domenica 9 ottobre 2016

Il cardinale Giuseppe Siri sul 'Progressimo'

Il Progressismo 
Cardinal Giuseppe Siri 
da «Rivista Diocesana Genovese» - gennaio 1975
«Viviamo in un’epoca in cui si ha paura persino delle parole! […]  Cova dappertutto, la paura, la timidezza, le compromissioni trovano seguaci, difensori, tutori dappertutto. […] Si ha vergogna di Dio». 
* * *
Viviamo nell’epoca delle «parole». Per vincere battaglie civili (e non solo queste) si coniano parole e detti icastici, riassuntivi (slogans). Per abbattere uomini si impiega qualche termine o classifica, che le circostanze suggeriscono atti allo scopo di demolire. Per anestetizzare cittadini e fedeli si coniano parole.
Ciò che stupisce è il fatto per il quale gli uomini, invece di lasciarsi abbattere da autentiche spade, si lascino abbattere da sole parole. Perciò i termini, gli slogans, le classifiche di moda vanno vagliati, capiti, eventualmente smascherati.
Comincio pertanto a pubblicare delle note chiarificatrici. Spero che il nostro clero vorrà leggersele bene, per evitare una sorte ingloriosa.
Cominciamo dal termine più in voga, usato come un fendente o come una protezione per il proprio operato: «progressismo».
Di tanta gente si dice che è o non è «progressista». Vediamoci chiaro e, se ci fosse da restituire un termine alla esatta funzione, non coartata, come è serena e dolce la nostra italica parlata, non bisogna ricusare quel merito.
Elenchiamo pertanto i casi più frequenti nei quali si usa il termine «progressista». Porgiamo uno specchio perché ognuno ci si guardi.   
1. Essere indipendenti dalla logica teologica 
Molte volte il «progressismo» significa questo, o, piuttosto quando ci si attribuisce una tale indipendenza, ci si gloria di essere «progressista». Vediamo dunque che vuol significare. Le conclusioni a poi.
Che è questo «disimpegno totale dalla logica teologica»?
Logica teologica è l’insieme di queste norme, applicando le quali si può documentatamente arrivare ad affermare come rivelata od anche come semplicemente certa una proposizione.
Queste norme, costituenti la logica teologica, in realtà si riducono (parliamo, si badi bene, della «logica», non della Rivelazione) ad un principio: il magistero infallibile della Chiesa. Infatti è al magistero infallibile della Chiesa, sia solenne, sia ordinario, che è affidata la certa autentica interpretazione sia della Scrittura che della divina tradizione. Ed è logico. Infatti, se Dio avesse consegnato agli uomini una quantità di rotoli scritti o di nastri magnetici per far udire la viva parola e si fosse fermato lì, ad un certo punto niente avrebbe funzionato, si sarebbe trovato modo di far dire alla divina Parola tutto quello che si vuole, il contrario di quel che si vuole, il contraddittorio di quel che si vuole e non si vuole, all’infinito. La verità salvifica non avrebbe potuto funzionare tra gli uomini. Le prove? Le abbiamo sotto gli occhi e ci appelliamo solo a due.
La prima è che con una natura immensamente nitida, la storia umana ha avuto in continuazione filosofie torbide, il contrario, il contraddittorio di esse. La dimostrazione di quello che sa fare l’uomo nel suo pensiero, lasciato a se stesso ed agli stimoli del proprio io o delle proprie tenebre, la dà la storia della filosofia ed ancor meglio la filosofia della storia della filosofia.
La seconda sta nella sedicente larga produzione teologica d’oggi, dove proprio per l’oblio della logica si afferma il contrario di tutto, non esclusa la morte di Dio.
Il disegno divino nella istituzione del Magistero, al quale è collegato tutto quanto sta nell’opera della salvezza, si leva chiaro e necessario dal turbinio delle sfrenate cose umane.
Quello che oggi accade è la dimostrazione ab absurdo della verità e necessità del magistero ecclesiastico!
Il magistero ecclesiastico canonizza altri strumenti che diventano così «mezzi» per raggiungere nella certezza la verità teologica. Essi sono: i Padri, i Dottori, i Teologi, la Liturgia... purché siano consenzienti ed abbiano avuto la approvazione esplicita o implicita della Chiesa. Tale approvazione rende acquisita al Magistero stesso la verità espressa da altre fonti. Nessun Teologo, nessuna schiera di Teologi o Dottori, senza questa approvazione sicura del Magistero, conta qualcosa nella affermazione teologica. Tutt’al più, se risponderà alle ordinarie regole di un metodo scientifico, potrà condurre a formulare una ipotesi di lavoro. Col che il campo resta spazzato.
