martedì 19 gennaio 2016

La crisi della Chiesa, la vera battaglia e la sacra liturgia

Bello cogliere da oltreoceano, nell'interessante Editoriale di Rorate Caeli: “A Ross Douthat, come correzione fraterna” di don Richard Cipolla pubblicato di seguito, non solo il nostro stesso sentire, ma anche la conferma a nostre reiterate affermazioni. Meno convincente, tuttavia, il 'peana' finale.
Vedi, nel blog la Lettera di Douthat alle Accademie cattoliche [nostra traduzione italiana] : una precedente reazione ad un'altro articolo critico Il complotto per cambiare il cattolicesimo [pubblicato nella traduzione italiana qui].
Non posso qui non ribadire le preoccupate perplessità sui cosiddetti 'conservatori del concilio', come potremmo definire anche alcune figure di riferimento della gerarchia ecclesiale. Esse si sono levate focalizzando il discorso sui noti temi caldi del sinodo, sottolineando che non si può sganciare la morale dalla verità dalla quale la morale scaturisce e affermando che la pastorale non può essere sganciata dalla dottrina; ma ignorano completamente le distorsioni innescate dai punti controversi del Concilio. Non saprei dire se per prudenza e conseguente attendismo strategico – vista l’aria che tira – o per assuefazione da mitridatizzazione.
E quindi c’è da chiedersi se e quando potranno venire al pettine i nodi generati proprio da quei semi di trasformazione subdolamente indotta in chiave di una 'continuità' dichiarata ma in termini sofisti: i punti controversi di alcuni documenti conciliari oggi ben individuati, sui quali tuttavia è di fatto preclusa ogni discussione e rifiutato il confronto. Ne parlavo ampiamente qui.

La crisi della Chiesa, la vera battaglia e la sacra liturgia 
A Ross Douthat, come correzione fraterna
di Frà Richard G. Cipolla, Dottore in filosofia

È sicuramente vero, come è stato osservato su Rorate Caeli, che l’Erasmus Lecture scritta per First Things da Ross Douthat [qui] ha provocato un certo sommovimento nei circoli tradizionalisti cattolici. Anche l’articolo di Monsignor Pope che lamentava il mancato aumento di partecipanti alla Messa Tradizionale nella Chiesa ha attratto la loro attenzione, ma non possedeva la stessa profondità e la stessa enfasi sulla drammaticità della situazione della lezione di Douthat. Molti di noi hanno avuto l’opportunità di ammirare i suoi editoriali sul New York Times e si sono chiesti spesso come abbia potuto ottenere il suo posto nel bel mezzo dell’establishment ultraprogressista di quel periodico. La sua scaramuccia con i teologi cattolici (mi sono trattenuto dal mettere la parola teologi tra virgolette per essere più obiettivo, nonostante io sia convinto che non possano più esistere teologi cattolici, poiché un teologo cattolico deve trovarsi immerso nella Tradizione, cosa che oggi sembra non succedere più) è un esempio dell’autentico ruolo dei laici nella Chiesa incoraggiato dal Concilio Vaticano II.

Douthat rileva una serie di questioni importanti che non sono immediatamente visibili nemmeno ai cattolici comuni o ai sacerdoti, in particolar modo ai vescovi: il sequestro del Concilio Vaticano II da parte di un forte gruppo di vescovi e di teologi impegnati nella ridefinizione della Tradizione che consentirebbe il conformarsi allo spirito dei tempi – quello degli anni ’60 e ’70; il fallimento del tentativo di Papa Giovanni Paolo II – nonostante i suoi eroici sforzi – di raddrizzare il cammino della Chiesa, diretto oggi da quanti sono innamorati dallo Zeitgeist della fine del XX secolo; il fallimento del tentativo – operato dal pontificato di Benedetto XVI – non solo di frenare la spinta impetuosa ad abbracciare il secolarismo, ma anche di “togliere la sporcizia dalle stalle”; le terribili e durature ripercussioni degli scandali relativi agli abusi sessuali sulla fede della gente e sull’atteggiamento del mondo nei confronti della Chiesa. Tutto questo Douthat lo comprende chiaramente, così com’è anche in grado di notare che il problema più grande per la Chiesa – il più grande perché è la causa del suo continuo scivolare verso un tiepido e flaccido anglicanesimo – è la papolatria, l’iperpapalismo, ossia – in qualsiasi modo la si voglia definire – un’adulazione della figura del papa che non ha precedenti nella storia Chiesa, e il presupposto secondo cui il potere del papa non avrebbe limiti, frontiere, in modo tale che i suoi pronunciamenti possano cambiare la dottrina a volontà, ovviamente dietro la maschera di uno sviluppo controllato dallo Spirito Santo. Un pontefice come Pio IX non occultava a nessuno di tenere in alta considerazione il suo potere di papa. Eppure, come ho già scritto prima di oggi, persino lui sarebbe rimasto esterrefatto – e forse sarebbe addirittura arrossito – se fosse stato testimone del potere che i papi dell’ultima parte del XX secolo si sono attribuiti, compreso quello di sopprimere il Rito Tradizionale Romano e di imporre a tutta la Chiesa un Novus Ordo della messa.

