Incisiva e pertinente testimonianza di una vera credente non legata alla tradizione. Qui l'indice degli articoli sulla nuova nota.
La missione della Chiesa è cambiata e nessuno ha avuto il coraggio di dircelo apertamente.
Ho letto la nuova Nota "Un cammino di speranza" [qui] e sono rimasta con una domanda che non riesco a mettere a tacere: se tutte le religioni sono presentate come compagne di viaggio, portatrici di ricchezze spirituali e luoghi nei quali lo Spirito è all’opera, perché dovremmo ancora evangelizzare?
Perché un missionario dovrebbe lasciare la propria terra?
Perché dovrebbe rischiare la vita per annunciare Cristo?
Perché i martiri hanno versato il loro sangue?
Perché la Chiesa dovrebbe chiamare qualcuno alla conversione, se ormai sembra sufficiente dialogare, collaborare e camminare insieme?
Forse la missione della Chiesa è cambiata e nessuno ha avuto il coraggio di dircelo apertamente.
Cristo aveva comandato: «Andate e fate discepoli tutti i popoli». Oggi, invece, sembra che ci venga chiesto di incontrare tutti i popoli senza desiderare davvero che diventino Suoi discepoli. Di ascoltare, comprendere, accogliere e collaborare, ma quasi mai di annunciare con chiarezza che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, l’unico Salvatore dell’uomo.
Il dialogo, nato come uno strumento della missione, sembra essere diventato la missione stessa. La Buona Novella viene sostituita dalla buona convivenza. La conversione dalla comprensione reciproca. La salvezza eterna dalla costruzione di un mondo più fraterno.
Ma allora dobbiamo avere il coraggio di domandarci: la Chiesa esiste ancora per portare il mondo a Cristo oppure esiste ormai soltanto per aiutare le religioni a convivere pacificamente?
Stiamo già vivendo una crisi terribile della fede. Molti cattolici non sanno più in che cosa credono. Non riconoscono la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, non comprendono il significato del peccato, non si confessano, non trasmettono la fede ai figli. Le chiese si svuotano, le vocazioni diminuiscono e la fede viene ridotta a un sentimento privato o a un generico invito a essere persone buone.
Proprio adesso avremmo bisogno di chiarezza. Invece riceviamo parole sempre più elastiche, formule capaci di piacere a tutti e una fede resa talmente innocua da non chiedere più nulla a nessuno.
Sembra quasi che coloro che hanno il dovere di custodire il deposito della fede siano più preoccupati di trovare nuovi modi di reinterpretarlo. Come se la missione non fosse più convertire il mondo a Cristo, ma convertire il cristianesimo alle esigenze del mondo.
Io non riesco ad accettarlo in silenzio.
Lo dico da cristiana nata e cresciuta in Pakistan, tra persone appartenenti ad altre religioni. Non conosco il dialogo soltanto attraverso conferenze, documenti o fotografie di incontri ufficiali. Conosco la vita quotidiana delle minoranze cristiane. Conosco la discriminazione, la paura delle accuse di blasfemia, le ragazze rapite e convertite con la forza, le chiese attaccate, i quartieri cristiani incendiati e le famiglie costrette a nascondersi.
Per questo, come discendente di uomini e donne che hanno conosciuto Cristo grazie all’annuncio coraggioso dei missionari, sento questo documento come una ferita inferta alla storia stessa della mia famiglia e alla fede che, attraverso otto generazioni, è arrivata fino a me.
Mi brucia leggere tanto sull’islamofobia e così poco sulla persecuzione concreta dei cristiani. L’islamofobia viene chiamata per nome; i persecutori dei cristiani, invece, scompaiono dietro l’espressione comoda e impersonale di «gruppi estremisti».
Le vittime hanno un nome.
Anche le ideologie che producono quelle vittime hanno un nome.
E la verità non diventa odio soltanto perché qualcuno non vuole ascoltarla.
Non si può chiedere ai cristiani perseguitati di deporre ogni atteggiamento di difesa mentre l’Occidente, protetto e distante, celebra il dialogo. Per noi difendere la fede non è chiusura mentale. A volte significa difendere la vita, la dignità dei nostri figli e il diritto di pronunciare il nome di Gesù senza paura.