Quelli che abbiamo chiamati «mezzi» di riflesso del magistero ecclesiastico costituiscono con lo stesso la «logica» della Teologia.
Questa logica è abbandonata da troppi. Ed è per questo che si leggono riviste e libri i quali contraddicono tranquillamente a quanto il Concilio di Trento ha definito, accettano modi di pensare che sono espressamente condannati nella enciclica Pascendi di s. Pio X nonché nel suo Decreto Lamentabili; fanno le riabilitazioni di Loisy; mettono in dubbio il valore storico dei Libri storici della Sacra Scrittura, elevano a criterio le teorie distruttrici del protestante Bultmann, sentono con indifferenza le proposizioni di qualche scrittore d’oltralpe, anche se toccano il centro della rivelazione divina, ossia la divinità di Cristo.
Naturalmente trattati senza freno i princìpi, si ha quel che si vuole della morale e della disciplina ecclesiastica.
Sotto questo fondamentale angolo di visuale il progressismo consiste nel trattare come relativa la verità rivelata, nel cambiarla il più presto possibile, nel dare agli uomini una libertà della quale in breve non sapranno che farsi, di fronte all’Assoluto.
Ridotto a questa frontiera il «progressismo» coincide col «relativismo» e all’uomo, «adorato», non si lascia più nulla, neppure delle sue speranze!
Naturalmente non tutte le persone etichettate come progressisti sanno queste cose. Ma esse accettano le conseguenze e le logiche deduzioni di quello che ignorano. Se hanno una colpa — questo lo giudichi Dio! — questa consiste nel non domandare il perché di quello in cui si fanatizzano.
In ogni modo l’oblio della logica teologica funge, anche se non conosciuta, da lasciapassare per le altre manifestazioni delle quali dobbiamo discorrere.
Tutto quello che abbiamo sfornato attraverso catechismi di vane lingue, dei quali fu pieno l’aere e che potrebbe venire sfornato in catechismi futuri, significherebbe la lenta distruzione della Fede e l’inganno più colpevole perpetrato ai danni dei piccoli che crescono.
Ne si può tacere la conseguenza ultima di un abbandono della logica teologica: l’assenza della certezza nei fedeli. Alla parola di Dio si può e si deve credere; nessuno può essere condizionato, se non ha giuste e appropriate conferme, dalle opinioni dei teologi. Ricordo il mio grande maestro di Teologia, il tedesco padre Lennerz S.J., che ripeteva sempre e con ragione: «Credo Deo Revelanti et non theologo opinanti!».   
2. Il «sociologismo» 
Tutti quelli che amano essere chiamati progressisti fanno l’occhiolino al sociologismo anche se non sanno che cosa sia.
Esso consiste nel trasferire il fine della vita, il Paradiso, al quale tendere, la molla direttiva delle azioni, dal Cielo alla Terra. Pertanto non è il caso di occuparsi della salute eterna, bensì del benessere terreno, concentrare tutto nel dare tale benessere e godimento egualmente a tutti in questo mondo.
La manifestazione esterna di questo sociologismo è fare l’agitatore, il demagogo, il rivendicatore di beni fuggevoli, il consenziente a tutte le manifestazioni che esprimano la foga di questa tendenza.
Questo costituisce la più comune ed espressiva nota del progressismo. Sia ben chiaro che noi dobbiamo essere con la giustizia e che l’ordine della carità ci impone di avere come primi nell’oggetto dell’amore i bisognosi. Ma si tratta di altra cosa, perché il sociologismo non si cura della salvezza eterna dei poveri ed usa tutti i metodi, anche immorali, che giudica bene o male favorevoli al benessere terreno, cercando di fatto di mandarli all’inferno.
Siamo anche qui ben lontani dal credere che tutto quello che si tinge di sociale sia sociologismo e che i moltissimi attori di questa scena siano sociologisti coscienti della apostasia insita nel sociologismo. Diciamo solo che in realtà accettano le conseguenze di una concezione materialistica del mondo. Forse non lo sanno, forse sono semplicemente degli imitatori, forse seguono il vento credendo che esso spiri da quella parte; forse credono di far la parte degli stupidi, forse temono soltanto di essere etichettati per conservatori. Viviamo in un’epoca in cui si ha paura persino delle parole!
