Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

lunedì 21 settembre 2026

Ogni cedimento strappato per sfinimento diventa il precedente del successivo

Qui l'indice dei precedenti sul filo-islamismo.
Ogni cedimento strappato per sfinimento
diventa il precedente del successivo


Pakistano con passaporto italiano ripudia la moglie secondo la sharia e pretende che il Comune lo registri. È il "talaq", l'atto con cui la si sbologna con tre parole. Letteralmente.

Funziona così: il marito pronuncia "talaq, talaq, talaq" e il matrimonio è sciolto.
Non deve motivare, non deve ottenere il consenso di lei, in molte scuole giuridiche la donna non deve nemmeno essere presente.

Femministe italiane, avete nulla da dire?

A Monfalcone gli hanno risposto picche. Lui, abituato ad andare per le spicce, si è infuriato: "Altri lo fanno".
Ecco la notizia. Più della pretesa, più della prepotenza: la sicurezza. Perché un uomo perde le staffe per un rifiuto soltanto quando è abituato ai sì.

La legge è chiara, il Viminale considera il ripudio contrario all'ordine pubblico, la Cassazione nel 2020 ha sbarrato la porta: nessuna decisione del genere può avere effetto in Italia, perché discrimina la donna e le nega ogni difesa.

E allora come mai ad Ancona un talaq pronunciato in Bangladesh nel 2023 è finito nei registri del Comune?
È stato cancellato nel 2025, certo. Ma solo perché la ripudiata ha trovato un avvocato, i soldi e il coraggio di andare davanti a un giudice.

Le altre? Quelle rimaste a Lahore o a Dacca, che di un registro italiano intestato a loro ignorano perfino l'esistenza?

Il punto è questo. La sharia in Italia non passa dai tribunali, dove perde. Passa dagli sportelli dei Comuni, dove nessuno combatte.
Non c'è un complotto e neanche una resa ideologica.
Spesso c'è un impiegato solo. Davanti ha un foglio pieno di bolli, una traduzione giurata, un tizio che alza la voce.
Dietro non ha nessuno: un corso di formazione mai fatto, una circolare mai letta, un dirigente irreperibile, un sindaco che non vuole titoli sui giornali.
Poi c'è il conto, che ogni dipendente pubblico sa fare a mente. Dire sì non costa nulla: nessun controllo, nessuna protesta, nessuna vittima in sala d'attesa.

Dire no costa una scenata, un ricorso, una causa, magari l'accusa di razzismo sulla cronaca locale.
Un sistema che punisce chi rifiuta e ignora chi cede non produce eroi. Produce timbri.

È la più italiana delle storie.

"Il coraggio, uno non se lo può dare", diceva don Abbondio, vaso di coccio tra vasi di ferro, che davanti ai bravi non si domandava chi avesse ragione, ma chi facesse più paura.

Da allora non ci siamo mossi, con una differenza. Il curato sapeva di tremare. Noi alla tremarella abbiamo dato un nome elegante: la chiamiamo inclusione, dialogo, rispetto delle culture.

Chi chiede lo ha capito benissimo. La pretesa non cresce dove trova accoglienza, cresce dove non trova resistenza.

Ogni cedimento strappato per sfinimento diventa il precedente del successivo.
Si comincia dal certificato, si prosegue con la seconda sposa da far arrivare, come il nostro protagonista ha già annunciato uscendo dal municipio, si finisce con un diritto parallelo che nessun Parlamento ha votato.

Resta la domanda che brucia di vergogna.
Come è diventato italiano uno convinto che una moglie si possa licenziare a voce?
Nel modo più semplice: nessuno glielo ha mai chiesto.
Bastano 10 anni di residenza, un reddito, la fedina pulita, un attestato di lingua livello B1.

La legge lascerebbe allo Stato il potere di valutare se concedere o no. Lo Stato lo esercita contando le buste paga.

Alla fine c'è il giuramento: fedeltà alla Repubblica, osservanza della Costituzione.
Una riga, letta in piedi davanti a una fascia tricolore, senza che alcuno verifichi se il nuovo cittadino sappia cosa dice l'articolo 29 sull'eguaglianza dei coniugi.
Pretendiamo il B1 di italiano. Il B1 di Costituzione no.

E dopo è per sempre.
La revoca esiste soltanto per i condannati per terrorismo: tutto il resto di quella promessa si può tradire il giorno seguente, allo stesso bancone dove la si è pronunciata.

Altrove non funziona così.
In Francia il governo può negare la cittadinanza per "difetto di assimilazione". Tra i molti motivi possibili il codice cita espressamente la poligamia.
Non è carta morta. Il Consiglio di Stato francese ha confermato il rifiuto a un uomo che nei colloqui in prefettura non accettava la parità tra i sessi, a porte chiuse, senza aver commesso alcun reato.

Ha fatto lo stesso con una signora che non volle stringere la mano a un funzionario.
A Parigi per una stretta di mano negata si resta stranieri. A Monfalcone con un ripudio in tasca si è italiani da anni e ci si offende pure.

Va detto fino in fondo: quell'uomo non ha imbrogliato. Nessuno gli ha spiegato che tra le condizioni c'era lasciare il talaq a Lahore.
Glielo diciamo adesso, a cose fatte, con l'aria sorpresa di chi scopre di aver venduto casa senza leggere il contratto.
Ha giurato su un testo che nessuno gli ha illustrato, davanti a uno Stato che non ci credeva abbastanza da pretenderlo.
Eppure sarebbe bastato fermarsi sulla parola. Ripudio: è abietta, lo è sempre stata.

L'ultima volta che in questa penisola un marito ha potuto cacciare la consorte con una formula comandavano gli imperatori.
I Romani ripudiavano per motivi che oggi suonano familiari: bastava che lei fosse uscita in strada senza il velo.
Poi venne il cristianesimo a togliere al maschio quel potere. Ci sono voluti secoli. Nell'Italia unita non è stato legale nemmeno per un giorno.

