mercoledì 9 dicembre 2020

La 'traditio' antichissima del Gloria e la nuova traduzione manipolata elevata a dignità di testo liturgico - Gian Pietro Caliari

Vide, o homo, quid pro te factus est Deus: 
doctrinam tantae humilitatis agnosce.

In un Natale di molti secoli fa, il Vescovo d’Ippona, Sant’Agostino così esortava i suoi fedeli, ma non solo: “Vide, o homo, quid pro te factus est Deus: doctrinam tantae humilitatis agnosce”. 

“Osserva, uomo, che cosa è diventato per te Dio: sappi accogliere l’insegnamento di tanta umiltà” (Sermo 188, In Natali Domini, III, 3). E si chiedeva ancora: “Quali lodi potremo dunque cantare all’amore di Dio, quali grazie potremo rendere? (Ibidem, I, 2). Non c’è alcun dubbio che ogni volta che, nelle liturgie cattoliche, risuona il Gloria in excelsis Deo non sia evocato il Mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, dove la Maestà Divina si svela nell’Agnello immolato che “è degno di ricevere la gloria, l'onore e la potenza” (Apocalisse 4, 11). 

Il suo incipit, infatti, riproduce le stesso annuncio angelico che risuonò alla nascita di Gesù Cristo quando una schiera angelica lo proferì a un gruppo di pastori “presi da grande spavento” per quello che stavano vedendo ed era stato loro appena annunciato: “E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bonae voluntatis” (Luca 2, 13-14). 

Il Gloria in excelsis Deo, proprio per questo, è noto anche come Laus Angelorum (Lode degli Angeli) o Grande Dossologia, che esprime con precisa potenza teologica e letteraria ciò che i Padri Conciliari al Vaticano II intendevano dover essere la liturgia cattolica: “Nella liturgia terrena noi partecipiamo per anticipazione alla liturgia celeste che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove il Cristo siede alla destra di Dio quale ministro del santuario e del vero tabernacolo; insieme con tutte le schiere delle milizie celesti cantiamo al Signore l'inno di gloria” (Sacrosantum Concilium, 8). 

Gaio Plinio Cecilio Secondo, detto il Giovane, scrivendo all’imperatore Traiano, nella seconda metà del I secolo d.C., descrive che i cristiani “essent soliti die ante lucem convenire, carmenque Christo quasi deo dicere - erano soliti radunarsi ogni giorno prima dell’alba e dire un inno a Cristo quasi - fosse - un dio” (Litterae X, 97). 

Plinio il Giovane nulla scrive di preciso su quello che dicessero o cantassero i primi cristiani, ma nella liturgia bizantina verso il termine dell’Ὀρθρός (orthròs), l’ufficio che i monaci cantano prima dell’alba, troviamo un Inno, che echeggia ampiamente il Gloria latino e che è introdotto da questo versetto: "Δόξα σοι τῷ δείξαντι τὸ φῶς” (Dòxa soi tò deìxanti tò fòs); “Gloria a te che ci mostrasti la luce”. 

Il Liber Pontificalis riporta come ottavo successore dell’Apostolo Pietro il nome di San Telesforo. Si tratta di una Papa di origine greca (natione Grecus) e che era stato anche monaco (ex anachorita) e che durante il suo Pontificato, dal 127 al 137, stabilì fra le altre cose che: “siano celebrate di notte messe del natale del Signore” (natalem Domini noctu missas celebrarentur et ante sacrificium hymnus diceretur angelicus, hoc est: Gloria in excelsis Deo) e “prima del sacrificio sia detto l’inno angelico che è: Gloria in excelsis Deo” (Liber Pontificalis, texte, introduction et commentaire, par L. Duchesne, Paris, 1886, vol. I, p. 345). 

Il testo originale greco di quest’Inno ci è tramandato dal Codex Alexandrinus dell’inizio del quinto secolo. Questo codice raccoglie i testi dell’Antico Testamento, nella versione greca dei Settanta, e quelli del Nuovo Testamento nel loro originale greco. 

