mercoledì 12 agosto 2020

Pro o contro il Concilio, la Chiesa nel vortice. Linee guida per una pacificazione

Sandro Magister pubblica l'articolo di Pietro De Marco ripreso di seguito, che si inserisce nell'ormai accesa disputa sul Vaticano II, prendendo in considerazione l'intera frastagliata galassia delle diverse correnti e relative posizioni, nell'intento di trovare un terreno di confronto comune da cui partire per la prosecuzione del serio dibattito. L'articolo è preceduto da un abstract per agevolarne la lettura. De Marco, filosofo e storico di formazione, già docente di sociologia della religione nell’Università di Firenze e nella Facoltà teologica dell’Italia centrale. Potete trovare qui il nutrito indice dei precedenti innescati dagli autorevoli e significativi contributi  Viganò-Schneider.

ABSTRACT
La disputa, di estensione internazionale, che si è accesa sullo statuto di verità del Concilio Vaticano II, ovvero sui suoi errori, sulla sua costitutiva eresia, va presa sul serio, esaminata, appunto, nella sua verità.
L’autore sostiene la necessità di un accordo preliminare che permetta sia alla maggioranza pro-conciliare (moderata o radicale) che ha assorbito un Concilio parziale o di maniera, sia alle minoranze critiche tradizionali e tradizionalistiche, di trovare il terreno di confronto. Questo accordo richiede:
  1. la rinuncia al pregiudizio discontinuista che impedisce (nei tradizionalisti come nei conciliaristi radicali) l’esame del “corpus” conciliare per ciò che esso è, genealogicamente e testualmente, e anzitutto come evento della Tradizione;
  2. il riconoscimento di uno o più sottoinsiemi problematici nel “corpus” conciliare, che sembrano legittimare le opposte visioni del Concilio come frattura;
  3. il riconoscimento che il lavoro dei Padri e dei periti conciliari intese svolgersi in continuità sostanziale con l’ordine cattolico, istituzionale e dogmatico, ricostruito dopo la crisi modernistica;
  4. la realtà, spesso diagnosticata dai critici tradizionali, di culture teologiche neo-modernistiche responsabili del travisamento dei testi conciliari, nelle diverse fasi del post-Concilio.
    L’esame oggettivo della “intentio auctorum” potrà evitare quella sopravvalutazione, in direzioni opposte, dell’evento-Concilio, che ha condotto novatori e utopisti ad abbandonarlo per realizzarlo, e tradizionalisti a cristallizzarlo per condannarlo “in toto”.
* * *
NEL MAELSTRÖM
di Pietro De Marco

Caro Magister, sto seguendo con una certa attesa la discussione in corso, in diverse sedi tra le quali Settimo Cielo, sull’ermeneutica del Vaticano II. Proprio perché i termini sono spesso crudi ed espliciti (verrebbe da dire, finalmente) essa non manca di verità. La questione del Concilio, del suo significato ultimo, della sua autorità, della sua attualità (che si pose molto presto: a tanti apparve “superato” già nelle sue ultime sessioni) ha accompagnato la nostra vita.

“Nostra” perché lei ed io siamo della stessa generazione. La frequentazione dell’Istituto per le Scienze Religiose di Bologna (allora col suo nome dossettiano di Centro di Documentazione), tra il 1965 e i primi anni Settanta, ha legato in termini rigorosi la mia formazione cattolica a quei problemi. Il passaggio dalla sottovalutazione del Concilio, nel progressismo della mia Firenze, al serio lavoro sui testi praticato a Bologna, fu importante. È poi mutata la mia visione delle cose ma niente mi sono gettato dietro le spalle, come invece molti compagni di strada. La discussione ci riguarda e possiamo per questo vederla in una prospettiva di meno astratta competizione tra estremi, quale si presenta oggi. I promemoria recenti di Francesco Arzillo e dell’arcivescovo Agostino Marchetto sono esempi di come procedere utilmente.

Dico subito che l’alternativa alla contrapposizione drammatica tra critici (conservatori, tradizionali, tradizionalisti) e promotori-superatori del Vaticano II, nuovamente esplicita sotto l’attuale pontificato, non sarà una via mediana tra tesi della continuità e tesi della discontinuità. Tra i critici come tra gli apologeti vi sono continuisti e discontinuisti, ovvero sia sostenitori che negatori della continuità del Concilio con la storia vivente della Chiesa, ma con implicazioni opposte.

Non è una rappresentazione monodimensionale e bipolare delle cose che aiuta. L’armonizzazione ratzingeriana, a dominante continuista, tra le due concezioni (nel memorabile discorso del 22 dicembre 2005) si poneva a un livello semantico e teologico diverso da quello implicito allora e oggi in molti negatori o celebratori della verità conciliare. Noto, in proposito, con Brunero Gherardini che “‘conciliare’ ha oggi un significato pressoché assoluto, o almeno antonomastico, perché ha nel Vaticano II, da oltre mezzo secolo, il suo unico riferimento” (“Quod et tradidi vobis”, 2010, p.155). Un lessico così spontaneamente discontinuista da solo varrebbe come guida critica, come “caveat”, nella nostra riflessione.

Infatti è fuori di discussione che nella Chiesa ogni Concilio regolarmente indetto, condotto e promulgato, sussiste nella continuità, ovvero entro le “traditiones” che esso conferma ed esplicita (è qui l’essenza dello sviluppo dogmatico) divenendone parte. La serie di preziosi interventi del cardinale Walter Brandmüller è apparsa indispensabile.

Ma “che il Concilio rappresenti un problema” (come sostiene Carlo Maria Viganò) resta vero, nei limiti che cercherò di chiarire. Se non è così, o non si ritiene questo, la partita è già chiusa e la vittoria assegnata a tavolino a una parte, quella che assume il Vaticano II come Concilio-novità che risolve in sé e supera, come creazione o come eresia, la tradizione, ogni tradizione.

Mi si perdoni il lessico hegeliano, peraltro qui illuminante. Ci resterebbe da discernere, tra i discontinuisti progressisti, chi ne trae conseguenze “moderate” (un Vaticano II canone di ogni presente e futura versione “umana” e solidale della fede, posto “pastoralmente” nell’oblio il “carico” della tradizione) e chi ne deriva corollari eversivi: una nuova Chiesa, un nuovo cristianesimo. Comunque niente da mediare.

Per la versione pro-conciliare, subito diffusa nelle élites di “entusiasti” degli anni Sessanta e oggi operante ovunque nella Chiesa allo stato liquido di banalità indiscussa, non esiste un altro polo che faccia da “balance”: chi ha visioni diverse, o riserve, è un nostalgico, un residuato. Il paradosso che, trattandosi di estremi, essi si tocchino è scontato. Anche molti critici radicali del Concilio ritengono che esso sia “novità assoluta”, quindi da rigettare come eretica. Vale in loro un’analoga disposizione a-dialettica. Chi sostiene, ad esempio, la indistinguibilità tra l’eresia post-conciliare e il Concilio stesso, non può ammettere alcun confronto significativo al di fuori di sé.

Potrei suggerire uno schema, che incrocia due assi di opposti: tra critici e promotori l’uno, tra continuità e discontinuità l’altro.

Come i critici radicali possono essere dei continuisti “sui generis” (secondo i quali la Chiesa e la teologia del Novecento ricaverebbero dalla stagione modernistica le premesse dell’eresia conciliare) o discontinuisti (secondo i quali il Concilio semplicemente rompe con la Tradizione), così gli apologeti del Concilio irreversibile e fondante possono essere continuisti (il Concilio sviluppo-novità che “dà senso” alla Tradizione) o discontinuisti (il Concilio che si pone oltre la Chiesa controriformista o costantiniana, come assoluta nuova partenza).

In particolare, i sostenitori, di diversa radicalità, dell’evento Concilio come nucleo generatore di novità, si trovano – alla pari, sul fronte opposto, dei negatori tradizionalisti della verità conciliare – al di fuori del perimetro di una discussione sui contenuti di fede positiva del Concilio e sulla sua congruità con la tradizione della Chiesa.

La delineazione di un terreno di confronto – all’altezza delle tensioni e negazioni – non potrà essere né tattica né moderata. A mio avviso essa obbliga piuttosto ad assumere:
  1. il Concilio non fu rottura né nuova partenza in sede dogmatica, quindi nemmeno in sede di una pastorale che non voglia sostituirsi alla retta fede. Il primo passo è la rinuncia sia alla tesi dell’eresia intrinseca al Concilio sia a quella della “nuova Pentecoste” (bella immagine, ma nell’economia della Redenzione non si dà alcuna innovazione su quanto è irreversibilmente e compiutamente accaduto “in illo tempore”) o ‘nuova rivelazione’, cui spesso rinvia copertamente la retorica della nuova evangelizzazione.

  2. nei testi conciliari vi sono elementi che hanno favorito il postconcilio eversivo, nettamente segnato da eresie antropologiche e cristologiche (precoce fu l’analisi del gesuita Jean Galot), da cui procedono quasi tutte le derive in corso. Su questo punto, relativo ad alcuni enunciati del “corpus” conciliare, e in questi limiti, i critici (penso alle profonde letture di Brunero Gherardini) hanno forti ragioni, che i moderati sottovalutano o non vedono.
Allora, il problema ermeneutico posto dal Concilio e il suo esito vincolante per la Chiesa, per i teologi e per le prassi, è nel rapporto sostanziale tra un circoscritto “corpus” di enunciati rischiosi (dispersi in vari documenti ma specialmente in alcuni, dalla “Dei Verbum” alla “Gaudium et spes”, passando per “Nostra aetate” e “Dignitatis humanae”) e il “corpus” conciliare nella sua interezza.

In modi diversi talora questo lo si ammette. Ma le opposte ermeneutiche estreme (il Concilio eresia, o il Concilio evento nel senso di Christophe Theobald più che della “scuola di Bologna”) si sottraggono al compito di affrontare come problema quel rapporto parte-tutto.