Io rispetto ogni persona, ma non posso fingere che tutte le religioni conducano alla stessa verità. Posso amare un musulmano senza credere nell’Islam. Posso dialogare senza rinunciare al giudizio. Posso costruire la pace senza mettere il Vangelo sullo stesso piano delle altre credenze.
La carità senza verità diventa diplomazia. Il dialogo senza annuncio diventa silenzio. La missione senza conversione diventa assistenza sociale.
Una Chiesa che non vuole più condurre le anime a Cristo perde la ragione per la quale Cristo l’ha fondata.
Se Gesù è davvero la Via, la Verità e la Vita, allora non può essere ridotto a una delle tante voci presenti nel dialogo. Se invece non è necessario che gli uomini Lo conoscano, Lo amino e Lo seguano, smettiamo almeno di parlare di evangelizzazione. Sarebbe una parola ormai svuotata del suo significato.
I missionari non hanno attraversato oceani per insegnare alle religioni a dialogare. I martiri non sono morti per difendere una generica fraternità. Gli Apostoli non hanno dato la vita per annunciare che ogni popolo possedeva già la propria strada spirituale.
Sono partiti, hanno predicato e sono morti perché credevano che il mondo avesse bisogno di conoscere Cristo.
E io stessa sono qui grazie a quella missione.
Otto generazioni fa, se la missione della Chiesa fosse stata quella che oggi sembra emergere — incontrarsi, rispettarsi e lasciarsi semplicemente ciascuno nella propria tradizione — i miei antenati non si sarebbero mai convertiti. Io oggi sarei probabilmente hindu o sikh. Non avrei ricevuto il Battesimo, non sarei cresciuta conoscendo Cristo e la fede cattolica non sarebbe diventata il tesoro più prezioso della mia famiglia.
Ma qualcuno venne ad annunciare il Vangelo. Qualcuno credette che i miei antenati non avessero bisogno soltanto di essere rispettati nella religione in cui erano nati, ma avessero il diritto di conoscere Gesù Cristo. E i miei antenati riconobbero nella fede cattolica qualcosa che non avevano trovato altrove. Non furono costretti: furono raggiunti dalla Buona Novella. Incontrarono Cristo e decisero di seguirLo.
La mia famiglia, dopo otto generazioni, è la prova vivente di ciò che l’evangelizzazione può generare. La fede ricevuta allora è passata di padre in figlio, ha attraversato persecuzioni, discriminazioni, sofferenze e prove, ed è arrivata fino a me e a mia figlia.
E la mia non è una storia isolata. Quante famiglie cristiane del Pakistan, dell’India e di altre terre esistono oggi perché qualcuno ebbe il coraggio di annunciare Cristo? Quante generazioni hanno conosciuto il Battesimo, l’Eucaristia e il Vangelo perché la Chiesa non considerò inutile la loro conversione?
Se quei missionari avessero pensato che tutte le tradizioni possedevano già ciò che era necessario, noi oggi non saremmo cristiani.
Perciò, quando si indebolisce la missione evangelizzatrice della Chiesa, per me non si sta discutendo di una teoria teologica astratta. Si sta mettendo in discussione la storia della mia famiglia, la fede dei miei antenati e il dono che essi hanno consegnato a me.
Io sono cristiana perché qualcuno non ebbe paura di evangelizzare.
E io continuo a credere che il mondo abbia bisogno di conoscere Cristo.
Non abbiamo bisogno di una Chiesa che si vergogni della propria missione. Non abbiamo bisogno di una Chiesa che chieda perdono per il desiderio di evangelizzare. Abbiamo bisogno di una Chiesa che torni a credere fermamente nel Vangelo che le è stato affidato.
Perché quando la Chiesa smette di desiderare la conversione del mondo, non è il mondo ad essere diventato cristiano. È la Chiesa che ha cominciato a pensare come il mondo.
Zarish Imelda Neno
Perché un missionario dovrebbe lasciare la propria terra?