Anche se il Beato John Henry Newman assentì completamente alla definizione dell’infallibilità papale sancita dal Concilio Vaticano I, la sua forte perplessità sull’opportunità di definire la dottrina fu lungimirante.

Douthat identifica chiaramente il terribile errore di quanti definisce “cattolici conservatori” – un termine che è in se stesso poco azzeccato – nell’appellarsi costantemente a documenti ufficiali per difendere una comprensione tradizionale della fede cattolica. Questo appello ai documenti ufficiali della Chiesa è il frutto di una razionalizzazione del cattolicesimo che è cominciata senza dubbio col pur grandissimo Concilio di Trento, e che non ha mai cessato di esistere. L’ambiguità deliberata dei documenti del Vaticano II è stata utilizzata in modo molto astuto – secondo i parametri del mondo – da quanti hanno voluto muovere la Chiesa verso una direzione non tradizionale. Anche il tanto pubblicizzato Catechismo della Fede Cattolica non ha potuto nulla contro il passo dell’oca hegeliano diretto verso il trionfo del mero individualismo e l’inevitabilità di un’apoteosi della storia come autorealizzazione.

Douthat è arrivato alla conclusione che Papa Francesco – anche se il suo pensiero è radicato nella morale cristiana e nell’amore del prossimo, che è il corollario necessario dell’amore di Dio – stia cercando di condurre la Chiesa a un punto in cui essa potrebbe alla fine negare l’essenza del cattolicesimo, almeno così come dovrebbe essere vissuto. Quando Papa Francesco venne eletto, scrissi un pezzo per Rorate Caeli in cui lo descrivevo come il papa più adatto ai nostri tempi. Dichiarai che per lungo tempo saremmo stati testimoni di un “ritorno al futuro”. Papa Bergoglio incarna tutto ciò che i gesuiti degli anni ’60 erano e sono ancóra. E io dissi che era necessario ripercorrere quell’epoca, stavolta non a livello di società secolare, ma a livello ecclesiastico. Ciò non intende mettere in cattiva luce Papa Francesco: prego per lui tutti i giorni recitando il Rosario, e lo faccio con sincera devozione al suo ruolo nella Chiesa, che gli viene da Dio. E continuerò a farlo. Ma non soccomberò all’ondata di iperpapalismo che ha avuto effetti così negativi sulla Chiesa degli ultimi cinquant’anni come minimo, a quella papolatria che rifiuta di volgere lo sguardo alla storia della Chiesa e di fermarsi un attimo a valutare con una certa obiettività gli uomini che hanno occupato recentemente il Soglio di Pietro.

* * *
Se potessi conversare con Ross Douthat, gli direi quanto segue.

