Nella nostra traduzione da Substack.com. I recenti fenomeni di recrudescenza della crisi migratoria, l'ascesa del populismo e l'insegnamento trascurato della Chiesa su nazioni, cultura e bene comune. Qui l'indice degli articoli sull'immigrazionismo.
Abbiamo dimenticato cosa sia l'uomo
La crisi migratoria, l'ascesa del populismo e l'insegnamento trascurato della Chiesa su nazioni, cultura e bene comune.
Oggi sul Regno Unito aleggia una sorta di silenzio attonito. Sta diventando un fenomeno fin troppo frequente. Il terribile attentato di Belfast ha messo ancora una volta a nudo il crescente divario tra le classi dirigenti e il popolo che affermano di rappresentare. In seguito all'ennesimo episodio di violenza che ha coinvolto un uomo ritenuto un immigrato sudanese, molti cittadini comuni reagiscono con rabbia, frustrazione e la crescente sensazione che coloro che plasmano il dibattito pubblico o non comprendano ciò che sta accadendo nel Paese, o non siano disposti a parlarne onestamente. Quasi immediatamente, si è ripetuto il solito copione. I leader politici hanno giustamente condannato l'attentato e invitato alla calma. Eppure molti cittadini ritengono che le questioni più ampie sollevate dall'incidente vengano ancora una volta trattate principalmente come un problema di percezione pubblica piuttosto che di politica pubblica. Le preoccupazioni relative all'immigrazione, all'integrazione e alla coesione sociale vengono rapidamente oscurate dagli avvertimenti sulla disinformazione, sull'estremismo e sui pericoli di alimentare le tensioni. Che siano giustificate o meno, molte persone hanno l'impressione che le ansie dei cittadini comuni vengano gestite anziché affrontate.
Eppure la difficoltà persiste. Le persone continuano a osservare una realtà che appare sempre più in contrasto con le rassicurazioni che ricevono. Ricordano gli scandali delle bande di sfruttatori sessuali a Rotherham, Rochdale, Telford e altrove, dove ragazze vulnerabili venivano sistematicamente abusate mentre le autorità chiudevano un occhio per paura di apparire razziste. Sono testimoni di tensioni settarie importate, comunità parallele e una crescente frammentazione sociale. Vedono attacchi contro le popolazioni autoctone riportati con notevole cautela, mentre le preoccupazioni sulla coesione sociale vengono regolarmente liquidate. Che ogni preoccupazione sia giustificata o meno non è il punto. Il punto è che milioni di persone credono sempre più che le istituzioni che le governano non si fidino più di loro e non confidino più nella verità.
Questa crescente alienazione non si limita alla politica. Si è insinuata anche nella Chiesa. Per molti anni, i vescovi di Inghilterra e Galles hanno parlato con costanza e passione della dignità dei migranti e dei rifugiati. Su questo hanno perfettamente ragione. Ogni essere umano, indipendentemente da nazionalità, etnia o religione, è creato a immagine di Dio e possiede una dignità inviolabile che deve essere rispettata. I cristiani hanno il preciso obbligo di mostrare carità allo straniero e compassione a coloro che fuggono da persecuzioni, guerre o reali difficoltà. La difficoltà non sta in ciò che i vescovi dicono, ma in ciò che spesso omettono di dire.
Ai fedeli viene spesso ricordato il loro dovere di accogliere lo straniero, ma raramente vengono istruiti con altrettanta chiarezza sull'insegnamento della Chiesa in materia di confini, sovranità, autorità politica e bene comune. Di conseguenza, molti cattolici rimangono con l'impressione che l'insegnamento cattolico richieda poco più di una sempre maggiore apertura alla migrazione e di una sempre maggiore diffidenza verso coloro che esprimono preoccupazioni sulle sue conseguenze. Tale impressione è profondamente fuorviante.
La Chiesa non ha mai insegnato che le nazioni non abbiano il diritto di controllare i propri confini. Non ha mai insegnato che le comunità politiche non abbiano il diritto di preservare il proprio patrimonio culturale. Non ha mai insegnato che i governi possano trascurare il benessere dei propri cittadini in nome di astratti ideali umanitari. Al contrario.
Il Catechismo insegna che le nazioni prospere dovrebbero, per quanto possibile, accogliere lo straniero in cerca di sicurezza e sostentamento. Eppure, lo stesso paragrafo insegna che le autorità politiche possono regolamentare l'immigrazione secondo le esigenze del bene comune. Questa non è una precisazione imbarazzante aggiunta a un obbligo altrimenti universale, bensì parte integrante dell'insegnamento della Chiesa.
Per comprenderne il motivo, dobbiamo allontanarci dagli slogan politici contemporanei e riscoprire una saggezza ben più antica.
Ben prima dei moderni dibattiti su immigrazione, identità e multiculturalismo, la tradizione cristiana rifletteva profondamente sulla natura dell'autorità politica. Sant'Agostino descriveva la pace come la tranquillità dell'ordine. San Tommaso d'Aquino insegnava che il governo esiste per preservare il bene comune e l'unità della pace. Il Catechismo insegna che il bene comune richiede la stabilità e la sicurezza di un ordine giusto. Nel corso dei secoli, i pensatori cattolici hanno costantemente riconosciuto che i governanti hanno degli obblighi nei confronti delle comunità affidate alle loro cure. Questi obblighi non si limitano alla prosperità economica o alla sicurezza fisica, ma si estendono alla preservazione di quelle condizioni che permettono agli esseri umani di prosperare insieme.
È qui che il discorso contemporaneo spesso si perde. Il mondo moderno si è abituato a pensare alle nazioni principalmente in termini amministrativi o economici. Una nazione viene vista come una base imponibile, un mercato del lavoro o un insieme di consumatori che abitano un territorio comune. Eppure la tradizione cattolica ha sempre compreso le comunità politiche in modo più profondo.