La Costituzione quel verbo lo adopera una volta sola, per la guerra. I costituenti scartarono "rinunzia", scartarono "condanna". Vollero il più energico, quello del rigetto senza appello: ripudia.
Per i padri della Repubblica era ciò che si fa con l'orrore. Oggi c'è chi pretende di farlo con la madre dei propri figli, in marca da bollo.

Non occorrono leggi speciali. Occorrono ufficiali di stato civile formati e coperti, con un ministero che si costituisca al loro fianco in ogni causa.
Ci vuole un colloquio vero prima del giuramento, non lo sgomento dopo il danno.
Bisogna soprattutto smettere di considerare un no una scortesia.

Perché la sottomissione non ce la impone nessuno. La offriamo noi, un timbro alla volta, per non discutere.
E quel timbro ha un prezzo, solo che non lo paga chi lo mette.
Lo paga una donna che non saprà mai di essere stata ripudiata due volte: la prima dal marito, la seconda dalla Repubblica italiana.
Autore: Roberto Riccardi

36 commenti:

Anonimo ha detto...

Il titolo potrebbe essere benissimo riferito alla Chiesa sinodale, dove il dogma formalmente resta, ma sostanzialmente non conta piu', dove i processi si autoalimentano, accompagnati da chi dovrebbe salvaguardare dottrina e morale.

Anonimo ha detto...

Sto leggendo molti post sull’hijab, sulla sua presenza sempre più visibile in Europa e, soprattutto, sul fatto che una parte del femminismo occidentale sembri ormai pronta a difenderlo quasi automaticamente come simbolo di libertà ed emancipazione.

E ogni volta mi viene da chiedermi: ma sappiamo davvero di cosa stiamo parlando?

Lo chiedo da donna che ha vissuto in uno Stato islamico. Lo chiedo da immigrata. E lo chiedo da persona che, quando arrivò in Europa, credeva profondamente nella cultura europea, nella sua storia e nella sua capacità di accogliere senza rinunciare a se stessa.

Qualche giorno fa Bea ha iniziato la prima elementare. Nella sua classe c’è una bambina della sua stessa età, di origine africana, che porta l’hijab. Ha cinque o sei anni.

Vederlo mi ha fatto uno strano effetto.

Non perché quella bambina abbia meno diritto di stare in quella scuola, né perché la sua famiglia meriti meno rispetto. Ma perché mi sono chiesta: quando una bambina di cinque o sei anni porta un simbolo religioso legato anche al concetto di modestia femminile, possiamo davvero parlare semplicemente di una sua “scelta”?

Chi ha vissuto in società islamiche sa che il velo non ha ovunque lo stesso significato. Ci sono donne adulte che lo scelgono liberamente e quella libertà va rispettata. Ma esistono anche Paesi, famiglie e ambienti nei quali la pressione religiosa, familiare e sociale sul modo in cui una donna deve vestirsi è fortissima. Fingere che questa realtà non esista per paura di apparire “intolleranti” non aiuta le donne.

E trovo paradossale che proprio una parte del femminismo occidentale sembri avere tanta difficoltà a dirlo.

Ma la questione dell’hijab è soltanto una parte di qualcosa di molto più grande.

L’Europa sta attraversando una trasformazione demografica e culturale enorme e continuare a comportarsi come se fosse vietato parlarne non fermerà quella trasformazione.

Bisogna avere il coraggio di porre anche le domande scomode.

Quanti figli stanno facendo oggi le famiglie italiane ed europee? Quante scuole vedono diminuire progressivamente i bambini provenienti da famiglie italiane mentre cresce la presenza di bambini con background migratorio? Come cambierà una società nella quale una parte della popolazione autoctona invecchia e fa sempre meno figli mentre nuove comunità continuano a crescere?

Non sto dicendo che un bambino nato da genitori stranieri non possa essere italiano. Può esserlo pienamente. Il punto decisivo è un altro: quale cultura gli stiamo trasmettendo?

Perché la demografia, da sola, non determina necessariamente la cultura. Ma se una società smette contemporaneamente di fare figli, di trasmettere la propria storia, di difendere le proprie tradizioni e persino di considerare legittimo parlare della propria identità, allora la domanda su ciò che resterà di quella cultura fra alcune generazioni diventa inevitabile.

E qui entra in gioco l’integrazione.

Non possiamo continuare a chiamare “integrazione” la semplice convivenza di comunità che abitano lo stesso territorio mantenendo mondi culturali completamente separati.

Integrare non significa che chi arriva debba rinnegare la propria famiglia, la propria lingua o la propria fede. Ma significa comprendere che si è scelto di vivere in una società che possiede già una storia, dei valori, delle consuetudini e un’identità.

Altrimenti non è più soltanto l’immigrato a integrarsi nella società che lo accoglie. A poco a poco è la società che lo accoglie a modificarsi per adattarsi continuamente alle comunità che arrivano.

Io questa differenza la vedo perché posso confrontare due Europe.

Ricordo Roma nel 2013, quando arrivai per studiare. E guardo l’Italia e l’Europa del 2026. Sono passati appena tredici anni, ma in molti luoghi il cambiamento è impressionante.

E allora penso a Bea.

Che Europa vedrà lei a trent’anni?

Anonimo ha detto...

Segue
Quali saranno le tradizioni considerate normali? Quale sarà l’identità culturale delle nostre città? E soprattutto: l’Europa avrà ancora il coraggio di dire che la propria cultura merita di essere conservata?

Perché questo è il paradosso che trovo più difficile da comprendere: chiediamo continuamente agli europei di conoscere, rispettare e celebrare le culture di chi arriva, ma parlare della necessità di preservare la cultura europea viene sempre più spesso guardato con sospetto.

Io non credo che rispettare una cultura significhi dover rinunciare alla propria.

Non credo che difendere la libertà religiosa significhi rinunciare a discutere criticamente delle pratiche religiose.

Non credo che accogliere significhi trasformarsi fino al punto da non riconoscersi più.

E soprattutto non credo che porre domande sulla demografia, sull’integrazione, sull’Islam europeo o sul futuro culturale dell’Europa significhi odiare qualcuno.

Significa chiedersi che cosa stiamo costruendo.