Perché dovrebbe rischiare la vita per annunciare Cristo?
Perché i martiri hanno versato il loro sangue?
Perché la Chiesa dovrebbe chiamare qualcuno alla conversione, se ormai sembra sufficiente dialogare, collaborare e camminare insieme?
Forse la missione della Chiesa è cambiata e nessuno ha avuto il coraggio di dircelo apertamente.
Cristo aveva comandato: «Andate e fate discepoli tutti i popoli». Oggi, invece, sembra che ci venga chiesto di incontrare tutti i popoli senza desiderare davvero che diventino Suoi discepoli. Di ascoltare, comprendere, accogliere e collaborare, ma quasi mai di annunciare con chiarezza che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, l’unico Salvatore dell’uomo.
Il dialogo, nato come uno strumento della missione, sembra essere diventato la missione stessa. La Buona Novella viene sostituita dalla buona convivenza. La conversione dalla comprensione reciproca. La salvezza eterna dalla costruzione di un mondo più fraterno.
Ma allora dobbiamo avere il coraggio di domandarci: la Chiesa esiste ancora per portare il mondo a Cristo oppure esiste ormai soltanto per aiutare le religioni a convivere pacificamente?
Stiamo già vivendo una crisi terribile della fede. Molti cattolici non sanno più in che cosa credono. Non riconoscono la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, non comprendono il significato del peccato, non si confessano, non trasmettono la fede ai figli. Le chiese si svuotano, le vocazioni diminuiscono e la fede viene ridotta a un sentimento privato o a un generico invito a essere persone buone.
Proprio adesso avremmo bisogno di chiarezza. Invece riceviamo parole sempre più elastiche, formule capaci di piacere a tutti e una fede resa talmente innocua da non chiedere più nulla a nessuno.
Sembra quasi che coloro che hanno il dovere di custodire il deposito della fede siano più preoccupati di trovare nuovi modi di reinterpretarlo. Come se la missione non fosse più convertire il mondo a Cristo, ma convertire il cristianesimo alle esigenze del mondo.
Io non riesco ad accettarlo in silenzio.
Lo dico da cristiana nata e cresciuta in Pakistan, tra persone appartenenti ad altre religioni. Non conosco il dialogo soltanto attraverso conferenze, documenti o fotografie di incontri ufficiali. Conosco la vita quotidiana delle minoranze cristiane. Conosco la discriminazione, la paura delle accuse di blasfemia, le ragazze rapite e convertite con la forza, le chiese attaccate, i quartieri cristiani incendiati e le famiglie costrette a nascondersi.
Per questo, come discendente di uomini e donne che hanno conosciuto Cristo grazie all’annuncio coraggioso dei missionari, sento questo documento come una ferita inferta alla storia stessa della mia famiglia e alla fede che, attraverso otto generazioni, è arrivata fino a me.
Mi brucia leggere tanto sull’islamofobia e così poco sulla persecuzione concreta dei cristiani. L’islamofobia viene chiamata per nome; i persecutori dei cristiani, invece, scompaiono dietro l’espressione comoda e impersonale di «gruppi estremisti».
Le vittime hanno un nome.
Anche le ideologie che producono quelle vittime hanno un nome.
E la verità non diventa odio soltanto perché qualcuno non vuole ascoltarla.
Non si può chiedere ai cristiani perseguitati di deporre ogni atteggiamento di difesa mentre l’Occidente, protetto e distante, celebra il dialogo. Per noi difendere la fede non è chiusura mentale. A volte significa difendere la vita, la dignità dei nostri figli e il diritto di pronunciare il nome di Gesù senza paura.
Io rispetto ogni persona, ma non posso fingere che tutte le religioni conducano alla stessa verità. Posso amare un musulmano senza credere nell’Islam. Posso dialogare senza rinunciare al giudizio. Posso costruire la pace senza mettere il Vangelo sullo stesso piano delle altre credenze.
La carità senza verità diventa diplomazia. Il dialogo senza annuncio diventa silenzio. La missione senza conversione diventa assistenza sociale.