Gli esseri umani non sono individui isolati che fluttuano nella storia. Nasciamo in famiglie. Ereditiamo le lingue. Riceviamo tradizioni. Apparteniamo a luoghi. Siamo plasmati da storie, costumi, simboli e ricordi che precedono di gran lunga la nostra stessa esistenza.
Papa San Giovanni Paolo II ha espresso questo concetto in modo mirabile quando ha dichiarato all'UNESCO che "la nazione esiste attraverso la cultura e per la cultura". Per Giovanni Paolo II, la cultura non era un ornamento facoltativo, ma uno dei principali mezzi attraverso cui gli esseri umani diventano pienamente tali. Una cultura è un'eredità. Incarna la saggezza accumulata, i presupposti morali, le abitudini, le istituzioni, le storie e i simboli tramandati di generazione in generazione. Perdere tali cose non significa semplicemente alterare una società, ma impoverirla.
Questa intuizione è quasi del tutto assente dal discorso politico contemporaneo. Anzi, le ideologie moderne sembrano spesso incapaci di comprenderla. Il liberale tende a definire l'uomo principalmente come un portatore autonomo di diritti. Il liberale di mercato lo vede spesso come un consumatore. Il socialista lo intende principalmente come un attore economico. La politica identitaria lo definisce attraverso la razza, il sesso, la sessualità o le rivendicazioni. Il tecnocrate lo riduce a semplici dati da gestire. Ogni prospettiva contiene un frammento di verità. Eppure, tutte falliscono in ultima analisi perché tentano di comprendere l'uomo separatamente da Dio.
La crisi che affligge l'Occidente non è dunque principalmente demografica, economica o politica. È teologica. Avendo dimenticato Dio, abbiamo dimenticato cosa sia l'uomo. Ecco perché molti dei nostri dibattiti pubblici sembrano sempre più distaccati dalla realtà. Continuiamo a parlare di dignità, uguaglianza, diritti e libertà, eppure fatichiamo a spiegare perché queste cose siano importanti. Preserviamo il linguaggio della civiltà cristiana, mentre eliminiamo sistematicamente i fondamenti che un tempo la sostenevano.
Papa Benedetto XVI ha ripetutamente ammonito che la modernità cerca di preservare i frutti del cristianesimo recidendoli però dalle loro radici. La dignità umana, i diritti universali e l'uguaglianza davanti alla legge non sono nati dal nulla. Sono scaturiti da una concezione specificamente cristiana della realtà. Si fondano sulla convinzione che ogni essere umano sia creato a immagine di Dio e redento da Cristo. Se si rimuove questo fondamento, i concetti permangono per un certo periodo, proprio come i fiori recisi conservano la loro bellezza dopo essere stati staccati dalla pianta. Alla fine, però, cominciano ad appassire.
Ciò diventa particolarmente evidente nell'ideologia del globalismo. Il cristianesimo insegna che tutti gli uomini sono fratelli perché condividono un Padre comune e sono chiamati alla salvezza in Cristo. L'universalismo secolare moderno tenta di preservare la fratellanza rinunciando al Padre. Il risultato è una visione dell'umanità unita dal sentimento piuttosto che dalla verità.
L'affermazione cristiana secondo cui in Cristo non c'è né Giudeo né Greco si trasforma in un progetto politico volto a dissolvere le distinzioni, senza alcun riferimento alla realtà trascendente che sola conferisce significato a tale unità. Le conseguenze sono sempre più evidenti.
Molte persone riconoscono istintivamente che qualcosa di prezioso sta andando perduto. Vedono l'erosione della fiducia sociale. Assistono all'indebolimento dei presupposti culturali condivisi. Osservano istituzioni che sembrano più preoccupate di gestire la diversità che di coltivare l'unità. Viene loro detto che il patriottismo è sospetto, che l'identità nazionale è arbitraria e che la continuità culturale non è altro che nostalgia. Eppure, queste stesse persone spesso non hanno le parole per esprimere ciò che stanno vivendo.
Questo aiuta a spiegare l'ascesa dei movimenti populisti e nazionalisti in tutto l'Occidente. Il fascino di tali movimenti non deriva principalmente dall'odio, bensì dal desiderio di appartenenza. Le persone desiderano preservare le proprie case, proteggere i propri figli, mantenere la fiducia sociale e tramandare qualcosa di riconoscibile alle generazioni future. Questi istinti non sono patologici, ma profondamente umani. La tragedia è che spesso vengono accolti con disprezzo. Quando i cittadini comuni esprimono preoccupazioni riguardo all'immigrazione, alla criminalità, alla coesione sociale o al cambiamento culturale e vengono immediatamente etichettati come razzisti o xenofobi, non abbandonano tali preoccupazioni. Semplicemente smettono di ascoltare chi li condanna. Ogni denuncia acuisce il senso di alienazione. Ogni accusa conferma il sospetto che le istituzioni della società non comprendano più le loro vite.
A questo proposito, l'establishment politico è diventato il principale reclutatore proprio di quel populismo che afferma di combattere. Eppure il populismo stesso non può fornire una risposta completa...[se non si recupera la centralità di Cristo Signore nella storia ndT].
Mark Lambert, 9 giugno
Eppure la difficoltà persiste. Le persone continuano a osservare una realtà che appare sempre più in contrasto con le rassicurazioni che ricevono. Ricordano gli scandali delle bande di sfruttatori sessuali a Rotherham, Rochdale, Telford e altrove, dove ragazze vulnerabili venivano sistematicamente abusate mentre le autorità chiudevano un occhio per paura di apparire razziste. Sono testimoni di tensioni settarie importate, comunità parallele e una crescente frammentazione sociale. Vedono attacchi contro le popolazioni autoctone riportati con notevole cautela, mentre le preoccupazioni sulla coesione sociale vengono regolarmente liquidate. Che ogni preoccupazione sia giustificata o meno non è il punto. Il punto è che milioni di persone credono sempre più che le istituzioni che le governano non si fidino più di loro e non confidino più nella verità.
