Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

sabato 6 aprile 2024

Sabato di Pasqua. Il Sabato in albis

Una delle meditazioni liturgiche del tempo pasquale da conoscere o da ripercorrere ogni anno per approfondire.
Sabato di Pasqua / Il Sabato in albis

Questa giornata è chiamata dalla liturgia Sabato «in albis» o più esattamente «in albis deponendis», perché oggi i neofiti dovevano deporre le loro vesti bianche che avevano portato durante tutta l’ottava.

Quest’ottava, effettivamente, aveva cominciata per loro prima che per gli altri fedeli, poiché erano stati rigenerati durante la notte del Sabato Santo, rivestendosi poi di quell’abito, simbolo della purezza delle loro anime. Era, dunque, verso la sera del sabato seguente, dopo l’officio dei Vespri, che essi le deponevano, come racconteremo più avanti.

La Stazione a Roma è oggi nella Basilica del Laterano, la chiesa madre e maestra, vicina al Battistero di Costantino, dove i neofiti ricevettero otto giorni fa la grazia della rigenerazione. La Basilica che oggi li riunisce è la stessa dalla quale essi, nell’ombra della notte, s’incamminarono per dirigersi verso il fonte della salute, preceduti dal cero misterioso che illuminava i loro passi; è la stessa dove, ritornati con le loro vesti bianche, assistettero per la prima volta all’intero Sacrificio Cristiano e parteciparono al Corpo e al Sangue del Redentore. Nessun altro luogo sarebbe più conveniente di questo per la Stazione di oggi, le cui impressioni devono conservarsi incancellabili nel cuore dei neofiti, che sono in procinto di rientrare nella vita comune. La Santa Chiesa, nelle ultime ore in cui questi “neonati” si accalcano intorno a lei, come attorno a una madre, li considera con compiacenza; segue, con lo sguardo, questi frutti preziosi della sua fecondità, che le hanno ispirato, durante questi giorni, canti così commoventi e melodiosi. Ora se li rappresenta nel levarsi dalla mensa divina, vivificati dalla carne di Colui che è allo stesso tempo sapienza e dolcezza; e canta questo responsorio:
R) Dalla bocca del savio stilla il miele, alleluia,
com’è dolce questo miele sotto la sua lingua ! Alleluia.
Un favo di miele si distilla dalle sue labbra. Alleluia.
V) La sapienza riposa nel suo cuore e la prudenza è nelle parole della sua bocca. Un favo di miele si distilla dalle sue labbra. Alleluia.
Ora ella si commuove vedendo trasformarsi in teneri agnelli quegli uomini che avevano vissuto fino allora della vita del secolo e che ricominciano la loro carriera con l’innocenza dei bambini. E dice, con linguaggio pastorale:
R) Ecco quegli agnelli novelli che ci hanno annunciato l’alleluia;
essi escono in quest’istante dalla fonte;
essi sono tutti scintillanti di luce, alleluia.
V) Compagni dell’agnello, sono vestiti di abiti bianchi e tengono delle palme nelle loro mani. Essi sono tutti scintillanti di luce. Alleluia, alleluia!
Altre volte contempla con pio orgoglio lo splendore delle virtù che il santo Battesimo ha infuso nelle anime loro, la purezza senza macchia che li rende scintillanti come la luce; e la sua voce, piena di entusiasmo, celebra così la loro bellezza:
R) Come sono bianchi i Nazareni del mio Cristo! Alleluia; il loro splendore rende gloria a Dio, alleluia;
La loro bianchezza è quella del latte più puro; alleluia, alleluia!
V) Più bianchi della neve, più puri del latte, più vermigli dell’antico avorio, più belli dello zaffiro.
La loro bianchezza è quella del latte più puro, alleluia, alleluia!
Questi tre responsori fanno ancora parte degli Offici del Tempo Pasquale.

