Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

sabato 4 aprile 2026

Salve festa dies

Salve festa dies è un inno nel quale si celebra la Pasqua cristiana (festa dies), con la Resurrezione di Gesù. La tradizione lo attribuisce al poeta latino Venanzio Fortunato, che l'avrebbe scritto prima dell'anno 609. In tal caso sarebbe uno dei più antichi canti tramandati. L'inno (in realtà si tratta di brani scelti dal poema più ampio), non è incluso nella liturgia obbligatoria ma viene cantato durante il rito processionale introduttivo della Messa nella giornata di Pasqua.
La poesia religiosa più famosa di Venanzio Fortunato si trova in tre inni in onore della Croce (Vexilla Regis qui, Pange lingua, gloriosi qui e Crux benedicta nitet) e nel poema da cui è tratto questo inno.
«Questo inno è tratto da una delle numerose lettere poetiche inviate da Fortunato a Felice, vescovo di Nantes. Il suo primo verso è Tempora florigero rutilant distincta sereno, e l'intero poema si compone di 110 versi. (Dreves, Analecta, L, 76) In questo poema Fortunato mostra un grande amore per la natura e descrive con forza e bellezza il risveglio della natura in primavera. La primavera è la resurrezione della natura ed è al tempo stesso simbolo della resurrezione di nostro Signore e del modo in cui la natura saluta il Signore risorto. Ogni verso apporta un tratto nuovo, un nuovo punto di bellezza ed esultanza, tutta questa gioia è collegata alla resurrezione di Cristo.»
Per l'ascolto qui.

Salve festa dies toto venerabilis aevo
Qua Deus infernum vicit et astra tenet
Ecce renascentis testatur gratia mundi
Omnia cum Domino dona redisse suo
Namque triumphanti post tristia tartara Christo
Undique fronde nemus gramina flore favent
Qui crucifixus erat Deus, ecce per omnia regnat
Dantque Creatori cuncta creata precem
Christe, salus rerum, bone Conditor atque Redemptor
Unica progenies ex Deitate Patris
Qui genus humanum cernens mersisse profundo
Ut hominem eriperes es quoque factus homo
Rex sacer, ecce tui radiat pars magna triumphi,
cum puras animas sacra lavacra beant.
Tristia cesserunt infernae vincula legis
Expavitque chaos luminis ore premi.
Funeris exsequias pateris vitae auctor et orbis
Intras mortis iter dando salutis opem
.
Salve, giorno di festa, venerabile in tutta l'eternità,
in quanto Dio vinse l'inferno e raggiunge il cielo.
Ecco, è accertato che, a cagione del mondo che rinasce,
con il suo Signore tutti i doni abbiano fatto ritorno:
infatti, dopo il triste averno, a Cristo trionfante
ovunque plaudono il bosco col fogliame e le piante col fiore.
Dio, che era crocifisso, ecco regna su tutto
e tutte le cose create danno lode al Creatore.
O Cristo, sostegno di ogni cosa, o buon Creatore e Redentore,
unica progenie dalla natura divina del Padre,
che vedendo il genere umano immerso nel profondo,
per sollevare l'uomo, ti sei pure fatto uomo,
col calice del sacrificio, (Tu) Artefice della vita e del mondo,
oltrepassi la strada della morte e il sepolcro, dando via di salvezza.

Per l'ascolto qui

3 commenti:

Cronaca ha detto...

"Buckingham Palace ha confermato che Re Carlo non pubblicherà un messaggio di Pasqua quest'anno.

Secondo quanto appreso da GB News, non si tratta di un messaggio che il Palazzo diffonde ogni anno, a differenza del tradizionale discorso natalizio.

Anche la defunta Regina Elisabetta II non pubblicava spesso un messaggio di Pasqua, scegliendo di farlo solo durante la pandemia di coronavirus."

In compenso pochi giorni fa, ha inviato il messaggio di augurio "Eid Mubarak" per la fine del Ramadan. E chest'è.

I MARTIRI CRISTIANI E LA GERARCHIA DEL DOLORE SUI MEDIA ha detto...

C’è una gerarchia del dolore, non dichiarata ma ferrea, che governa il mondo dell’informazione. Una scala silenziosa, e proprio per questo più crudele, nella quale alcune morti valgono titoli, aperture, editoriali contriti; altre, invece, scivolano via come acqua sporca lungo il bordo della coscienza occidentale.