Questa crescente alienazione non si limita alla politica. Si è insinuata anche nella Chiesa. Per molti anni, i vescovi di Inghilterra e Galles hanno parlato con costanza e passione della dignità dei migranti e dei rifugiati. Su questo hanno perfettamente ragione. Ogni essere umano, indipendentemente da nazionalità, etnia o religione, è creato a immagine di Dio e possiede una dignità inviolabile che deve essere rispettata. I cristiani hanno il preciso obbligo di mostrare carità allo straniero e compassione a coloro che fuggono da persecuzioni, guerre o reali difficoltà. La difficoltà non sta in ciò che i vescovi dicono, ma in ciò che spesso omettono di dire.
Ai fedeli viene spesso ricordato il loro dovere di accogliere lo straniero, ma raramente vengono istruiti con altrettanta chiarezza sull'insegnamento della Chiesa in materia di confini, sovranità, autorità politica e bene comune. Di conseguenza, molti cattolici rimangono con l'impressione che l'insegnamento cattolico richieda poco più di una sempre maggiore apertura alla migrazione e di una sempre maggiore diffidenza verso coloro che esprimono preoccupazioni sulle sue conseguenze. Tale impressione è profondamente fuorviante.
La Chiesa non ha mai insegnato che le nazioni non abbiano il diritto di controllare i propri confini. Non ha mai insegnato che le comunità politiche non abbiano il diritto di preservare il proprio patrimonio culturale. Non ha mai insegnato che i governi possano trascurare il benessere dei propri cittadini in nome di astratti ideali umanitari. Al contrario.
Il Catechismo insegna che le nazioni prospere dovrebbero, per quanto possibile, accogliere lo straniero in cerca di sicurezza e sostentamento. Eppure, lo stesso paragrafo insegna che le autorità politiche possono regolamentare l'immigrazione secondo le esigenze del bene comune. Questa non è una precisazione imbarazzante aggiunta a un obbligo altrimenti universale, bensì parte integrante dell'insegnamento della Chiesa.
Per comprenderne il motivo, dobbiamo allontanarci dagli slogan politici contemporanei e riscoprire una saggezza ben più antica.
Ben prima dei moderni dibattiti su immigrazione, identità e multiculturalismo, la tradizione cristiana rifletteva profondamente sulla natura dell'autorità politica. Sant'Agostino descriveva la pace come la tranquillità dell'ordine. San Tommaso d'Aquino insegnava che il governo esiste per preservare il bene comune e l'unità della pace. Il Catechismo insegna che il bene comune richiede la stabilità e la sicurezza di un ordine giusto. Nel corso dei secoli, i pensatori cattolici hanno costantemente riconosciuto che i governanti hanno degli obblighi nei confronti delle comunità affidate alle loro cure. Questi obblighi non si limitano alla prosperità economica o alla sicurezza fisica, ma si estendono alla preservazione di quelle condizioni che permettono agli esseri umani di prosperare insieme.
È qui che il discorso contemporaneo spesso si perde. Il mondo moderno si è abituato a pensare alle nazioni principalmente in termini amministrativi o economici. Una nazione viene vista come una base imponibile, un mercato del lavoro o un insieme di consumatori che abitano un territorio comune. Eppure la tradizione cattolica ha sempre compreso le comunità politiche in modo più profondo.
Gli esseri umani non sono individui isolati che fluttuano nella storia. Nasciamo in famiglie. Ereditiamo le lingue. Riceviamo tradizioni. Apparteniamo a luoghi. Siamo plasmati da storie, costumi, simboli e ricordi che precedono di gran lunga la nostra stessa esistenza.
Papa San Giovanni Paolo II ha espresso questo concetto in modo mirabile quando ha dichiarato all'UNESCO che "la nazione esiste attraverso la cultura e per la cultura". Per Giovanni Paolo II, la cultura non era un ornamento facoltativo, ma uno dei principali mezzi attraverso cui gli esseri umani diventano pienamente tali. Una cultura è un'eredità. Incarna la saggezza accumulata, i presupposti morali, le abitudini, le istituzioni, le storie e i simboli tramandati di generazione in generazione. Perdere tali cose non significa semplicemente alterare una società, ma impoverirla.
Questa intuizione è quasi del tutto assente dal discorso politico contemporaneo. Anzi, le ideologie moderne sembrano spesso incapaci di comprenderla. Il liberale tende a definire l'uomo principalmente come un portatore autonomo di diritti. Il liberale di mercato lo vede spesso come un consumatore. Il socialista lo intende principalmente come un attore economico. La politica identitaria lo definisce attraverso la razza, il sesso, la sessualità o le rivendicazioni. Il tecnocrate lo riduce a semplici dati da gestire. Ogni prospettiva contiene un frammento di verità. Eppure, tutte falliscono in ultima analisi perché tentano di comprendere l'uomo separatamente da Dio.
La crisi che affligge l'Occidente non è dunque principalmente demografica, economica o politica. È teologica. Avendo dimenticato Dio, abbiamo dimenticato cosa sia l'uomo. Ecco perché molti dei nostri dibattiti pubblici sembrano sempre più distaccati dalla realtà. Continuiamo a parlare di dignità, uguaglianza, diritti e libertà, eppure fatichiamo a spiegare perché queste cose siano importanti. Preserviamo il linguaggio della civiltà cristiana, mentre eliminiamo sistematicamente i fondamenti che un tempo la sostenevano.
Papa Benedetto XVI ha ripetutamente ammonito che la modernità cerca di preservare i frutti del cristianesimo recidendoli però dalle loro radici. La dignità umana, i diritti universali e l'uguaglianza davanti alla legge non sono nati dal nulla. Sono scaturiti da una concezione specificamente cristiana della realtà. Si fondano sulla convinzione che ogni essere umano sia creato a immagine di Dio e redento da Cristo. Se si rimuove questo fondamento, i concetti permangono per un certo periodo, proprio come i fiori recisi conservano la loro bellezza dopo essere stati staccati dalla pianta. Alla fine, però, cominciano ad appassire.