Messa
EPISTOLA (1Pt 2, 1-10) – Deposta dunque ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza, come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza: se davvero avete già gustato come è buono il Signore. Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso. Onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare, sasso d’inciampo e pietra di scandalo. Loro v’inciampano perché non credono alla parola; a questo sono stati destinati. Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce; voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio; voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia.
Consigli di san Pietro ai neofiti
I neofiti non potevano sentire, in tale giorno, un’esortazione più appropriata alla loro situazione, di quella del Principe degli apostoli, in questo brano della sua prima Epistola. San Pietro l’aveva indirizzata ai nuovi battezzati. Con quale dolce paternità comunica i sentimenti del suo cuore verso questi «bambini appena nati»! La virtù che raccomanda è la semplicità che tanto si addice nell’età infantile; la dottrina di cui sono stati istruiti è un latte che li nutrirà, facendoli crescere; ciò che devono gustare è il Signore, il quale è pieno di dolcezza.
L’Apostolo, in seguito, insiste su uno dei principali caratteri di Cristo: egli è la pietra fondamentale e angolare dell’edificio di Dio. Su lui solo devono poggiare i fedeli, che sono le pietre viventi del tempio eterno. Lui solo dà loro la solidità e la resistenza; ed è per questo che, dovendo ritornare al Padre, ha scelto e stabilito sulla terra un’altra Pietra, una Pietra sempre visibile che egli ha unito a sé e alla quale ha comunicato la sua stessa solidità. La modestia dell’Apostolo gli vieta di insistere su ciò che il Santo Vangelo racchiude per lui di onorifico a proposito di questo argomento; ma chiunque conosce le parole di Cristo a Pietro su tale soggetto può andare fino in fondo all’insegnamento.
Se l’Apostolo non si glorifica da lui stesso, quali magnifici attributi riconosce, invece, a noi battezzati! Noi siamo la stirpe scelta e santa, il popolo che Dio ha conquistato, un popolo di Re e di Sacerdoti. Effettivamente, che differenza c’è tra chi è battezzato e chi non lo è! Il cielo aperto al primo è chiuso per l’altro; questo è schiavo del demonio e l’altro re, in Gesù Cristo Re, di cui è divenuto fratello; l’uno tristemente isolato da Dio e l’altro gli offre il Sacrificio supremo per mezzo delle mani di Gesù Cristo Sacerdote.
E tutti questi doni ci sono stati conferiti da una misericordia interamente gratuita: non sono stati meritati da noi. Offriamo, dunque, al Padre adottivo i nostri umili atti di ringraziamento e, riportandoci a quel giorno in cui anche noi fummo neofiti, rinnoviamo le promesse che fecero in nome nostro quale condizione assoluta perché quei gran doni ci venissero concessi.
VANGELO (Gv 20, 1-19) – Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.
Il rispetto dovuto a Pietro
Questo episodio della mattina del giorno di Pasqua è stato riservato ad oggi dalla Santa Chiesa, perché vi troviamo la figura di san Pietro, la cui voce si è già fatta sentire attraverso l’Epistola. È l’ultimo giorno in cui i neofiti assistono al Santo Sacrificio rivestiti della veste bianca; domani nulla più li distinguerà dagli altri fedeli.
È importante, dunque, insistere presso di loro sulla fondazione della Chiesa. Su di essa dovranno basarsi, se vogliono conservare quella fede nella quale sono stati battezzati e che è indispensabile mantengano pura sino alla fine, per ottenere la salvezza eterna. Ora, questa fede resterà in tutti quelli che sono docili all’insegnamento di Pietro e che rispettano la dignità dell’Apostolo.
In questo brano del santo Vangelo, noi impariamo, da uno degli stessi apostoli l’ossequio e la deferenza che sono dovuti a colui che Gesù ha incaricato di pascere l’intero gregge: agnelli e pecorelle. Pietro e Giovanni corrono insieme alla tomba del loro Maestro: Giovanni, più giovane, arriva per primo. Guarda dentro al sepolcro, ma non entra. Perché troviamo questa umile riservatezza in quello che è il discepolo prediletto del Signore? Che cosa aspetta? Attende colui che Gesù ha preposto a tutti loro, colui che è il Capo; cui spetta di agire come tale. Pietro arriva, entra nella tomba; costata l’ordine delle cose. Solo dopo di lui, Giovanni entra a sua volta nella grotta: insegnamento ammirabile, che egli ha voluto lasciarci, scrivendo proprio di sua mano questo racconto misterioso! È sempre Pietro che deve precedere, giudicare, agire da maestro; e spetta al cristiano di seguirlo, di ascoltarlo, di rendergli onore e ubbidienza. E come potrebbe essere diverso, quando vediamo un apostolo stesso, e un tale apostolo, agire così a suo riguardo? E ciò mentre Pietro non aveva ancora ricevuto che la promessa delle chiavi del Regno dei Cieli, le quali non gli furono date effettivamente che nei giorni che seguirono.