Una Chiesa che non vuole più condurre le anime a Cristo perde la ragione per la quale Cristo l’ha fondata.
Se Gesù è davvero la Via, la Verità e la Vita, allora non può essere ridotto a una delle tante voci presenti nel dialogo. Se invece non è necessario che gli uomini Lo conoscano, Lo amino e Lo seguano, smettiamo almeno di parlare di evangelizzazione. Sarebbe una parola ormai svuotata del suo significato.
I missionari non hanno attraversato oceani per insegnare alle religioni a dialogare. I martiri non sono morti per difendere una generica fraternità. Gli Apostoli non hanno dato la vita per annunciare che ogni popolo possedeva già la propria strada spirituale.
Sono partiti, hanno predicato e sono morti perché credevano che il mondo avesse bisogno di conoscere Cristo.
E io stessa sono qui grazie a quella missione.
Otto generazioni fa, se la missione della Chiesa fosse stata quella che oggi sembra emergere — incontrarsi, rispettarsi e lasciarsi semplicemente ciascuno nella propria tradizione — i miei antenati non si sarebbero mai convertiti. Io oggi sarei probabilmente hindu o sikh. Non avrei ricevuto il Battesimo, non sarei cresciuta conoscendo Cristo e la fede cattolica non sarebbe diventata il tesoro più prezioso della mia famiglia.
Ma qualcuno venne ad annunciare il Vangelo. Qualcuno credette che i miei antenati non avessero bisogno soltanto di essere rispettati nella religione in cui erano nati, ma avessero il diritto di conoscere Gesù Cristo. E i miei antenati riconobbero nella fede cattolica qualcosa che non avevano trovato altrove. Non furono costretti: furono raggiunti dalla Buona Novella. Incontrarono Cristo e decisero di seguirLo.
La mia famiglia, dopo otto generazioni, è la prova vivente di ciò che l’evangelizzazione può generare. La fede ricevuta allora è passata di padre in figlio, ha attraversato persecuzioni, discriminazioni, sofferenze e prove, ed è arrivata fino a me e a mia figlia.
E la mia non è una storia isolata. Quante famiglie cristiane del Pakistan, dell’India e di altre terre esistono oggi perché qualcuno ebbe il coraggio di annunciare Cristo? Quante generazioni hanno conosciuto il Battesimo, l’Eucaristia e il Vangelo perché la Chiesa non considerò inutile la loro conversione?
Se quei missionari avessero pensato che tutte le tradizioni possedevano già ciò che era necessario, noi oggi non saremmo cristiani.
Perciò, quando si indebolisce la missione evangelizzatrice della Chiesa, per me non si sta discutendo di una teoria teologica astratta. Si sta mettendo in discussione la storia della mia famiglia, la fede dei miei antenati e il dono che essi hanno consegnato a me.
Io sono cristiana perché qualcuno non ebbe paura di evangelizzare.
E io continuo a credere che il mondo abbia bisogno di conoscere Cristo.
Non abbiamo bisogno di una Chiesa che si vergogni della propria missione. Non abbiamo bisogno di una Chiesa che chieda perdono per il desiderio di evangelizzare. Abbiamo bisogno di una Chiesa che torni a credere fermamente nel Vangelo che le è stato affidato.
Perché quando la Chiesa smette di desiderare la conversione del mondo, non è il mondo ad essere diventato cristiano. È la Chiesa che ha cominciato a pensare come il mondo.

19 commenti:
"Perché dovremmo ancora evangelizzare?"
Ma...ci sono ancora missionari?
Definitiva ! Potrebbero chiudere tutti i siti non allineati, non c'è più niente da aggiungere.
Se avessero una coscienza, ma non c'è l'hanno, dovrebbero nascondersi a qualche chilometro sotto terra, magari nel nucleo terrestre, che poi è la loro sede naturale.
