può stridere all’orecchio moderno. Conversatio in latino qui non significa conversazione nel senso di discorso o dialogo. Significa condotta, modo di vivere, l’intera modalità del comportamento. Ciò è di grande importanza, perché i pellegrini non sono mai dispensati dalla santità con il pretesto che il mondo passa. Gli esuli non ottengono una licenza dicendo che la patria è altrove. I cristiani devono vivere bene davanti alle nazioni, anche in mezzo a abuso, sospetto o persecuzione. Pietro scriveva a comunità che conoscevano cosa significhi essere fraintese e pressate da un ambiente pagano. Il Battesimo le aveva separate. Non potevano tornare ai vecchi modi come se Cristo non le avesse rivendicate. Così il loro pellegrinaggio è morale oltre che mistico. Il desiderio del cielo esige fedeltà sulla terra.
A questo punto Agostino ci aiuta con una delle sue frasi più celebri: “fecisti nos ad Te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in Te… ci hai fatti per Te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” (Confessioni 1,1).
L’inquietudine non è un difetto imbarazzante all’interno della vita cristiana. Appartiene alla grazia. Una volta che Cristo afferra un’anima, l’anima comincia a cercare il suo vero peso, pondus, il suo luogo proprio, il suo riposo ordinato. Nell’antica fisica, il “peso” (pondus) deriva dal fatto che le cose tendono verso il luogo a cui appartengono. Così i nostri cuori: amor meus, pondus meum. Agostino può quindi parlare di Cristo come insieme via e patria, la strada e la patria. Egli è la via per cui andiamo, ed egli stesso è la patria verso cui andiamo. L’intera vita cristiana si raccoglie in questa duplice verità. Non seguiamo semplicemente Cristo verso qualcos’altro. In Lui camminiamo verso di Lui.
Questa intuizione agostiniana illumina anche la dottrina della Chiesa sull’incorporazione in Cristo. Non siamo a Lui uniti esternamente, come si potrebbe iscriversi a un’associazione o mantenere una quota in un club. Il linguaggio paolino del corpo e delle membra è più esigente. Il greco tó mélos significa arto, membro, organo, parte appartenente a un tutto. Essere membra di Cristo significa essere inseriti in una totalità vivente, essere presi nella propria corporeità oltre che nell’anima per la comunione con le Persone divine mediante la grazia. Il tralcio separato dalla vite si secca. Il membro reciso dal corpo muore. Appartenere a Cristo è personale, vivente, sacramentale e di carattere irreversibile, anche se si può rifiutare la grazia e perdere il frutto di quel legame. L’Epistola e il Vangelo di questa domenica mostrano insieme che tipo di membra siamo: persone incorporate e ancora in pellegrinaggio, membra del Corpo Mistico che avanzano nel tempo verso la gioia svelata del Capo.
Da qui la forza del termine modicum. “Modicum, et iam non videbitis me: et iterum modicum, et videbitis me”. Greco míkron, latino modicum, “un poco”. L’espressione è semplice, eppure difficilmente la si esaurisce. Il testo originale indugia sull’espressione “un po’”, il che merita riflessione, perché ci aiuta ad ascoltare le parole di Cristo con risonanza nuova. “Un po’” è un intervallo. Segna una durata, spesso in modo vago. Può suggerire “finché”, o “durante il tempo in cui”, o “fino a”. Come verbo, “indugiare” significa far trascorrere il tempo, anche piacevolmente. Si pensi alla canzone del Leone Codardo ne Il mago di Oz. Ci si può dunque chiedere, non banalmente, che cosa dobbiamo fare in questo breve intervallo. Siamo in uno spazio breve tra visione e visione, tra una modalità della presenza di Cristo e un’altra, tra l’oggi liturgico e il compimento escatologico. Stiamo solo resistendo? Stiamo andando alla deriva? Oppure santifichiamo il tempo, lo trasfiguriamo, lo offriamo a Dio?
La risposta offerta nei testi è insieme pratica e monastica, attiva e contemplativa, vissuta nel mondo e insieme separata. Anche coloro la cui vocazione è la stabilità devono continuare a muoversi. I religiosi che restano in un monastero lavorano incessantemente attraverso l’opus Dei, la santificazione delle ore, l’offerta della salmodia e della lode che distende la preghiera lungo la giornata. Trasfigurano il tempo in anticipo sul giorno che non finirà mai. Noi che viviamo nel rumore e nel disordine del mondo siamo chiamati a fare in modo analogo, nei nostri doveri, ciò che il monaco fa nel coro: santificare i nostri compiti, ordinare il tempo verso Dio, rifiutare la dispersione, muoverci come pellegrini anche quando sembriamo immobili. In questo senso ogni cristiano deve imparare a «trascorrere» questo breve tempo. Il punto non è il divertimento. Il punto è la fedeltà nella transitorietà, la conversione delle ore che passano in materia di santità.