Ora, la dialettica stessa della tesi di un Concilio come superamento della Tradizione, in verità come negazione dell’intera storia della Chiesa postapostolica, annienta anche tutto ciò che nel Concilio è dogma e tradizione, formale e sostanziale. Infatti, da un lato:
  1. il “corpus” conciliare cosiddetto essenziale e traente è sottratto all’insieme sincronico e diacronico del Concilio; e dall’altro lato

  2. se il Concilio è “evento”, esso è per definizione solo il suo futuro. Da ciò la deriva degli innovatori, sperimentata a partire dagli anni Sessanta, verso l’utopia e l’inconsistenza teologica. Difficile, anzi teoreticamente impossibile, è infatti ragionare del Concilio come Chiesa istituita in Cristo se esso è pura soglia o, se si preferisce, fine della storia cattolica e sua trasfigurazione. Qui il superamento è negazione.
Per parte loro i moderati di area filo-conciliare suppongono che il problema non esista e che sessant’anni di lavoro demolitorio contro le “traditiones” in nome del Concilio siano stati forse eccessivi ma ormai irreversibili. Postulano che si sia conservato un messaggio essenziale e perenne, ma non hanno la forza teologica di definirlo con rigore teoretico contro il conciliarismo radicale e decenni di teologie neo modernistiche. La “koiné” moderata finisce con l’accettare l’estrapolazione pratica di “enunciati forti”, che spesso coincidono con i punti critici, errando, perché così facendo essi stessi li isolano dalle “traditiones” e li rendono disponibili ad ogni sviluppo possibile, ad un “sequitur quodlibet” che certo non è il soffio dello Spirito.

Sed contra”, a mio avviso, il “corpus” testuale conciliare, come “corpus” legittimamente istituente, se non “costituente”, è segnato:
  1. da una continuità organica con la dogmatica cattolica, col “credendum” millenario; una continuità che include novità (cioè nuove esplicitazioni dell'unico patrimonio rivelato) consapevoli e a maggioranza approvate.

  2. da innesti, voluti con accanimento da minoranze, ma anche circoscritti e ordinati a un tutto nel lavoro delle diverse sottocommissioni. Innesti già allora controversi, eppure accolti con molti accorgimenti entro la organica tradizione conciliare: dato, questo, che non può essere ignorato come problema, cruciale in molte e opposte direzioni. Certo è che l’assunzione di questo sottotesto conciliare come “corpus” rappresentativo del Concilio è un falso, che continua ad operare distruttivamente, con la pretesa assolutamente arbitraria di contenere l’autentico “spirito del Concilio”. In effetti accantonandolo, poiché il Vaticano II appartiene alla storia dei Concili, alla lettera: né più né meno (Brandmüller).
Come configurare allora l’intero conciliare, tra autorità e problematicità? Come attrezzare il necessario continuismo ermeneutico con la non meno necessaria intelligenza critica di dettati conciliari che si siano mostrati e si mostrino instabili e insidiosi?

Ho una mia proposta, intanto, per la diacronia. Se è vero che i tradizionalisti rischiano una “regressio ad infinitum” alla ricerca di un paradigma di ortodossia, quanto a me ritengo sufficiente assumere come paradigmatico l'ordine cattolico, intellettuale e spirituale, di prestigio mondiale, raggiunto dalla Chiesa e dalla teologia dogmatica tra le due guerre mondiali. Un ordine perfezionato, non negato, dal Vaticano II effettuale.

Il Vaticano II va letto come integrazione teologica e moderazione pastorale della stagione di ricostruzione, antimodernistica e postmodernistica. Questo la maggioranza conciliare volle che il Concilio fosse, e in certo modo questo fu ottenuto, ma con lasciti controvertibili. I lavori del Vaticano II integrarono, infatti, il sistema cattolico sí di scuola romana ma anche recettivo del lavoro tedesco e francofono e delle altre ricchezze teologiche presenti nel Novecento. Accolse le tensioni teologiche come ricchezza, le trattò come rischio. Non potrei accogliere la tesi che agli schemi preparatori, pur sostituiti con un “colpo di mano”, sia subentrato tout court un “coacervo di errori abilmente dissimulati entro discorsi prolissi e volutamente equivoci” (Viganò). Per quanto di storico e di filologo c’è in me, non accetterei questa generalizzazione, anche se ricordo bene, e depreco, la pratica della prolissa retorica, deliberatamente equivoca, di quegli anni.

Inoltre, rispetto a Viganò e a molti altri, difendo ancora come tesi scientifica, dimostrabile, quella del “travisamento indebito, della forzatura arbitraria” operati ogni giorno, nel peri-Concilio, presso opinione pubblica, cleri, laicati, dall’intelligencija teologica, col consenso di alcuni episcopati. (si veda in proposito il mio saggio “Teologie cattoliche e intelligencija europea dagli anni Trenta al pontificato di Giovanni Paolo II”, in P. De Marco (a cura di), “La Pira, don Milani, padre Balducci. Il laboratorio Firenze nelle scelte pubbliche dei cattolici dal fascismo a fine Novecento”, Roma, Magna Carta, 2009, pp. 93-152).

Per queste dinamiche è vero: il Concilio, o meglio la stagione conciliare, rappresentano un problema non eludibile, per la veracità della Chiesa cattolica.

Integrerei quindi i termini A. e B., sempre in vista di un nuovo confronto cattolico, con due proposte di metodo:
C. una ricerca è urgente, quella che ricostruisca gli equilibri dottrinali raggiunti nelle commissioni e ratificati in assemblea e ne tenga conto ermeneuticamente. Questa ricerca sulla genesi intenzionale e fattuale del testo, di cui esistono ottimi esempi (Alexandra von Teuffenbach) si oppone alla visione del “corpus” conciliare come massa inerte.

La massa testuale del Vaticano II, immessa nell'impianto della Tradizione, come avviene nell’improbabile “nuovo Denzinger” di Peter Hünermann, diluisce, disordina, soffoca forse deliberatamente la stessa “ratio” dogmatica. La lettera del Concilio, riaperta alla “intentio auctorum”, deve essere vagliata, compendiata e gerarchizzata, in analogia ai processi classici di codificazione. Linee importanti di tale “codificazione” sono costituite dal magistero postconciliare stesso, da Paolo VI a Benedetto XVI, specialmente dal nuovo Codice di diritto canonico del 1983 e dal Catechismo della Chiesa cattolica del 1997, prima stesura 1992, atti del magistero costituente di Giovanni Paolo II. Nulla di impossibile, dunque, ma da fare. Senza ignorare che il movimento dell’intelletto cattolico dal Concilio ad oggi è stato l'opposto: cancellare la complessità e le tensioni del “continuum” fra Tradizione e Concilio in evasioni discorsive presentate come nuova teologia o aggiornata predicazione e catechesi; tagliare il nodo della continuità. Per ciò l’obiezione non rara: “A che scopo tornare ai testi, visto che la realtà della Chiesa è andata molto oltre?” non ha fondamento. Questo “molto oltre” ha usato il Concilio non come canone per il proprio percorso, ma come fulcro per ottenere “altro”, ovvero per abusare del Concilio stesso. Il nostro attuale “molto oltre” ecclesiale cattolico non è canone di alcunché, è in larga parte disorientamento e disordine.
D. l’accoglimento di un’altra tesi critico-conservatrice: cioè l’esistenza di componenti neomodernistiche nell’età conciliare. Non presente nel Concilio, la costante neocristiana e antidogmatica sul modello protestante-liberale è come riemersa negli anni Sessanta, con l'indebolimento di quella cultura e di quella istituzione che l'avevano fermata: la centralità romana in dottrina e disciplina. Questa evidenza mi ha fatto correggere, negli ultimi anni, una convinzione (l’irreversibilità del superamento romano del modernismo tra le due guerre) che esprimevo nel mio saggio del 2000 “Modernità di Roma. Per un saggio sulla forma cattolica 1848-1962”, in “Vivens Homo. Rivista di Teologia e Scienze Religiose”, Firenze, luglio-dicembre 2000, pp.481-508. In effetti che differenza di fondo c'è tra il biblismo adogmatico di Alfred Loisy e l’insegnamento scritturistico di una comune facoltà teologica, oggi? O tra la filosofia della religione di Ernst Troeltsch, influente tra i cattolici novatori del primo Novecento, e gli indirizzi “teologici” attuali diagnosticati da Antonio Livi? Bisogna ritenere che la corrente del modernismo fosse, tra le due guerre mondiali, diventata carsica, entro il corpo stesso della Chiesa stessa.
Per sottrarci all’odierna diffusa follia di cattolici oggettivamente e spesso deliberatamente anticattolici è anche necessario, dunque, disegnare un terreno di incontro estraneo a condizionamenti neomodernistici, quali sono in sostanza le legittimazioni della Modernità ideologica, come paradigma di valore per la Chiesa.

L’ordine teologico ed ecclesiastico, tra l’enciclica di Pio X “Pascendi” e la fine del Vaticano II, dunque quello della cultura teologica e cattolica in cui si erano formati i padri conciliari, è l'ordine paradigmatico della Chiesa moderna, nella sua sincronia e diacronia. Con questo dato fermo, si possono ponderare sia le novità del magistero conciliare, sia le indubbie intrusioni modernistiche durante e dopo il Concilio. Aprendo gli occhi sul vortice storico e spirituale che ha investito l’ecclesiosfera dagli anni Sessanta, per cui essa sembra trovarsi da allora nel Maelström, senza preoccuparsene. - Fonte

56 commenti:

Anonimo ha detto...

Rinunciare al possibile aspetto di discontinuità, significa già eludere un problema e fornire già un giudizio sul Concilio. Se è vero com'è vero, che almeno nella sua prima parte, quella voluta da Giovanni XXIII, il Concilio fu voluto come pastorale, allora già questo è una discontinuità sui Concilii precedenti.

Anonimo ha detto...

Il vaticano II va confrontato coi Concili di XX secoli e con la Bibbia e la Tradizione col Magistero. O è coerente con essi o non è ciò che dice essere: quelli già sono stati giudicati nella storia dal Magistero e sono intoccabili nei punti non contingenti,questo invece no e va giudicato ora. Il vaticano secondo come novità è panzana inpossibile. I suoi stessi frutti lo giudicano evangelicamente. Quindi è passibile di essere rigettato tutto.Continuo a condividere la tesi di mons.Viganò ma necessita un sinodo che lo giudichi ufficialmente anche di poche persone con questo Porporato.

Anonimo ha detto...