Sono un’immigrata anch’io. Proprio per questo non considero normale pretendere che il Paese che mi accoglie cancelli pezzo dopo pezzo se stesso per farmi sentire a casa. Sono io che devo imparare a vivere nella casa che mi ha accolto, rispettandola, senza per questo perdere tutto ciò che sono.

L’Europa può accogliere milioni di persone provenienti da culture diverse. Ma deve finalmente decidere se vuole soltanto essere un luogo geografico nel quale tutti vivono oppure continuare a essere anche una civiltà capace di trasmettere qualcosa ai propri figli.

Perché una cultura non scompare necessariamente quando qualcuno la conquista.

A volte scompare semplicemente quando chi l’ha ricevuta smette di trasmetterla.
Zarish Imelda Neno

Da ha detto...

Presidente Mattarella,
Le parlo con il massimo rispetto, perché sono un uomo delle istituzioni e so bene cosa rappresenta il Presidente della Repubblica.
Ma proprio per questo sento il dovere di dirLe quello che penso.
Giorgia Meloni annuncia nuove regole sulla scuola e la sinistra parte subito all’attacco.
Si parla di discriminazione e qualcuno arriva persino ad accusarla di razzismo. E Lei interviene prontamente, dicendo che la scuola deve essere aperta a tutti e non deve creare ghetti né alzare barriere.
Presidente, il Suo intervento è assolutamente legittimo.
Ma quando arriva proprio nel mezzo di questa polemica, con parole che sembrano andare nella stessa direzione delle critiche della sinistra, è normale porsi qualche domanda.
Anche perché Giorgia Meloni ha detto l’esatto contrario.
Mettere un limite agli studenti stranieri nelle singole classi serve proprio a evitare che si creino ghetti. Se mettiamo insieme troppi bambini con grandi difficoltà con l’italiano, diventa più difficile imparare per loro e andare avanti per tutta la classe. A rimetterci sono tutti, italiani e stranieri.
Chiedere ai genitori degli studenti con gravi problemi di inserimento di imparare l’italiano non significa discriminare. Significa poter parlare con gli insegnanti, seguire i propri figli e diventare davvero parte della comunità. Questa è integrazione.
E vietare burqa e niqab nelle scuole non significa alzare barriere. Significa avere regole comuni e dire che a scuola si entra a viso scoperto.
Presidente, si può essere d’accordo oppure no con Giorgia Meloni. Ma non si può far passare come un tentativo di creare ghetti ciò che viene proposto proprio per evitarli.
Ed è questo che non capisco.
La sinistra attacca il Governo e proprio nel pieno della polemica, arriva prontamente il Suo intervento, con parole che finiscono per dare forza proprio a quelle critiche.
Il Presidente della Repubblica deve essere e apparire il Presidente di tutti.
E con tutto il rispetto che Le devo, ho la sensazione che questa imparzialità non si sia vista fino in fondo.
Continuerò sempre a rispettare Lei e l’istituzione che rappresenta.
Ma rispetto non significa stare in silenzio.
Quattro anni fa ho avuto l’onore di essere Grande elettore del Presidente della Repubblica.
Non votai per Lei.
E me lo permetta Presidente, ogni giorno che passa sono sempre più convinto di aver fatto bene.

Anonimo ha detto...

Scusate ma questo che c'entra con Chiesa e Postconcilio?

Anonimo ha detto...

chi li ha fatti arrivare è complice. Chi li fa rimanere é complice.
Chi é complice, è come loro.

da ex studente di Giurisprudenza ha detto...

Sono già in ufficio, posso dire la mia adesso... o meglio non è la mia ma quella di quei tre elettricisti, di Monfalcone, soci fra loro, che sono assicurati dal mio broker ("broker" è l'azienda, non i suoi titolari), e di un loro cliente, credo sia un agente immobiliare veneto.
La frase è "Calci nei denti!" ovviamente. Mi pareva di averla già riferita, perchè l'avevano usata per rispondere al ricatto dei cantierini bangladeshi (non tutti i bengalesi sono islamici: metà del Bengala è in India, ma lì sono induisti e non migrano) "moschea o sciopero".
E il bello è che almeno quei tre dovrebbero, secondo gli stereotipi messi in giro dalla sinistra, essere a loro volta di sinistra: uno è ateo, uno protestante e uno greco-ortodosso.

Anonimo ha detto...

Mattarella garantisce la Costituzione come Fernandez la Dottrina e la Fede.
Detengono un ruolo, esercitandolo tradendo le consegne. Non è che non hanno la testa, il problema è di rispondere a Capi diversi da quelli che ci si attende.

Anonimo ha detto...

La sottomìssione non ce la impone nessuno. Per il momento. Iñfatti google mi ha proposto un articolo di telenòrd.it. Ŕiguarda l'ipotesi di acquisto ði una nostra industria da parte degli emirati arabi, quelli con capitale Abu Dabi. Il loro fondo sovrano supera i 300 miliardi dei nostri euri e , nel loro territorio esiste gia' uno stabilimento per la manutenzione delle turbine che impiega 250 persone di proprieta' della societa' italiana. Attualmente ĺa societa' di cui stiamo parlandò cioe' Ansaĺdo Energia e' per piu' del 99% proprieta' di Cassa Depositi e Prestiti ovvero la societa' che gestisce il risparmio postale. Se l'ipotesi di acquisto dovesse avere successo, come ci inchineremmo ai nuovi padroni ?
E perdonatemì il FUORI TEMA.

mic ha detto...

Può entrarci perché siamo cittadini oltre che credenti e non ci disinteressiamo di quello che accade intorno a noi.

Anonimo ha detto...

Leggo di commenti su Mattarella: ma, cari signori, il problema e' un parlamento che ha il coraggio di RIELEGGERE lo stesso Presidente. E poi si esulta per l'unita' d'Italia. Tra sottomissione alla UE e colonia degli USA, non siamo mai stati cosi' servi neanche sotto gli austriaci.

Anonimo ha detto...

