lunedì 25 gennaio 2016

I colori della liturgia: oggettività o soggettività?

Nei numerosi dibattiti e diatribe sulla riforma liturgica postconciliare vi è un aspetto che, a mia conoscenza, è stato pressoché ignorato. Esso riguarda i colori liturgici del Rito Romano. Le mie riflessioni sul loro significato, in particolare riguardo il nero e il violaceo, nascono agli albori della mia frequentazione del Rito Antico. Mi chiesi "Perché nel corso della Liturgia del Venerdì Santo si richiede l’uso del nero e poi alla Comunione della stessa si usa il violaceo? Che bisogno c'è di cambiare colore? È solo gusto di complicare?” Mi risposi che non era possibile: tutto nella liturgia ha preciso un significato..."

Sembrerebbe che nel post-concilio l’aspetto dei colori sia stato tralasciato e sia rimasto pressoché immutato. Nel parossistico impeto sovrasemplificativo della riforma, il solo intervento a riguardo fu proprio sul nero, rendendolo facoltativo per le celebrazioni dei morti, dei funerali e del Venerdì Santo. Tuttavia, come mi disse un amico prete, “Nella Chiesa, quando una cosa è permessa, diventa obbligatoria”: il rendere facoltativo l’uso di tale colore ha nei fatti decretato la scomparsa del colore liturgico nero.

Nella Riforma liturgica, con che cosa il colore nero è stato sostituito? Il Messale di Paolo VI permette di usare, in tutte le occasioni che competevano al nero, il colore violaceo. Tale scelta è veramente dettata solo da una semplificazione? Rammentiamo che nella Liturgia NULLA è a caso, ogni particolare ha un suo significato ben preciso. Chiediamoci, dunque, che significato hanno i colori liturgici?

Nella liturgia tradizionale essi sono legati esclusivamente al tempo liturgico, cioè alla festa che si celebra, all’Evento della Salvezza o al Santo di cui si fa memoria. Detto molto sinteticamente, è per questo che abbiamo il colore rosso per le feste dei martiri che versarono il sangue per Cristo. Abbiamo il bianco per le feste mariane, gli eventi fondamentali in cui si è rivelata la potenza di Dio (Natale, Pasqua, ecc.), i Santi non martiri; è dunque in questo colore, somma di tutti i colori, che si esprime la chiarezza, la purezza, la solennità di ciò che appartiene al mondo del Paradiso. Abbiamo infine il verde, che è il colore della speranza, della primavera, della vita che si sostiene su questa terra, che accompagna le domeniche dopo la grande Festa di Pentecoste, in cui le Letture della Messa si soffermano in particolar modo sulla vita e gli insegnamenti di Gesù, sola via per condurre una vita feconda e proiettata alla santità in questo mondo.

Veniamo dunque ai colori toccati dalla riforma. Nella Liturgia Tradizionale il violaceo è il colore della penitenza, associato ai periodi penitenziali (Avvento e Quaresima in primis) così come al Sacramento della Confessione. E poi v’è il nero, colore della morte e del lutto, in quanto, propriamente, assenza di colore. In breve, violaceo è penitenza, nero è lutto.

Questi colori descrivono realtà OGGETTIVE. Che un santo sia morto martire è oggettivo, e per questo la sua festa avrà colore liturgico rosso. Che la Madonna sia Santa in Paradiso è oggettivo, e per questo avrà il bianco. Che si è in un periodo, in un tempo di penitenza è oggettivo, risponde alla realtà dei fatti, e il colore liturgico descriverà esattamente questo. Ora domando: quale fondamento, al di là della semplificazione, ha l’intercambiabilità tra violaceo e nero? Perché si è deciso di sostituire il nero, colore del lutto e della morte, con il violaceo e non, poniamo, con il rosso o il bianco?

Di nuovo, quale significato avrebbero in comune nero e violaceo? La risposta a questa domanda svela un aspetto tanto peculiare quanto preoccupante della riforma liturgica.

Cristianamente parlando la penitenza (violaceo) e il lutto (nero) tra loro non hanno rapporto. Sono due stati propri non del soggetto, ma della realtà, del tempo storico: si è in penitenza quando è tempo di penitenza; si è in lutto quando è morto qualcuno. Penitenza e lutto sono circostanze, per così dire, storiche, appartenenti al tempo oggettivo. Perché, dunque, unire queste due circostanze così diverse sotto il medesimo colore liturgico? Alcuni potrebbero affermare che essi hanno in comune l’essere colori scuri. Se fosse vero, ciò significherebbe che si è compiuta una scelta sulla liturgia in maniera del tutto indipendente dal significato, cosa in sé già molto grave. Tuttavia l’affermazione non è vera: il colore liturgico della penitenza non è viola, ma violaceo, che in molti paramenti esso non ha tonalità particolarmente scura -talvolta sfiora addirittura il fucsia- e, anzi, alcune tonalità di rosso o di verde possono essere più scure del violaceo. Torno perciò alla precedente domanda: quale significato ha l’accorpamento del nero (lutto) nel violaceo (penitenza)?