Anche qui non è mai citato, nè a proposito né a sproposito, Gesù Cristo. L'avranno perso tra il diacronico ed il sincronico.

Anonimo ha detto...

La loro perdita di Gesù Cristo nostro Signore, tra il diacronico ed il sincronico, è avvenuta perché Lui appartiene alla Eternità, categoria sconosciuta all'uomo moderno al passo dei tempi.

Anonimo ha detto...

Non c'ho capito nulla. Solo confusione. 
Danilo Privato

Anonimo ha detto...

@ Danilo Privato

si rallegri, lei è sano. Ringrazi Maria Santissima d'averla preservata da questo virus.

Anonimo ha detto...

Erore:...appartiene alla Eternità, categoria sconosciuta all'uomo moderno al passo dei tempi.

Leggi;...appartiene alla Eternità, dimensione sconosciuta all'uomo moderno al passo dei tempi.

Anonimo ha detto...

La nomenclatura è ingannevole. Quando, per esempio, diciamo che Romano Prodi o Rosy Bindi sono dei “cattocomunisti” non possiamo dimenticare che la “scelta religiosa” dossettiana sta agli antipodi della teologia della liberazione, e che possibilmente è ancor più perniciosa.
Andrea Sandri

Anonimo ha detto...

https://www.youtube.com/watch?v=AgRDmgcYAr4

JIMMY LAI È STATO ARRESTATO: ORA LO SCONTRO TRA USA E CINA È A UN PUNTO DI NON RITORNO... - Amodeo

Importantissimo ma, per noi ancor di più. Gli ultimi minuti si cita il comportamento recente del Vaticano.

Anonimo ha detto...

Non posso far ch'io non mi cessi dinanzi dalla manifestazione di sapienzia di cotanto baccelliere in teologia; non son degno.

fabrizio giudici ha detto...

Pure io non ci ho capito molto, ma non faccio testo. Posso solo dire che l'impressione è di leggere un documento contorto, dello stesso stile nato dal linguaggio del CVII. Non credo si possa trovare una soluzione se si usano gli stessi mezzi di cui è fatto il problema.

Trovo significativo, come commentato sopra, che non sia menzionato Cristo: di fatto mi appare come un cervellotico discorso filosofico finalizzato a salvare un cervellotico discorso filosofico. Un taglio totalmente diverso dagli argomenti di Viganò, Schneider, in parte Weinandy (per quanto riguarda il papato) che senza tanti giri di parole denunciano l'errore e poi si concentrano quasi esclusivamente sul compito non facile di comprendere come la denuncia possa essere formulata in modo corretto, teologicamente e canonicamente, per non inficiare i duemila anni precedenti di concili e papati e quelli che ancor ci rimangono fino alla fine dei tempi.

by Tripudio ha detto...

Gli interventi di De Marco, sempre molto professorali, sono stati ospitati da Magister da lunghi anni.

Stavolta il De Marco tenta elegantemente di ammorbidire la questione della discontinuità del Vaticano II (che è fin troppo evidente sul piano storico e sul piano dei contenuti), e di dare - ordine di scuderia? desiderio di captare qualche benevolentiam? - una gomitata a Viganò.

Nel corso degli anni noialtri c'eravamo sempre sforzati di vedere una qualche continuità. Prima lo facevamo per inesperienza e giovanile ingenuità: "se i pastori dicono così...". Quindi l'abbiamo fatto per salvare il salvabile: "nonostante i pastori dicano così...". Infine, con la sorpresaccia del 13 marzo 2013, non abbiamo potuto più fingere di non vedere lo scempio in corso.

Del Vaticano II «ciò che era buono non era nuovo, e ciò che era nuovo non era buono»: lo ammette a denti stretti anche il De Marco, nel punto "B", quando nota gli ineludibili «elementi che hanno favorito il postconcilio eversivo nettamente segnato da eresie». Nel successivo punto "b" ammette anche che «se il Concilio è "evento", esso è per definizione solo il suo futuro»: ma il "futuro" del Concilio è la somma di tutte le stramberie che possono essere ossessivamente etichettate come Conciliari.

Quando la tesi del "travisamento indebito" e della "forzatura arbitraria" sono «operati ogni giorno», come riconosce lo stesso De Marco, allora ha ragione Viganò - e tutti quelli che prima di Viganò avevano notato il «coacervo di errori abilmente dissimulati entro discorsi prolissi e volutamente equivoci». Non può essere che tutti-ma-proprio-tutti interpretino "male" il Concilio. Non può essere che tutti, leggendo un sonetto di Leopardi, ci trovino gli schemi per costruirsi un'auto elettrica. O il Concilio era impossibile da interpretare in altro modo (e dunque Viganò ha ragione, nonostante gli sforzi del De Marco di negare), oppure il Concilio è stato fabbricato proprio dai cattivi interpretatori (e dunque Viganò ha ragione, nonostante il De Marco).

Noialtri, per obbedienza e ingenuità, e addirittura rasserenati dalla tragicomica "ermeneutica della continuità" comandataci da Ratzinger, ci sforzavamo di trovare una posizione che del Concilio per antonomasia salvasse il salvabile. Solo che a poco a poco capivamo che di salvabile ce n'era sempre meno.

De Marco sembra voler sostenere che determinati soggetti dell'orbe cattolico avrebbero agito in buona fede (ottenendo però di andare a parare proprio dove il cosiddetto spiritodelconcilio voleva: ma il De Marco non lo dice, è come se pensasse che agire ubbidendo ad un ordine sbagliato producesse sempre e comunque buoni risultati).

Il suo punto "C" sembra un invito a buttarla in caciara. La ricerca urgente è già stata fatta da decenni da numerosi autori (e suppongo che il libro di De Mattei sia stato accuratamente consultato dal De Marco, così come i testi di Gherardini, la pubblicistica della Fraternità San Pio X, quella del don Villa... perfino le esternazioni del Ricossa).

No, caro professor De Marco: non c'è bisogno di «disegnare un terreno d'incontro» (l'ennesimo) seppure auspicabilmente «estraneo a condizionamenti neomodernistici» (e quale vescovo oggi ammetterebbe di esser modernista?). C'è bisogno di seppellire, in qualità di svarione di durata inusuale, l'intero Concilio, senza illudersi che siano possibili nuove e inaudite riflessioni che magicamente metterebbero i puntini su tutte le "i".

Quando si commette un errore madornale, si torna indietro all'ultimo punto sicuro e si riparte da lì tenendo presente l'errore. Questo vale per l'autista del Flixbus, come per lo scalatore di montagne, come per il database administrator che fa un rollback. Ma è esattamente questo il terrore nero degli ultimi tifosi del Vi Prego Discutiamone.

fabrizio giudici ha detto...

Quando si commette un errore madornale

Una cosa che non ho scritto prima, ma avevo in mente: l'altra grande differenza tra Viganò e questo scritto (ed altri) è che Viganò senza tanti giri di parole ha scritto: abbiamo/ho - sottolineo: ho, in prima persona - commesso un errore, vediamo come risolverlo; altri invece questa ammissione diretta la evitano accuratamente.

Anonimo ha detto...

Apprezzo quanti hanno fatto lo sforzo di comprendere De Marco, io non mi ci metto proprio.
Siamo di fronte all'ennesimo "semiariano", niente di nuovo sotto il sole.
Antonio

tralcio ha detto...

L'augusto De Marco sciorina un intervento molto articolato, riassumibile nel tentativo di salvare il CVII dalle sue derive e la chiesa conciliare da un cortocircuito apparentemente insanabile. Già il fatto che l'assist gli venga da Sandro Magister è indizio del succitato tentativo, dal momento che Magister è stato tra i primi ad adontarsi del Viganò-pensiero.

Concordo con l'ottima sintesi di Fabrizio Giudici: parlando del CVII chi ha l'età dovrebbe cominciare dal dirsi conscio della cantonata e non perché non si possa sbagliare, ma perché è diabolico perseverare. Ribadisco che la Chiesa non è -lo dice la storia- immune da questa terribile possibilità, inaugurata da Pietro in persona con un "Vade retro" incassato a Cesarea di Filippo, poi seguito dall'uso improprio della spada al Getsemani, dagli amari pianti al canto del gallo quella stessa notte e dai rimbrotti di San Paolo dopo Antiochia.

Rimettere la barca sulla rotta prestabilita è un'operazione spesso necessaria per non affondare. Anche il Prof. De Marco termina il suo scritto con un rimando nautico che è molto significativo: guardando con verità al vortice storico e spirituale che ha investito l’ecclesiosfera dagli anni Sessanta essa sembra trovarsi da allora nel Maelström, senza preoccuparsene.

Ecco: il problema più grave per il timoniere è quel "senza preoccuparsene"; anzi vantandosi abili (alla Schettino ?) di fare l'inchino al mondo come al Giglio o al Maelström.
Sicuramente anche Pietro avrà bofonchiato valide scusanti per spiegare a Gesù e agli altri il perché del "ragionare secondo gli uomini" nei vari casi (a Cesarea, al Getsemani, al canto del gallo e ad Antiochia), ma nessuna delle stesse ha avuto nemmeno eco nella Bibbia.
Piuttosto resta l'amaro pianto che dovrebbe muovere i nostalgici della "nuova Pentecoste".

Dopo i dubbi di un rattristato Paolo VI, i sospetti sulla morte di Luciani, l'attentato a Giovanni Paolo II (che non ebbe l'effetto voluto, ma sorprendendo lo stesso sparatore) e l'inedito rappresentato dall'essere Papa di Benedetto XVI dopo il febbraio 2013, il papato "attivo" (il ministerium) pare ragionare come non mai "secondo il mondo". Viganò lo spiega.

Il gorgo periglioso vede la barca della chiesa in preda a giovanilismi della vela, sordi non solo ai profeti di sventura, ma pure al bollettino del mare. Mons. Viganò dice senza mezzi termini che la scuola che ha indottrinato i marinai con strane tesi sul mare è la stessa che ha anche oscurato il Cielo: più che la pesca di anime pare interessino i porti;
più che la croce, pare che si amino le crociere; invece degli asini che volano, ormai si ragiona come se a volare fossero le navi, nel mito del progresso: così si fa l'inchino alla Schettino in favore di telecamere, proprio presso il Maelström, senza preoccuparsene...