Al termine del Libro dei Salmi, il Codex raccoglie quindici Odi - o Inni - di cui il Gloria in excelsis Deo è l’ultimo (cfr. F. M.T. Ryan, The Gloria in Excelsis Deo; Sources, Theology and Significance For The Roman Rite, in: Ephemerides Liturgicae 133, 2019, p. 223). 

A differenza, dunque, di altri Cantici e Inni - per lo più inseriti nella Liturgia Horarum all’ora di Vespri - il testo del Gloria non è direttamente derivato dagli scritti neo-testamentari, eppure - assai significativamente - lo troviamo trasmesso proprio insieme al corpo dei testi dell’Antico e del Nuovo Testamento. 

La prima versione latina dello stesso Inno ci viene, invece, tramandata dall’Antifonario di Bangor del settimo secolo e dal Liber Sacramentorum Augustodunensis dell’ottavo secolo. 

Queste due prime versioni latine convergono specularmente col testo greco del Codex Alexandrinus e lo riproducono letteralmente (cfr. Ibidem, pp. 223-224). 

Che l’Inno Angelico sia, poi, da subito considerato di grande importanza per la liturgia romana, ci è poi dimostrato dall’insieme di norme liturgiche che ne regolano l’uso in maniera assai meticolosa. 

Oltre alle indicazioni già presenti nel Liber Pontificalis riguardo a Papa Telesforo, fin dall’ottavo secolo, i rituali prevedono che il Gloria sia cantato solo nelle domeniche e nelle feste dei martiri, dopo il Kyrie eleison, ma esclusivamente quando alla celebrazione è presente il Vescovo. 

I semplici preti potevano, invece, cantarlo nel giorno della Pasqua: “Item dicitur Gloria in Excelsis Deo, si episcopus fuerit, tantummodo die dominico, sive diebus festis; a praesbyteris autem minime dicitur nisi solo in Pascha”. 

Poi si dice il Gloria in Excelsis Deo se c’è il Vescovo, nello stesso modo nel giorno di domenica sia nei giorni di festa; dai presbiteri non sia affatto detto se non solamente nella Pasqua (cfr. Jean Deshusses (ed.), Le sacramentaire grégorien, ses principales formes d’après les plus anciens manuscrits, Fribourg, 1992, vol. 2, p. 85). 

Un’altra norma liturgica, sempre nell’ottavo secolo e in uso nella sola diocesi di Roma, concede ai preti novelli di poter cantare il Gloria quando celebrano la loro prima Messa: “Et cum pervenerit ad ecclesiam, ponitur sedes latus altaris et habet ibi licentiam sedere eodem die et in vigilia paschae tantum et dicere Gloria in excelsis Deo”. 
Dopo esser giunto in chiesa, si pone nella sede a lato dell’altare e lì avrà il permesso di sedere in quel giorno come nella vigilia di Pasqua e di dire il Gloria in eccelsis Deo (Michel Andrieu (ed.), Les Ordines Romani du haut moyen âge. vol. IV, Louvain, 1956, p. 280). 

A seguito delle deliberazioni del Concilio di Trento, non si è creato o promulgato un nuovo rito della Messa, ma l’uso del Missale Romanum, che contiene l’immutato rituale damaso-gelasiano, di origine apostolica e come riordinato dalla Riforma Gregoriana, è esteso a tutta la Chiesa Cattolica, ad eccezione di quei luoghi dove esistano distinte e secolari tradizioni liturgiche. 

Nel 1570, dunque, abbiamo una nuova normativa liturgica che prevede l’uso obbligatorio del Gloria in tutte le domeniche - ad eccezione di quelle di Avvento, Septuagesima e Quaresima - nella Messa in Coena Domini del Giovedì Santo, nelle Solennità e nelle Feste, e che fa cadere il privilegio riservato, fino ad allora, alla liturgia pontificale. 