Questa prospettiva chiarisce anche l’accelerazione misteriosa che molti avvertono nella propria vita. Il testo parla di estati che da giovani sembravano interminabili e ora passano in un lampo; cita l’adagio motus in finem velocior; accenna perfino a una regressione sociale ed ecclesiale che sembra accelerare negli ultimi anni e mesi. Qualunque giudizio si dia su questi aspetti più ampi, la verità spirituale rimane. Il cristiano non deve mai immaginare di avere tempo illimitato per la conversione, l’emendamento, il sacrificio, il raccoglimento, la preghiera. “Non sapete cosa sarà domani. Che cos’è infatti la vostra vita? Siete come una nebbia che appare per un istante e poi svanisce” (Giacomo 4,14). Qui la liturgia non produce panico. Produce sobrietà. Ci insegna a percepire il tempo nella sua verità. La gioia pasquale non elimina l’urgenza. La pace pasquale non dissolve la vigilanza.
C’è anche una dimensione comunitaria che non deve essere trascurata. Un testo parla in modo suggestivo della Santa Chiesa che viene attratta sempre più rapidamente verso la sua Passione, e della Persona Mistica di Cristo che subisce, nelle sue membra, una sorta di svuotamento di Sé. Ciò merita di essere ascoltato con attenzione. La Chiesa non è il Cristo risorto nel senso di una nuova incarnazione, né aggiunge nulla alla sufficienza della Sua sofferenza redentrice. Tuttavia le membra di Cristo partecipano realmente alla Sua vita, e quindi anche al modello per cui la gloria passa attraverso la sofferenza. La storia della Chiesa militante dopo la Risurrezione, come dice Schuster, simboleggia la nostra vita. Le apparizioni del Risorto prima dell’Ascensione formano una sorta di icona dell’esistenza ecclesiale: momenti di consolazione, momenti di oscurità, insegnamento in mezzo alla perplessità, gioia attraversata dal desiderio, e tutto ordinato verso una pienezza ancora futura.
Per questo le consolazioni possono essere ritirate. Dio talvolta si nasconde. La preghiera può diventare arida. I sensi non trovano dolcezza. La mente geme nella nebbia. Il cammino del pellegrino è pieno di tali intervalli. E tuttavia il Vangelo di questa domenica ci proibisce di interpretarli come abbandono. Sono pedagogia, purificazione, rafforzamento. Gli stessi Apostoli dovettero attraversare quel “po’” di scomparsa del Signore. Dovettero essere riformati, da uomini che amavano il Rabbì accanto a loro a uomini che avrebbero predicato il Cristo asceso e vissuto del dono dello Spirito. Lo stesso vale per noi. Le sofferenze sono permesse, le prove arrivano, e la nostra fede viene provata. Il cristiano non affronta queste cose con stoicismo né con sentimentalismo, ma nella speranza di vedere Gesù. Questa frase finale merita di fungere da conclusione, perché raccoglie tutta la meditazione: le nostre prove alla fine saranno per il nostro bene, perché vedremo Gesù, per la nostra più dolce ed eterna consolazione.
Così dunque, in questa terza domenica dopo Pasqua, la Santa Chiesa ci istruisce nell’arte del desiderio cristiano. Stiamo nella luce pasquale, ma quella luce ora si stende lungo la strada verso l’Ascensione e la Pentecoste. Siamo pároikoi kaì parepídemoi, stranieri e pellegrini. La nostra conversatio deve essere santa in mezzo a un mondo ostile. Impariamo da Agostino che i nostri cuori hanno un peso che li attira verso il loro vero riposo, e che Cristo è insieme la via sotto i nostri piedi e la patria davanti ai nostri occhi. Il pellegrinaggio finirà. La Patria è reale. E quando questo breve “po’” sarà compiuto, Lo vedremo.
p. John Zuhlsdorf – 26 aprile 2026[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

1 commento:
O celeste Patrona d’Italia, difendi, soccorri e conforta la tua patria e il mondo.
Sotto la tua protezione siano posti i figli e le figlie d’Italia, i nostri travagli e le nostre speranze, la nostra fede e il nostro amore; quell’amore e quella fede che ti fecero immagine di Cristo crocifisso nello zelo intrepido per la Santa Chiesa.
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