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mercoledì 3 giugno 2026

L'uomo non al posto di Dio, ma davanti a Dio. La "Magnifica humanitas" come antidoto alla nuova Babele tecnocratica

Quella che segue è l'apologia di Magnifica humanitas. Saranno gradite tutte le ulteriori osservazioni su questa trattazione. Qui l'indice degli articoli dedicati.

L'uomo non al posto di Dio, ma davanti a Dio. La "Magnifica humanitas" come antidoto alla nuova Babele tecnocratica

L’enciclica "Magnifica Humanitas" di Papa Leone XIV deve essere letta non come un documento di accomodamento alla modernità tecnologica, né come una generica apologia dell’umano consegnata al lessico fragile dell’umanitarismo contemporaneo, bensì come un atto di discernimento teologico sull’uomo nel tempo in cui la tecnica sembra voler oltrepassare la propria natura strumentale per diventare criterio, misura e quasi destino della vita associata.

La questione dell’intelligenza artificiale, infatti, non è affrontata semplicemente come problema operativo, economico o normativo, ma come luogo rivelativo di una crisi più profonda, nella quale l’uomo rischia di non sapere più chi egli sia proprio nel momento in cui dispone di mezzi sempre più potenti per trasformare il mondo, governare processi, produrre simulazioni dell’intelligenza e incidere sulle condizioni stesse della libertà. Per questa ragione sarebbe riduttivo, e in ultima analisi ingiusto, accusare l’enciclica di antropocentrismo.
L’antropocentrismo, nel senso deteriore e moderno del termine, nasce quando l’uomo pretende di essere principio e fine di se stesso, quando recide il vincolo creaturale che lo unisce a Dio, quando interpreta la propria libertà non come partecipazione responsabile all’ordine del bene, ma come autodeterminazione assoluta, priva di misura e di finalità oggettiva. Nulla di tutto questo costituisce il centro del documento. Leone XIV non colloca l’uomo al posto di Dio, bensì davanti a Dio. Non celebra l’uomo come sovrano autosufficiente del reale, bensì come creatura voluta, amata, ferita, redenta e chiamata a custodire ciò che ha ricevuto.

La “magnifica umanità” di cui parla l’enciclica non è l’esaltazione prometeica dell’umano, quanto la contemplazione della sua dignità originaria alla luce del Creatore e del Verbo incarnato, nel quale l’umano non viene divinizzato in senso idolatrico, ma assunto, purificato ed elevato.

La bellezza dell’uomo, così intesa, non è una bellezza chiusa nella carne della storia, né una bellezza estetica separata dalla verità, perché essa rimanda al mistero della creazione e alla vocazione soprannaturale della persona. L’uomo è bello non perché possa indefinitamente prodursi, ridefinirsi o aumentarsi mediante la tecnica, ma perché porta in sé una forma ricevuta, una chiamata alla relazione, una capacità di verità, una libertà che nessun algoritmo può possedere e una interiorità che nessuna macchina può simulare senza tradirne il senso.

Difendere l’uomo, allora, non significa porre l’uomo come idolo, significa impedire che altri idoli occupino il suo posto nella storia. La tecnica, il mercato, il potere politico, l’apparato digitale, la logica bellica e la cultura della prestazione diventano idolatrici quando pretendono di decidere chi meriti attenzione, chi debba essere scartato, quale vita sia utile, quale libertà possa essere compressa, quale verità possa essere sostituita dalla funzionalità del sistema.

Proprio qui l’enciclica mostra la sua struttura più profonda. Essa non è antropocentrica perché non parte dall’uomo isolato, ma dalla persona come essere relazionale, creaturale e vocazionale. Non assume l’individuo moderno come monade titolare di pretese illimitate, ma considera l’essere umano nella trama del bene comune, della responsabilità, della giustizia, della cura, della coscienza e della comunione.

In questo senso, il documento si colloca nel solco più autentico dell’umanesimo cristiano, per il quale la persona non è mai dissolta nel collettivo, ma neppure assolutizzata nella solitudine dell’io. Essa è sostanza spirituale aperta all’altro, è libertà chiamata al bene, è intelligenza ordinata alla verità, è corpo vivente inserito nella creazione, è creatura che trova se stessa non nell’autopossesso, ma nel dono.

È vero che l’enciclica non insiste in modo dominante sulla categoria del peccato, almeno non secondo una formulazione ascetica o penitenziale immediatamente riconoscibile. Questa osservazione, tuttavia, non può diventare motivo per ridurne il valore teologico, perché il peccato è presente nella diagnosi complessiva del documento, anche quando non occupa il primo piano lessicale.