In fondo a questa scala — o forse già oltre, dove non si vede più nulla — stanno i cristiani uccisi per la loro fede.

In questi giorni, in Nigeria, uomini, donne, bambini sono stati massacrati. Non “coinvolti in scontri”, non “vittime collaterali”, non “inermi sotto il fuoco incrociato”. Massacrati perché cristiani. "A causa del Nome", come si diceva un paio di millenni fa.
Case bruciate, villaggi svuotati, chiese profanate. Una liturgia di sangue che si ripete con monotona regolarità e con altrettanto monotona indifferenza.

E tuttavia — silenzio.

Non il silenzio grave e composto del lutto. No. Il silenzio distratto, quello che nasce quando una notizia non è ritenuta degna di disturbare il palinsesto emotivo del pubblico.

I MARTIRI CRISTIANI E LA GERARCHIA DEL DOLORE SUI MEDIA ha detto...

Segue
Lo stesso pubblico che, beninteso, viene mobilitato con ammirevole tempestività quando si tratta di contare le vittime di un conflitto geopolitico — con cifre aggiornate, grafici, mappe, analisi — o di indignarsi per l'estinzione - presunta - del paguro di capo Bicocca.

Si piange selettivamente.

Per i cristiani no.

Perché?

La risposta ufficiale non esiste. Quella reale è più scomoda: il cristiano perseguitato non è una vittima spendibile. Non si presta a narrazioni utili, non rafforza tesi dominanti, non produce consenso. È, per così dire, una vittima “imbarazzante”.

Soprattutto perché costringe a riconoscere un fatto elementare: che nel mondo, oggi, essere cristiani può significare rischiare la vita. Non metaforicamente. Letteralmente.

Accade in Nigeria. Accade in vaste regioni. Accade in Medio Oriente, dove comunità antichissime sono state cancellate o ridotte a reliquie viventi. Accade in Asia, la "tollerante", latitudinaria Asia; accade in Africa - la presunta vittima delle vittime del mondo occidentale - dove la fede cristiana è tollerata solo finché resta invisibile, domestica, clandestina.

E accade, soprattutto, nell’indifferenza.

I numeri — che pure tanto piacciono quando confermano altre narrazioni — qui diventano scomodi: migliaia di morti ogni anno, chiese distrutte, sacerdoti rapiti, fedeli costretti alla fuga. Una persecuzione diffusa, sistematica, documentata. Eppure marginale nel racconto mediatico.

Non è ignoranza. È scelta.

Si preferisce raccontare ciò che consola la coscienza, non ciò che la inquieta. Si preferisce l’estinzione simbolica del paguro — purché collocato in un ecosistema narrativo rassicurante — alla concreta estinzione di comunità umane la cui unica colpa è professare una fede "occidentale" e per ciò stesso colpevole di ogni nequizia.

E così il cristiano perseguitato esiste, soffre, muore; ma fuori campo. E, in fondo, se lo è meritato.

C’è poi un’altra ragione, più sottile e più grave. Il cristianesimo, in Occidente, è percepito come religione “maggioritaria”, quindi, per una strana alchimia morale, incapace di essere vittima. Anche quando lo è. Anche quando lo è in modo atroce.

È una forma di miopia ideologica: si giudica il mondo non per ciò che è, ma per ciò che si è deciso che debba essere.

E allora si tace.

Si tace mentre villaggi interi vengono cancellati.
Si tace mentre fedeli vengono uccisi all’uscita della Messa.
Si tace mentre la croce — che per alcuni è solo un simbolo culturale da rimuovere — diventa, altrove, una condanna a morte.

Non è solo una questione di informazione. È una questione di verità.

Perché una civiltà, la nostra, che seleziona le vittime da compiangere e quelle da ignorare ha già smarrito il senso della giustizia, forse anche quello della pietà e certo la memoria di sé stessa.

E allora resta questo, un’amarezza che non consola e non si placa: sapere che, mentre si discute con zelo di tutto e del contrario di tutto, c’è chi muore per la nostra fede senza nemmeno il diritto a una riga.

Una riga sola.

Che sarebbe già qualcosa.
Cit. Biagio Buonomo