Forse si tratta di un modo per ingraziarsi qualche potente, per fare strada e, quel che è più ovvio, per fare soldi: se ne predica il dovere verso gli altri e intanto si intascano. Gli esempi abbondano! La sociologia pratica è diventata certamente una industria ed anche qui gli esempi non mancano.
Le massime del sociologismo avendo qualche — solo qualche — contatto con la dottrina cristiana della giustizia e della carità, pur involvendo altri ideali che tutte le verità cristiane acerbamente smentiscono, sono piuttosto semplici, sbrigative, atte al comizio, al facile consenso, al certo applauso, quasi visive, traducibili in termini di spesa quotidiana e pertanto rappresentano una via brevissima per stare al passo coi tempi!
Ma si sa dove vanno i tempi?
Questa terribile domanda, con quello che coinvolge, non se la rivolgono. Le esperienze dove sono arrivate, dove si sono fermate? E proprio necessario rinnegare il Cielo, la carità verso tutti, per portare benessere ai nostri simili? E proprio necessario essere rivoltosi, travolgere dighe, distruggere sacre tradizioni per rendersi utili ai nostri simili?
Ma, infine, nel Santuario, al quale siamo legati da sacre promesse, tutto questo è progresso, o non piuttosto congiura per strappare agli uomini l’ultimo lembo dell’umana dignità e della speranza eterna?  
3. La nuova storiografia 
Per i colti il progressismo ha un modo suo di rivelarsi a proposito di storia; sono progressista se giustifico Giordano Bruno, sono conservatore se lodo l’austero san Pier Damiani. Tutto qui!
Ripetiamo che si parla di storiografia nell’area della produzione, che vorrebbe chiamarsi «cattolica». Dell’altro qui non ci interessiamo.
La parte maggiore della produzione - ci sono, è vero, nobili e importanti eccezioni - pare obbedisca, per essere in sintonia col progresso, ai seguenti canoni:
— la società ecclesiastica è la prima causa dei guai che hanno colpito i popoli;
— la Chiesa - detta per l’occasione postcostantiniana - avrebbe fatto con continui voltafaccia alleanza coi potentati di questo mondo per mantenersi una posizione di privilegio e di comodità;
— le intenzioni impure, le più recondite e malevole, vengono attribuite a personaggi fino a ieri ritenuti degni di ammirazione. Per questo sistema di giudizio alcuni Papi sono stati quasi radiati dalla Storia, non si sa con quale motivazione;
— tutta la storia ecclesiastica fino al 1962 è stata panegirica, unilaterale, concepita con costante pregiudizio laudatorio, mentre non è che un accumulo di pleonasmi i quali hanno alterato il volto di Cristo. Questa conclusione - tutti lo vedono - costituisce il fondamento per distruggere il più possibile nella Chiesa e ridurla ad un meschino ricalco del Protestantesimo. San Tommaso Moro, martire, è stato messo addirittura sul piano di Lutero;
— le vite dei Santi vanno riportate a dimensioni «umane» con difetti, peccati, persino delitti, mentre gli aspetti soprannaturali tendono ad essere relegati nel solaio dei miti;
— il valore della Tradizione e delle tradizioni è del tutto irriso, con evidente oltraggio alla obiettività storica, perché, se non sempre, le tradizioni che attraversano senza inquinamenti i secoli hanno sempre una causa che le ha generate.
Si potrebbe continuare.
Ma non si può tacere il rovescio della medaglia: i personaggi vengono magnificati perché si sono rivoltati, perché hanno messo a posto la legittima Autorità, perché hanno avuto il coraggio di distruggere quello che altri hanno edificato, hanno rivendicato la «libertà» dell’uomo con la indipendenza del loro pensiero, incurante della verità. Gli eretici diventano vittime, mezzi galantuomini... qualcuno ha osato parlare di una canonizzazione di Lutero. È condannevole chi ha difeso la libertà della Chiesa, la libertà della scuola cattolica, che ha imposto ai renitenti la disciplina ecclesiastica. Tutti sanno la sorte riservata a coloro che ancora osano salvaguardarla!
Si capisce benissimo la logica interna di questo andazzo della storiografia: la santità, la penitenza, la vera povertà, il distacco dal mondo hanno sempre dato fastidio e continuano a darlo dalle tombe, come se queste non potessero mai essere chiuse.