In primo luogo: nella Sua analisi della situazione della Chiesa, Lei utilizza i termini ‘conservatore’ e ‘progressista’ in un modo assolutamente erroneo, che non può far altro che favorire l’ulteriore avanzata della marcia verso la trasformazione del cattolicesimo in qualcosa di sciocco e vago un po’ come l’anglicanesimo contemporaneo, nel quale la Scrittura, la Tradizione e lo stesso Cristo non rappresentano più un freno al proclamare l’oscurità del mondo la vera luce. Il fondamento stesso dell’anglicanesimo risiede in una rottura egocentrica con la Chiesa di un re lascivo – come Newman era stato in grado di vedere – che ha provocato la sua dissoluzione e la sua apostasia: esso si allontana sempre di più dal suo centro, perché non ha un centro. L’anglo-cattolicesimo come forza interna all’anglicanesimo finalizzata a infondere in esso una comprensione cattolica della fede cristiana è defunto perché, anche se veniva proposto da uomini e donne di fede davvero eccezionali, si è involuto in un’imitazione, sì, del cattolicesimo, ma di cattivo gusto: esso è stato distrutto da uno sterile estetismo e da un clero in cui l’omosessualità era un elemento sin troppo comune. A differenza di Pusey, di Keble e dei loro seguaci, Newman fu capace di comprendere che il cattolicesimo può esistere solamente all’interno della Chiesa Cattolica.

Quel che si sta verificando oggi nella Chiesa non è una battaglia tra progressisti e conservatori. Questi sono termini politici che hanno cambiato significato sin troppe volte durante gli ultimi due secoli. La battaglia è tra la Tradizione cattolica (che include il primato della Scrittura e la sua forza vincolante) e l’egocentrismo e l’oscurità del mondo, sotto le mentite spoglie del sentimentalismo del volemose bene. Questa battaglia è quella di cui parla la Prima Epistola di Giovanni, ed è la stessa battaglia che si sta combattendo da duemila anni.

Ma soprattutto, Signor Douthat, Lei non comprende che il problema più grave della situazione della Chiesa di oggi è la distruzione della sua vita liturgica. Questa è una cecità che Lei condivide coi Neocons, che sono stati incapaci per anni di rendersene conto e che si rifiutano di riconoscere questa realtà perché sono incapaci anche solo di prendere in considerazione il fatto che la Chiesa possa commettere gravi errori nonostante la sua infallibilità. L’atteggiamento favorevole – tanto da ricordare l’ingenuità di Pangloss – nei confronti degli sviluppi del Vaticano II nella liturgia non solo è un affronto al senso della realtà, ma ha anche contribuito al drammatico declino (mai ammesso dai vescovi) della frequentazione della messa, spintosi a tal punto che oggi la percentuale di cattolici che vanno regolarmente a messa la domenica è inferiore al 25%. Qualsiasi persona ragionevole si siederebbe a un tavolo per cercare di capire come si è arrivati a questo punto o almeno per arrivare alla conclusione che sono state prese delle decisioni sbagliate nella redazione della Sacrosantum Concilium da parte del Consiglio incaricato del rinnovamento liturgico. È un fatto notevole che Papa Paolo VI abbia pensato di avere il diritto di cambiare la liturgia della messa. Come ho affermato qui sopra, persino Pio IX non sarebbe riuscito ad attribuirselo. Poi, un bel giorno, arriva Benedetto XVI e dichiara che ciò che era sacro prima rimane sacro oggi e che la messa tradizionale romana non è mai stata soppressa. Oddio. Ma non è contraddittorio tutto questo?

Noi che amiamo la Tradizione della Chiesa Cattolica abbiamo gioito quando Benedetto ha emanato il Motu Proprio – Summorum Pontificum, che ha liberato la messa tradizionale dalla tirannia dell’establishment liturgico postconciliare. Ma Benedetto ha potuto far questo solo fingendo che esistessero due forme di un unico rito romano: quella ordinaria e quella straordinaria. Il significato di questa distinzione è quanto meno poco chiaro, e forse anche poco convincente. Il fatto è che egli non poteva affermare esplicitamente che l’imposizione della Novus Ordo alla Chiesa da parte di Paolo VI fosse sbagliata, perché bisogna continuare a far finta che i papi non possono fare errori seri. Di qui la farsa della decisione in base alla quale se un piccolo gruppo di fedeli di una parrocchia vuole la ‘vecchia messa’, deve rivolgersi al parroco e chiedergli di celebrarla nella loro parrocchia, e se il parroco si rifiuta (ma perché dovrebbe farlo?), deve rivolgersi al vescovo. Cosa significa tutto questo? La gran maggioranza dei vescovi osteggia la messa tradizionale, e quest’animosità si riscontra ancor di più tra i parroci e i responsabili dei seminari. Quelli che hanno raggiunto una certa età nutrono quello stesso desiderio di desacralizzare la liturgia – tutelato dalla prassi – che si è scatenato dopo il Concilio Vaticano II. Vede, Signor Douhat, quel che Lei vede verificarsi nella vita dottrinale della Chiesa è una conseguenza diretta dello sradicamento della vita liturgica della Chiesa dalle sue fondamenta basate sulla Tradizione cattolica. Questo non è conservatorismo, è fondazionalismo [vedi], vale a dire l’avere un fondamento nella Tradizione degli apostoli.