Deposizione delle vesti bianche
In ognuno dei giorni di questa settimana, l’Officio dei Vespri si è svolto con la stessa solennità che abbiamo potuto costatare per la domenica. I fedeli riempivano la basilica e accompagnavano con i loro sguardi e con fraterno interessamento il bianco stuolo dei neofiti che, ogni sera, avanzava al seguito del Pontefice, per rivedere quella fonte che dona novella nascita a coloro che vi si immergono.
Oggi il concorso della folla è ancora maggiore, poiché un nuovo rito verrà compiuto. I neofiti, abbandonando l’abito che rappresenta esteriormente la purezza delle anime loro, prenderanno l’impegno di conservare l’innocenza interiore, il cui simbolo non è più necessario.
Per mezzo di questo cambiamento che si opera sotto gli occhi dei fedeli, la Chiesa intende di dover rendere i suoi nuovi figli alla famiglia, alle cure e ai doveri della vita ordinaria. A loro, adesso, il dovere di dimostrarsi ciò che sono divenuti per sempre: cristiani, ossia discepoli di Cristo!
Al ritorno dal battistero, e dopo aver terminato l’Officio dei Vespri con la sosta davanti alla Croce dell’arco trionfale, i neofiti sono condotti in una delle sale appartenenti alla basilica, dove è stato preparato un grande bacino pieno d’acqua.
Il Vescovo, seduto sul seggio, scorgendo intorno a lui questi giovani agnelli di Cristo, indirizza loro un discorso, nel quale esprime la gioia del Pastore che vede crescere felicemente il gregge che gli è affidato. Si rallegra, con gli eletti, della grazia divina, della loro felicità; venendo poi alla causa dell’attuale riunione in quel luogo, ossia alla deposizione delle vesti che ricevettero dalle sue mani uscendo dal fonte della salute, li avverte paternamente di vegliare su se stessi e di non macchiare mai il candore dell’anima di cui l’altro, degli abiti, non è stato che una debole immagine.
La Chiesa stessa aveva fornito ai neofiti le vesti bianche, come abbiamo visto, il Sabato Santo. Ed è per questo che vengono a restituirle nelle sue mani. L’acqua del bacile è destinata a lavarle. Finita l’allocuzione, il Pontefice benedice quest’acqua, recitando su di essa un’orazione, nella quale ricorda la virtù che lo Spirito Santo ha dato a quell’elemento per purificare anche le macchie dell’anima. Poi, volgendosi verso i neofiti, dopo aver rivolto a Dio il suo atto di ringraziamento recitando il Salmo CXVI, pronuncia questa bella preghiera:
«Signore, visitate il nostro popolo coi vostri disegni di salute; lo vedete tutto illuminato dalle gioie pasquali; ma degnatevi di conservare nei nostri neofiti ciò che voi stesso avete operato in loro, perché fossero salvati. Fate che, spogliandosi di questi abiti bianchi, il cambiamento non sia in loro che esteriore: che l’invisibile candore di Cristo sia sempre inerente alle loro anime, che essi non lo perdano mai; e che la vostra grazia li aiuti a ottenere per mezzo delle buone opere quella vita immortale alla quale ci obbliga il mistero della Pasqua».
Dopo questa preghiera, i padrini per gli uomini, e le madrine per le donne, aiutano i neofiti a spogliarsi delle vesti bianche, che vengono consegnate nelle mani dei servitori della Chiesa, incaricati di lavarle e conservarle. Si rivestono, poi, dei loro abiti usuali, sempre aiutati dai padrini e dalle madrine, e, finalmente, ricondotti ai piedi del Pontefice, ricevono dalle sue mani il simbolo pasquale, ossia l’immagine di cera dell’Agnello divino.
L’ultimo vestigio di questa commovente funzione è la distribuzione degli Agnus Dei, che il Papa fa in questo giorno a Roma, ogni sette anni, oltre che nel primo del suo pontificato. Abbiamo visto in che modo sono stati benedetti dal Santo Padre nel mercoledì precedente e come i riti di cui si serve in quella circostanza ricordano il battesimo per immersione dei neofiti. Il sabato seguente, negli anni che abbiamo indicato, si tiene, in palazzo, la Cappella Papale. Dopo la Messa solenne si portano le ceste, contenenti gran numero di Agnus Dei, al Sommo Pontefice, assiso in trono. Il prelato che glieli presenta canta queste parole prese da uno dei Responsori che abbiamo citato:
«Padre Santo, ecco questi novelli agnelli che ci hanno annunziato l’alleluia; escono in questo istante dalla fonte; essi sono tutti risplendenti di luce».
E il Papa risponde: «Deo gratias».
Il pensiero ci riconduce allora a quei tempi nei quali, in quello stesso giorno, i nuovi battezzati venivano condotti ai piedi del Pontefice come teneri agnelli dal vello candido, oggetto di compiacenza per il pastore. Il Papa stesso, dal trono, distribuisce gli Agnus Dei ai cardinali, ai prelati e agli altri assistenti; e così ha termine questa cerimonia interessante, sia per i ricordi che rievoca, che per il suo interesse attuale.