Ad superna semper intenti ha detto...

Pasticcio su pasticcio per cercare di frenare gli animi positivamente motivati e finire nel pantano del nulla. "E adesso, che facciamo?", si dirà. "Nulla, proseguiamo senza rinnegare nulla (neppure il Vat II)!", si risponderà.

Il fatto è che ci sono troppe cattedre, insegnamenti, scuole che girano attorno al Vaticano II: non gli si può spaccare il giocattolo o, almeno, non così presto, per carità!

Bisogna aspettare che le chiese finiscano di svuotarsi, che l'Islam in Italia divenga religione maggioritaria, che rimangano solo i culti tradizionali e allora, forse, ci si può ripensare.

Si, ma allora ci sarà la spada mussulmana a far fuori o a far andare nelle catacombe i cristiani rimasti...

Buona attesa (si fa per dire), dunque!

fabrizio giudici ha detto...

OT A proposito delle tre righe "storiche" di tralcio... Tempo fa stavo pensando che:

1. Paolo VI: subì un attentato nelle Filippine (credo qui sia cosa nota, ma in realtà pochi lo sanno);
2. GPI: morì poco dopo l'elezione e si vocifera sulla sua dipartita (non voglio fare complottismi, però oggi - con il senno di poi - non liquido più quelle voci come pettegolezzi, come feci in passato);
3. GPII: subì il noto attentato;
4. BXVI: è stato indotto alle dimissioni.

Ora sappiamo che non è infrequente che le vite dei papi siano travagliate (Pio VII subì le angherie di Napoleone, Pio IX subì l'esilio temporaneo a Gaeta), ma quella attuale è una sequenza ininterrotta...

Anonimo ha detto...

https://www.youtube.com/watch?v=20bMbq9UuNk

USA VS CINA: UNA BOMBA AD OROLOGERIA CON IL TIMER GIÀ ATTIVATO - Amodeo

Quasi alla fine viene citato il Vaticano

Anonimo ha detto...

Bisogna capire chi ha subito violenza suo malgrado e chi viceversa vi ha partecipato consapevolmente. Nella nostra serie dei sei papi, si ha l'impressione che tutti sapessero, molto o poco di preciso non si sa, finché il gioco è diventato troppo grande, troppo serio, troppo drammatico, nel mentre la soluzione Luciani incombeva come potente deterrente silenzioso che ha fatto rigar dritta la chiesa secondo i piani del Nemico, che sempre agisce attraverso gli uomini che a lui di son votati.

Anonimo ha detto...

h.20,23..si ha l'impressione che tutti sapessero... Infatti così appare, sapevano e dopo la morte di Pio XII (dopo di me il diluvio, disse perchè sapeva... e pure avvelenato si scrive dal suo archiatra massonilluminato che provvide ad imbalsamarlo -cosa inedita per valutarne la santità anche dai resti- onde evitare che si risalisse al veleno? ..ma nessuno riuscì a star col suo cadavere, spettacolo blasfemo)..i nomi scelti, dopo Giovanni e Paolo furono i due nomi congiunti: non è segno di una chiesa conciliare nuova nuova al passo dei tempi ed a braccetto del mondo? ..più inteligente del Cristo questa chiesa conciliare che invece di salire in Croce vide che era migliore il dialogo... Magister cerca di rattoppare i pezzi onde evitare la demolizione? Prassi cabalistica, t'infilo qualche falso resistente, con formule dico e nego, ed al momento opportuno riprendo la scalata ... ma Dio ha altri progetti e manda al macero appena vede buona volontà e fede... contro il mondo.

fabrizio giudici ha detto...

Concordo con il commento delle 20:23: io da tempo dico che il vero problema è la massa di persone che "campa" sul CVII, incluse praticamente tutte le conventicole. Tutta gente che non solo non vuole ammettere di aver sbagliato, ma che dovrebbe rinunciare alla propria posizione Non lo faranno mai. Sarà necessario un vero terremoto.

Anonimo ha detto...

Nelle litanie lauretane di stasera su tv2000 hanno aggiunto "conforto dei migranti"!

Anonimo ha detto...


Nell'intervento del prof. De Marco di sono aspetti positivi

Non sarei così ostile all'intervento del prof. De Marco. È difficile da seguire, per noi non della materia, un po' per il linguaggio, un po' perché dà per scontate tante conoscenze, un po' perché cerca di individuare tutte le componenti del dibattito e di trovare, mi sembra, un'impostazione metodologica che consenta in qualche modo di salvare il Vaticano II.
Questa intenzione, di salvare il Concilio, non dobbiamo subito accusarla, in modo esplicito e implicito, di malafede o di "semiarianesimo"[?]. Di sicuro non è il caso del prof. De Marco. Si deve capire che, ora che due vescovi hanno finalmente aperto il dibattito sul Concilio, e in modo radicale, molti intellettuali cattolici si trovino in una situazione difficili, spiritualmente parlando.
E proprio quelli più preoccupati delle sorti della Chiesa.
IL prof. De Marco fa ammissioni importanti, sembra accettare l'impostazione critica di mons. Gherardini sul Concilio. E questo è sicuramente un punto essenziale, dal quale prender le mosse.
T.

Anonimo ha detto...


GIMMY LAY E' STATO ARRESTATO, GUERRA IN VISTA TRA USA E CINA..

Ma chi è?

fabrizio giudici ha detto...

Nel rosario delle 21?

Anonimo ha detto...

Che pena, che empietà contro l'Immacolata, sono proprio senza vergogna! Anatema a tutti loro!

Anonimo ha detto...

@ Anonimo
12 agosto 2020 23:02

E' un signore molto ricco di Hong Kong che possiede media schierati per la democrazia.
Anch'io non sapevo chi fosse finché non ho ascoltato il video. Francesco Amodeo è un ricercatore, i suoi interventi scaturiscono sempre da fonti pubbliche che vengono sempre citate. Uno serio.

fabrizio giudici ha detto...

Non nutro personalmente ostilità verso l'intervento di De Marco: rilevo anch'io passi in avanti e mi rendo conto della posizione di certi intellettuali. Avendo letto molti altri interventi di De Marco in passato, su vari argomenti, sono certo della sua buona fede e buone intenzioni. Ma i limiti del documento e del suo linguaggio non si possono ignorare. T dice: "per noi non della materia". È vero. Ma perché i documenti di Viganò e di Schneider sono più ficcanti e pure più facili da capire? Il nostro limite di essere "non della materia" dovrebbe valere pure nei loro confronti. Evidentemente c'è una differenza di forma non irrilevante.

Anonimo ha detto...

L'uso del linguaggio dice molto di più delle parole usate. Personalmente non avevo mai letto nulla di De Marco, né avevo mai sentito il suo nome. Tuttavia, istintivamente o per un pregiudizio atavico, ho sempre evitato di leggere saggi scritti con questo tipo di linguaggio snob direi, nel fermo convincimento che anche il complesso si può e si deve dire semplice. Non mi fido, diffido a priori, lo ritengo un mascheramento verbale. In questo frangente poi dei tromboni dalla voce nasale scritta in arzigogolo possiamo fare tranquillamente a meno. Torniamo alle nostre semplici radici, profonde che hanno nutrito un albero alto fino al Cielo, sotto la cui ombra le genti hanno trovato frescura, riposo e la pace del cuore.

mic ha detto...

Ottima osservazione Fabrizio!

Rosminianus ha detto...

Rimane il fatto che un approccio al CVII "sine ira ac studio", è una buona proposta. Forse è l'unico modo per produrre risultati utili, come la selezione e la correzione di suoi testi ambigui. Non si può infatti seriamente sostenere che il CVII sia totalmente eretico e 4 papi santi abbiano sostenuto l'eresia.

Echenique ha detto...

Se cé bisogno di una ermenéutica della continuitá, sará perché la continuitá é la grande assente dei documenti del CVII. ¿ Ha bisogno il Concilio di Trento di una ermenéutica della continuitá ?

Anonimo ha detto...

Il prof. De Marco ha fatto un intervento che deve essere accolto col massimo rispetto e con grandissima comprensione .Volesse il cielo che fossero in tanti fra gli addetti ai lavori a vedere i limiti del CV2 come li vede il prof. De Marco.Sarebbe un passo avanti fondamentale per uscire dalla crisi che attanaglia la Chiesa.Certo gli strafalcioni continui di questi tempi rendono una rilettura del concilio sempre più ineludibile ed indispensabile, ma ricordate che tutto e subito non si può avere.Inoltre non sono molti gli uomini ,compresi gli uomini di Chiesa,che sono disposti a riconoscere i propri errori ed a maggior ragione le proprie eresie.Volesse il Cielo che si riuscisse ad invertire la tendenza, dopo questo pontificato.Al momento godiamoci questo dibattito e ringraziamo la Provvidenza che malgrado tutto ha suscitato,in tempi di pachamame, persone innamorate del Vangelo e della Chiesa.Questo dibattito, secondo me , è già un mezzo miracolo.

Aloisius ha detto...

Un interessantissimo articolo del prof. Lamendola documenta come le novità conciliari abbiano corrotto anche Papa Luciani, il quale ha espresso in modo eloquente il cambiamento nel suo modo di pensare:

http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/teologia-per-un-nuovo-umanesimo/9380-il-primo-tradimento

Riporto uno stralcio:
"... Ho cambiato anch’io. Una volta pensavo differentemente: ho anche insegnato così. Ma ora è giusto cambiare. La verità resta intatta; ma va proposta in un modo diverso, con rispetto delle persone..."

Riporto ancora, ma è consigliabile leggere l'articolo:

"....decreto sulla libertà religiosa è molto attuale e di grandissima importanza. Sarà pubblicato quanto prima [e invece passerà più di un anno: nota nostra]. Ci sono state delle grosse difficoltà. È stata la giornata più tremenda: era il 19 novembre di quest’anno [1964], c’era nell’aria un po’ di insofferenza e poca comprensione. Sarà un decreto importantissimo, vi ha accennato anche il papa nel messaggio natalizio.