Ma non è il momento di stracciarsi le vesti, di prendere di mira il papa o di lanciare l’assalto a Fort Apache. No. Il Vangelo di domenica prossima, nella forma straordinaria, narrerà come sempre il primo miracolo di Cristo: la trasformazione dell’acqua in vino durante le nozze di Cana, come parte dell’Epifania del Signore. E, mirabile dictu, dato che ci troviamo nell’“anno C della forma ordinaria”, quanti frequenteranno la messa celebrata secondo quest’ultima forma ascolteranno lo stesso Vangelo.

È meraviglioso! Perché questo primo miracolo di Nostro Signore è un miracolo ispirato dalla pura generosità, non per guarire, per esorcizzare o per resuscitare qualcuno dai morti. Il Suo primo miracolo è stato compiuto per rendere felici delle persone durante una celebrazione di speranza e di amore: delle nozze. Quindi, alziamo tutti i nostri calici con allegria e in rendimento di grazie per aver ricevuto la grazia della fede cattolica. E sì, brindiamo anche per il papa, mantenendo però vigilante la nostra coscienza. Brindiamo anche gli uni per gli altri, chiunque noi siamo, brindiamo per questo caotico mondo in cui viviamo perché, che lo sappia o no, è stato redento da Gesù Cristo. E rendiamo grazie a Dio con un sorriso sulle labbra per averci concesso la grazia di conoscere la bellezza e la verità della fede cattolica.
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

25 commenti:

Angheran70 ha detto...

"La battaglia è tra la Tradizione cattolica (che include il primato della Scrittura e la sua forza vincolante) e l’egocentrismo e l’oscurità del mondo, sotto le mentite spoglie del sentimentalismo del volemose bene".


A parte che "primato della scrittura" potrebbe prestarsi a qualche ambiguità protestante , l'egocentrismo - o meglio l'autoreferenzialità - caratterizza anche l'ambito tradizionale con tendenza sedevacantista. A questo proposito (non) stupisce che un un libro recensito anche su Rorate Caeli venga completamente ignorato.

Perplesso? ha detto...

Ma il nostro buon Fra' Cipolla, in definitiva, cosa vuole? Dove vuole andare a parare? Cosa propone di concreto?
Piuttosto, perchè non si esprime sull'eresia (perchè tale è) della Prima Alleanza ancora in vigore? E Perché non si pronuncia PUBBLICAMENTE Mons. Schnaider?
Se io mi rivolgessi a Mons Schnaider, dicendogli :"Monsignore, ho saputo che c'è una ML cattolica (non "tradizionalista" in senso "stretto") che si è data, già da alcuni anni, come intenzione di preghiera,(ma anche come impegno apologetico) Non solo la conversione degli Ebrei, ma, in particolare, la conversione pubblica (e, va da se, sincera) di qualche celebre rappresentate del mondo ebraico. Posso scrivere, su tale ML che l'Eccellenza R.V., appoggia tale impegno e prega per esso? E posso rendere pubblica la vostra risposta"? Secondo voi, come mi risponderebbe? IDEM il nostro Fra' Cipolla.

hr ha detto...

http://intuajustitia.blogspot.it/2016/01/crisi-nella-chiesa-il-concilio-vaticano.html

mic ha detto...

Perplesso,
Intanto non è il 'nostro' fra Cipolla col quale siamo perfettamente in sintonia nell'analisi ma abbiamo espresso perplessità sulle conclusioni.
Evidentemente non ha letto il mio articolo di cui al link che ho inserito al termine della breve introduzione. E non ha tenuto conto neppure dei brevi ma chiari pensieri lì espressi.

mic ha detto...