Ciò diventa particolarmente evidente nell'ideologia del globalismo. Il cristianesimo insegna che tutti gli uomini sono fratelli perché condividono un Padre comune e sono chiamati alla salvezza in Cristo. L'universalismo secolare moderno tenta di preservare la fratellanza rinunciando al Padre. Il risultato è una visione dell'umanità unita dal sentimento piuttosto che dalla verità.
L'affermazione cristiana secondo cui in Cristo non c'è né Giudeo né Greco si trasforma in un progetto politico volto a dissolvere le distinzioni, senza alcun riferimento alla realtà trascendente che sola conferisce significato a tale unità. Le conseguenze sono sempre più evidenti.
Molte persone riconoscono istintivamente che qualcosa di prezioso sta andando perduto. Vedono l'erosione della fiducia sociale. Assistono all'indebolimento dei presupposti culturali condivisi. Osservano istituzioni che sembrano più preoccupate di gestire la diversità che di coltivare l'unità. Viene loro detto che il patriottismo è sospetto, che l'identità nazionale è arbitraria e che la continuità culturale non è altro che nostalgia. Eppure, queste stesse persone spesso non hanno le parole per esprimere ciò che stanno vivendo.
Questo aiuta a spiegare l'ascesa dei movimenti populisti e nazionalisti in tutto l'Occidente. Il fascino di tali movimenti non deriva principalmente dall'odio, bensì dal desiderio di appartenenza. Le persone desiderano preservare le proprie case, proteggere i propri figli, mantenere la fiducia sociale e tramandare qualcosa di riconoscibile alle generazioni future. Questi istinti non sono patologici, ma profondamente umani. La tragedia è che spesso vengono accolti con disprezzo. Quando i cittadini comuni esprimono preoccupazioni riguardo all'immigrazione, alla criminalità, alla coesione sociale o al cambiamento culturale e vengono immediatamente etichettati come razzisti o xenofobi, non abbandonano tali preoccupazioni. Semplicemente smettono di ascoltare chi li condanna. Ogni denuncia acuisce il senso di alienazione. Ogni accusa conferma il sospetto che le istituzioni della società non comprendano più le loro vite.
A questo proposito, l'establishment politico è diventato il principale reclutatore proprio di quel populismo che afferma di combattere. Eppure il populismo stesso non può fornire una risposta completa...[se non si recupera la centralità di Cristo Signore nella storia ndT].

28 commenti:
Per molti osservatori, l’episodio di Belfast non può essere archiviato come un caso isolato di follia. Al contrario, viene letto come la punta dell’iceberg di una mancata integrazione e della penetrazione silenziosa di ideologie radicali islamiche nel tessuto sociale occidentale.
Sotto accusa finisce il sistema dei controlli: la presenza del sospettato sul suolo britannico con un visto regolare di cinque anni solleva interrogativi pesantissimi sui meccanismi di monitoraggio di chi viene accolto.
Il dibattito si concentra sulla fragilità delle democrazie liberali di fronte a spinte islamiche che rifiutano i valori civili ospitanti.
La sensazione diffusa in ampi settori della popolazione è che le politiche di accoglienza degli ultimi anni abbiano sottovalutato il rischio della radicalizzazione “fai-da-te”, lasciando i cittadini esposti a livelli di violenza estrema ormai tristemente noti alle cronache europee.
La tensione accumulata è esplosa nelle ultime ore. Ieri sera, le strade di Belfast sono state teatro di massicce proteste popolari, con centinaia di cittadini nordirlandesi scesi in piazza per manifestare contro quella la minaccia diretta alla propria incolumità e alla propria identità nazionale.
I manifestanti hanno intonato slogan contro l’immigrazione incontrollata e contro la diffusione dell’estremismo islamico, chiedendo a gran voce un giro di vite immediato sulle politiche migratorie e una maggiore trasparenza da parte del Police Service of Northern Ireland (PSNI).
La brutale aggressione avvenuta a Belfast, dove un cittadino sudanese musulmano ha accoltellato e tentato di decapitare un uomo del posto, ha superato i confini della dinamica criminale per trasformarsi nell’ennesimo, drammatico banco di prova per la tenuta del modello multiculturale britannico.
Sebbene le autorità locali abbiano inizialmente tentato di smorzare i toni escludendo una matrice terroristica formale, la ferocia dell’attacco – che evoca i tipi metodi cruenti dell’Islam – ha innescato una reazione immediata nell’opinione pubblica.
Il coraggio dei passanti, intervenuti tempestivamente per bloccare l’assalitore, ha evitato un bilancio ancora più tragico, ma non ha potuto frenare l’ondata di sdegno e di paura che da ieri attraversa il Paese.
Non so chi abbia spinto per questi arrivi a sorpresa, certo è che non è stata una buona "pensata", come non è stata una buona "pensata" la ue, come non è stata una buona "pensata" quella di lasciarsi invadere culturalmente dagli anglo/americani. Non ho idea, se e come, riusciremo mai a ritrovare noi stessi. E per finire ci siamo svenduti a coloro che si sono e si stanno comprando proprietà terriere ingenti, mandrie, palazzi...tra poco ci toglieranno anche i passaporti. Se non ci muoviamo i nuovi clandestini saremo noi.
Questi politici fanno veramente paura. Sono pervicacemente determinati ad applicare un progetto contro i popoli che dovrebbero tutelare. E che dire di una radio come RTL che fa da scendiletto a questo progressismo suicida?
"I disordini anti-migranti di Belfast sono "scioccanti e del tutto inaccettabili". Lo ha dichiarato il premier britannico Keir Starmer, condannando quanto accaduto nella notte dopo l'accoltellamento di un quarantenne imputato a un rifugiato sudanese. "Non esiste alcuna giustificazione per la violenza e i disordini che abbiamo visto minacciare le nostre comunità, né per chi li ha incoraggiati, online o altrove", ha affermato Starmer, aggiungendo che "è evidente che le persone sono state prese di mira a causa della loro origine" e che "i responsabili sentiranno tutta la forza della legge"
ANSA/Carlos Jasso / POOL
La reazione dei governi a fronte delle proteste dei cittadini ci fa capire che siamo governati da individui che ODIANO IL LORO POPOLO
Il cittadino irlandese che ha subito il tentativo di decapitazione è morto per le conseguenze di tutte le coltellate ricevute al collo, al viso e agli occhi. Si deve guardare in faccia la realtà, che piaccia o no. Noi non siamo come loro, non è questa la nostra cultura, non è questa la nostra Fede religiosa, non è questa la nostra storia.