Sono messaggi da protagonista e non da arbitro. Stanno dicendo che toccare la scuola significa toccare un feudo della sinistra, "cosa loro", col contorno di docenti di sostegno, mediatori linguistici e tutto il carrozzone di denaro pubblico annesso. Naturalmente quelli che berciano di laicità di stato si guardano bene di parlare di "interferenze" di Zuppi. Su Mattarella basti ricordare che non è in potere del presidente della Repubblica condurre politiche autonome da quelle del governo né tantomeno sconfessarne le scelte.

Anonimo ha detto...

Se ci concentriamo sul Concilio , possiamo vedere che l'errore maggiore e' stato l'apertura all'ecumenismo. Avrebbe voluto essere un atto di riconcigliazione rispetto alle altre confessioni cristiane. Ma come si puo' riconciliare chi crede nei santi con chi non ci crede ?
L'applicazione poi dell'ecumenismo nei confronti delle altre religioni ha portato alle conseguenze descritte nell'articolo.

Anonimo ha detto...

Bisogna abrogare il diritto ad abortire liberamente e dichairare fuori legge gli anticoncezionali. Invitando nello stesso tempo le donne a vivere in modo meno lussurioso. Un'autentica rivoluzione, che nessuno in Italia e in Europa sembra disposto a voler fare. Il femmnismo è riuscito ad imporre le sue concezioni deviate e ci sta conducendo alla tomba, come società e come popolo. Anzi : all'estinzione.
Questo Meloni non lo capisce, anche lei succube per alcuni aspetti di questa funesta ideologia. Vedi l'istituzione del "femminicidio", un grave errore, oltre ad un'assurdità giuridicia.
IL politico che lo capisse e avesse il coraggio dovrebbe comunque battersi anche contro l'attuale gerarchia cattolica, sempre più schierata con la teologia della liberazione ossia con il neomarxismo woke.
Se Meloni lo capisce che occorre rimettere in discussione il c.d. diritto ad abortire, evidentemente non ritiene che questa sia una battaglia vincente, politicamente.
Anche tante donne che mai abortirebbero ammettono tuttavia che sia legittimo il c.d. "diritto di scegliere" da parte della donna, concepita erroneamente come un soggetto assolutamente indipendente, anche da ogni legge morale, le cui scelte devono esser accettate da tutti.
Non se ne esce.
Occorerebbe un'audacia che al momento latita.
P.

Anonimo ha detto...

Regalasi cittadinanza italiana. Bastano 10 anni di residenza per avere il passaporto. Ma sono sufficienti per diventare veramente italiani?

Sembra proprio di no. Una prova tangibile l'ha fornita la cronaca.

A Monfalcone un cittadino italiano di origine pakistana si è presentato in Comune per far registrare il ripudio della moglie secondo la sharia.

Impossibile? No, è un cittadino italiano a tutti gli effetti. Ha superato tutti i requisiti, ha giurato fedeltà alla Repubblica. Ora ha il nostro passaporto in tasca.

La risposta è lì. Il tempo non integra nessuno. Il tempo passa, tutto qui.

La legge invece ci crede.

Conta gli anni come se l'appartenenza fosse un deposito che matura interessi. Resti abbastanza a lungo e un giorno ti svegli italiano.

Sulla carta siamo tra i più severi d'Europa: 10 anni di residenza, contro i 5 di Germania e Francia. La sinistra si sgola a ripeterlo in ogni dibattito. È vero.

Poi però si guardano i risultati. 217mila nuovi italiani nel 2024, record di sempre, terzo anno di fila sopra quota 200mila.

Tasso di naturalizzazione al 4,1%, contro una media europea del 2,7%. Davanti a noi solo la Svezia. La legge più severa, il rubinetto più aperto.

Circa 4 su 10 arrivano per residenza. Quasi altri 3 sono i figli minori, che la ricevono in automatico dal genitore appena naturalizzato. Una firma, una famiglia.

Come si spiega? Con ciò che l'Italia non chiede.

Chiede il tempo, il reddito, la fedina pulita, un attestato di lingua. Non chiede chi sei diventato.

In Germania c'è un esame: 33 domande su leggi, storia, valori. Da noi nessuna domanda. Risponde il calendario.

Sono un romano che ha vissuto 10 anni a Milano. Città generosa, che dà lavoro, ma chiede di integrarti.

Molti trapiantati cercano in tutti i modi di assumerne pure l'accento. Si danno un tono, in un posto dove darsi un tono è la regola.

La prima sera, a una cena, uno sconosciuto mi ha chiesto a freddo che lavoro facessi. Ero direttore in una multinazionale, ma gli ho risposto: "Sono arrivato oggi, qualcosa mi faranno fare".

Lui ha insistito per dirmi il suo: "Mi occupo della gestione dei flussi di cassa nei rapporti diretti con la clientela per l'ATM".

Faceva il bigliettaio.

In 10 anni nessuno è riuscito a fare di me un milanese. Anzi. Nella Città eterna gira una vecchia battuta: la cosa più bella di Milano è il treno per Roma.

Si ride, poi si pensi a cosa significa. Stessa lingua, stessa bandiera, stessa messa la domenica, stesso codice civile. Un decennio non ha spostato la mia appartenenza di un millimetro.

Perché l'appartenenza non è questione di tempo. È questione di compatibilità.

Per lo Stato, invece, lo stesso decennio basta a fare un italiano di chi è partito da Dacca.

Si dirà: pure gli italiani d'America si tennero il santo in processione e il dialetto in cucina. Verissimo. Ma la legge era quella americana, senza discussioni.

E il benvenuto lo ricevevano a Ellis Island: visita medica e 29 domande, una per una. L'America interrogava sul molo. Noi non interroghiamo nemmeno al giuramento.

Anonimo ha detto...

Segue
In Italia nessuno oggi chiede di cambiare fede o ricette. Ci mancherebbe. Andrebbe chiesto di cambiare codice.

Una moglie non si ripudia, una figlia non si promette, la legge dello Stato sta sopra ogni altra.

Perché un tempo 10 anni bastavano e oggi no?

Un tempo chi emigrava tagliava i ponti per forza. Una lettera al mese, un ritorno ogni dieci anni se andava bene. Per sopravvivere doveva imparare la lingua, i modi, le regole.