La Pasqua Annotina
Non vogliamo terminare i resoconti che si riferiscono a questo ultimo giorno dell’ottava dei nuovi battezzati senza aver detto una parola sulla Pasqua Annotina.
Si chiamava così il giorno anniversario della Pasqua dell’anno precedente: giorno di festa per quelli che compivano un anno dal loro Battesimo. La Chiesa celebrava solennemente il Santo Sacrificio in favore di quei nuovi cristiani, ai quali rammentava così l’immenso beneficio di cui erano stati favoriti da Dio in quel giorno, ed era l’occasione di conviti e di allegrezza nelle famiglie, i cui membri l’anno precedente erano stati annoverati tra i neofiti. Se capitava, per via del movimento irregolare dell’epoca della Pasqua, che questo anniversario cadesse durante una delle settimane di Quaresima, bisognava rinunziare, per quell’anno, a celebrare la «Pasqua Annotina», oppure trasferirla a dopo la Risurrezione. Sembra che, in alcune Chiese, per evitare queste continue variazioni, l’anniversario del battesimo fosse stato fissato al Sabato dopo la Pasqua. La sospensione dell’uso di amministrare il battesimo per le feste della Risurrezione portò, a poco a poco, alla soppressione della Pasqua Annotina: nondimeno se ne trovano ancora tracce in qualche luogo, fino al secolo XIII e forse più avanti. Quest’uso di festeggiare l’anniversario del battesimo non dovrebbe mai sparire dalle abitudini cristiane, basandosi esso sulla grandiosità del beneficio ricevuto e che, per ciascuno di noi, si ricollega a una data speciale. Ai nostri tempi, come in quelli antichi, tutti coloro che sono stati rigenerati in Gesù Cristo devono avere, per il giorno in cui hanno ricevuto la vita soprannaturale, almeno lo stesso rispetto che i pagani avevano per quello che li aveva messi in potere della vita naturale.
A San Luigi piaceva firmarsi Louis de Poissy, perché era presso il fonte dell’umile chiesa di Poissy che aveva ricevuto il battesimo: noi possiamo imparare da un sì grande cristiano a rammentarci del giorno e del luogo in cui divenimmo figli di Dio e della sua Chiesa. 
(Da L'Anno Liturgico di Prosper Guéranger)