"Il cittadino irlandese brutalmente aggredito è morto". Se era nativo dell'Irlanda del Nord non era cittadino irlandese ma britannico. I protestanti dell'Irlanda del Nord sono calvinisti di origine scozzese, ivi trapiantati da Cromwell in poi. Detestano gli irlandesi, in quanto cattolici, e poco gli importa che l'Irlanda attuale sia diventata un paese ampiamente scristianizzato.
Comunque, sulla religione ed etnia della vittima non sappiamo nulla.
Bisognerebbe ribellarsi contro politici traditori del proprio popolo, del tipo di Starmer, ma soprattutto bisognerebbe imporre un cambio di mentalità, abolendo il diritto a liberamente abortire, combattendo la sempre massiccia corruzione dei costumi, opponendosi apertamente all'ideologia fasulla dell''unità del genere umano, tanto cara alla Chiesa cattolica senza fede del nostro tempo e ai suoi sodali protestanti.
da dove risulta che la vittima del brutale assalto del terrorista islamico è morta?
Sulla stampa internazionale non ve n'è traccia, di questa notizia.
SEcondo lo Irish Times le sue condizioni sono gravi ma stabili.
Belfast brucia. E presto le fiamme potrebbero arrivare alle nostre case, accese da chi ha reso l’immigrazione incontrollata un affare di soldi e politica.
Torniamo in Ulster per vedere il nostro futuro prossimo. Sessantadue incendi in cinque ore, autobus rovesciati, case di minoranze etniche date alle fiamme, famiglie con neonati in fuga scortate dai vigili del fuoco.
Uomini mascherati che sfondano porte e gridano "stranieri fuori" in quartieri dove trent'anni fa si sparava tra cattolici e protestanti.
La miccia, lunedì notte: Hadi Alodid, trent'anni, sudanese, richiedente asilo con status di rifugiato, ha aggredito un ignaro passante con un coltello da cucina colpendolo alla schiena, al volto e agli occhi.
Poi, come mostra il video visto da milioni di persone, ha portato la lama a ripetizione al collo della vittima. Solo le bastonate dei passanti hanno impedito la decapitazione.
Una settimana prima l'Inghilterra aveva guardato attonita le immagini di Henry Nowak, diciotto anni, ammanettato dagli agenti mentre moriva dissanguato, perché il suo assassino, inglese di seconda generazione, aveva gridato al razzismo e la parola era pesata più del sangue.
Il pogrom è barbarie. Ma la domanda vera non è chi ha acceso il fuoco. È chi ha accatastato la legna per trent'anni.
Chi liquida le fiamme come "violenza dell'estrema destra" racconta una cronaca falsata, perché in piazza sono scese persone che mai si sarebbero sognate persino di sfilare con un cartello di protesta.
Chi cerca la causa deve guardare altrove: alla sistematica inversione dell'integrazione che la sinistra europea ha imposto come dottrina per un ventennio.
Non sono gli ultimi venuti a doversi integrare, ma chi è nato nella nazione ospitante deve assimilare le loro regole e abitudini e soddisfare le loro richieste. Una follia incredibile.
E non si parli di integrazione mancata come se fosse un processo ancora in corso.
Nelle stazioni, nei centri commerciali, nelle piazze del sabato sera, i maranza hanno già risposto: rapine di branco, aggressioni gratuite, devastazioni per noia e per odio. Non sono emarginati in cerca di riscatto.
Sono seconde e terze generazioni che rifiutano il Paese dove sono nate, ne disprezzano le regole, ne aggrediscono i coetanei. Non chiedono inclusione: rivendicano territorio.
Chi liquida tutto questo come cronaca straniera non ha letto la cronaca italiana.
Segue /1
Modena, 16 maggio. Un italo-marocchino lancia l'auto contro la folla e ferisce sette persone. La risposta della sinistra che governa la città arriva puntuale come un riflesso condizionato: caso isolato, gesto di uno squilibrato, nessuna matrice.
Poi, però, è calato un silenzio assoluto quando dai dispositivi elettronici di El Koudri sono emerse ricerche su attentati commessi in Europa, scaricamento di materiale jihadista.
E lo schema si è ricomposto: non l'esplosione improvvisa di un folle, lo studio paziente di un modello.
È la macchina della derubricazione, oliata da anni di esercizio: ogni attentatore diventa un pazzo, ogni allarme diventa razzismo, ogni critica diventa islamofobia.
È lo stesso copione recitato per ogni episodio che la sinistra non vuole vedere. Quando il fatto è innegabile, si cerca la causa nella vittima o nel contesto. Lo stupratore non sapeva.
L'accoltellatore era fragile. L'investitore era abbandonato dai servizi sociali. La colpa non è mai di chi agisce: è di chi non ha saputo accogliere, includere.
Diciannove giorni dopo, nella stessa Modena, lo stesso sindaco che aveva minimizzato ha accompagnato nelle scuole elementari un indagato per associazione con finalità di terrorismo, braccio destro dell'uomo ritenuto il vertice di Hamas in Italia.
Davanti a lui, bambini di sei anni battevano le mani al ritmo di cori per la Palestina. Non sanno cosa sia il 270 bis. Sanno già da che parte stare: qualcuno ha deciso al posto loro.
Perché l'indottrinamento non è un incidente, è un metodo. Scolaresche in ginocchio verso la Mecca, guidate nella preghiera da un imam. Piani dell'offerta formativa che fissano tra gli obiettivi didattici il riconoscimento dei Cinque Pilastri dell'Islam.