Anche sulla conversione degli ebrei e sull'intera questione giudaica la invito a leggere i commenti sull'ultimo documento Vaticano del 10 dicembre e link collegati...

Anonimo ha detto...

Fra cipolla ...? L'anglicanesimo.Il re introdusse lo scisma introducendo persone sbagliate all'interno, uno scisma però. L'apostasia la fece il vescovo di Canterburry modificando la liturgia ecc. dall'interno...quante similitudini. Che orrore leggere certi articoli, io ho ragione tu hai torto...e tutti hanno torto.

mic ha detto...

"La Chiesa d’Occidente si è fatta un implacabile harakiri il giorno sciagurato in cui ha spostato gli altari come fossero tavoli da biliardo, buttato il latino che l’ha nutrita, che l’ha resa parlante, nella spazzatura, adottato traduzioni del testo sacro da far raccapricciare un asino, tirato giù i predicatori dai pergami per avvicinare di più la messa alla tavola rotonda, spento i turiboli, versato la scolorina sulla funzione sacerdotale.
[...]Non sopporto l’oltraggio liturgico, lo scherno di quel «E col tuo spirito» invece di «Et cum spiritu tuo» (dicendo spirito, il tuo spirito, in italiano si evoca l’ombra di un morto, lo spirito di Garibaldi, lo spirito di Anna Magnani), e l’autentica bestialità traduttoria del qui tollis dato come «Agnello di Dio che togli (come raccogliesse cicche) i peccati dal mondo».
[...]In compenso, quell’italiano da subparlanti è diffuso da potenti amplificatori e il neon rischiara le teste di devoti ai quali un simulacro di rito sacro è spacciato per «partecipazione».
Non riesco a rassegnarmi a questa perdita, a questo ingente contributo dell’Occidente cristiano all’avvilimento di tutti, alla solitudine di ciascuno.
Uscendo da quei luoghi profanati dall’insulsaggine, ripiglio fiato canticchiando un po’ il Dies irae, la più bella, la più attuale delle Internazionali."
(Guido Ceronetti, Cara incertezza)

Annarè ha detto...

Dal vangelo di domenica, vediamo il potere di Maria verso il Figlio. Maria è madre di Dio e come madre che non si è risparmiata in nulla, viene sempre esaudita dal Figlio. Questa è la nostrta potente arma, pregare Maria, affidarci a lei. Nel 2017 ci sarà l'anno di Fatima, chissà che le nostre preghiere, le nostre sofferenze, le nostre fatiche non trovino risposta proprio in quel anno.

Marco P. ha detto...

Sono un po' "perplesso" anche io,
vuoi per il passaggio sottolineato da Angheran (...la Tradizione cattolica (che include il primato della Scrittura e la sua forza vincolante):
infatti Tradizione e Scrittura sono le due fonti della Rivelazione mentre da quanto scrive il fra' Cipolla sembra che la Scrittura sia preminente sulla prima. In effetti invece è vero che prima della Scrittura ci fu la trasmissione orale (Traditio).
vuoi anche per i dubbi che solleva circa l'opportunità di definire la dottrina sull'infallibilità, riportando così le lancette dell'orologio indietro di un secolo e mezzo alla diatriba tra fallibilisti e contrari, sed Roma locuta est.
Vuoi anche per la chiosa "... brindiamo per questo caotico mondo in cui viviamo perché, che lo sappia o no, è stato redento da Gesù Cristo", dove sembra di leggere che è il mondo caotico (e si sa chi è il seminatore del caos e del dis-ordine) ad essere stato redento, anche a sua insaputa, e non invece la natura umana e quindi potenzialmente tutti gli uomini (non prego per il mondo ma per coloro che mi hai dato perché sono tuoi, dice Gesù, ), ancorché non tutti poi si salvino (pro multis effundetur)

Il messaggio che lancia nella seconda parte, riassumibile nel tradizionale lex orandi lex credendi, si perde nella massa dell'articolo che presenta vari concetti affastellati ma poco organicamente interconnessi.

mic ha detto...