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Durante l'Ottava e il tempo di Pasqua si canta l'antifona "Regina Coeli", dedicata alla Madonna, ed è anche il nome di uno dei due carceri della città di Roma, uno dei più famosi in Italia: nato come convento carmelitano femminile nel XVI secolo, sul finire del XIX secolo, dopo l'annessione e l'eversione sabauda, divenne un carcere, ma si decise di mantenerne il nome antico, e nel tempo, a sollievo dei carcerati, ha visto anche le visite di tre Papi (Paolo VI, Giovanni Paolo II e Francesco).
L'odierno giorno è inoltre dedicato alla Madonna quale Fonte di Vita, in ricordo del miracolo mariano che a Costantinopoli, durante il regno dell'Imperatore San Leone I il Grande, fece sgorgare una fonte miracolosa la cui acqua guarì prima un uomo cieco e assetato e successivamente moltissimi altri malati; attorno a questa fonte e alla relativa icona miracolosamente apparsa vennero costruiti un grande monastero e un venerato santuario.
La Pasqua è festa di liberazione, e anche ai carcerati va dato il lieto annuncio e anche loro, nonostante la prigionia, devono festeggiare e gioire...Cristo è risorto!

mic ha detto...

Regina cœli, laetare, alleluia.
Quia quem meruisti portare, alleluia.
Resurrexit, sicut dixit, alleluia.
Ora pro nobis Deum, alleluia.

Gaude et laetare, Virgo Maria, alleluia.
Quia surrexit Dominus vere, alleluia.

Oremus:
Deus, qui per resurrectionem Filii tui Domini nostri Iesu Christi mundum laetificare dignatus es, praesta, quaesumus, ut per eius Genetricem Virginem Mariam perpetuae capiamus gaudia vitae. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.

Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc et sempre et in sæcula sæculorum. Amen.

Pro fidelibus defunctis:
Rèquiem aetèrnam dona eis, Domine, et lux perpètua lùceat eis. Requiéscant in pace. Amen
________
Regina del cielo, rallegrati, alleluia.
Cristo che hai portato nel grembo, alleluia.
È risorto, come aveva promesso, alleluia.
Prega il Signore per noi, alleluia.

Rallegrati, Vergine Maria, alleluia.
Il Signore è veramente risorto, alleluia.

Preghiamo:
O Dio, che nella gloriosa risurrezione del tuo Figlio hai ridato la gioia al mondo intero, per intercessione di Maria Vergine, concedi a noi di godere la gioia della vita senza fine. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Gloria al Padre…
L’eterno riposo…

Viandante ha detto...

"I contatti con la Fraternità, lo studio della sua storia e l'approfondimento delle questioni teologiche mi hanno permesso di vedere con occhi nuovi. È uno sguardo nuovo sugli ultimi settanta, ottant'anni di vita della Chiesa. Si può parlare di una retractatio, di una nuova valutazione della situazione della fede al tempo del Concilio e dopo. Mi è divenuto più chiaro perché la Chiesa è arrivata dove si trova oggi. La Chiesa si trova oggi – nel 2023 – in una delle più grandi crisi della sua storia. È una crisi interna alla Chiesa. Ha toccato tutti gli ambiti della vita della Chiesa: predicazione, liturgia, pastorale e governo. È una profonda crisi di fede. Chi si immerge nello sviluppo e nella vita della Fraternità si scontra suo malgrado con la causa e le origini di questa crisi. Perché la Fraternità è, in un certo senso, una figlia di questa crisi. Lo è nella misura in cui il suo fondatore ha voluto, creando questa istituzione, porre rimedio alla crisi e venire in aiuto della Chiesa.
La Chiesa si trova oggi – nel 2023 – in una delle più grandi crisi della sua storia. È una crisi interna alla Chiesa. Ha toccato tutti gli ambiti della vita della Chiesa: predicazione, liturgia, pastorale e governo. È una profonda crisi di fede. Questo è ciò che abbiamo osservato. La domanda ora è come superare questa crisi. Diciamolo subito. C’è una sola via d’uscita dalla crisi: ritornare ai valori e alle verità di fede che abbiamo abbandonato, trascurato o illegittimamente messo da parte. Si tratta di fare il punto sull'evoluzione degli ultimi 70 anni e sottoporla a revisione. La Chiesa ha bisogno di un rinnovamento nel suo capo e nelle sue membra. Ha particolarmente bisogno di un rinnovamento della gerarchia, di un rinnovamento dell'episcopato e soprattutto di un ritorno alla vita sacramentale e liturgica. La vita sacramentale e il sacerdozio – cioè la gerarchia – sono infatti strettamente legati."

Monsignor Vitus Huonder (21/04/1942-3/04/2024)