La prima Istituzione Generale del Messale Romano del 1969 conferma questo uso e sottolinea che: “Il Gloria è un antichissimo e venerabile inno col quale la Chiesa, radunata nello Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l’Agnello” (IGMR, 1969, n. 31). 

Nella terza edizione del 2003 dell’Istituzione Generale, si aggiunge che: “Il testo di questo inno non può essere sostituito con un altro” (IGMR, 2003, n. 53). 

Per la sua traditio, il modo in cui il testo ci è stato tramandato, e per la puntuale regolamentazione liturgica che, lungo i secoli, ha contraddistinto l’uso del Gloria ci si sarebbe dovuto attendere da parte dei fantasiosi traduttori della CEI maggiore cautela e saggezza. 

L’incipit dell’Inno - “Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bonae voluntatis” - riprende esattamente il testo della Natività come riportato dalla Vulgata nel Vangelo di San Luca 2, 14, ma l’intero svolgimento dell’Inno rinvia direttamente o indirettamente a ben 35 versetti dell’Antico e del Nuovo Testamento. 

Una rapida sinossi del testo rivela infatti i seguenti riferimenti: a Genesi 22, 12; a Isaia 6, 1-3; e 14, 13; al Salmo 113, 5; al Salmo 83, 19; da Matteo 3, 17; 13, 41-49; 17, 5; e 16, 27; a Marco 1, 11; 9, 6; 8, 38; 13, 26-27; e 16, 19; a Luca 2, 22; 9, 26; e 9, 35; a Giovanni 1, 29; 12, 41; agli Atti 7, 55; a Romani 8, 34; a Efesini 1, 20; a Colossesi 2, 3; alla 2 Tessalonicesi 1, 7; a Ebrei 1, 3; 8, 1; 10, 2; e 10, 12; e all'Apocalisse 3, 2; 4, 8; 4, 11; 5, 13; 7, 12; 11, 17; 15, 3-4; e 16, 7. 

E qui solo per elencare i riferimenti più evidenti e chiari! 

Tornando all’incipit, il testo greco recita così: Δόξα ἐν ὑψίστοις θεῷ καὶ ἐπὶ γῆς εἰρήνη ἐν ἀνθρώποις ⸀εὐδοκίας (Dòxa én hypsìstois Theò kaì epì ghès eiréne én anthròpois eudokìas). 

In questa frase evangelica i due termini da osservare solo il primo Δόξα (Dòxa) e εὐδοκία (eudokìa), al caso genitivo di specificazione: ⸀εὐδοκίας, che San Girolamo nella Vulgata traduce, appunto, con “bonae voluntatis”. 

Nel greco antico, la dòxa esprime un’opinione, una credenza, oppure l’opinione che si ha di una certa persona o cosa; qualcosa, insomma, di assolutamente soggettivo e relativo. 
In questo senso, insieme al suo verbo δοκέω (dokéo), viene talora utilizzato nella traduzione dei Settanta dell’Antico Testamento. 

Il senso prevalente, tuttavia, è quello che corrisponde al termine ebraico שְׁכִינָה, Shekinah, che indica la manifestazione della potenza di Dio sugli uomini, come luce splendente - per esempio in Esodo 24, 17 o Esodo 40, 28; o il permanere su di un eletto della potente presenza di Dio, come in 1 Samuele 4, 22 o Siracide 49, 8. 

Nel Nuovo Testamento, dòxa e dokéo, sono invece impiegati solo e sempre in senso assoluto come splendore, luce brillante, magnificenza, eccellenza, preminenza, dignità, grazia e maestà che sono riferiti esclusivamente alla condizione di Dio e del suo Cristo, in primis, o alla condizione di coloro che sono da tale gloria benedetti ed eletti. 

Il termine greco ⸀εὐδοκία appare 9 volte negli scritti del Nuovo Testamento e ha una selezione di significati che indicano la buona volontà, l'intenzione gentile, la benevolenza; la delizia, il piacere; il desiderio; associato al verbo γίνομαι (ghìnomai) assume anche il significato di sembrare buono. 