Anch'io, nell'introduzione, avevo espresso di non poter condividere le conclusioni. E, come nelle riflessioni qua su e in quelle richiamate nei link della stessa introduzione, il focus è in quel 'normalismo' che appartiene ai nuovi conservatori conciliari, che qualcosa in più conservano ma con le loro lacune (ciò di cui di tace alla fine viene cancellato) ed affermazioni apparentemente corrette che nascondono un discorso ambiguo, rischiano di trarre maggiormente in inganno.
Sono giorni che scrivo in fretta e dal cellulare, ma questo è l'essenziale. E si tratta di cose che abbiamo detto e ribadito ma non sembrano fra presa su chi dovrebbe conoscere e provvedere.
Il fenomeno, se non intervengono autorevoli e significative rettifiche, aumenterà lo iato tra tradizione e post-modernità....

mic ha detto...

Più che conservatori conciliari, dovrei dir meglio conciliaristi...

Rr ha detto...

Non so, forse l'ho letto in fretta, es in originale, forse sono più ignorante, ma io tutte 'ste perplessita' e critiche al testo di Padre Cipolla non le trovo giustificate. Anzi alcune mi sembrano persino un po' astiose.
Leggo spesso i suoi scritti pubblicati su Rorate Coeli, che mi sembrano sempre molto cattolici e poco conciliaristi, e mi auguro solitamente di sentire prima o poi prediche simili in chiesa. Ne ricordo uno, di articolo, sul significato del celibato e del matrimonio, molto profondo, molto istruttivo, direi edificante.
Ma stavolta evidentemente mi è sfuggito qualcosa,

Rr ha detto...

Ah,
quando si desidera rivolgersi a qualcuno, sprcie se e un Vescovo di S.Madre Chiesa, sarebbe bene saperne correttamente il nome: Monsignor Schneider, e non Schnaider. Personalmente trovo insopportabile che mi storpia il nome ed il cognome, mi mi sa di ignorante presuntuoso.
Rr

bedwere ha detto...

Piccola nota per il traduttore: Fr. vuole dire Father (Padre). Cipolla non e` un frate. Nei paesi di lingua inglese vengono chiamati "padri" anche i sacerdoti diocesani. Quindi e`
"Don Richard G. Cipolla"

Marco P. ha detto...

Spero RR non si riferisse al mio commento come di sapore un poco astioso, non era nella mia intenzione che era invece quella di evidenziare un parte di ciò che non mi convince nell'articolo.
Concordo pienamente sul fatto che l'azione dei normalisti/conservatori/conciliaristi (che lo vogliono essere però solo con riferimento al Vaticano II ovviamente ma non al Tridentino per esempio o al Fiorentino etc.) sia deleteria, in particolare nel momento attuale di estrema confusione, perché non aiuta a far chiarezza andando invece nella direzione esattamente opposta.

Rr ha detto...

Marco, non, non mi riferivo a Lei.
Sono andata a rileggermi l'originale, ed ancora non trovo giustificate le critiche, se non forse per il "primato", " primacy" della S. Scrittura, che comunque e' inclusa nella Tradzione. Ma forse P. Cipolla intende con S.Scittura anche tutto cio' che il Magistero ha prodotto e scritto( concilii, encicliche, bullae, motu proprio, ecc.).
Invece, per quanto riguarda il "mondo", nella tradzione si e' perso un" they", riferito agli uomini, a noi, che siamo stati salvtai dal Sacrificio di Nostro Signore. Il "they" precede la frase sul mondo, e almeno io ho interpretato il termine " world" come sinonimo di umanita', come il " they" precedente. Anche perche Cipolla solitamente, se vuole intendere il Mondo, il " saeculum", usa proprio questa parola.
Si potrebbe comunque contattarlo e chiedere delucidazioni.
Rr

Anonimo ha detto...

Uh, come siete sofistici, io ho letto l'originale e l'ho trovato ineccepibile, poi se si vuol cercare il pelo nell'uovo, io non sono teologo, a me fr. Cipolla, che sia prete o frate cambia poco, piace perché lo trovo un buon omileta e soprattutto molto cattolico, poi ognuno la pensi come vuole. Anonymous.P.S. Continuano a rimbalzare news sul 27 gennaio p.v. quando il vdr dovrebbe mettere piede nella grande moschea di Roma, la più grande d'Europa, leggo, sarà il primo papa in assoluto, sarà contento, nessuno come lui.

mic ha detto...

il "primato", " primacy" della S. Scrittura, che comunque e' inclusa nella Tradzione.