È difficile sia accolto nel club progressista chi dice bene del passato!  
4. La Bibbia va interpretata solo e liberamente dai biblisti 
Siamo arrivati ad una questione, o meglio ad una affermazione veramente nodale in tutta la storia del progressismo ecclesiastico moderno.
Bisogna rifarsi ai fatti, i quali non cominciarono precisamente in quella seconda seduta del Vaticano secondo, nella prima sessione, nella quale taluni gioirono, credendo che due interventi niente affatto felici avessero posto una buona volta la scure alla radice della divina tradizione ed avessero spianato la via alla conversione verso il Protestantesimo.
Quei due interventi, consci o no di portare l’afflato di male intenzionate persone, avevano dei precedenti. Eravamo presenti in mezzo a tutti gli avvenimenti e siamo ben sicuri di quello che diciamo. Da tempo, e molti atti di Pio XII ne fanno fede, il bacillo di volere interpretare la Sacra Scrittura in modo «privato» detto scientifico era entrato, pur non osando entrare nella editoria di divulgazione per la stretta vigilanza degli Imprimatur. La storia è dunque assai vecchia, ma solo negli ultimi tempi è diventata di portata comune. Eccone i punti.
— La filologia, l’archeologia, le ricerche linguistiche, i procedimenti comparati (ad usum delphini), ma soprattutto le svariate opinioni di tutti gli scrittori specialmente d’oltralpe, ai quali generalmente si fa credenza solo citandone il nome e il titolo (mai o quasi mai chiedendo le ragioni e vagliandole), costituiscono il vero, unico modo de facto di interpretare la Bibbia.
Non importa si pronunci una parola; la pronunciamo Noi: questo è libero esame, perché sostituisce il «placitum» privato al primo vero mezzo stabilito da Dio per la interpretazione della sua natura: il Magistero. La parola «libero esame» viene accuratamente taciuta e continuamente applicata.
— Il complesso sopra citato, a parte che è la ripetizione di teorie propinate nel secolo scorso e sulle quali le scuole cattoliche hanno riso per più di mezzo secolo, è soggetto ad un flusso e riflusso, ad un susseguirsi di affermazioni e di smentite, ad una produzione di fantasia, che da solo non può essere, in cosa tanto grave, vera garanzia.
— La ermeneutica cattolica ha sempre insegnato che la prima interpretazione delle Scritture, comparata con le Scritture e con la divina tradizione, riceve la autentica garanzia di certezza dal Magistero.
Se la scioltezza di interpretazione della Bibbia da ogni vincolo precostituito da Dio stesso si chiama «progresso», ciò significa che tale progresso porta con sé alla eresia ed alla apostasia. Come è ben sovente accaduto sotto gli occhi di tutti. Ogni elemento è utile alla più adeguata interpretazione della Bibbia, certo! Ma il primo, condizionante tutti gli altri, è quello che ha determinato Iddio. Niente di più logico e di più ovvio.
Non è compito di questa lettera vedere le conseguenze pratiche di tutto ciò. La materia biblica non è in fin dei conti una materia esoterica, nella quale solo gli iniziati possono entrare con perfetta riverenza e grande circospezione. Qualunque uomo, pratico di pensiero e di logica, messo dinanzi ad una protasi (putacaso una locuzione siriaca) ed una apodosi (p.e. la interpretazione di un passo di Matteo) quando la prima gli è spiegata (e non occorre molto; spesso basta un dizionario), è in grado di vedere se è valevole il rapporto di causa, di effetto affermato tra i due termini. Non è il caso di assumere la sufficienza che il buon don Ferrante assumeva quando dissertava sulle strane parole «sostanza» ed «accidente» cavandone la inesistenza della peste. Il che non era vero!
Insistiamo sull’argomento perché proprio qui sta un centro di tutto il fenomeno che va sotto il nome di «progressismo».  
5. Le allegre «teologie» 
Pare che un buon progressista si debba mettere qui in fila.
Ecco il fatto: si sta costruendo una teologia per ogni cosa, a proposito e a sproposito: del lavoro, dell’uomo (antropologia), della tecnica, delle comunicazioni sociali, della comunità, della morte di Dio (?), della speranza, della liberazione e della rivoluzione... Quasi tutte queste voci sono decorate di notevoli volumi. Non c’è alcun dubbio che tale proliferazione è una delle più grandi caratteristiche del progressismo. Vediamo di capirci.