Ora, per facilità di comprensione sottolineerò il termine italiano con cui è, invece, stato tradotto il sostantivo ⸀εὐδοκία nella nuova edizione della CEI del 2008. 

Matteo 11, 26: Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Luca 10, 21: Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Romani 10, 1: Fratelli, il desiderio del mio cuore e la mia preghiera salgono a Dio per la loro salvezza. Efesini 1, 9: facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto. Filippesi 1, 15: Alcuni, è vero, predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa, ma altri con buoni sentimenti. Filipesi 3, 13: È Dio infatti che suscita in voi il volere e l'operare secondo il suo disegno d’amore. Tessalonicesi 1, 11: Per questo preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l'opera della vostra fede. 

E veniamo, ora, a Luca 2, 14, che è alla base della modifica del Gloria liturgico: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”. 

Come si vede chiaramente è questo l’unico caso in cui i traduttori della CEI hanno dovuto - di punto in bianco - inventarsi un intera proposizione relativa per tradurre il sostantivo greco εὐδοκία e hanno sostituito tutte le precedenti scelte esegetiche con un verbo, amare, che proprio nel testo non c’è! 

Tradurre, infatti, con “uomini di benevolenza” o “uomini di buon sentimento” o “uomini di propositi di bene”, non sembrava valere la pena, perché avrebbe rinviato a quel “di buona volontà”, che in ogni caso si voleva innovare per il gusto d’innovare. 

Il sostantivo εὐδοκία (eudokìa) deriva da suffisso εὐ (bene/buono) e dal verbo δοκέω (avere un’opinione, avere un’intenzione, una volontà) e come si comprende il termine εὐδοκία (eudokìa) riecheggia il primo della frase evangelica e liturgica Δόξα (Dòxa) che è pure un sostantivo che deriva dal verbo δοκέω. 

Ora, l’evangelista Luca, che essendo nato ad Antiochia era di madre lingua greca, mentre non esita a riferire a Dio la Dòxa, nel senso di Gloria - vale a dire di opinione eccellente - si premura per quanto riguarda gli uomini di specificare che questa dokìa deve intendersi ben orientata, premettendo il suffisso εὐ, vale a dire buona e ben orientata. 

Pare proprio che, nella nuova traduzione del Gloria, abbiamo assistito a una nuova manovra del religiosamente corretto o a un’ulteriore strategia del così piacciamo a tutti e non dispiacciamo a nessuno.  

Si dirà, che la traduzione esisteva già dal 2008 - così come quella del Pater Noster - ma una cosa è lasciarla nel Lezionario, la proclamazione delle cui letture è poi seguita dal commento dell’Omelia che ne orienta l’interpretazione - che ci auguriamo corretta - altra cosa è elevare una traduzione manipolata a dignità di testo liturgico! 

Molti esegeti è pur vero, infine, suggeriscono che la eudokìa non sia da considerarsi come una risposta degli uomini alla dòxa di Dio - dunque, uomini di buona volontà - ma solo un riferimento a Dio stesso e al suo compiacersi degli uomini (inter alia, cfr. Jozef Jančovič, Who Are Addresses of Peace in the Canticle Gloria in excelsis? Analysis of the Phrase ἀνθρώποι εὐδοκίας in Luke 2:14 and its Translation Proposal, in: Slavica Slovaca, 54, Bratislava 2019, No. 2, pp. 129-141). 