L'isolamento faceva il lavoro. E se non bastava, la spedizione indietro era garantita dallo Stato ospitante.

Oggi si può vivere 10 anni in Italia senza lasciare mai il Bangladesh. La tv satellitare in salotto, il villaggio su WhatsApp ogni sera, il volo low cost, il negozio dei connazionali, la sala di preghiera nel garage, la moglie scelta dalla famiglia al paese.

La residenza è qui. La vita è altrove.

Poi c'è l'altra metà del problema, la nostra.

Gli italiani li producevano quattro macchine: la scuola, la fabbrica, la parrocchia, la caserma. La naja prese calabresi e veneti che non si capivano tra loro. Ne fece dei connazionali.

La caserma è chiusa. La fabbrica è un subappalto. La parrocchia è vuota, perché in troppi casi è diventata nei fatti una sezione del partito mondialista. La scuola ha smesso di insegnare cosa siamo per paura di offendere chi arriva.

Integrarsi, d'accordo. Ma che vuol dire?

Da decenni ci vergogniamo di dirlo. Patria è parola da caserma, identità è addirittura sospetta. Nei salotti chi la pronuncia viene guardato come uno che ha sbagliato secolo.

Anonimo ha detto...

Segue/2
Chi non sa dire cosa sia l'integrazione non può chiederla a chi bussa. Allora chiede le buste paga.

Il funzionario lo sa. Una domanda sui valori è un ricorso al Tar, un titolo di giornale, un'accusa di razzismo. Una crocetta sul modulo non ha mai rovinato una carriera.

Chi chiede, dal canto suo, fa il proprio interesse. Per molti il passaporto non è un approdo, è un attrezzo: apre un continente, mette al riparo dall'espulsione. Per sempre.

La scena finale è da ufficio. Un giuramento di una riga letto da un foglio, tra un cambio di residenza e una carta d'identità.

Il momento più solenne che una nazione possa offrire, sbrigato su appuntamento come una pratica qualsiasi.

Eppure proprio lì, all'ultimo sportello, qualcuno ha guardato in faccia il candidato.

A Pescate, alle porte di Lecco, un uomo con 10 anni di residenza e l'attestato di italiano vistato dalla Prefettura non è riuscito a pronunciare una sillaba del giuramento. Rispondevano per lui la moglie e i figli.

La famiglia lo ha spiegato così: parla solo con i colleghi e i parenti kosovari. 10 anni in Italia senza mai entrarci.

A Pontoglio ne erano passati 15. A Vigonovo 21. A Cairate traduceva la figlia. A Casalmaggiore la candidata è stata rimandata a casa a studiare la formula: una riga.

Quei sindaci hanno detto no. "I sindaci non sono passacarte", ha detto uno. "La cittadinanza non si regala", ha scritto un altro.

Hanno fatto il loro dovere. La domanda è un'altra: perché gli altri no?

Decine di migliaia di giuramenti l'anno, quasi 8mila Comuni. Possibile che i candidati muti siano capitati tutti in una manciata di municipi?
La risposta sta nella legge. Il sindaco non decide niente: il Ministero concede, il Comune è tenuto a conferire.

L'unico rappresentante dello Stato che vede il candidato in carne e ossa è l'unico che non può dire no.

E l'attestato di lingua? C'era, timbrato. L'Italia non chiede l'italiano. Chiede un certificato.

E i certificati, in Italia, si sa come girano.

A Modena la polizia ha filmato gli esami di lingua di un centro accreditato: risposte già scritte da copiare, commissione compiacente. 6.000 casi, amministratori condannati a 6 anni.

A Ravenna, secondo l'accusa, i certificati erano medici: servivano a fermare i rimpatri. Lì non c'entrava il denaro. C'entrava la militanza.

Dove un timbro vale un diritto, c'è sempre qualcuno pronto a venderlo o a regalarlo.

Con un'aggravante. Un permesso di soggiorno si revoca. La cittadinanza no, salvo condanne definitive per terrorismo.

L'errore sul permesso dura fino al rinnovo. L'errore sulla cittadinanza dura per generazioni: passa ai figli.

Non servono altri anni. Serve smettere di contarli.

Ecco la proposta.

La cittadinanza non si matura. Si guadagna. A punti, come una patente al contrario: si parte da zero, si sale.

Punti per la lingua, verificata a voce e non su carta. Punti per un esame nazionale su storia, leggi, Costituzione. Domande pubbliche, risposte chiuse, uguali da Bolzano a Lampedusa.

Punti pure per chi sceglie di italianizzare nome e cognome. In Francia è una facoltà dal 1972. Nessun obbligo: un segnale. Chi vuole appartenere lo dice così.

Niente commissioni, niente centri accreditati, niente esperti. Si è visto come finisce.

L'ultima parola al sindaco, in seduta pubblica, con la telecamera accesa. Può dire no, motivando. Chi firma un sì ne risponde di persona.

Poi il giuramento. Vero, con conseguenze vere: chi lo tradisce restituisce il passaporto.

A Monfalcone quell'uomo aveva giurato di osservare le leggi dello Stato. Poi ha chiesto allo Stato di registrare la sharia. Oggi non rischia niente.

Il calendario misura quanto sei rimasto. Non dice chi sei diventato.

Un Paese serio, prima di aprire le braccia a un nuovo cittadino, deve essere certo di chi sia.

E se lui resta in silenzio, come a Pescate, deve avere il coraggio di richiuderle.
Autore: Roberto Riccardi

Anonimo ha detto...

Il problema grave non sono state alcune aperture o atteggiamenti benevoli verso gli uomini di altre fedi o gesti moderati , questo lo avevano gia' fatto alcuni pontefici di orientamento moderato come Benedetto XV o Leone XIII , Pio VIII o lo stesso Pio XII , ma sempre nel solco della tradizione e non retrocedendo di una virgola dalla linea tradizionale e dottrinale della Chiesa Cattolica , il grave problema e' che da Giovanni XXIII c'e' stato un cambio di rotta pazzesco , una regressione del cattolicesimo per il mondo anticristiano , la gerarchia ha perso la saggezza cristiana che aveva prima e non e' stata piu' in grado di guidare bene la societa' basti pensare alla Democrazia Cristiana in Italia che si e' venduta ai socialisti e ha continuato a governare con i divorzisti e abortisti e Paolo VI e la Cei non hanno mai detto nulla ! Anzi per loro andava bene cosi' nonostante tutto ! Paolo VI non ha emesso ne' scomuniche ne' richiami nulla ! e l'Italia stava andando al macero !