Queste sono vere «teologie», anzitutto?
È «teologia» quella in cui le affermazioni sono dimostrate dalle fonti teologiche. Quando le affermazioni vengono basandosi sui criteri di qualunque manifestazione saggistica, non abbiamo Teologia. Avremo tutto quello che si vuole, vero o falso, ma certo non avremo Teologia. Queste teologie, salvo in qualche parte e taluna soltanto, non sono affatto «Teologia». Noi dobbiamo protestare contro l’abuso di un termine che la fatica dei secoli ha reso venerandi e assolutamente proprio.
In secondo luogo dovremmo porci la domanda se queste teologie contengono verità. Non è nell’intento e nell’assunto di questa nota occuparci del merito, ossia dei «contenuti» di queste teologie o sedicenti teologie. Ci limitiamo solo a fissarne alcuni caratteri comuni.
— Lo schema di queste teologie segue gli stati d’animo che si vivono nel nostro tormentato secolo e pertanto hanno più un carattere di rivelazione della nostra situazione concreta che un vero contenuto oggettivo e permanente.
— Difatti puntano su assiomi cari a qualche pensatore dell’Ottocento o del Novecento. Vanno secondo il vento che tira. Il «sociologismo», del quale abbiamo già parlato e che tiene il campo, derivando da un principio messo dal “cristianissimo” e “devoto” Mounier, di fatto si ispira al marxismo, del quale la povera gente ha già esaurito la esperienza che non ha invece ancora illuminato i suoi più o meno stanchi assertori.
Sarebbe forse questa la «Nova Theologia»? Risentiamo ancora oggi con perfetta vivezza una voce potente, modulata magnificamente in modo oratorio, che nel Vaticano secondo si levò per chiedere - con altre cose - una «Nova Theologia». Non potevamo vedere dal nostro posto il Padre al quale apparteneva quella magnifica voce. Sono passati più di dieci anni e non sono riuscito a capire che cosa l’Oratore intendesse propriamente per «Nova Theologia». Se le varie teologie delle quali abbiamo parlato, denominandole «allegre», sono una risposta alla domanda, bisogna dichiararsi al tutto insoddisfatti.
Ma sotto il fatto, presentato come un fenomeno «caratterizzante il progressismo», c’è ben altro e ben più importante.
C’è la valutazione negativa di tutta la Teologia fino al 1962.
E questo è grave. Infatti.
La Teologia ha condotto per tanti secoli questo grande lavoro.
Ha preso da tutte le Fonti autentiche il pensiero della rivelazione divina e, senza forzature o deformazioni (parliamo del filone, non dei cantanti extra chorum), le ha messe insieme pazientemente, riducendole in formule accessibili all’indagine del nostro pensiero. Lavoro paziente di ricerca, di accostamento, di sintesi. A tutto ha dato un ordine che fosse più scorrevole per la logica dell’apprendimento umano. Niente ha accolto che non fosse secondo la mente delle Fonti. Questo lavoro immenso e prezioso si chiama «istituzionalizzazione». Tutto quello che documentatamente raccolto ha cercato di penetrare, aiutandosi coi principî del buon senso umano, nella misura in cui era consono alle Fonti o addirittura derivato da esse, tutto questo costituisce la parte «speculativa» della Teologia, senza della quale la parte sopra descritta (positiva) non aprirebbe sufficientemente il suo significato alla intelligenza umana. Intendiamoci bene: non ha accolto le filosofie transeunti, ma il buon senso umano, quello assunto da Dio stesso nell’atto di calare la Sua Rivelazione nelle forme concettuali a noi solite.
Ed ecco la finale interessante: tutto questo, per la serietà del procedimento, ossia del metodo, non permette di fare quello che si vuole, quello che comoda, quello che mette a vento secondo le mode transeunti. Per questo la Teologia speculativa è venuta a noia; meglio è dilettarsi sulle «variazioni» estranee al metodo.
Tutto ciò è in odio alla Teologia. Non dunque «Nova Theologia», ma «anatematizzata Teologia».
La Teologia, occupandosi del pensiero da Dio comunicato agli uomini, ha da camminare fino alla fine dei tempi e solo così compirà la sua missione. Vi sono in essa filoni ancora inesplorati, che possono dare ansa al genio di molti santi Tommasi d’Aquino. Ben vengano, ma sarà una cosa seria!