Nel Trevigiano, una scuola cattolica ha portato bambini di tre anni in moschea, dove sono stati fotografati inginocchiati sul tappeto della preghiera rivolti verso la Mecca, con le maestre velate "per rispetto".
Tutto in assenza di qualsiasi intesa tra lo Stato e le comunità islamiche, dunque senza alcuna base giuridica. Quale altra confessione entrerebbe nelle aule pubbliche da una porta che la legge non ha mai aperto?
Segue/2
Laura Boldrini era stata profetica parlando degli immigrati. Riletta con gli occhi di oggi, più che una profezia fu una fatwa. Affermò che "I migranti sono l'avanguardia di quello stile di vita che presto sarà lo stile di vita di moltissimi di noi".
E qualcuno la ha presa sul serio e, nell’attesa di arrenderci, ha iniziato a giustificarli un po’ troppo.
Quando la resa culturale arriva nei palazzi di giustizia, il cerchio si chiude.
Il vertice di questa parabola giudiziaria si è toccato due volte. La prima a Rimini, dove nel 2017 quattro stranieri stuprarono in gruppo una turista polacca e una transessuale peruviana su una spiaggia.
La consulente psicologa nominata dal tribunale ha scritto che l'imputato congolese non aveva "piena consapevolezza della gravità del reato" perché "nel suo contesto di provenienza il rispetto per l'autodeterminazione sessuale della donna non era adeguatamente acquisito".
Tradotto: nel suo Paese si stupra, dunque non poteva sapere che qui non si fa.
La seconda a Salerno, dove l'avvocato Carmen Di Genio, membro del Comitato Pari Opportunità della Corte d'Appello, ha dichiarato testualmente: "Non possiamo pretendere che un africano sappia che in Italia, su una spiaggia, non si può violentare."
Sono parole pronunciate dentro le aule di giustizia. Non da commentatori anonimi. Lo stupro diventa "incomprensione culturale".
Il resto è contorno grottesco: a Padova un maiale di plastica in vetrina diventa un'offesa da rimuovere, nel Paese della mortadella. Si sorride, ma è il sorriso di chi misura quanto il terreno sia già morbido.
La sinistra minimizza perché ammettere significherebbe processarsi: ha spalancato le porte, scritto le regole deboli, ha aperto le aule, ha coltivato la dottrina dell'integrazione rovesciata.
Ma la legna accatastata non smette di essere legna perché qualcuno vieta di nominarla. Belfast ha mostrato il finale del film. L'Italia sta ancora girando le scene che lo preparano.
Belfast non è lontana. È soltanto in anticipo.
Autore: Roberto Riccardi
https://www.ilpoliticoweb.it/proteste-belfast-immigrazione-regno-unito/
Da Belfast a Birmingham: la rivolta di un popolo che nessuno difende più
L’Irlanda del Nord è esplosa. E non si tratta più di cattolici contro protestanti, anzi! Il “nemico” ormai è comune.
Tutto questo infatti avviene dopo un grave accoltellamento compiuto da un richiedente asilo.
Tuttavia il vero tema non sono solo le violenze di questi giorni, ma il fallimento di un modello di integrazione che ha chiesto alle società europee di adattarsi a chi arriva, anziché pretendere l’opposto.
Dall’Irlanda del Nord all’Italia, tra aggressioni, radicalizzazione, criminalità giovanile e tensioni culturali, cresce la sensazione che problemi ignorati per anni stiano emergendo con sempre maggiore forza.
Minimizzare, derubricare ogni allarme a “caso isolato” o liquidare ogni critica come razzismo non risolve nulla. Al contrario, rischia di alimentare ulteriormente rabbia e sfiducia.
Sentire poi il primo ministro Starmer parlare di violenze ingiustificate è davvero preoccupante: perché stigmatizzare la reazione senza interrogarsi sulle sue cause è semplicemente irresponsabile.
Belfast non è soltanto una città in crisi, ma il simbolo di ciò che può accadere quando questioni complesse vengono ignorate troppo a lungo
Temo fortemente che i fatti dell'Irlanda del Nord finiscano come una bolla di sapone. I centri di potere attuali sono blindati, lontani dall'ingenuità e dalla mollezza di un Luigi XVI e di un Nicola II, sanno benissimo come risolvere le prevedibili crisi che si profilano all'orizzonte.
Si cerca di minimizzare il crimine ribaltando la responsabilità dei disordini sulla estrema destra. Tocca ai media liberi non permettere ciò.
Siamo probabilmente l’ultima generazione che può decidere quale Italia lasciare ai propri figli, un paese costruito con il sacrificio, il lavoro e il sangue dei nostri nonni non può sopravvivere se non continua a difendere i propri confini, le proprie leggi e la propria identità.
Chi entra illegalmente in Italia deve essere rimpatriato, così come chi commette reati e dimostra di non voler rispettare le regole della nostra comunità non può pretendere di restare come se nulla fosse.
Cito alcuni brani del discorso immigrazionista di Papa Prevost a Las Palmas:
“Cari migranti: prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità…
La dignità umana non ha passaporto , né perde valore quando attraversa una frontiera… Anche la Chiesa deve lasciarsi interpellare. L’accoglienza del migrante non può essere qualcosa di secondario, né venire delegata solo ad alcuni volontari…
Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?”.
(Francis Robert Prevost oggi a Las Palmas de Gran Canaria” ).
Che dire? Siamo alle solite. Sostegno spudorato alì'immigrazione clandestina e immigrazionismo, immigrazionismo, immigrazionismo.
E politicamente corretto: non "immigrati" o "emigrati", ma "migranti" secondo i dettami della neolingua.
La Chiesa conciliare e modernista si è ridotta da tempo a una grande Ong, guidata da filantropici ma poco cristiani facitori di Caos.
Papa Leone continua la politica di papa Francesco. Siamo in perfetta "teologia della liberazione".