La sola risposta è che, per il superficiale sentire comune, penitenza e lutto sono generalmente associate a un senso di tristezza. La tristezza è il solo aspetto che, nella maggior parte degli uomini, accomuna il lutto e la penitenza. Attenzione, però, la tristezza è un parametro del tutto soggettivo. Per un cristiano dalla fede profonda, per un santo, non è assolutamente detto che un lutto lo renda triste: se, per esempio, la persona mancata ha avuto una buona e santa vita, conclusasi con una buona e santa morte cristiana, la tristezza della perdita può essere del tutto soverchiata dalla gioia e dalla ragionevole certezza del paradiso. Cristiamente parlando il lutto non è, quindi, necessariamente associato alla tristezza. Similmente, la penitenza: vi furono molti santi che si sottoposero a grandi penitenze e digiuni con profonda gioia, sperimentandovi una maggior vicinanza a Cristo e uno sconto dei peccati propri e del mondo. Questa visione, tuttavia, non vale per la sensibilità di questo mondo, laddove il mancare di una persona cara (lutto) o la privazione volontaria di un piacere (penitenza) sono cose che non hanno motivo razionale, non hanno uno scopo, e perciò non possono che produrre un sentimento di tristezza.

Nell’assorbire il colore liturgico nero entro il violaceo, dunque, si è compiuta una traslazione da un significato OGGETTIVO (il tempo, le circostanze) a uno SOGGETTIVO (il sentimento) e, per di più, si è stati influenzati da un sentire prevalente di natura certamente non cristiana! Trovo che questo aspetto sia molto grave, e sia indicativo della direzione che ha preso nei decenni seguenti, fino ad arrivare a oggi, la Chiesa, in cui moltissime volte la Fede, e la Liturgia di cui è l’espressione più chiara e oggettiva, si è ridotta a un “sentire”, a un sentimentalismo, anziché essere l’adesione razionale e appassionata a delle Verità Oggettive, con tutto il contorno di celebranti “creativi” che, in base al proprio sentimento del momento, modifica la Messa che sta celebrando “come si sente”.

Di contro, l’attenzione estrema all’oggettività è la caratteristica specifica della Messa Tradizionale, a cominciare dall’uso di una lingua “standard”, che nessuno può voltare secondo il proprio sentire. La cura per l’oggettività della Liturgia Tradizionale arriva a un punto estremo e sublime nell’uso dei colori per la Liturgia del Venerdì Santo. Le rubriche prescrivono infatti il colore nero, ma richiedono che alla Comunione l’Eucaristia (presantificata) sia distribuita vestendo i paramenti violacei. Ho notato che questo cambio è spesso trascurato anche da chi celebra la Messa Antica con molta cura. Ma per quale motivo la Chiesa prescrisse l’uso di due colori diversi in due momenti diversi della medesima celebrazione? La risposta è ancora nell’oggettività del momento che il colore indica. Quando si ripercorre la Passione e la Morte di Gesù si ripercorre la memoria di un lutto, e per questo si usa il nero. Tuttavia il Gesù Eucaristico che si va ad amministrare non è morto, ma è vivo! Per questo un fedele che va a ricevere la Comunione non può incontrare un Sacerdote che, nel suo vestire, esprima la Morte di Gesù: egli in quel momento incontra, riceve, un Gesù oggettivamente vivo! Ed è questa oggettiva fede che la sostituzione del nero con il violaceo esprime.

In definitiva, in questo aspetto apparentemente minuscolo della Liturgia si ritrova una specifica visione dell’Essere, del mondo, della Salvezza. Proprio in questo particolare si svela la potenza della Liturgia Tradizionale nell’affermare la certezza e l’oggettività dell’azione di Dio e, tristemente, la sua lontantanza dalla mentalità, anche ecclesiastica, moderna.

Anche in questo aspetto c’è da auspicare, perciò, un recupero di tutti gli antichi colori liturgici nel loro specifico significato oggettivo, come antidoto “visivo” al molle soggettivismo sentimentaloide che attualmente impera nella Chiesa. 
Jacopo Parravicini

16 commenti:

Anonimo ha detto...

OT mi giunge un comunicato della santa sede che afferma che il vdr in data 31/11/2016 sarà in Svezia per commemorare la riforma luterana, cerimonia ecumenica transliturgica. no comment. Anonymous.

mic ha detto...