La questione sarà chiarita da quanto stiamo per dire al numero seguente.   
6. Accogliere ed imparentarsi quanto è possibile con tutte le varie filosofie 
Altro appannaggio che assicura la qualifica ambita di «progressista». Un principio decantato in tutti i modi dal progressismo è quello di accogliere tutto il pensiero via via fluente, cercare di adeguare a quello il messaggio cristiano e, se occorre, fare secondo quello, via via, una reinterpretazione della rivelazione divina.
Chi non accede a questo punto di vista è un trito conservatore, un vecchio inutile rudere, al quale nessuna persona colta crederà più.
Abbiamo detto il fatto in forma assolutamente cruda; molti, che amano essere progressisti, un punto di vista del genere amano presentarlo in dosi variabili, anche omeopatiche, sì da permettere sempre una tempestiva ritirata strategica.
Guardiamo bene in faccia questa faccenda.
— Il pensiero umano cambia, si dice. Meglio: cambia il pensiero accademico a seconda degli idoli del momento. Fuori della professione filosofica ed intellettuale etichettata, continua a vivere bene o male il buon senso umano. È vero però che gli strumenti della cultura si orientano secondo i placita di moda e così influenzano molti spiriti e molti avvenimenti, come accade nel nostro tempo per i metodi hegeliano e freudiano dopo che i loro autori sono sconosciuti ai più e sono, comunque, morti.
— Accettare qualunque pensiero umano, spesso contraddittorio, significa qualcosa di più che cambiare testa, ma significa soprattutto non credere alla esistenza della verità. Se questa oggi è bianca, domani è nera, vuol dire che non esiste.
La conseguenza logica è patente: se si deve aggiustare sempre la Parola di Dio a seconda di questo cangiante scenario, si accetta che non esiste la verità, la Rivelazione, Dio. La consequenzialità è tremenda, ma non la si sfugge. Lo stesso vale per la reinterpretazione del dogma.
Il progressismo qui accetta il relativismo. Che cosa può più difendere nella Fede? È distrutto tutto. Non eresia, ma anche apostasia!
Con tutto questo non si esclude affatto che le diverse e contraddittorie manifestazioni del pensiero possano avere qualche parte od aspetto immune dalla sua interna logica distruttiva e pertanto accettabile, che taluni aspetti vengano illuminati, che talune stimolazioni siano afferenti. Tanto meno si esclude che il messaggio evangelico vada presentato in modo comprensibile agli uomini del proprio tempo, usando con la dovuta cautela il suo linguaggio ed i suoi mezzi espressivi.
La parentela tra il progressismo ed il relativismo, ossia il modernismo condannato, è una parentela troppo vergognosa per gloriarsene.   
7. Il rifiuto della apologetica 
Siamo sempre nel bagaglio che autorizza ad essere progressisti.
Le premesse della Fede (apologetica) non si dimostrano più. La ragione? È stata già detta e scende logica dalle sue premesse: abbiamo visto che il progressismo accetta il relativismo (anche quando smentisce, nei suoi più pavidi e i meno aperti cultori). Abbiamo visto che per questo non esiste verità obiettiva. Dobbiamo dedurne che la questione della Fede è una mera questione di fede devozionale, insufflata dal sentimento (modernismo); che c’è dunque da dimostrare? Niente.
Difatti in campo biblico si mette in dubbio o il testo qualunque o il significato che la Chiesa (Magistero) gli ha sempre attribuito, si mette in dubbio la storicità dei Vangeli, della Resurrezione di Cristo... Non occorre dimostrare queste cose. La Fede viene bene e la si tiene; è inutile cercare degli elementi di prova.
Non vale che nessun libro storico della antichità abbia dimostrazioni di critica esterna e interna, quale hanno i libri della Bibbia. Queste cose non servono più.
Abbiamo visto e vediamo tuttora tanta gente tornare a Dio, solo perché è possibile dare una dimostrazione scientifica, poniamo dello Evangelo di Matteo. Ma bisogna rinnegare anche questa onesta capacità che il Vangelo di Matteo - come gli altri - ha di farsi precedere dalla più rigorosa documentazione della sua autenticità. Questo è il progressismo. Molti anni innanzi non riuscivamo a capire perché uno scrittore di non troppa vaglia non volesse sentir parlare di «apologetica»; ora abbiamo capito. Ma non che lui lo sapesse, non era da tanto; era manovrato da chi tacendo lo sapeva.