La libertà religiosa, rettamente intesa, però, perché non avessimo a capire a rovescio. Tutti siamo d’accordo che c’è una sola vera religione, e chi la conosce è obbligato a praticare quella e basta. Ma, detto questo, ci sono anche altre cose che sono giuste e bisogna dirle. Cioè, chi non è convinto del cattolicesimo, ha il diritto di professare la sua religione per più motivi. Il diritto naturale dice che ciascuno ha il dovere e il diritto di cercare la verità. Ora guardate che la verità, specialmente religiosa, non si può cercarla chiudendosi in stanza e leggendo qualche libro. La si cerca specialmente parlando con gli altri, consultandosi. Se ho diritto di andare in cerca della verità religiosa, io che sono pagano, che sono luterano, ho diritto anche di comunicare con altri, di spiegare ad altri la mia religione, di parlarne. Voi avete sempre sentito, in morale, che ci sono i diritti della coscienza. Anche la coscienza falsa (sono ignoranti, ma sono in buona fede), ha i suoi diritti. Se uno ha coscienza che quella è la sua religione, ha il diritto di tenersela, di manifestarla e di farne propaganda. E d’altra parte si deve giudicare buona la religione propria, ma anche quella degli altri. E la scelta della religione deve essere libera: quanto più è libera e convinta, tanto più chi l’abbraccia se ne sente onorato.

Questi sono i diritti, i naturali. Ma voi sapete che il diritto è sempre una cosa relativa. Non c’è un papà se di fronte a lui non c’è un figlio, non c’è un maestro se di fronte al maestro non c’è lo scolaro. Ora non c’è un diritto al quale non corrisponda anche un dovere.

I non cattolici hanno il diritto di professare la loro religione, e io ho il dovere di rispettare il loro diritto: io privato, io vescovo o sacerdote, e anche io stato.

Qualcuno si ribellava al concilio: ma i diritti della verità? I diritti della verità non esistono, non c’è un diritto della verità. La verità non è persona che cammina per la strada: vi sono solo i diritti della persona. Si dice per modo di dire i diritti della verità, ma ci sono solo persone fisiche o morali che hanno il diritto di cercare la verità. Quindi non abbiate paura di dare uno schiaffo alla verità quando date ad una persona il diritto di usare della sua libertà.

La verità non è un soggetto di diritto; solo le persone umane sono soggetto di diritto. Si fa una metafora quando si dice: la verità ha i suoi diritti. Il possessore della verità ha dei diritti, ma le verità in astratto non hanno né diritti né doveri...."


Anonimo ha detto...

A rosminianus ...i 4 papi santi andranno a giudizio come il concilio.... qui i frutti dei 4 santi sono le pachamame con priapo: cosa vuole salvare? Il priapo o le pachamame?
PS se son santi resteranno santi stia pur sicuro ma se non losono, o se non lo sono tutti anche ora NON lo sono....

Aloisius ha detto...

Va aggiunto che il suddetto discorso è correttisdimo a livello statale, costituzionale, perché lo stato dovrebbe essere neutro garantire pari libertà a tutte le religioni.

Ed è quasi scontato che, per la Chiesa, annunciare la Verità non significa imporre la religione cattolica con la forza.

Però per il pensiero vaticansecindista non è così: professare la Verità vuol equivale a imporla a chi non è cattolico.

Ma è evidente che dal punto di vista religioso questo è un tradimento della Verità, che i papi post conciliari, per adeguarsi a questo pensiero logicamente e teologicamente errato, stanno attuando.

Infatti protestanti, ebrei e mussulmani si guardano bene da tali ragionamenti per le loro religioni, ma gioiscono per le "aperture e i dialoghi" della Chiesa cattolica, salutati sempre con grande fervore.
Ma guarda un po'...

Anonimo ha detto...


Sullo stile del prof. De Marco.

Dicevo, difficile per noi del pubblico, quando fa riferimenti alla teologia adogmatica di Loisy o a quella del luterano Ernst Troeltsch, che influenzò anche i cattolici (afferma) all'inizio del Novecento...Questi sono riferimenti oscuri per chi non ha studiato questi
autori. O no? Loisy è uno dei padri del modernismo, per questo la sua teologia è "adogmatica", suppongo. Si ispira ai metodi protestanti razionalistici. Troeltsch è stato un eminente studioso tedesco, la sua opera principale è forse "Le dottrine sociali delle Chiese cristiane", in due volumi, tradotta molti anni fa dalla Nuova Italia, mi pare, nella sua prestigiosa collana storica.
Mons. Viganò e mons. Schneider intervengono con taglio pastorale appunto per esser compresi da tutti non solo dagli specialisti. De Marco, del resto, era giustificato nel suo tipo di intervento: scriveva a Magister, sulla metodologia della discussione; una cosa difficile, come argomento, abbastanza intricata. Non per fare accademia ma per individuare quello che era secondo lui il miglior metodo. Ciò non significa che uno debba essere per forza d'accordo con lui e il suo metodo, che del resto appare ancora ipotetico.
Significa, credo, apprezzare gli spunti positivi che si ritrovano nella sua posizione. E cercare di svilupparli, se possibile.
T.

fabrizio giudici ha detto...

Quando si parla dello stile, non mi riferisco ai presupposti culturali: ho sempre detto che non li ho, dunque quello è un mio problema. Per esempio: se leggo come Duns Scoto ha dimostrato il dogma dell'Immacolata Concezione, io non capisco come il suo ragionamento sia cogente; mi rendo conto che è un mio problema e che certe trattazioni teologiche sono fuori della mia portata, se qualcuno non me le riscrive in termini più divulgativi, magari a costo di essere meno precisi. Mi rendo conto perfettamente che il "linguaggio tecnico" di certe discipline richiede certi presupposti. È tutto il senso del discorso che non mi persuade. Per fare un esempio: ho letto certi trattati di padre Cavalcoli che, in certi passaggi, non erano alla mia portata. Pur saltandoli, ho colto comunque il senso complessivo del discorso e "l'ho fatto mio". Non è così per il contributo di cui stiamo parlando.

Per quanto riguarda la "pazienza"... sì, dobbiamo averne, ma non abbiamo a disposizione un tempo infinito. Se la situazione continua a degradarsi con la velocità attuale ci ritroveremo a vagare tra le macerie prima che si sia arrivati ad una soluzione.

fabrizio giudici ha detto...

Va aggiunto che il suddetto discorso è correttisdimo a livello statale, costituzionale, perché lo stato dovrebbe essere neutro garantire pari libertà a tutte le religioni.

Eh no, credo che questo sia un grave errore. Con questo presupposto anche il satanismo ha i suoi diritti. Io non credo certamente che lo stato debba forzare al culto cattolico, né proibire tutti i culti che non siano cattolici, ma la "libertà di culto statale" non può estendersi a tutti i culti. Il che vuol dire che qualcuno deve stabilire quali sono quelli ammissibili e questo qualcuno - anche se con la mentalità d'oggi è un concetto duro - non può essere altri che la Chiesa. Dimostrazione brutale per caso particolare: proprio nel caso del satanismo lo stato laico non è in grado di tracciare una linea rossa. Lo può fare solo la Chiesa.

Anonimo ha detto...

Elegante obiezione. Concordo assolutamente. L'uso degli accenti mi suggerisce che lei sia di lingua ispanica.
Un buon risultato di tutta questa querelle è che finalmente il vat2 non è tabù. Il prossimo papa potrà raddrizzare la barca. Ma senza discutere più di tanto.

Anonimo ha detto...

D'accordo con Fabrizio, il discorso di Aloisius, a mio parere, é la premessa alla libertà religiosa così come l'ha concepita il CVII.
È un po come quei cattolici che giustificavano gli abortisti perché non credenti.
È molto difficile avere una posizione coerentemente cattolica, come si suol dire, a 360 gradi.
Non a caso uno dei documenti preparatori del Vaticano II, poi rigettato in sede di commissione, riguardante proprio la cosiddetta libertà religiosa, si chiamava,se non ricordo male, De Tolerantia.
Per la pacifica convivenza é necessario tollerare anche le false religioni, senza per altro scadere nell'indifferentismo.
Per un approfondimento di tali questioni, viste in una prospettiva autenticamente cattolica, suggerisco la lettura del sempre verde Iota Unum.
Antonio

Anonimo ha detto...


Lo Stato dovrebbe essere neutro e garantire pari libertà a tutti i culti?

Ha ragione Giudici: questo è un errore. Se la religione rivelata, l'unica vera, è una sola, non può esser messa sullo stesso piano delle altre. Deve essere in una posizione di preminenza mentre le altre sono culti ammessi o tollerati. La logica, prima di tutto.
Lo Statuto Albertino concesso nel 1848 dichiarava la religione cattolica unica religione dello Stato mentre le altre erano culti tollerati (Art. 1 - La religione cattolica apostolica e romana è la sola religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi). Tollerati, se non sono immorali secondo le leggi vigenti. Per esempio i culti satanici o il vodoo, che è satanico la sua parte, non potrebbero esser tollerati. La preminenza della rel. cattolica significava anche una certa preminenza sul piano dei diritti e privilegi concessi dallo Stato alla religione.
L'art. 1 dello Statuto rimase sempre in vigore, anche nel periodo della sinistra storica al potere, dal 1876 a Giolitti, nel quale ci fu una forte presenza massonica, poi conrobattuta e scemata alquanto, fino alla soppressione della Setta nel 1923.
Con i Patti Lateranensi si confermava lo Statuto Albertino, all'art. 1 del Trattato. Agli altri culti ci si riferiva in genere come "culti ammessi".
Anche gli altri Stati fanno così: la loro religione, quando è prevalente, non viene posta sullo stesso piano delle altre, se ammesse. La Russia attuale è uno Stato formalmente laico che riconosce un ruolo particolare alla religione ortodossa, in posizione di privilegio rispetto alle altre religioni ammesse (la cattolica dopo l'islam, il buddismo, etc).
In ogni caso, per noi cattolici, lo Stato non deve essere cristiano? Cioè: far sì che la società sia improntata ai valori del cattolicesimo e regolarsi in conseguenza? In quest'ottica è impossibile che la nostra religione sia sullo stesso piano delle altre, rispetto ad essa non vere.
T.

Anonimo ha detto...