Copio e incollo dal mio libro "la Chiesa e la sua continuità..." - Cap. IV
[...]
La Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione, la Dei Verbum, nel II Cap. paragrafi 7-10 ha per oggetto La trasmissione della Rivelazione. Il paragrafo 9 sancisce le relazioni tra Scrittura e Tradizione, il 10 quelle tra Tradizione-Scrittura e Chiesa-Magistero. È proprio qui che avviene la confusione con l'espressione “coalescunt un unum”, riferita ai tre concetti: Scrittura, Tradizione e Magistero. E quindi Scrittura Tradizione e Magistero diventano un tutt’uno così “da non poter sussistere indipendentemente”.

Mons. Gherardini dimostra che la Dei Verbum accantona la dottrina definita dal Tridentino e dal Vaticano I sulle “due Fonti” della Rivelazione (Tradizione e Scrittura), per far confluire Tradizione e Magistero nella Scrittura. Infatti, soprattutto nel punto 10 « il precedente Magistero è spazzato via all’insegna d’una radicale tanto quanto insostenibile unificazione. Unificati sono i concetti di Scrittura, Tradizione e Magistero. […]. La “reductio ad unum” della Dei Verbum, pertanto, corregge se non proprio non cancella letteralmente il dettato del Tridentino e del Vaticano I».(1) E ciò perché la Tradizione si sarebbe travasata nella Scrittura, di cui il Magistero non sarebbe che una formulazione ed una comunicazione; e “quindi in ultima analisi una ritrasmissione, secondo la natura della Tradizione stessa”. Eppure fino al Vaticano II la teologia ha sostenuto la teoria nelle “due fonti” (Sacra Scrittura e Tradizione) e ne ha dedotto la distinzione della regula fidei in prossima e remota: il Magistero è la regola prossima della Fede, mentre Scrittura e Tradizione sono la regola remota. Infatti è il Magistero della Chiesa che interpreta la Rivelazione e ci obbliga a credere ciò che è contenuto in essa come oggetto di Fede, per la salvezza eterna.

mic ha detto...

Aggiungo, ora che ne ho il tempo, che non fa parte della Tradizione ciò che non esprime "eodem sensu eademque sententia" il Depositum Fidei che la Tradizione custodisce e trasmette. Tenendo conto che la Rivelazione Apostolica si è chiusa con la morte dell'ultimo Apostolo. E questo non significa ostinarsi a dire "si è sempre fatto così", ma riconoscere "quaecumque dixero vobis", che è la voce dello Spirito del Signore risorto che non cessa di risuonare nella Sua hiesa fino alla fine dei tempi.
Non sono solo parole. Lo testimoniano generazioni di Santi e di Padri nella fede. E ogni generazione se ne deve riappropriare facendo la volontà di Colui che si è incarnato è morto ed è risorto per noi.
E come potranno accoglierLo se non c'è chi Lo annuncia? E come potranno annunciarLo coloro che separano la Verità dalla prassi?

RR ha detto...

Anonymous, a parte concordare con te, as usual, ...ma il 27 GENNAIO, IL GIORNO DELLA MEMORIA ? quando TUTTO IL MONDO DEVE ESPIARE IL SACRIFICIO SOMMO ? e lui se ne va in moschea ? Ma dai !
RR

Anonimo ha detto...

RR qualcuno deve avergli detto qualcosa, stando alle ultime, data da destinarsi, ma certa la visita, forse aprile, chissà......però non avrà confronti coi precedenti vuoi mettere, numero 1....Anonymous.

Rr ha detto...

Anonymous,
Se un giorno divento papessa, sai quanti rospi dal gargarozzo e sassolini dalle scarpe mi levero' ? Vorro' essere prima ovunque, in casa, in ospedale, in ambulatorio...
Ma non si era detto: " beati gli ultimi perché di essi è il Regno dei cieli?". I cieli? No, l' etere televisivo, vuoi mettere lo scoop, tutti i principali mass media sintonizzati, "thefesttaimevva"...
Rr
PS: forse a furia di " etere" si sono bevuti completamemte il cervello.

Anonimo ha detto...