Anonimo ha detto...

Ineccepibile considerazione di Giovy Novaro:

«Da Lecco un video girato fuori da un istituto scolastico dove quattro giovani immigrati pestano uno studente italiano. Io non solo voglio una maestra che parli di remigrazione, ma che insegni il valore della sopravvivenza e della legalità sopra ogni altra nozione, mostrando le statistiche, raccontando i fatti di cronaca, respingendo l'indottrinamento sul multiculturalismo con l'analisi della veridicità empirica. Compito in classe: "Elenca cinque ragioni per cui l'immigrazione sia un male". Interrogazione: "oggi sentiamo Daniela sull'importanza di odiare la dottrina islamica che impone alle donne una continua sottomissione alle istanze tribali che si accompagnano alla visione politica dell'Islam". Filmino sul pestaggio di Lecco proiettato in aula magna all'assemblea di istituto con nomi e cognomi dei maranza e dibattiti sull'importanza di odiarli. Lettura del post del social manager di Ilaria Salis che scrive, in riferimento alla maestra accoltellata, "le sue idee razziste sono incompatibili con i valori che la scuola vuole trasmettere" per poi ricordare il casellario giudiziario dell'eurodeputata. Questo io vorrei da una scuola circondata dalla terra ostile, esattamente questo.»

Anonimo ha detto...

Vanno buttati fuori. Loro e i loro complici. Italiani o meno.

Anonimo ha detto...

la chiamano immigrazione.
E' una invasione.
E sarebbe tale anche se gli ospiti non invitati fossero finlandesi.

Anonimo ha detto...

# Commento dlle 09:06 su Mattarella impropriamente rieletto :
Lei si dimentica che Mattarella fu rivotato per bloccare l'avvento della Bonino alla Presidenza della Repubblica. Era sostenuta anche a livello internazionale.

Anonimo ha detto...

# E la chiamano "immigrazione".
NO. La chiamano "migrazione". Il termine fu imposto da un funzionario americano dell'ONU, un uomo di Obama, allora al potere. Si dice che Obama da giovane abbia appartenuto a movimenti islamici radicali americani.
Va letta in chiave musulmana : come la "migrazione" (Egira) di Maometto da La Mecca sua città natale, dove non veniva preso sul serio, a Yatrib poi Medina, città divisa in fazioni in lotta tra loro. Maometto si autonominò profeta e si pose come paciere e gradualmente capo della fazione dominante, che era quella che lo credeva "uomo di Dio", cioè autentico profeta.
La "migrazione" in questo senso va intesa come movimento di espansione dell'islam e costruzione del suo potere (predominante) nei paesi degli infedeli. E difatti Maometto si impose con la forza. Le sue bande dominavano il territorio e cominciarono una guerriglia spietata contro i traffici dei ricchi mercanti meccani, alcuni dei quali suoi parenti. Messo in grave crisi il loro commercio, costoro alla fine si "convertirono" alla fede nel nuovo "Profeta" (che mai profetò nulla, tra l'altro). E lui tornò trionfalmente in patria, limitando le vendette all'uccisione di poche persone o di una sola (controllare).
H..
.

Anonimo ha detto...

Dopo il ritorno trionfale in patria fece uccidere un poeta che lo aveva sbeffeggiato come falso profeta. Un moderato, Maometto. Si diede subito ad organizzare incursioni militari contro l'impero bizantino. Ma poco dopo morì all'improvviso, dopo alcuni giorni di forti febbri e malessere generale. Qualche studioso occidentale avanza l'ipotesi che sia stato avvelenato.
Sull'islam, anche dal punto di vista archeologico, non è possibile una ricerca libera come quella che si è avuta sul Cristianesimo, le cui origini sono state rivoltate come un calzino, spesso a favore delle tesi più assurde. Non è possibile stante l'opposizione delle autorità musulmane.
Gli studiosi occidentali hanno fatto comunque un ottimo lavoro, rintracciando gli spezzoni della religiosità altrui utilizzati da Maometto, una religiosità in genere eterodossa. Vedi la Trinità crisstiana deformata in Allah - Isah - Mariam, non meglio identificata. Sarebbe : Dio, Gesù e Maria, che non è la Maria evangelica, la Madonna insomma.. Pare che sette nestoriane presenti nella penisola arabica professassero un intruglio teologico di questo genere.
Su, alègher, che i maomettani credono "con noi" (nobiscum) nello stesso Dio.
Ce lo assicura La Lumen Gentium, art. 16.

Anonimo ha detto...

Non si sceglie il male minore, comunque.
Siamo diventati una monarchia repubblicana senza accorgercene.
Io mi chiedo: ma questo CD sa tirar fuori gli attributi, o no? Deve difendere il 30% di stranieri in classe, vale a dire una percentuale che la sinistra farebbe sua?

Anonimo ha detto...

Poiché gli italiani e soprattutto le italiane non vogliono fare più figli, allora nelle classi ci ritroviamo il 30% di studenti stranieri.
La causa di fondo è l'edonismo dominante, una visione in sostanza materialistica della vita.
Visione che sembra radicata. Dà da pensare la vittoria del CS woke in Polonia e in Ungheria, dopo anni di governi di CD, comunque attenti a certi valori cristiani.
Il fatto è che il problema etico è sentito solo da una minoranza tra i cattolici e da qualche laico.
NOn lo sente più nemmeno la Chiesa, che anzi per certi aspetti insegna contro la morale cristiana...Una cosa inaudita, ma tant'è.

Anonimo ha detto...