Di fronte a questa obiezione, dobbiamo, allora, chiederci ma di quali uomini si compiace - o come dice la CEI quali uomini ama - il buon Dio? 
Lasciamo ben volentieri la risposta all’incommensurabile Agostino d’Ippona e al suo sermone natalizio, da cui abbiamo preso le mosse.
“Osserva, uomo, che cosa è diventato per te Dio: sappi accogliere l’insegnamento di tanta umiltà, anche in un maestro che ancora non parla. Tu una volta, nel paradiso terrestre, fosti così loquace da imporre il nome ad ogni essere vivente; il tuo Creatore invece per te giaceva bambino in una mangiatoia e non chiamava per nome neanche sua madre. Tu in un vastissimo giardino ricco di alberi da frutta ti sei perduto perché non hai voluto obbedire; lui per obbedienza è venuto come creatura mortale in un angustissimo riparo, perché morendo ritrovasse te che eri morto. Tu che eri uomo hai voluto diventare Dio e così sei morto; Lui che era Dio volle diventare uomo per ritrovare colui che era morto. La superbia umana ti ha tanto schiacciato che poteva sollevarti soltanto l’umiltà divina” (Sermo in Natali Domini, 188, 3, 3).
Forse a questo pensava San Girolamo quanto scelse di tradurre quell’ ἀνθρώποι εὐδοκίας semplicemente ma assai efficacemente con “uomini di buona volontà”. 
Gian Pietro Caliari

12 commenti:

La buona volontà ha detto...

“Il Natale ci obbliga ad affondare lo sguardo alla radice, in quel punto dove sorgono le cose. La salvezza di Dio è vicina. Si avvicina, ogni ora; ogni giorno che passa avvicina la salvezza di Dio. La salvezza di Dio è Cristo che investe e definisce la nostra persona, la nostra vita. Risvegliate nel cuore l’attesa. Oggi l’attesa è qualcosa da volere; è oggetto di un riconoscimento dell’intelligenza e dell’adesione del cuore”.
(L. Giussani, da “Tutta la terra desidera il tuo volto”)

Questa parola dimenticata.
La volontà, benedetta quando vuole ciò che è buono.
Strumento feriale della libertà in cammino.
Quando l’attesa è movimento e adesione.
E il desiderio del cuore, l’attrazione della bellezza, il fascino della realtà
diventano un’opera pacata e paziente.
Quasi nulla è nelle nostre mani, ma tutto aspetta il risveglio del nostro cuore. Che attenda.
Perché senza di noi nulla accade per noi, di tutto ciò che è già accaduto.
“Io vi dico: rendete perfetta la vostra volontà. Non pensate al raccolto. Ma solo alla semina giusta”. (Franca Negri)

Anonimo ha detto...

Benedetto XVI prende posizione sulla questione, nel libro Gesù di Nazareth.
Benedetto XVI scrive ancora da Papa a proposito di questo testo: ”L’Evangelista dice che gli Angeli parlano, ma per i cristiani era chiaro fin dall’inizio che il parlare degli Angeli è un cantare, in cui tutto lo splendore della grande gioia da loro annunciata si fa percettibilmente presente, e così da quell’ora in poi il canto di lode degli angeli non è mai più cessato. Ma che cosa hanno cantato gli Angeli? Essi connettono la Gloria di Dio nel più Alto dei Cieli con la pace degli uomini sulla terra, la chiesa ha ripreso queste parole e ne ha composto un intero Inno, nei particolari però la traduzione delle parole dell’Angelo è controversa, il testo latino a noi famigliare veniva reso fino a poco tempo fa così: Gloria a Dio nell’Alto dei Cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà. Questa traduzione viene respinta dagli esegeti moderni, non senza buone ragioni,come unilateralmente moralizzante, la Gloria di Dio c’è ma ci si interroga quali sono gli uomini che Egli ama? Ce ne sono anche alcuni che Egli non ama? Non ama tutti come creature sue? Che cosa dice dunque l’aggiunta "bonae voluntàtis"? Ci si può rivolgere una simile domanda, chi sono questi uomini della sua compiacenza? Esistono persone che non sono nella sua grazia? Ebbene, per la comprensione di questo problema troviamo un aiuto nel Nuovo Testamento nella narrazione del Battesimo di Gesù, Luca ci racconta che mentre Gesù stava in preghiera, il testo letteralmente dice pace agli uomini del Suo compiacimento, (quindi non sono tutti gli uomini ma coloro che si aprono al dono della redenzione, i cristiani appunto, non tutti gli esseri umani. Se la pace è per tutti gli uomini cosa è venuto a fare Cristo sulla terra?) La traduzione di pace in terra agli uomini che Egli ama ha una posizione estrema, l’idea della assoluta esclusività dell’azione di Dio così che tutto dipende dalla sua predestinazione. L’intera testimonianza della sacra scrittura dice che grazia e libertà si compenetrano a vicenda e non possiamo esprimere il loro operare l’una nell’altra mediante formule chiare, resta vero che non potremmo amare se prima non fossimo amati da Dio. La grazia di Dio sempre ci precede, ci abbraccia e ci sostiene ma resta vero che l’uomo è chiamato a partecipare a questo amore, non è un semplice strumento. (C’è bisogno quindi della risposta dell’uomo a un Dio che si rivela). Ma Dio non ama tutti gli uomini, c’è forse uno che non ama?(Allora la pace non è per tutti gli uomini, questo è misericordismo Bergoliano, quindi la salvezza è per tutti. Quando, invece diciamo agli uomini di buona volontà che guarda con compiacenza, Dio non guarda con compiacenza tutti gli uomini, Dio volge la sua evdokìas. Dio ama tutti sì, ma pone la sua compiacenza sugli uomini di buona volontà. E chi sono? Chi accoglie il Regno dei Cieli. Allora non sono tutti gli uomini.