Esso appare nella forma storica della dismisura, della potenza senza sapienza, dell’efficienza separata dalla carità, della ragione ridotta a calcolo, della libertà convertita in dominio, delle strutture sociali ed economiche che producono esclusione, manipolazione e scarto. La novità del testo non sta nel tacere il peccato, ma nel riconoscerne una modalità particolarmente insidiosa, quella impersonale, sistemica, tecnologicamente mediata, che non sempre si presenta con il volto della trasgressione aperta e, tuttavia, opera come organizzazione razionale dell’indifferenza.

In questa prospettiva, la nuova Babele non è soltanto l’orgoglio antico dell’uomo che vuole salire al cielo con le proprie forze. È anche il sistema contemporaneo che, moltiplicando connessioni, dati, calcoli e automatismi decisionali, rischia di rendere l’uomo estraneo a se stesso, incapace di ascoltare la coscienza, povero di silenzio, privo di contemplazione, consegnato a una velocità che consuma il giudizio prima ancora che esso possa maturare.

Il peccato non scompare, dunque, dall’orizzonte dell’enciclica. Esso viene colto nella sua traduzione storica più attuale, come disordine dell’amore, come tecnica sottratta alla sapienza, come pretesa di edificare una città senza riferimento al Regno, come idolatria della potenza che non nega apertamente Dio, ma agisce come se Dio non fosse necessario alla verità dell’uomo.

Anche il riferimento ai diritti umani, che può certamente apparire problematico a chi conosca le ambiguità della modernità giuridica, deve essere ricondotto al suo contesto teologico e dottrinale. La categoria dei diritti diventa equivoca quando viene separata dalla verità della persona e trasformata in linguaggio dell’arbitrio soggettivo, quando il diritto non custodisce più il bene umano oggettivo, ma registra la pressione culturale del desiderio, quando l’ordinamento positivo si emancipa dalla giustizia e pretende di creare ciò che dovrebbe soltanto riconoscere.

Nell’enciclica, però, i diritti non sono presentati come creazione della volontà individuale o come prodotto del consenso storico, bensì come traduzione giuridica della dignità intrinseca della persona.

Questo passaggio è decisivo: il documento non canonizza la modernità dei diritti nella sua ambiguità radicale, ma ne assume ciò che può essere purificato, ordinato e ricondotto al fondamento ontologico dell’uomo. Il rilievo magisteriale dell’enciclica sta, allora, nel suo collocare l’intelligenza artificiale dentro la Dottrina sociale della Chiesa non come tema aggiuntivo, ma come prova decisiva della sua capacità di parlare alle trasformazioni profonde della storia.

L’intelligenza artificiale non è neutra, perché ogni tecnologia, soprattutto quando incide sulla conoscenza, sulla decisione, sul lavoro, sulla guerra, sulla comunicazione e sull’educazione, porta con sé una certa idea dell’uomo. Può servire la persona oppure sostituirla, può sostenere la libertà oppure indebolirla, può ampliare la giustizia oppure rafforzare nuove oligarchie, può favorire la cura oppure rendere più impersonale l’esclusione.

Per questo il Magistero interviene non per arrestare il progresso, ma per liberarlo dalla sua tentazione idolatrica, ricordando che non tutto ciò che è possibile è umano, non tutto ciò che è efficiente è giusto, non tutto ciò che è intelligente secondo il calcolo è sapiente secondo la verità.

La vera grandezza di "Magnifica Humanitas" consiste, infine, nell’aver compreso che la questione decisiva non è se la macchina potrà imitare alcune operazioni dell’intelligenza, ma se l’uomo saprà ancora riconoscere la propria anima, la propria responsabilità e il proprio destino.

Davanti all’intelligenza artificiale, la Chiesa non oppone una nostalgia antimoderna, né una resa ingenua alla fascinazione del nuovo. Essa propone, viceversa, una sapienza più alta, secondo la quale la tecnica deve restare nell’ordine del mezzo, la politica nell’ordine del bene comune, il diritto nell’ordine della giustizia, l’economia nell’ordine del servizio e l’uomo nell’ordine della creatura chiamata alla comunione con Dio.

La bellezza dell’umano, in questo orizzonte, non è una concessione sentimentale al linguaggio del nostro tempo, ma una verità teologica: l’uomo rimane magnifico non perché si sostituisce a Dio, ma perché Dio ha voluto abitare la sua storia, redimere la sua ferita e fare del cuore umano non la sede dell’autosufficienza, ma il luogo in cui la grazia può ancora generare una civiltà dell’amore.
Daniele Trabucco

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