@ Aloisius
13 agosto 2020 16:13

La 'stranezza' di Luciani ha la sua radice nell'errore segnalato da Viganò, parlando di sé e forse di un'intera generazione, cioè la preponderanza che ha avuto in molti consacrati l'obbedienza alla gerarchia sulla fedeltà al Signore.

In questa preponderanza dell'obbedienza, personalmente, vedo un doppio errore della gerarchia stessa, cioè del sistema: primo una formazione che, scientemente, ha richiesto fin dal seminario più obbedienza passiva al superiore che fedeltà attiva a nostro Signore; secondo la formazione non ha insegnato tempi e modi per interiorizzare al meglio sia il Nuovo Testamento, sia Catechismo di San Pio X. Ovvero esercitazioni scritte nelle quali rendere ragione con le proprie parole, il proprio vissuto e la propria cultura, della vita di Gesù, dei Suoi detti, delle Sue parabole, dei fatti della Sua vita. Che è altro dalle nozioni erudite che pur vanno impostate e se possibile ampliate lungo il cammino.

Ora tutti dobbiamo chiederci, come spiego al mondo che Gesù è la verità? Come lo spiego ad uno del comitato tecnico scientifico sul covid 19? Presi alla sprovvista, farfugliamo. Farfugliamo perché infondo siamo scissi, da una parte NSGC, dall'altra il mondo e la sua scienza e la sua tecnica.

E questo oltre ad essere il nostro male, fu il male di Luciani, fu quello di Viganò e di tanti altri, chissà quanti!

Se guardiamo tutta la serrata delle chiese, capiamo che i consacrati, intimamente delusi dalla molle gerarchia, hanno preferito obbedire allo stato. Nessuno si è posto il problema di essere fedele a Gesù Cristo. Nessuno. Forse due o tre su tutta la terra.

Allora simo in grado di spiegare almeno a noi stessi che cosa significa, davanti al mondo scientifico, tecnologico e porco, che il Nostro Signore Gesù Cristo è la Verità?

Anonimo ha detto...


Come spieghiamo davanti al mondo malvagio ma orgogliosamente chiuso nella sua scienza e tecnica, che NSGC è la verità?

Abbozzo, se mi è permesso, qualche riflessione.
Qui si mette a mio avviso il dito su una delle piaghe: il rapporto della Chiesa e quindi della cultura cattolica con la cultura moderna, che sembra poter fare a meno non solo del cattolicesimo ma della religione in generale.
Che il pensiero moderno, l'antropocentrismo che sta divorando se stesso nel nichilismo più radicale sia in crisi, non c'è dubbio alcuno. Però il vuoto creato da questa crisi non viene riempito dalla fede, dal cattolicesimo, dalla visione cristiana autentica della vita. La visione cristiana si sostituì gradualmente a quella antica, pagana, sempre più in crisi: fu l'elemento nuovo e vitale. Oggi, al contrario, sembra che la modernità in crisi stia trascinando nel suo torbido gorgo anche il cattolicesimo. Già si è in pratica divorata il protestantesimo, che in parte l'ha partorita, la modernità.
Il cattolicesimo, per com'è oggi, appunto compromesso con lo spirito del mondo, non rappresenta un'alternativa, che si va a trovare in altre religioni (islam, buddismo etc) o nella religiosità fasulla stile New Age. O semplicemente nel nulla esistenziale.
Ma, nello stesso tempo, il cattolicesimo, pur essendo diventato inane culturalmente e spiritualmente, è oggetto di una campagna d'odio impressionante, in Occidente, alimentata in particolare dalle parti più tenebrose, forse, della modernità decadente: femmniste, associazioni lgbt, partiti politici dall'ideologia sanguinaria, nichilisti culturali...
Una contraddizione, dunque. Se il cattolicesimo si è in pratica arreso al mondo, con l'aggiornamento e il dialogo etc, perchè non viene accolto a braccia aperte da questo mondo?
Viene tollerato, in quanto allineato agli pseudo-valori del Secolo ma (forse per questo) disprezzato e nello stesso tempo perseguitato in quanto ancora ostile alla degenerazione ultima della morale che il Secolo sta mettendo in cantiere con tutte le sue perverse legislazioni (da ultimo, ddl Zan). E questa ostilità al cattolicesimo si vede anche all'interno della Gerarchia, nell'odio che la parte aperta alla modernità mostra per la Tradizione stessa della Chiesa.
Capire il proprio tempo è difficile. Possiamo solo dire, credo, che la persecuzione anticattolica che si sta preparando è il mezzo storicamente necessario affinché il cattolicesimo ritrovi se stesso, purificandosi nel fuoco della persecuzione.
In questo modo la verità di Cristo si riappropria della storia, con l'intervento della sua Giustizia poiché questa persecuzione sarà l'inizio della fine per i persecutori.
Ma in che rapporto sta questa riflessione con il problema del nesso tra il cattolicesimo e la cultura moderna, dal quale si era partiti? C'è un rapporto?

Anonimo ha detto...

Problema del nesso tra cattolicesimmo e cultura moderna....
Pacificazione ? Esiste una via di mezzo tra Verità e menzogna/e ?
"Non crediate che io sia venuto a portare la pace, ma UNA SPADA".

Matteo ha detto...

De Marco dice:
accettiamo come base di partenza A, B, C e D per poter andare avanti nell'analisi.

A mio modestissimo parere D (inquinamento eretico) ha provocato B (storture eretiche in molte parti del concilio). Se ammetto B, non possono non considerare il Concilio una rottura e mi è impossibile accettare A (una continuità non credibile più da alcuno). tantomeno addirittura è da accogliere C (rileggere i documenti del concilio andando a vedere come i padri conciliari intendevano... ): mi dispiace carta canta o..... verba volant scripta manent... quello che è errato si corregge o si abroga...

insomma, magari voi ci vedete un bel passo in avanti, io ci vedo solo il tentativo di far ingoiare A

Anonimo ha detto...


Comunque questi sono discorsi (onesti) ancora preliminari, fermi al metodo.
L'importante è far accettare e cominciare la discussione nel merito,
sui testi.

Mons. Schneider, poco tempo fa, ha fatto l'esempio di alcuni passi del
Concilio che dovrebbero esser corretti. Uno di questi è il famigerato
"nobiscum" dell'art. 16 della Lumen Gentium, costituz. sulla Chiesa, nel
quale si dice che "...i musulmani, professando di avere la fede di Abramo,
adorano con noi un Dio unico, misericordioso etc". Mons. Schneider ha
detto senza sfumature che questo il Concilio non lo può dire. IL passo
andrebbe corretto. I musulmani non adorano lo stesso nostro Dio, affermarlo
è semplicemente falso. NOi, ha precisato mons. Sch., abbiamo una fede
soprannaturale, tanto per cominciare, i musulmani una fede solo naturale.
Inoltre, aggiungo, non hanno la nostra stessa fede in Abramo, l'Abramo
del Corano non ha a che vedere con quello della Bibbia: anche questo va
detto, va fatta a pezzi questa leggenda della comune fede in Abramo tra
noi e i maomettani.

Comunque, la critica a LG 16 è un punto fermo da cui muovere. Contiene un
errore che cela la violazione del Primo Comandamento. Ora, proviamo a riflettere:
come correggere questo testo? Semplicemente cancellando il riferimento ai
musulmani? Non si può, l'articolo si occupa dei "non cristiani". Allora,
dicendo il vero che n o n adorano lo stesso nostro Iddio, Uno e Trino?
Dicendo il vero, come di dovere, non si aprirebbe allora già qui uno s t r a p p o
tale nell'intelaiatura del Concilio, da scompaginare tutto l'ordito?
Se, quindi, correggiamo senza dire il vero, come correggere? Con una qualche
frase melensa che dica qualche fessa mezza verità?
A che servirebbe? Renderebbe il testo anche peggiore di prima.

Vediamo dunque i problemi che nascono dalla pur necessaria emendazione degli errori disseminati nel Concilio. Il paradosso apparente è questo: l'atteggiamento metodologico corretto è quello sottoscritto anche da mons. Lefebvre: dove il Concilio è ortodosso lo approviamo, dove ambiguo cerchiamo di interpretarlo secondo la Tradizione della Chiesa, dove erroneo lo rifiutiamo. Questa "ermeneutica" corrisponde al sensus fidei. Ma bisogna prepararsi al fatto che la correzione degli errori (vedi supra) apra falle tali da far affondare tutta la corazzata conciliare.
Al lavoro, dunque: Caesar non est supra gramaticos.
PP

Aloisius ha detto...

Fabrizio Giudici, Antonio e T. , siete voi che avete travisato quello che ho scritto e nonostante ciò mi avete pure giudicato cristiano incoerente.
Fabrizio Giudici ha concluso che il mio ragionamento sarebbe "errato" perche con esso si può giustificare e consentire il satanismo e l'altro, Antonio, sentenziando che sono addirittura
"...un po come quei cattolici che giustificavano gli abortisti perché non credenti".
In pratica mi da del cattivo cristiano con conclusioni che non c'entrano nulla né con quello che ho scritto e né per l'oggetto del paragone, posto che libertà religiosa e aborto sono questioni ben diverse da tutti i punti di vista.

A entrambi:
Lo Stato attuale, che ci piaccia o no, NON ha come obiettivo quello di instaurare il Regno di Cristo sulla terra e di annunciare il Vangelo, ma quello di garantire la civile convivenza attraverso il diritto.
Un obiettivo terreno, limitato, laico, che comprende la libertà religiosa.

La Chiesa, invece, è fondata dal Signore Gesù. Il suo apparato terreno, cioè lo Stato città del Vaticano, deve uniformarsi a questa Verità, essendone lo strumento.
Nella Chiesa, quindi, la libertà religiosa è in contraddizione con la Verità e regalità di Cristo e un papa che, in nome della libertà religiosa accolta con il CVII, proclama che Dio vuole tutte le religioni, contrasta con la Verità di Cristo, perché lo scopo della Chiesa è diverso da quello dello Stato.

Nello Stato, quindi, la libertà religiosa è correttissima, perché perché il capo non è Cristo, ma la Costituzione e gli organi da essa previsti, i cui rappresentanti hanno scopi puramente terreni.

Voi mischiate i due aspetti presupponendo - pur non avendolo scritto espressamente - che un cristiano coerente debba auspicare uno Stato senza libertà religiosa e che riconosca solo la religione cattolica.