Anonimo ha detto...

Onestamente questo andare a scandagliare cosa pensa e fa Dio è un pochino troppo. L'uomo scandagli i suoi pensieri, parole, opere ed omissioni.

Non ha torto J. Taubes a definire un certo cristianesimo religione romantica. Manca solo la margheritina: m'ama, non m'ama. Mouves!

mic ha detto...

Io non confonderei con lo "scandagliare" e non apostroferei con ironia la ricerca appassionata e adorante di una retta comprensione della rivelazione a cui è legata la retta interiorizzazione e corrispondente vissuto.
Tanto più se lo si fa non arbitrariamente (come avviene per i nuovi sensi delle nuove traduzioni) ma giovandosi e attingendo alla Tradizione perenne e al lascito prezioso dei Padri della Chiesa...

Anonimo ha detto...

Il papa può avere idee, convinzioni, comportamenti anche di una certa stranezza; anche lui come ogni essere umano ha i suoi limiti e le sue pecche; mi chiedo però, i cardinali cosa ci stanno a fare? Non sono i suoi consiglieri? Reputano che non ci sia nulla da dire, che tutto è conforme all'ortodossia....? Le voci fuori dal coro, non solo di semplici fedeli, che non sarebbero ritenute in alcun conto, ma di vescovi e cardinali non sono dei campanelli di allarme o sono da considerarsi come dei fanatici, retrogradi, delle palle al piede di cui liberarsi con qualsiasi mezzo (emarginazione, trasferimenti, scomuniche...)? Il silenzio prolungato, le risposte non date ...non fanno bene al popolo di Dio che ha bisogno di chiarezza rispetto alle linee guida sia liturgiche, pastorali e dottrinali.
Castellaz Giovanni

Anonimo ha detto...

A costo di apparire pedante, alcune reiterate osservazioni sulla traslitterazione anche su quest’altro scritto. Proprio perché esso fa ampio uso della lingua greca, con acume filologico,sarebbe necessario essere precisi nella trascrizione di accenti, spiriti e singole lettere. E perciò:

Ὀρθρός (orfròs)
E invece: orthròs

Δόξα σοι τῷ δείξαντι τὸ φῶς” (Dòxa son tò deìxanti tò fòs); “Gloria a te che ci mostrasti la luce”
E invece: Dòxa soi tō dèixanti tò fōs.

Difatti nei dittonghi, come qui εί, l’accento va messo sulla vocale dolce – la seconda – ma va pronunciato come se si trovasse sulla vocale aspra – la prima; quindi non deìxanti, ma dèixanti. Poi, a dirla tutta, nemmeno si può equiparare, a livello fonetico, il τὸ (vocale breve) che introduce l’oggetto – all’accusativo – con τῷ (vocale lunga) legato a una voce verbale – derivante da δείκνυμι, cioè “mostro”, “indico” – al dativo.