Un altro papato come quello di Bergoglio distruggerà definitivamente la Chiesa, oltre all'Italia e al resto della Cattolicità (Annienterà quello che ne è rimasto).
Forse siamo entrati davvero negli ultimi tempi, bisogna prepararsi alla battaglia finale contro l'Anticristo che avanza da ogni lato e soprattutto dall'interno della Chiesa.
ar
Questa e' una domanda sempre valida per tutti coloro che vengono qui, quasi sempre come clandestini: perche?
Non ditemi perche' sono alla ricerca di una vita migliore perche' difficilmente puo' esserlo ripartendo da zero, senza conoscere la lingua, senza avere un mestiere preciso, in un mondo che non conoscono e a loro in grande parte ostile.
Il passaparola ? Ma quello dovrebbe scoraggiarli a venire, vedendo come vivono quelli che sono qui.
Sara' una domanda difficile, magari anche scomoda, le risposte possono essere anche diverse; ma sapere in modo chiaro le intenzioni di ognuno sarebbe essenziale anche se, generalmente, mi sembra difficile essere ottimisti sulle loro buone intenzioni.
"Non capisco. Il macellaio di Belfast viene dal Sudan. Avrebbe dovuto solo attraversare il confine con l'Egitto per poter vivere senza guerra, persino all'interno di una cultura affine.
Cosa legittima la sua emigrazione verso il Nord Europa, camuffata da fuga?"
Americo Ludovici
A mio parere la risposta è: sono soldati di un esercito i vasore.
Parma, Italia. Non un sobborgo dimenticato del mondo. Non una favela latinoamericana. Parma. Due professori richiamano un ragazzo che prendendo a calci una lattina sta danneggiando la carrozzeria di un’auto. Una scena che apparteneva, un tempo, alla normalità educativa di qualsiasi paese civile. E invece no. Il ragazzo è islamico, di origine nordafricana. I due professori sono kafir ossia infedeli, esseri inferiori.
Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I nordafricani considerano doppiamente gli europei esseri inferiori, non solo in quanto infedeli, ma in quanto schiavi.
Lo studioso Davis ha quantificato la cifra di circa un milione di europei per secolo di schiavi cristiani rapiti dai saraceni e portati a morire. La vita media di uno schiavo era 7 anni. I grandi palazzi del Marocco, anche quelli piccoli, sono tutti stati costruiti da schiavi cristiani.
Ogni marocchino che guarda un europeo è possibile stia guardando con disprezzo più o meno dissimulato un suo schiavo mancato. La reazione è quella di un branco, è stato scritto.
Non è la reazione di un branco, in realtà: è la reazione furiosa di un gruppo di padroni a cui due kafir si siano permessi di mancare di rispetto.
Ad aprile a Massa Giacomo Bongiorni si è permesso di riprendere un gruppo di “giovani” non meglio identificati, cioè di giovani di origine nordafricana che si stavano divertendo a danneggiare una saracinesca ed è stato picchiato a morte davanti al figlio undicenne. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un kafir che si sia permesso di non essere dhimmi osando addirittura redarguire due padroni, deve essere rimesso in riga. Minacce. Violenza. Aggressione.
Un professore colpito con una cintura sulla schiena davanti a decine di persone che filmano, ridono, osservano come si guarda una pubblica giusta punizione di uno sprovveduto.
Questo è l’onore nell’islam, che i kafir irrispettosi vengano puniti. Nessuno interviene, nessuno sente il bisogno di difendere l’insegnante, nemmeno qualcuno degli altri kafir perché paralizzati dal terrore di essere giudicati razzisti o, peggio, poco inclusivi. Una società corrotta dai fiumi di denaro in arrivo dai paesi del petrolio ha creato questa stolida anestesia. Le punizioni che colpiscono chi tenta di reagire, disapprovazione, grane giudiziarie, vendette di altri maranza hanno paralizzato tutti. Il punto più squisitamente dhimmi della vicenda arriva dopo. La scuola decide di non denunciare. E la motivazione è quella che meriterebbe di essere incorniciata nei manuali di psicopatologia collettiva: “seguire una logica educativa e non sanzionatoria”. L’educazione è altresì senso dell’onore: mai due contro uno, si può colpire solo per difendersi. L’onore è che chi ha commesso un crimine sia sanzionato. La mancanza di sanzione è disonore e dhimmitudine. Non esiste alcuna possibilità educativa senza sanzione perché, non sanzionando, si sono tutti inchinati all’Islam riconoscendone la superiorità e il diritto di punizione degli irrispettosi, loro. Veramente noi paghiamo uno stipendio a professori che scrivono boiate di questo calibro? Non esistono più aggressori: esistono “fragilità”. Non esistono più violenze: esistono “percorsi problematici”. Non esistono più responsabilità individuali: esistono “contesti”.
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La motivazione in realtà è quella che meriterebbe di essere incorniciata nei manuali “come essere un bravo kafir (infedele) e soprattutto un bravo dhimmi (kafir sottomesso). I due professori non solo hanno giudiziosamente appreso la lezione, siamo certi, ma in questa maniera l’hanno impartita anche al resto dell’Italia.
Anche in Francia “seguire una logica educativa e non sanzionatoria” ha fatto scuola: gli insegnanti francesi sono campioni di “dhimmitudine”. È all’ordine del giorno subire aggressioni, sputi, insulti, derisione quando loro, kafir, osano dare un ordine a un islamico, quando si permettono di chiedere un qualche studio, magari in tempo di ramadan.
Quando l’insegnante Samuel Paty è stato decapitato da uno studente dolosamente rattristato da una sua lezione su Maometto, i suoi colleghi si sono precipitati a spiegare che, be’, certo, la decapitazione è un po’ forte, ma non bisogna provocare… “Seguire una logica educativa e non sanzionatoria” è una frase che racconta il crollo morale di un’intera classe dirigente meglio di qualsiasi trattato sociologico.