A me andrebbe benissimo, ma non è un obiettivo realizzabile, né esiste un partito politico che abbia questo obiettivo, né è un dogma di fede in base al quale Fabrizio Giudici, Antonio e T. possono giudicarmi cristiano incoerente, difensore dei satanisti e degli abortisti, peraltro con paragoni che non c'entrano nulla:

il satanismo non è una religione, non ha i requisiti per poter usufruire della libertà di culto e i suoi riti sono anche illegali perché con essi si commettono vari e gravissimi crimini.

Inoltre, Antonio, la libertà di credere in altre religioni, riconosciuta dallo Stato, non è paragonabile alla libertà di abortire, perché l'oggetto delle due libertà è ben diverso, come anche il contenuto del mio discorso.

Eliminare la libertà religiosa nello Stato, peraltro limitata come quella nostra, è questione politica e, secondo me, la sua permanenza non danneggia affatto la Chiesa cattolica.
Un'azione politica diretta a eliminare la libertà religiosa sarebbe anche inutile e controproducente, perché porterebbe a uno stato confessionale che inquinerebbe la Chiesa con un abbraccio mortale.

Il danno per la Chiesa nasce da sé stessa, nel momento in cui fa propria la libertà religiosa, perché accogliendo in sé tradisce Cristo, come dimostrano i fatti.

fabrizio giudici ha detto...

Aloisius,

io non ho dato giudizi personali su di te o sulla tua fede. Non entro nel merito del commento di Antonio, che si spiegherà da sé. Io annoto soltanto che sarebbe meglio evitare deduzioni dubbie, inutili o inopportune sulla fede degli altri, perché si finisce solo per litigare senza frutto.

Chiarito questo punto, passiamo alla sostanza della tua osservazione.

Lo Stato attuale, che ci piaccia o no, NON ha come obiettivo quello di instaurare il Regno di Cristo sulla terra e di annunciare il Vangelo, ma quello di garantire la civile convivenza attraverso il diritto.
Un obiettivo terreno, limitato, laico, che comprende la libertà religiosa.


Che lo Stato attuale sia conformato come dici e che non ci siano partiti eccetera è vero, è una constatazione. Il che però non ha nessun valore di giustizia o di verità. Per quanto mi riguarda, la conformazione dello Stato attuale lo porterà all'auto-distruzione e infatti questo sta succedendo. La democrazia liberale è un morto che cammina e la stanno distruggendo proprio i suoi più grandi sostenitori. È necessario che i cattolici inizino a pensare come potrà essere un nuovo ordinamento, anche se ci vorrà molto tempo.

Vengo al punto fondamentale: (segue)

fabrizio giudici ha detto...


il satanismo non è una religione, non ha i requisiti per poter usufruire della libertà di culto e i suoi riti sono anche illegali perché con essi si commettono vari e gravissimi crimini.


Siamo partiti da una constatazione e io faccio un'altra constatazione: che la "Chiesa di Satana" è un'organizzazione religiosa riconosciuta e quindi è inutile che protestiamo "non ha i requisiti". Protesti tu, protesto io, ma lo Stato liberale se ne fa un baffo: perché la nostra protesta è basata sull'essere cattolici (lo dicevo ieri: è la Chiesa che è in grado di dare un giudizio; non altri). I riti della Chiesa di Satana in USA non sono illegali, ma sono regolarmente autorizzati (non sono fessi come i satanisti artigianali che vandalizzano le chiese). Predica il male? Ma quando mai... Predica l'aborto e l'aborto è un diritto umano. Predica il libertinismo sessuale e l'omosessualità e pure quelli sono un diritto umano. Siamo noi i cattivi. Lucifero è il grande liberatore dell'umanità. Hanno infiltrato lentamente e sapientemente la società (*) e - grazie ai suggerimenti del loro capo - sono stati capaci di "rivestirsi di luce". Si stanno manifestanto in pubblico in modo molto accorto, passo passo, man mano che la loro visione del mondo viene accettata e apprezzata. L'affermazione che l'aborto è i loro sacramento ancora dieci anni fa avrebbe suscitato reazioni di sconcerto pure nel mondo laico. Oggi passa sottotraccia, il che è una silenziosa accettazione.

Un'azione politica diretta a eliminare la libertà religiosa sarebbe anche inutile e controproducente, perché porterebbe a uno stato confessionale che inquinerebbe la Chiesa con un abbraccio mortale.

È un punto valido, ma guardando alla storia l'Europa è stata in piedi - con i suoi problemi - per millecinquecento anni abbondanti in questa configurazione. Molto meglio allora che oggi. Mica vagheggio una società perfetta, che non è mai esistita. Ma è esistita per secoli, diamine, una società dove il popolo e i governanti potevano pure essere corrotti, dove certamente c'erano ingiustizie contingenti, ma i principi dell'ordinamento statale non erano quelli di Lucifero. I problemi gravi sono nati solo dopo il Protestantesimo, la sua progressiva infiltrazione nella Chiesa Cattolica e la diffusione delle idee da esso nate, come il liberalismo.

La Regalità Sociale di Cristo non è opzionale ed implica che anche lo Stato la riconosca nel suo ordinamento, pur senza dover forzare al cattolicesimo né gli atei né i seguaci di altre religioni. In definitiva è quello che hanno sempre detto anche papi come GPII e BXVI: il primo quando invocava di "aprire a Cristo i sistemi politici", il secondo quando invitava anche gli atei a vivere "come se Dio esistesse". Il loro grave errore è stato illudersi che questo potesse avvenire in ambito liberale, "battezzando" il liberalismo con il CVII e convincendo la cultura dominante. Come si dice in questi casi, hanno cercato di cavalcare la tigre.


(*) Prima di scrivere questo commento ho fatto una verifica di alcune cose per sicurezza; e ne ho appreso altre, per esempio che anche Sammy Davis jr. fu membro della Chiesa di Satana. Sapevo di certi altri attori e cantanti "estremi", non lui. Un insospettabile, per quanto mi riguarda.

Anonimo ha detto...

A Aloisius. Libero stato in libera chiesa, libera chiesa e libero stato sono i prodromi che ci hanno portato alle pachamame attuali. Non esiste libero stato e libera chiesa come paralleli, io sono cristiano sempre, in Chiesa e nello Stato, senza schizofrenia. Esiste una religione di Satana, coi suoi culti, i suoi sacrifici, le sue chiese, la sua liturgia, la sua dottrina, il suo magistero,i suoi sacerdoti, i suoi pontefici, esiste: dato di fatto visibile e constatabile a chiunque. Esiste fin da Caino,Cam, Babilonia, Talmud dei kazari, Pachamame e Priapi. Infatti Obama ha dichiarato legittimo il culto di Satana e la famiglia di Clinton ha twettato gli auguri... Lo stato o è Cristiano o non è, si autodistrugge, sempre le civiltà giunte all'edonismo pagano, satanismo di fatto, e di fede per alcuni, si sono autodistrutte o sono state distrutte da popoli meno effeminati e meno viziosi. Ora siamo a livello globale per cui la riscossa deve partire dall'interno. I sacrifici umani richiesti dal paganesimo satanico, la poligamia ammessa dai musulmani, i goym animali per altri eletti postcristici, la pedofilia ammessa da alcune sette....non appartengono al Cristianesimo, quindi se lo stato NON è cristiano devono legalmente essere ammessi e ciò non è ammissibile a chiunque abbia un minimo di morale, quindi NON posso accettare libere religioni in libero stato ma Stato Cristiano che tutela la morale naturale e dei 10 comandamenti. In conclusione non può esistere libero stato e libera chiesa, ma solo Stato Cristiano e Chiesa Cristiana.

Anonimo ha detto...


Il discorso si è spostato sullo Stato cristiano, come ideale

Dal punto di vista cristiano ed anzi cattolico, il vero Stato non può essere altro che "cristiano". Cioè propugnare e difendere i valori del cattolicesimo, unica religione dello Stato mentre le altre sono ammesse (o tollerate, cambia poco) purché non siano immorali o si propongano di alterare la costitutizone, abbattere lo Stato ("compatibilmente con le leggi vigenti", diceva lo Statuto Albertino).
Che questa idea di Stato non appaia oggi realizzabile, in regime di laicismo acuto, conta poco. Qui si sta cerdando di stabilire il giusto concetto dello Stato, non tanto in se stesso, come istituzione giuridico-economico-politica, quanto in relazione ai valori generali cui esso deve uniformarsi.
Lo Stato non può considerare i valori morali e la religione, sulla quale essi si fondano, come fatto puramente privato, come pretendevano i liberali di un tempo, fautori di una morale pubblica del tutto laica (lealtà verso le istituzioni, correttezza nei rapporti interpersonali, rispetto dell'ordine pubblico). La separazione tra Stato e Chiesa, non solo sul piano istituzionale ma anche morale, dei valori, è una conseguenza dell'ideale della tolleranza verso tutte le religioni, della quale può farsi garante solo uno Stato che sia "neutro" dal punto di vista religioso o che agisca come se lo fosse.
Per gli Antichi, lo Stato non era affatto neutro rispetto alla religione: l'empietà era condannata come grave reato. Senza il favore degli dèi, che imponevano il rispetto di principi morali generali, lo Stato non poteva prosperare.
Ma l'affermarsi del principio di tolleranza come è avvenuto? In conseguenza dello scisma protestante e delle guerre di religione e di quelle civili tra protestanti: solo un potere statale che si ponesse super partes è apparso ad un certo punto l'unica soluzione per por fine alle guerre civili e fra Stati a sfondo religioso (Westphalia, 1648, si afferma il principio della sovranità dello Stato indipendentemente dalla religione professata dal potere politico nello Stato stesso).
Non possiamo comunque dire "lo Stato o è cristiano o non è". Ci sono stati esempi gloriosi di Stati nell'Antichità, mi pare, ben prima del cristianesimo, Stati che in alcuni momenti hanno mostrato una notevole dimensione etica nel loro vivere civile (p.e., l'antica Roma nel suo momento migliore, dove la famiglia e il matrimonio erano valori quasi assoluti). E non ci sono stati Stati cristiani che sono decaduti, scomparendo o attraversando crisi assai gravi?
Ma il problema attuale è che proprio lo Stato aconfessionale, laico, è sul piano dei valori in piena decadenza, possiamo dire l'ombra di se stesso, come del resto l'intera società, sommersa dall'irreligiosità e dai vizi. Ciò significa che questo Stato può risollevarsi solo tornando ad "adorare gli dèi" ossia, poiché sappiamo che il vero Dio li ha sostituiti, tornando ad ispirarsi ai valori autentici del cristianesimo. E quindi cominciando a cancellare tutta la legislazione contro la legge di natura e divina che ben conosciamo.
T.