Ma come si puo' pretendere che i cattolici difendano i valori etici e morali quando neanche la gerarchia cattolica non lo fa piu' ! Quando in Italia i vescovi tifano Pd come si puo' pretendere che i cattolici difendano i valori e la fede cattolica quando manca il supporto dei pastori e persino del papa ? I casi di Zaia e Fontana in Lombardia e non solo lo dimostrano , come anche in Germania e in Belgio o la Conferenza dei vescovi europei che accettano L'Unione Europea cosi' strutturata che mai fino a Pio XII avrebbero accettato ! Non abbiamo piu' uomini di Dio come Siri o Fulton sheen !

da ex studente di Giurisprudenza ha detto...

I commenti sono tantissimi ma nessuno ha fatto osservare che nemmeno gli annullamenti della Rota sono più automatici, occorre l'exequatur (o delibazione, la procedura civile è la stessa).
E questo tizio pretende di far valere una cosa decisa solo da lui? Ma mi faccia il piacere! E ho usato termini urbani.

Anonimo ha detto...

Il problema principale, nessuno lo sottolinea, e' l'islamocomunismo, quel connubio apparentemente anomalo che va fortificandosi in varie parti d'occidente e che la gerarchia vaticana fa finta, nel migliore dei casi, di non vedere.
E' bensi' vero che gia' la storia insegna come si sia utilizzato l'islam in funzione anticristiana e per ragioni di bassa politica da parte dei protestanti. Mi sovviene la guerra di Crimea in cui i nostri "illuminati" Cavour e Vitt.Emanuele vanno alla guerra insieme alle potenze liberali (massoniche) anglofrancesi e all'Austria, a difesa dell'Impero Ottomano contro la Russia ortodossa.

Anonimo ha detto...

La Guerra di Crimea scoppiò per bloccare l'avanzata russa verso le foci del Danubio, che al tempo appartenevano all'impero ottomano. La Russia faceva più paura dell'ormai decadente impero ottomano, l'ombra della potenza di un tempo.
L'espansione russa verso Ovest ha sempre messo l'Europa occidentale in forte apprensione.
La difesa dell'impero ottomano era un obbieettivo secondario.
Francesi e inglesi poco tempo prima avevano costretto la Turchia a concedere l'indipendenza alla Grecia. Qui avevano protetto una nazione cristiana (da lungo sottomessa) contro l'oppressione ottomana. I greci si ribellarono nel 1821, combattendo valorosamente contro i turchi. Ma la sproporzione di forze era troppo forte, i turchi stavano iniziando una controffensiva che avrebbe schiacciato l'insurrezione. Ma i franco-inglesi intervennero, distruggendo la flotta turca nella battaglia di Navarino. Dopo lunghi negoziati la Grecia si rese indipendente nel 1831 (anche se i greci la datano dal 1821, credo).
Alla guerra greca per l'indipendenza parteciparono anche patrioti italiani, attivi nel Risorgimento che stava iniziando, tra i quali il famoso Santorre di Santarosa, che vi morì.
Lo schemino "protestanti e massoni contro il cristianesimo" quale criterio di politica estera qui aiuta poco.
Bisognerebbe trovare un esempio storico più adatto a ciò che si vuol dire.
H.




Anonimo ha detto...

Mio padre ha la stessa età di Sergio Mattarella e, pur senza aver ricoperto ruoli di prestigio, era uomo di straordinaria memoria, che mi prendeva in giro quando prezzavo gli articoli in negozio: lui ricordava il prezzo di acquisto di ognuno di essi. Ed erano centinaia. Oggi, mio padre non ricorda più cos'ha fatto un minuto prima.

Mi si potrà obiettare che non tutti invecchiano allo stesso modo. Vero. Ma che Mattarella dimentichi di aver adottato - quando era ministro dell'istruzione - una circolare volta a fissare il tetto massimo di alunni stranieri per classe ci sta.

Quello che invece NON CI STA è il sistematico intervento a gamba tesa volto a screditare l'operato del governo, colpevole di essere diverso dalla sua parte politica.

La memoria di un ottuagenario che balla può far persino sorridere, ma la sistematica delegittimazione del voto degli italiani è inquietante, anche perché la Costituzione prevede tutt'altro ruolo per il Presidente della Repubblica.

Anonimo ha detto...

Gia', una guerra combattuta dal piccolo Regno di Sardegna per procurarsi meriti da parte delle potenze anglofrancesi . Una guerra combattuta dalla parte sbagliàta.
Ma anche oggi se si segue la gerarchia filo islamista vaticana si rischìa di combattere dalla parte sbagliata.
Allah non ha nulla da spartire col nostro Dio Trinita'.

Anonimo ha detto...

Dopo il medio oriente i cristiani dovranno fuggire anche dall'Europa?
Oppure adattarsi al cattolicesimo di velluto, tutto pappa e ciccia col mondo, come quello postconciliare?

Cit. Roberto D'Amico ha detto...

L'ISLAM NON È UNA RADICE DELL'OCCIDENTE. È L'ALTRO DA SÉ. E MILLE ANNI DI STORIA LO DIMOSTRANO

È in atto, da più fonti, il tentativo di normalizzare l'idea che non solo l'islam non sarebbe in contrasto con i nostri valori occidentali, ma che, oltre ad essere stato indispensabile nella formazione della cultura occidentale, in qualche modo ne sarebbe stato una tradizione sotterranea, interna, al punto che qualcuno già parla della necessità di parlare di radici non solo giuridico-cristiane ma islamico-giudaico-cristiane.

È questo un tentativo portato avanti da Buttafuoco, dalla dottoressa Bocca ma anche, in varie forme, da studiosi come Cardini. E non è solo una questione di origini culturali.

Ormai accade spesso di sentir dire che Dante dovrebbe la struttura del suo capolavoro, la Commedia, alla Scala, il testo musulmano che racconta la salita al cielo di maometto — visione che dimentica completamente che è nel mondo germanico medievale che Dante trova dei veri modelli. Si arriva anche a sostenere che Goethe si sarebbe convertito all'islam.