Claudio Gazzoli
La risposta alla domanda della signora è che non si evangelizza per fare proselitismo, ma per illuminare l'umanità con il messaggio del Vangelo. La Chiesa non è chiamata a costringere o a spingere tutti a diventare cattolici. La sua missione non consiste nell'eliminare le altre religioni per diventare l'unica esistente, ma nel testimoniare la verità, l'amore e la speranza che provengono da Cristo. Gesù ha detto: «Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,14). Non ha insegnato a imporre la fede con la forza o con la pressione, ma a essere una luce che illumina attraverso l'esempio, la carità e la testimonianza. L'evangelizzazione autentica non è conquista, ma proposta; non è imposizione, ma annuncio. Ogni persona resta libera di accogliere o meno il messaggio cristiano secondo la propria coscienza.Inoltre, la Chiesa non conduce guerre di religione contro chi professa una fede diversa. La sua vocazione è quella di favorire il dialogo, il rispetto reciproco e la convivenza pacifica tra i popoli e le religioni. Essere fedeli a Cristo non significa combattere gli altri, ma amare il prossimo, riconoscere la dignità di ogni essere umano e collaborare per il bene comune, pur nelle differenze di credo. Per questo, il compito dei cristiani è portare la luce del Vangelo nel mondo, affinché ogni uomo e ogni donna possano conoscere Cristo e scegliere liberamente il proprio cammino. La luce non si impone: si offre. E, quando è autentica, illumina senza spegnere quella degli altri
Hindu o sikh ? Ma sikh senz'altro : lei, mia giovin signora ha la punta della sua penna acuminata come lo spadino che i sikh portano al fianco quando indossano il loro costume tradizionale.
Cristo e' Via e Verita' : cerchiamo di fare in modo che ðiventi veramente la nostra vita.
Eh. Già! E' proprio così. Solo chi vive sulla propria carne il martirio se ne accorge, tutti gli altri sono stati comprati e lobotomizzati. Hanno tradito Cristo e non possono che continuare a farlo fino alla fine. Qualcuno qualche decina di anni fa avrebbe potuto modificare la rotta ed uscirne. Non ha voluto. E se ne è andato. Il resto è agonia.
E perche non si parla piu di Mons. Vigano in » Chiesa et Posconcilio»? Coraggio?
Analisi lucidissima! Purtroppo i pastori della neochiesa, cresciuti coll'unico superdogma del Concilio Vaticano II, sono talmente accecati da continuare nel cammino di autodistruzione!! Preghiamo per loro!!
Ha detto tutto e molto bene. Il vostro parlare sia si si e no no. Abbiamo invece il bla bla di guide che non credono più.
Uno dei pochissimi che parla chiaro e' Mons. VIGANO', la cui intervista con Gaetano Masciullo e'uno scrigno di tesori.
Molte belle parole tutte condivisibili. Peccato che quella chiave: annuncio, che fa conoscere senza imporre è messa in secondo piano. La vera evangelizzazione annuncia il Signore (Paolo ai Romani. Cito a memoria: "Come potranno accoglierLo se non lo conoscono. E come potranno conoscerLo se non c'è chi lo annuncia. Come sono belli sui monti i piedi di coloro che portano il lieto annuncio... ". Invece anche recentemente, il papa ha confuso di nuovo l'evangelizzazione col proselitismo.
La testimonianza e tutto il resto, poi, certo è importante; ma segue e affianca l'annuncio e lo rende credibile.
Sto 'lavorando ' alla redazione della lunga intervista che lifesite ha suddiviso in due parti...
Sto 'lavorando ' alla redazione della lunga intervista che lifesite ha suddiviso in due parti...
# Commento delle 18:53.
Lei si sbaglia. La Chiesa è chiamata a convertire tutti e quindi, dati i limiti umani, il maggior numero possibile di uomini e donne su tutto il pianeta. Convertire, come è noto, con la predicazione e l'esempio di una santa vita cristiana. Come facevano gli Apostoli, dominati dallo zelo per la salute eterna delle anime. Cristo è venuto per salvarci dall'eterna dannazione e condurci alla vita eterna non per farci collaborare ad un supposto bene comune costituito dalla pace e dalla fratellanza universali, in nome della dignità dell'uomo.