Se però non mi procuri un posto in prima fila il giorno dell'intronazione, giuro che ti cancello dalla lista degli amici più cari :D......demenza senile, potheads, o così dalla nascita? A te il responso, sei tu il medico. Anonymous.

Rr ha detto...

Anonymous,
tutti e tre.
Rr
PS: v. oggi, su protestanti e cattolici

Sulla Sacra Liturgia... ha detto...

Liturgia: no all'abilità manipolatoria.
Card. Joseph Ratzinger:
C’è bisogno come minimo di una nuova consapevolezza liturgica che sottragga spazio alla tendenza a operare sulla liturgia come se fosse un oggetto della nostra abilità manipolatoria. Siamo giunti al punto che dei gruppi liturgici imbastiscono da sé stessi la liturgia domenicale. Il risultato è certamente il frutto dell’inventiva di un pugno di persone abili e capaci.
Ma in questo modo viene meno il luogo in cui mi si fa incontro il totalmente Altro, in cui il sacro ci offre se stesso in dono; ciò in cui mi imbatto è solo l’abilità di un pugno di persone. E allora ci si accorge che non è quello che si sta cercando. È troppo poco, e insieme di qualcosa di diverso. La cosa più importante oggi è riacquistare il rispetto della liturgia e la consapevolezza della sua non manipolabilità. Reimparare a riconoscerla nel suo essere una creatura vivente che cresce e che ci è stata donata, per il cui tramite noi prendiamo parte alla liturgia celeste.
Rinunciare a cercare in essa la propria autorealizzazione, per vedervi invece un dono. Questa, credo, è la prima cosa: sconfiggere la tentazione di un fare dispotico, che concepisce la liturgia come oggetto di proprietà dell’uomo, e risvegliare il senso interiore del sacro. Il secondo passo consisterà nel valutare dove sono stati apportati tagli troppo drastici, per ripristinare in modo chiaro e organico le connessioni con la storia passata. Io stesso ho parlato in questo senso di “riforma della riforma”. Ma, a mio avviso, tutto ciò deve essere preceduto da un processo educativo che argini la tendenza a mortificare la liturgia con invenzioni personali.
Per una retta presa di coscienza in materia liturgica è importante che venga meno l’atteggiamento di sufficienza per la forma liturgica in vigore fino al 1970. Chi oggi sostiene la continuazione di questa liturgia o partecipa direttamente a celebrazioni di questa natura, viene messo all’indice; ogni tolleranza viene meno a questo riguardo. Nella storia non è mai accaduto niente di questo genere; così è l’intero passato della Chiesa a essere disprezzato. Come si può confidare nel suo presente se le cose stanno così? Non capisco nemmeno, a essere franco, perché tanta soggezione, da parte di molti confratelli vescovi, nei confronti di questa intolleranza, che pare essere un tributo obbligato allo spirito dei tempi, e che pare contrastare, senza un motivo comprensibile, il processo di necessaria riconciliazione all’interno della Chiesa.
Oggi il latino nella Messa ci pare quasi un peccato. Ma così ci si preclude anche la possibilità di comunicare tra parlanti di lingue diverse, che è così preziosa in territori misti. Ad Avignone, ad esempio, il parroco del Duomo mi ha raccontato che una domenica si sono improvvisamente presentati tre diversi gruppi, ognuno dei quali parlava una lingua diversa, e tutti e tre desiderosi di celebrare la Messa. Propose quindi di recitare il Canone tutti insieme in latino, così avrebbero potuto concelebrare tutti quanti. Ma tutti hanno respinto bruscamente questa proposta: no, ognuno doveva trovarci qualcosa di proprio. O pensiamo anche a località turistiche: dove sarebbe bello potersi riconoscere tutti in qualcosa di comune.
Dovremmo quindi tenere presente anche questo. Se nemmeno nelle grandi liturgie romane si può cantare il “Kyrie” o il “Sanctus”, se nessuno sa più nemmeno cosa significhi il “Gloria”, allora si è verificato un depauperamento culturale e il venire meno di elementi comuni. Da questo punto di vista direi che il servizio della parola dovrebbe essere tenuto in ogni caso nella lingua madre, ma ci dovrebbe anche essere una parte recitata in latino che garantisca la possibilità di ritrovarci in qualcosa che ci unisce.
(Joseph Ratzinger, da "Dio e il mondo")