Δόξα ἐν ὑψίστοις θεῷ καὶ ἐπὶ γῆς εἰρήνη ἐν ἀνθρώποις εὐδοκίας (Dòxa én ufìstois Zeò kaì epì gès eiréne én anzròpois eudokìas)

Va pronunciato e trascritto invece:

Dòxa en hupsìstois Theò kaì epì ghès eirène en anthròpois eudokìas.

Qui si omette, per semplificare, la lunghezza delle vocali.

Ritengo non opportuno che in un saggio per altri versi così illuminante, si confonda la lettera ψ (psi) con φ (phi). Non dispongo purtroppo di un vocabolario di Greco biblico, ma il buon Rocci, ad vocem riporta proprio ὑψίστος, superlativo di ὑψι – dunque con lo spirito aspro –, che significa appunto “altissimo, “eccelso”, “elevatissimo”. Per quanto riguarda la theta di θεῷ, che ora si trascrive con “z” – e quindi Zeò – mi rifiuto di pronunciare – storpiando – il nome dell’Altissimo.

Questo soprattutto perché, nel saggio di ieri, peraltro già ripreso da diversi blog, il professore aveva scritto προσεύχεσθαι – proseùkesthai; e quindi la lettera greca χ (chi) pronunciata secca e dura, come la κ; mentre è chiaro che va pronunciata con “c aspirato”, come in Χριστόσ, che non si legge né si trascrive con Kristòs (!).

γίνομαι (ghìnomai)
Qui trascrive correttamente, mentre sopra il γ di γῆς era traslitterato con una “g” dolce (gès).

Modeste annotazioni, ma credo necessarie, di un cultore della lingua greca. «Se mi sbaglio, mi corrigerete!».

Epiphanio ha detto...

Ottimo appunto. La dottrina va corroborata con una buona filologia.

Iohannes Dionysius ha detto...

Meglio di "hupsìstois" sarebbe "hypsìstois". Una bonaria provocazione: dato che è greco liturgico, perché non leggerlo con la pronuncia ecclesiastica tradizionale invece di quella umanistica riformata? "Doxa en ipsìstis Theò ke irìni epì ghîs en anthròpis evdokìas..." Irìni pasi.

Anonimo ha detto...

OT

https://www.youtube.com/watch?v=-1cxE5awaXA

8-12-2020 Colpo di scena del Texas alla Corte Suprema - MN #31



https://www.youtube.com/watch?v=C1iU6tgXxvQ

9-12-2020 Joe Biden compromesso dai cinesi? - MN #32

Ancora sul Gloria Benedetto XVI ha detto...

Dal libro su Gesù
"Ma che cosa hanno cantato - secondo la narrazione di San Luca - gli angeli? Essi connettono la gloria di Dio "Nel più alto dei cieli" con la pace degli uomini "sulla terra". La Chiesa ha ripreso queste parole e ne ha composto un intero inno. Nei particolari, però, la traduzione delle parole dell'angelo è controversa.
Il testo latino a noi familiare veniva reso fino a poco tempo fa così : "Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà". Questa traduzione viene respinta dagli esegeti moderni - non senza buone ragioni - come unilateralmente moralizzante. La "Gloria di Dio" non è una cosa che gli uomini possono produrre ("Sia Gloria a Dio"). La "gloria di Dio c'è, Dio è glorioso, e questo è davvero un motivo di gioia: esiste la verità, esiste il bene, esiste la bellezza. Queste realtà ci sono - in Dio- in modo indistruttibile.