Aloisius ha detto...

Fabrizio Giudici, Anonimo, T., grazie delle risposte chiarificatrici, il tema è corposo e interessantissimo.
Voi dite:
secoli fa gli stati cristiani erano meglio di quelli odierni: vero, mai come adesso si vede la malvagità di un'epoca senza Dio e mai come adesso il cristianesimo è rifiutato, denigrato, deriso, combattuto, sminuito, annacquato, avvelenato, escluso.
Meno peggio allora di adesso, dite voi, e sono d'accordissimo.
Inoltre, scrive Anonimo:
"...non può esistere libero stato e libera chiesa, ma solo Stato Cristiano e Chiesa Cristiana".
Sarebbe bello, ma purtroppo adesso esistono solo stati liberi e una libera Chiesa che si è ammalata al suo interno.
Esistono, e sono sempre esistiti, stati atei, laicisti, pagani, comunisti, barbari.
Anche in Italia, adesso, abbiamo un bell'esempio di liberalsocialismo ateo e ipocrita più che mai.
È vero anche, come da voi osservato, che i papi GPII e BXVI hanno ammonito gli Stati, hanno invitato gli atei a riconoscere anch'essi la capacità fondante del Signore Gesù per tutti e per ogni società veramente civile e ordinata.

Ma il problema, a mio (insignificante) parere, è che i secoli sono trascorsi, quegli stati cristiani sono tramontati,l' '"Europa" rinnega le sue radici cristian

E per motivi storici vari, evidenziati da T., si è arrivati a Costituzioni che prevedono la libertà religiosa.
La politica attuale se ne strafrega degli ammonimenti dei papi e ora applaude al papa che porta a compimento la libertà religiosa accolta volontariamente dalla Chiesa nel suo interno.

Pertanto la domanda è:
premesso che le leggi dello Stato devono essere cambiate dal Parlamento e, quindi, dai partiti politici, è costruttivo, per un fedele cattolico, attivarsi politicamente per eliminare o cambiare la libertà religiosa dalla Costituzione, credendo nella possibilità di attuare uno Stato cristiano ideale piu' o meno confessionale/teocratico?

Secondo me sarebbe una guerra persa.
Andremmo a combattere su un terreno a noi sfavorevole, perché nessun partito politico ha questo obiettivo e i cattolici stessi non ne vogliono che sapere.
La balena bianca DC insegna, mi sembra che abbia portato solo cattocomunismo, posto che l'ispirazione cristiana era nulla.

A livello politico meglio combattere come dice T.:
"...E quindi cominciando a cancellare tutta la legislazione contro la legge di natura e divina che ben conosciamo...".
Obiettivi circoscritti e basilari, da difendere spada tratta, con le unghie e con i denti.

Ma la soluzione vera può venire solo da una Chiesa cattolica che torni ad essere tale: forte, battagliera, degna della sua missione, che usi in prevalenza le armi dello spirito, che incedi le anime di fervore cattolico, che le ammaestri ad INNAMORARSI di Gesù e di Maria e le porti a una Fede vera, forte, autentica, avvalendosi di quel patrimonio immenso di santità, teologia e cultura che solo Essa ha.
Solo una Chiesa che sappia insegnare ad AMARE il Signore e la sua Chiesa e che sappia insegnare la santità di vita può ristabilire il giusto equilibrio anche sul piano terreno della vita civile nello Stato.
Senza tentativi di restaurazione di modelli politici dei secoli passati, ormai tramontati, ma pensando a restaurare solo la sana Dottrina e la Tradizione che trasformano spiritualmente le persone.
E a richiamare severamente i politici che si dicono cristiani, senza mezze misure.
In sintesi, solo con una Chiesa che torni cattolica e che sia capace di portare le anime a Cristo (con quel proselitismo ritenuto ormai 'solenne sciocchezza') si potrà, un domani, arrivare a uno Stato cristiano.
Solo l'aiuto divino può sistemare ogni problema e solo una Chiesa che torni cattolica può ottenere quell'aiuto divino.
"E se Dio è con noi, allora siamo la maggioranza" e ogni cosa diverrebbe possibile. Anche uno Stato cristiano.
Aloisius

fabrizio giudici ha detto...

Andremmo a combattere su un terreno a noi sfavorevole, perché nessun partito politico ha questo obiettivo e i cattolici stessi non ne vogliono che sapere.

È vero. Ma non sostengo che questo sia un obiettivo politico _ora_: come ho scritto, io prendo atto che il sistema sta andando incontro all'auto-dissoluzione. Ad un certo punto non ci sarà più l'ordinamento attuale, la Costituzione, i partiti attuali. Ci saranno solo macerie. Temo che ci si arriverà anche in modo drammatico. In quel momento non ci sarà più tutto ciò che ora rende questo obiettivo impossibile. Per quel momento bisognerà avere le idee chiare su cosa fare.

Anonimo ha detto...


Il pensiero deve andare per la sua strada, senza potersi curare del successo, immediato o meno.

Certo, come si fa a combattere per instaurare uno Stato cristiano, nei valori in cui crede, se la Gerarchia cattolica stessa non ci crede, a questo Stato, e non lo vuole, dal Concilio in poi?
Preliminare a tutto non deve essere il ritorno della Gerarchia alla vera fede?
Di sicuro. E quanto dovremo aspettare? Dio solo lo sa.
Intanto, che succederà? Le cose vanno di male in peggio.

Incidentalmente, siamo ad un anno dall'azzardo ferragostano di Salvini, una mossa rivelatasi disastrosa: abbiamo avuto un governo tra i più di sinistra; stiamo per avere la legge sulla omotransfobia, l'invasione extracomunitaria è ricominciata...Per colmo di sventura è venuta questa epidemia, che sta favorendo la tenuta dell'esecutivo, con la scusa dell'emergenza, che l'esecutivo dà l'impressione di voler continuare all'infinito - e nello stesso tempo aggrave ulteriormente l'indebitamento dell'Italia, esponendola ai ricatti altrui.
Di elezioni anticipate non se ne parla, non le vuole l'Europa, non le vuole la maggioranza al potere. Dovremo penare per altri tre anni e non si sa in che condizioni la Lega sarà fra tre anni. Bossi, l'antiitaliano, sta cercando di mettere in piedi una fronda contro Salvini, troppo "nazionale". Speriamo in fatti nuovi, imprevedibili, capaci di rovesciare la situazione. Su tutto grava l'incubo dell'esito della situazione americana, dererioratasi oltre ogni dire per l'azione eversiva del partito democratico.

Tornando al tema. Una Chiesa che tornasse alla vera fede, ponendosi come segno di contraddizione con il mondo attuale, verrebbe immediatamente perseguitata. La persecuzione del resto sta già cominciando lo stesso (vedi ddl Zan). I cattolici devono opporsi alle leggi infami, contronatura, del presente esecutivo e ugualmente proporre un ideale di Stato diverso, che sia appunto in armonia con i principi del cristianesimo. Questo va fatto subito, non possiamo mica aspettare che la Gerarchia recuperi l'uso della ragione, che guarisca dalla sbornia ecumenista.
I cattolici non dovrebbero dimostrare di avere un pensiero politico capace di rappresentare un valido ideale, oltre che di rispondere, almeno in parte, ai bisogni del presente? E comunque lavorare su di esso? La validità di un pensiero politico (di qualunque visione del mondo meditata) non si misura dal suo successo immediato.
T.

Anonimo ha detto...

Le guerre perse sono vinte da Dio sempre con pochi fedeli integri, non è il partito ma Dio, non è il numero ma Dio, non è lo stato laico ma la fede nel vero Dio a vincere e vincerà anche quest'ultima battaglia finale. Certo è:non praevalebunt. La Chiesa è stata usurpata al suo interno ed il suo cancro la divora là ove si seguono uomini anzichè la Bibbia che sola ci illumina il retto cammino, anch'essa sola dispone di ogni dritta necessaria in questo deserto, gli Angeli stanno vagliando la vera fede e la falsa fede, a noi cercare di ri-guadagnare anime al vero Dio. Non esiste uno stato laico che accetti varie religioni, o meglio sempre sono esistiti con minore o maggiore rigore, ma i periodi di maggiore splendore anche per lo stesso musulmanesimo sempre sono corrisposti a periodi di maggiore moralità: un regno diviso in sè stesso non si regge, è utopia pura il ritenerlo possibile, la poligamia è ammessa da un cristiano non corrotto ? No, giustamente è pure morale ed evita ingiustizie sociali. Uccidere una figlia perchè si sposa con un cristiano è accettabile per un cristiano? No, giustamente per diritto naturale non lo è. L'infibulazione è accettabile dal punto di vista del rispetto reciproco? No. La pedofilia
è morale? No.Molti sono i punti in cui le religioni cozzano tra loro, i punti di vista cozzano fra loro, quindi se non si vuole la guerra civile non esiste uno stato con tante religioni, piuttosto stati diversi con diverse religioni ... e poi ognun si tenga il suo o cambi religione se vuole il meglio. Il cristiano è integralista ? Colpevole della civiltà cristiana e della cultura cristiana? Sì, ben felice colpa di aver migliorato il mondo: siamo integralisti, i 10 comandamente nel mio stato non si toccano, può essere anche solo uno stato di pochi individui ma ho diritto al mio stato. Diritto naturale, morale, Divino. Piuttosto si liberi il vaticano dagli usurpatori di una Religione che loro non professano nè a parole nè con fatti. Ho diritto alla fede vera e il dovere di cercare la fede vera, e sarò fino alla morte nella vera Chiesa anche in solitudine, senza che alcuno me la possa togliere, pur togliendomi tutto.