Mi hanno taggata su FB a questa notizia ed ho così commentato:
Lui penserà che la Riforma sia da 'commemorare'; ma questo è un controsenso, cattolicamente parlando. Vuole anticipare il 2017...
Vi inserisco l'indice dei nostri articoli sull'argomento
http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2015/11/indice-di-alcune-delle-nostre.html

Marco P. ha detto...

Interessante articolo.
Aggiungo che nei tempi penitenziali principali (Avvento e Quaresima), la Chiesa ci fa comunque intravedere la fine del cammino di penitenza con il colore rosa della Domeniche "Gaudete" (III di Avvento) e "Laetare" (IV di Quaresima) (Liturgia tradizionale)

Inoltre il cambio di colore c'è in altre occasioni, su tutte il Battesimo (Liturgia tradizionale) quando il catecumeno è accolto dal Sacerdote che indossa la stola violacea per i riti iniziali (domande iniziali, esorcismi etc) e solo successivamente al battistero indossa la stola bianca, a significare il passaggio oggettivo dalla morte alla vita, infatti il Battesimo (come la Confessione) è Sacramento dei morti (nel senso di morti a causa del peccato: originale in un caso ed attuale nell'altro).

Tutto nella Liturgia ha un senso specifico ed oggettivo e va a colpire con aspetti sensibili i cinque sensi per orientare il fedele verso il mistero che si celebra e predisporre il suo spirito a penetrarvi quanto più profondamente quanto più questi si apre alla Grazia.

Latinista ha detto...

Lettura alternativa (e si direbbe, almeno da profani, meno impressionistica):

http://www.radiospada.org/2015/03/breve-storia-dei-colori-liturgici/

Anonimo ha detto...

Chiedo venia è 31/10, ma non avevo colto la sottigliezza, per conclamata mancanza di cervello, nel 1517 Lutero non era più cattolico, nel 1516 sì, parola del card.Koch lui medesimo in persona, a 'sto punto getto la spugna, spero almeno chiedano scusa e perdono , tutti, in ginocchio, ai milioni di morti che questa protesta ha procurato da ambo le parti e che non sia stato vano il loro sacrificio o dicano una volta per tutte che sono solo menzogne, abbiamo mentito per 2000 anni, ora tutto è nuovo, siamo liberi di credere o meno, ma la piantino con 'sto santo padre, non lo è, né si sforza di apparire tale, chiamiamolo vescovo bianco e speriamo passi in fretta questo incubo. Anonymous.

Anonimo ha detto...

"Penitenza e lutto sono circostanze, per così dire, storiche, appartenenti al tempo oggettivo."

Sono d'accordo. Però mi chiedo: come mai per il tempo del lutto si è scelto proprio il colore "nero"? In questo caso il nero non vuole rappresentare un simbolo di "mestizia" ? Che è (anche) un "sentimento" ... Credo che "gioire" troppo in queste circostanze porti un po' lontano da ciò che la nostra fede ci insegna. Un motivo su tutti è che non conosciamo con certezza la sorte di chi ci ha "lasciato". Oltre al fatto che per noi cristiani la vita terrena non costituisce per se stessa una "disgrazia".
Diversamente, ad esempio, dalla religione indù la quale vede in questo passaggio una liberazione dalle "catene" e dai "fardelli" terreni. Usa infatti, in questo caso, il colore "bianco".

"... si è compiuta una traslazione da un significato OGGETTIVO (il tempo, le circostanze) a uno SOGGETTIVO (il sentimento) ..."

E' vero, non dimentichiamo però il fatto di appartenere ad una religione "incarnata" ... fatto che la fede della Chiesa Cattolica non ha mai "trascurato".

don gianluigi ha detto...

Articolo interessante che mostra come tutto nella liturgia ha un senso profondo, che va al di là della praticità concreta o della moda. Tuttavia devo avanzare una perplessità sulla motivazione del cambio colore al venerdì santo. È una novità della pasticciata riforma della settimana santa del 1955. Prima il celebrante non cambiava colore, iniziava la celebrazione in Parasceve in nero, compresa la pianeta, che toglieva per l'adorazione della croce e poi rimetteva fino alla conclusione, anche durante la comunione che riceveva solo lui. Che poi si possa distribuire la Comunione con i paramenti neri è sempre stato ed è ancora oggi possibile, nelle messe esequiali.

Anonimo ha detto...

Già la data scelta è indicativa, per la nuova chiesa degli "scherzetti" , infatti il giorno 31 ottobre, festa delle zucche completamente svuotate, dice proprio da chi è illuminata e dove vuole arrivare. San Paolo e San Pietro, San Giuseppe, protettore della Chiesa, pregate per noi che non venga mai meno la nostra fede in Cisto Gesù, nonostante la Chiesa visibile sia sempre più inclinata e sul punto di essere capovolta. Soccorreteci e salvateci da questi uomini votati al Male, noi siamo consacrati al Cuore Immacolato di Maria e attendiamo il suo trionfo!

don gianluigi ha detto...