Più rilevante è la differenza nella traduzione della seconda parte delle parole dell'angelo. Ciò che fino a poco tempo fa veniva reso con "uomini di buona volontà" è espresso ora, nella traduzione della Conferenza Episcopale Tedesca, con "Menschen seiner Gnade" (uomini della sua Grazia). Nella traduzione della Conferenza Episcopale Italiana si parla di "uomini che egli ama". Allora, però, ci si interroga: quali sono gli uomini che Dio ama? Ce ne sono anche alcuni che Egli non ama? Non ama forse tutti come creature sue? Che cosa dice dunque l'aggiunta: "che Dio ama"? Ci si può rivolgere una simile domanda anche di fronte alla traduzione tedesca. Chi sono gli "uomini della sua grazia"? Esistono persone che non sono nella sua grazia? E, se sì, per quale ragione? La traduzione letterale del testo originale greco suona: pace agli "uomini del [suo] compiacimento". Anche qui rimane la domanda: quali uomini sono nel compiacimento di Dio? E perché?
Ebbene, per la comprensione di questo problema troviamo un aiuto nel Nuovo Testamento. Nella narrazione del battesimo di Gesù, Luca ci racconta che, mentre Gesù stava in preghiera, il cielo si aprì e venne una voce dal cielo che diceva: "Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te mi ho posto il mio compiacimento" (Lc 3,22). L'uomo del compiacimento è Gesù. Lo è, perché vive totalmente rivolto al Padre, vive guardando verso di Lui e in comunione di volontà con Lui. Persone del compiacimento sono dunque persone che hanno l'atteggiamento del Figlio - persone conformi a Cristo.

Ancora sul Gloria Benedetto XVI ha detto...

.... segue
Dietro alla differenza tra le traduzioni sta, in ultima analisi, la questione circa la relazione tra la grazia di Dio e la libertà umana. Sono quindi possibili due posizioni estreme: anzitutto l'idea dell'assoluta esclusività dell'azione di Dio, così che tutto dipende dalla sua predestinazione. All'altro estremo, invece, una posizione moralizzante, secondo la quale, in fin dei conti, tutto si decide mediante la buona volontà dell'uomo. La traduzione precedente, che parlava degli "uomini di buona volontà" poteva essere fraintesa in questo senso. La nuova traduzione può ESSERE MAL INTERPRETATA NEL SENSO OPPOSTO, come se tutto dipendesse unicamente dalla PREDESTINAZIONE di Dio.
L'intera testimonianza della Sacra Scrittura non lascia alcun dubbio sul fatto che NESSUNA DELLE DUE POSIZIONI ESTREME È GIUSTA. Grazia e libertà si compenetrano a vicenda, e non possiamo esprimere il loro operare l'una nell'altra mediante formule chiare. Resta vero che non potremmo amare se prima non fossimo amati da Dio. La grazia di Dio SEMPRE CI PRECEDE, ci abbraccia e ci sostiene. Ma RESTA VERO ANCHE CHE L'UOMO È CHIAMATO A PARTECIPARE a questo amore, non è un semplice STRUMENTO, privo di volontà, dell'onnipotenza di Dio; egli può amare in comunione con l'amore di Dio o può anche rifiutare questo amore. Mi sembra che la traduzione letterale - "del compiacimento (o "del suo compiacimento") - rispetti meglio questo mistero, senza scioglierlo in senso unilaterale".

Anonimo ha detto...

Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà"
Un anima in pace è quella di un uomo che ottiene la pace e cioè "la sicurezza o percezione di andare un giorno in Paradiso " già in terra. A questa anima Gesù chiede di credere in lui , gli basta che lo accetti come Redentore e che si penta dei suoi errori e peccati in modo sincero: come ha fatto il buon ladrone sulla croce.
La buona volontà di cui parlano gli angeli è : dirigere la mente, il corpo e l'anima verso Dio con tutte le forze che si hanno a disposizione , ed anche se i risultati a volte sono miseri c'è sempre la speranza di salvarsi come appunto fece il buon ladrone sulla croce.
Dio vuole la perfezione da noi, ma conoscendo i nostri limiti gli basta la nostra buona volontà di cercare di essere perfetti come Lui, ed anche se quasi nessuno di noi si riesce totalmente l'importante è non arrendersi mai .