Qui si parla di un’istituzione che, dopo essere stata aggredita, rinuncia perfino ad affermare il principio basilare secondo cui chi usa violenza deve risponderne. È il trionfo del “masochismo razzismo” pedagogico già trionfante in Francia. In fondo i nordafricani di prima generazione, e successive, vengono considerati individui non in grado di assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
Inoltre fanno parte di un gruppo etnico che salda i conti in maniera atroce. Questo impasto di disprezzo e paura genera un comportamento ignobile, letteralmente ignobile, che manca di ogni nobiltà.
Il professore che oserà, una volta aggredito, denunciare grazie all’episodio di Parma , può essere accusato di cattiveria, razzismo e poca inclusione. Dopo Parma l’impunità è d’obbligo.
Il messaggio arriva ai nuovi italiani è: nessun limite. nessuna conseguenza reale. I dhimmi hanno capito. Abbiamo costruito una società in cui l’adulto ha paura del minore, soprattutto se di italianità recente, il professore ha paura dello studente, soprattutto se islamico, il dirigente scolastico ha paura delle famiglie, sempre, persino di quelle realmente italiane, e lo Stato ha paura di chiamare le cose con il loro nome. È paralisi morale. Lo scrittore francese Laurent Obertone, nel saggio purtroppo non tradotto in italiano “La France Orange mécanique”, descriveva una Francia in cui la violenza quotidiana veniva progressivamente normalizzata da media, politica e istituzioni. Le violenze aumentano di anno in anno. Sono a carico di immigrati di prima, seconda, terza, quarta e quinta generazione: un islamico nato in Francia da genitori, nonni e perché no, anche bisnonni nati in Francia resta un islamico, una persona che per volontà divina deve prevalere sui kafir e sottometterli alla “dhimmitudine”.
Per questo suona sorprendente leggere che “gli inquirenti sono a caccia dei responsabili della morte del 22enne a Milano”, l’ultimo cristiano accoltellato da maranza cioè da islamici. I responsabili materiali saranno individuati dalle indagini, ma esistono anche responsabilità morali, culturali e politiche che da anni vengono negate. Sono responsabili coloro che trasformano ogni violenza in un alibi sociologico; chi giustifica aggressioni e degrado sostenendo che il criminale sia sempre e comunque “vittima del sistema”; chi preferisce accusare un presunto clima d’odio invece di riconoscere il fallimento di un modello che ha reso interi quartieri insicuri per i cittadini onesti, invece di riconoscere la naturale spinta alla violenza dell’Islam. Sono responsabili quei professori che tacciono dopo essere stati aggrediti dai maranza per paura di apparire intolleranti; quei commentatori che invitano a “non strumentalizzare” anche davanti all’ennesima donna colpita in strada; quei sindaci che amministrano città sempre più violente mentre dedicano più energie alla retorica ideologica che alla sicurezza reale.
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Ma qui torna la lezione di San Tommaso: una comunità che rinuncia alla giustizia in nome dell’ideologia prepara il proprio disfacimento. Il comportamento dei professori di Parma è violentemente anticristiano. E quindi? Impariamo a combattere, a combattere fisicamente. Alla modica somma di 80 euro su internet si compra un giubbotto anti accoltellamento. Portarlo sempre rinforza la muscolatura, come portare la corazza dei cavalieri di Malta o degli Ussari alati di Polonia. E soprattutto come i guerrieri di Poitiers, di Lepanto, di Vienna, impariamo a portare su di noi una croce e impariamo a pregare. Il Cristianesimo ordina di evangelizzare i maranza, e nessun Cristianesimo ordina di subirne le violenze. Un cristiano che non combatta per la giustizia ha smesso di essere un cristiano. Meglio morire combattendo che vivere da dhimmi. Meglio essere Samuel Paty che scrivere boiate come “seguire una logica educativa e non sanzionatoria”. Non abbiamo vinto a Poitiers, Lepanto e Vienna per diventare un paese di kafir e dhimmi.
A Cesena professori hanno dato 6 in condotta cioè la bocciatura per lo striscione dí elementare buonsenso l’Italia agli italiani. Prendiamo atto che la scuola è Dhimmi e combatte eroicamente per l’islamizzazione dell’ Italia.
Chi desidera una copia del dizionario minimo per la difesa dell’ovvio scriva a silvana.demari53@libero.it
Se vogliamo sopravvivere, dobbiamo prepararci alla lotta contro tutti costoro che ci hanno invasi e i loro complici, a cominciare dalla attuale Chiesa cattolica.
Per incidere il bubbone, bisogna comunque aprire la crisi nella Chiesa, denunciare l'eresia che viene insegnata, costringere l'attuale pontefice ad andarsene, se non fa ammenda e non cambia direzione.
ar
Li hanno prima chiamati “migranti” al posto di “immigrati clandestini” o irregolari, poi hanno fatto leva sul buonismo per farne arrivare centinaia di migliaia.
Li hanno persino chiamati risorse che ci pagheranno le pensioni.
Ora la bolla della finta integrazione sta esplodendo ovunque.
C’è una regia dietro?
Qualcuno ha detto loro di passare all’azione?
Grande intervento!
Gli anziani dei loro villaggi e delle loro comunità li incitano ad invadere l'Europa, continente vile che applaude i propri conquistatori, per fondarvi ed ampliarvi la Umma, la grande comunità mususlmana che schiaccerà e dissolverà tutto quello che non è islam, dalle arti figurative alla cultura in generale al modo di vivere. Adesso che i neomarxisti woke si sono apertamente alleati con loro sono diventati ancora più arroganti e aggressivi.
Questa è un'invasione che non si ferma con i voti elettorali. Occorre l'uso legale della forza dello Stato. Ma non ci pensano i magistrati ad impedirlo, questo uso? E i preti?
Bisogna allora ridisegnare il quadro generale. In Italia attualmente non c'è una forza patriottica in grado di affrontare i neomarxisti, anarchici e islamici sulle piazze.
La Chiesa preconciliare non avrebbe mai permesso questa invasione islamica ! Quella dopo il Concilio va bene tutto !
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