Un rilievo necessario per spiegare che il nero è sì il colore del lutto, ma non per questo chiuso in una prospettiva di morte. Infatti i paramenti neri non sono totalmente neri, ma hanno contorni e decorazioni bianche o dorate, ad indicare che la morte, per noi cristiani, non è l'ultima parola, ma è segnata dalla speranza della luce di Cristo.

A grandi passi..... ha detto...



http://gloria.tv/media/NVRYu3hmA9U

Papa Francesco sarà in Svezia il prossimo 31 ottobre: prenderà parte ad una cerimonia congiunta in programma a Lund fra la Chiesa Cattolica e la Federazione Luterana Mondiale, per commemorare il 500.mo anniversario della Riforma, che cade nel 2017.

http://en.radiovaticana.va/news/2016/01/25/pope_to_travel_to_sweden_for_joint_reformation_commemoration/1203462

Anonimo ha detto...

Mi sembra che l'articolo sia piuttosto dilettantesco e superficiale sul piano storico. Se si consulta l'opera del Righetti in IV volumi "Storia della Liturgia", o il "Liber Sacramentorum" del Card. Schuster, si vedrà che in antico a Roma si usava il nero in Quaresima. Nero o viola scuro erano successivamente intercambiabili. Il viola attuale è molto più chiaro. Il rosso antico, come si vede anche da affreschi e mosaici, era viceversa un porpora violaceo. Nella settimana santa poi, come ancora a Milano per il Corpus Domini, e a Roma fino al Concilio di Trento, il colore era Rosso, Giovedì santo compreso. E' stato il rito gallicano ad influenzare il romano con enormi complicazioni: nero e viola il venerdì santo e addirittura un giro di balletto bianco, viola e ancora bianco nella veglia pasquale, per non parlare delle superfetazioni eucologiche di una prolissità asfissiante. Con tutto il rispetto che si vuole avere del Vetus Ordo, cerchiamo di non canonizzarne anche gli aspetti decadenti, posteriori e secondari. Anche qui ci vuole discernimento. Se il Novus Ordo è uno scempio, ciò non significa che il Vetus sia perfetto e non richieda qualche ritocco almeno rubricistico. Oggi le circostanze sono avverse, ma in futuro, ristabilita la certezza dell'ortodossia, sarebbe doveroso e intelligente.

Anonimo ha detto...

Fuori tema
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/musei-capitolini-statue-nudo-coperte-visita-presidente-rohan-1216895.html

Prima o poi metteranno in magazzino anche le "Madonne del latte" di tutti i musei! E Renzi che aspetta a far rimuovere la copia del David a Firenze?

don gianluigi ha detto...

Mi pare approssimativo anche l'intervento dell'anonimo del 26/1 ore 1.52, perché pecca di pressapochismo, dicendo in antico. Che significa in antico? Nel V sec. o nel XV? Nel primo caso pecca di archeologismo liturgico. Come afferma l'enciclica Mediator Dei di Pio XII non si può riformare un elemento della liturgia saltando 10-11 secoli di tradizione. Se il messale di s. Pio V ha codificato il messale romano precedente, emendandolo delle parti improprie, è segno che i colori liturgici erano perfettamente conformi alla teologia cattolica e sono quelli che ritroviamo alla vigilia del conc. vat.II. Ora in questo senso il nero e il viola nel rito romano oggi (meglio fino al 1969) hanno due significati distinti, legato uno alla penitenza e l'altro alla morte. Rimettere in discussione questo, significa azzerare anche la riflessione che si è sviluppata nei secoli. È pur vero che a livello simbolico tutto è possibile, tant'è vero che gli ambrosiani usano il rosso per l'Eucaristia e il morello in avvento che noi romani non abbiamo, ma proprio perché siamo eredi di una tradizione che ha i suoi simboli, la dobbiamo rispettare e conoscere senza acrobazie per saltare indietro a un tempo che è difficile da ricostruire e da comprendere.

Flavio B. ha detto...

e' semplice..solo da vivo puoi fare penitenza..e quindi e' giusto il viola..la morte e' lutto..quindi nero!

Juan Carlos Sanchez Calas ha detto...

Gracias Jacobo por tu enseñanza sobre los colores y tiempo liturgico. Me hizo mucho sentido la relacion entre color y evento objetivo. Un saludo fraterno desde Chile (sudamerica)

Luisa ha detto...

Ricordo:

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2007/documents/hf_ben-xvi_hom_20070405_messa-crismale.html