Nell'opera di conversione non c'è nessuna violenza al c.d. "altro". Tant'è vero che le conversioni forzate non sono mai state il modo di procedere della Chiesa. Nell'Alto Medioevo vi sono incorsi a volte alcuni monarchi cristiani, ma di loro iniziativa.
La rinuncia a convertire corrisponde all'errore della salvezza per tutti propagandato dalla Gerarchia attuale, che nei fatti non è più cattolica (e non da oggi).
Molte belle parole tutte condivisibili?
Il commento di Anonimo22 settembre, 2026 18:53 riproduce l'ideologia della Chiesa "cattolica" attuale con precisione ma non chiarisce abbastanza che tale ideologia è anti-cristiana, anti-evangelica, sincretistica, qualunquista...
Oltretutto, "proselitismo" viene da "proselito", termine adoperato nel Nuovo Testamento, di cui non dovremmo vergognarci...
Basti confrontare i cardinali e vescovi vissuti dagli anni '30 fino ai primi anni '60 con quelli odierni : a quell'epoca vi erano veri uomini di Dio come Gaetano De Lai , Merry del Val , Pio Boggiani , Ottaviani , Ruffini , Tardini , Gasparri , Adeodato Piazza , Marchetti Selvaggiani ecc. Oggi abbiamo dei modernisti con idee mondane di sinistra o liberiste favorevoli o molto timidi persino sull'eutanasia e le unioni omosessuali come Paglia , Zuppi , Tagle , Krajewski , Stagliano' , Ravasi , Galantino o defunti come Martini , Tettamanzi , Silvestrini , Hummes Ecc.
Un cristianesimo “ignorante” è confuso.
Non distingue nemmeno il significato delle parole: vede imposizioni inesistenti nel semplice annunciare Cristo e di Cristo, che conosce poco, si vergogna in po’. Lo spolvera in quantità minime su psicologia, sociologia, politica, antropologia, ecologia e chi più ne ha più ne metta, senza mai farne il centro e il fine. Soprattutto, nella confusione, prevale l’ignoranza su Cristo e la rivelazione: ignoranza dell’anagogia, dottrinale. Viene dai seminari ( tema già toccato) e si traduce in scarso amore, scarsissimo fascino nell’annunciatore e dell’annunciatore. Un annuncio confuso, spento, finto… che non tocca i cuori.
"Rabbini, pastori e preti hanno smesso di parlare del peccato. Gli avvocati lo hanno preso e hanno trasformato il peccato in un crimine, e infine gli psichiatri lo hanno trasformato in un complesso. Il risultato è che nessuno è un peccatore."
"La cosa peggiore al mondo non è il peccato ma negare di essere peccatori; questo è un peccato imperdonabile."
"Fin quando crederemo di essere buoni non potremo mai trovare Dio."
"L'accettazione della filosofia che nega il peccato o la colpa personale facendo di ogni uomo una 'brava persona' può produrre effetti quanto mai nocivi. Negando il peccato, la 'brava persona' rende impossibile la guarigione. Il peccato è molto grave e la tragedia è resa più grave dal nostro rifiuto di riconoscerci peccatori. Se il cieco nega di essere ceco, come potrà mai vedere? Il peccato veramente imperdonabile è la negazione del peccato, poiché, naturalmente, non rimane più nulla da perdonare."
(Fulton J. Sheen)
Il Papa è l’uomo che interpreta il Papato.
L’essere Vicario di Cristo salda il Papato a Dio. Un papato minuscolo, esercizio di un potere terreno e non soprannaturale, riduce il Papato a ministero tra i tanti, anche se il più in vista e apicale.
La differenza tra Munus e ministerium è tanta: nel Papato coesistono. Vengono meno nel Papato impedito, non per volontà del Papa. Non ci sono nel papato ministeriale, per volontà di chi lo esercita senza detenere il munus.
Sta succedendo sotto i nostri occhi, incapaci di accettarlo. E’ permesso da Dio che ci chiede questa prova che sta scritta nel Catechismo e nella Sacra Scrittura.
E' il crocifisso che viene predicato non Cristo Risorto. Viene celebrata la morte e non la vita.
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