In realtà, malgrado questi tentativi di revisionismo storico, dettati dal desiderio di questa fede totalmente estranea all'Europa occidentale di costruirsi delle radici fittizie qui, bisogna invece ricordare che prima gli arabi, poi gli ottomani hanno rappresentato la più grande alterità e il maggior pericolo percepito, superato soltanto, per alcune parentesi, dai mongoli.

Le invasioni arabe spezzano quella che era stata l'unità politica, commerciale e culturale nel Mediterraneo imposta dai romani, cancellano il "Mare Nostrum" e creano uno spazio di estraneità che prima non esisteva. Poi, le crociate e la letteratura italiana (la Gerusalemme liberata, l'Orlando Furioso, fino ai paladini di Francia e ai pupi siciliani) creano l'Europa in contrapposizione all'altro. Quindi, non solo erano estranei alla nostra cultura, ma erano l'altro da noi, e lo sono stati mille anni nell'immaginario collettivo.

Si può studiare l'islam, si può riconoscere il contributo arabo alla matematica, all'astronomia, alla medicina, alla filosofia. Ma riconoscere un contributo non significa condividere una radice. La radice dell'Occidente è Gerusalemme e Atene, è Roma e il cristianesimo, è il diritto romano e la filosofia greca, è la Riforma e l'Illuminismo, è la Rivoluzione francese e la Rivoluzione industriale. L'islam non è una radice: è un interlocutore, spesso un avversario. Ma non è una radice. E la differenza non è accademica: è politica.

Perché chi dice che l'islam è una radice dell'Occidente sta dicendo che l'islam è a casa sua in Europa, che non è un ospite, ma un familiare, che non deve integrarsi, perché è già parte di noi. E questa è esattamente la narrazione che serve a chi vuole trasformare l'Europa in un continente islamico. Non con le armi, con le invasioni, ma con la cultura, la riscrittura della storia, la normalizzazione dell'idea che l'islam non sia l'altro, ma il noi.

Anonimo ha detto...

Arrivati alla mia età succede che diminuisce drasticamente la voglia di perdere tempo con gli slogan e con le cazzate che quotidianamente riempiono le pagine dei giornali o le trasmissioni televisive.

E finisce la pazienza.

Perciò vorrei fare una domanda SERIA a quelli che, davanti a qualunque discussione sull’immigrazione, sull’integrazione o persino sulla necessità che un bambino possa seguire una lezione nella lingua del Paese in cui vive, estraggono immediatamente dal cilindro la formuletta magica:

“L’immigrazione è un arricchimento culturale e sociale.”

Bene.
Ma esattamente: in cosa consisterebbe questo arricchimento?
Perché vorrei finalmente uscire dal mondo delle frasi fatte e atterrare sulla Terra.

Una società si arricchisce quando incontra persone che portano conoscenze, lavoro, idee, capacità, cultura, voglia di partecipare e, soprattutto, disponibilità a entrare nella comunità che le accoglie.

Non basta attraversare una frontiera per diventare automaticamente un “arricchimento”.

Se arrivi in Italia e vuoi costruirti qui una vita, la prima cosa che considero normale aspettarmi è che tu impari l’italiano.
Non tra vent’anni. Non “forse”.
Lo impari.
Che tu rispetti le nostre leggi.
Che tu comprenda che uomini e donne hanno gli stessi diritti.
Che tu accetti che la religione – qualunque religione – è una scelta personale e non un regolamento da imporre alla società.
Che tu mandi i tuoi figli a scuola con l’obiettivo di farli diventare parte di questo Paese, non di costruire comunità parallele impermeabili a quella che le ospita.
Che tu comprenda che integrazione non significa che l’Italia debba integrarsi con te: significa anche che TU devi fare uno sforzo per integrarti nell’Italia.

È davvero diventato scandaloso e “fascista” dirlo?

Lavoro da decenni nell’immobiliare e sono entrato in migliaia di case. Non parlo quindi soltanto per ciò che leggo sui social: ho conosciuto personalmente situazioni normali di integrazione e situazioni disastrose, stranieri che, dopo anni, faticavano persino a comunicare in italiano.

E proprio per questo rifiuto le favole.

Quella secondo cui “lo straniero è un problema perché è straniero”
Ma considero altrettanto ideologica e forzatissima quella secondo cui “lo straniero è una ricchezza perché è straniero”.

No.

Una persona è una risorsa per una comunità per quello che fa, per come vive, per ciò che costruisce e per quanto è disposta a condividere responsabilità, regole e doveri.
E chi arriva, lavora, impara la lingua, rispetta le regole, cresce i propri figli dentro la società italiana e vuole davvero farne parte deve avere la possibilità di costruirsi dignitosamente il proprio futuro.

Ma proprio per rispetto verso queste persone, smettiamola di mettere nello stesso calderone integrazione riuscita e immigrazione senza regole.

E smettiamola soprattutto con questa stucchevole parola: “arricchimento”.

Anonimo ha detto...

Segue
Perché c'è poi un altro “arricchimento” del quale si parla molto meno.
Quello di chi ha scoperto nell'immigrazione una riserva praticamente inesauribile di manodopera a basso costo.
Quello di chi può pagare meno perché, se un lavoratore italiano non accetta determinate condizioni, qualcun altro disperato le accetterà.
E alla fine chi presenta il conto?
Il lavoratore – italiano o straniero – che vede diminuire il valore del proprio lavoro.

Questa non è integrazione.
È sfruttamento travestito da solidarietà.

Quindi sì: accogliamo chi può essere accolto, integriamo chi vuole integrarsi, rispetta questo Paese e pretende da se stesso prima ancora che dagli altri.

Ma non chiedetemi più di applaudire per principio.

Non chiedetemi di chiamare “ricchezza” qualsiasi fenomeno migratorio semplicemente perché pronunciare la parola immigrazione con un aggettivo negativo è diventato sconveniente.

E soprattutto non spiegatemi che porre regole, pretendere la conoscenza della lingua o chiedere integrazione significhi automaticamente essere contro gli stranieri.

Significa essere a favore di una società che abbia ancora il diritto di stabilire le condizioni della propria convivenza.

A 63 anni almeno un lusso voglio concedermelo:

non fingere più di credere alle favole per sembrare una brava persona.