Molti che nella più perfetta buona fede hanno dato un certo ordine nuovo alle materie teologiche da studiare, ordine al quale mai abbiamo consentito, non sapevano di eseguire un comando del modernismo latente sotto la cenere.
Il silenzio in fatto di apologetica, che si sente tutto intorno, le meraviglie sincere espresse a chi ritiene sempre necessaria la apologetica, il fingere di ignorare la sequela logica dei «perché» della mente degli uomini, indica fin dove è entrato il modernismo anche in uomini integerrimi ed onesti.
Si guardi bene e, soprattutto, si lasci da parte l’inutile erudizione, usando la propria testa, e si vedrà che tutto il progressismo è venato di modernismo. Forse il rifiuto della apologetica ne è la manifestazione più rivelatrice. Citare, sì; ragionare, no! Perché la ragione e il suo valore non può venire accolta dal modernista. Ci voleva poi tanto a capirlo?   
8. La riabilitazione degli eretici 
Qui c’è la larghezza di cuore del progressismo.
Abbiamo già ricordato al n. 3 la trovata di chi ha proposto la canonizzazione di Lutero. Ma c’è altro: i colpiti dagli anatemi del passato riscuotono una notevole simpatia ed hanno molti avvocati difensori, per lo meno in cerca di attenuanti. Giordano Bruno, ad esempio, in talune riviste riemerge dalle ceneri con l’aria di dire «mi avete fatto aspettare quattro secoli, ma ce l’ho fatta». Gli scritti di autori protestanti, che dovrebbero essere all’Indice in forza del canone 1399, sono citati abitualmente al posto di sant’Agostino e di san Tommaso. L’euforia più entusiasta accoglie tutti quelli che sono stati colpiti da censure canoniche, mai come oggi, meritate.
Ma, è normale tutto questo?
I figli che elogiano in casa quelli che hanno fatto andare in rovina i vecchi, che tengono bordone coi persecutori dei propri parenti, si chiamano «degeneri».
Evidentemente la capacità logica di distinguere tra la divina istituzione della Chiesa e gli uomini che la conducono fa al tutto difetto.
Ma l’intendimento sotterraneo non è poi tanto invisibile. Si innalzano le presunte vittime del magistero ecclesiastico, per colpire il magistero ecclesiastico; si magnificano i distruttori della disciplina ecclesiastica per umiliare quella Gerarchia, che tutela la stessa disciplina. Agli eretici ed ai ribelli consiglieremmo di non fidarsi troppo di tali contorti amici. e infatti essi non si sono minimamente schiodati dalle loro posizioni
Molti errori si affermano, si difendono, si divulgano, non tanto per se stessi, ma solo per far dispetto a qualcuno. Essi sono semplicemente lo sfogo delle più bambinesche passioni umane.
Tutto fa brodo e, elogiando un po’ i ribelli, sostenendo un po’ gli sbandati, rivoltando le cose a modo proprio, si fanno le vendette, si manifestano le invidie, si rendono noti i disappunti di quelli che credono di non esser potuti «arrivare»; soprattutto, nella gran fiera, si fanno meglio i propri comodi. I peggiori!
Le condanne ci sono, eccome, ma sono, in via storica, per coloro che nel passato hanno tenuto duro e fatto il loro dovere e per quelli che oggi, rendendosi conto della confusione e del regresso spirituale, vorrebbero fermarne le cause.
Si direbbe che i Santi appartengano al passato e gli eretici al futuro: è un pericoloso paradosso.  
9. L’antigiuridicismo 
Chi lo afferma è sempre stimato vero progressista.
Non tutti hanno il coraggio di dire che ogni legge dovrebbe essere abolita, ma moltissimi lo pensano e non vogliono rendersi conto che la legge è l’unico strumento per tenere in ordine e col minimo loro danno degli uomini liberi. L’affermazione sta proprio all’estremo confine della ragionevolezza.
La mania è come un vento del deserto, che brucia tutto e lo si trova dappertutto, anche sotto mentite spoglie. Enumeriamo le più ovvie applicazioni, alle quali un numero enorme di persone perbene abbocca, mentre potrebbe in tempo utile evitare delle dannose conseguenze.
Ovunque si vogliono le Assemblee: esse indichino, esse decidano. La ragione? Il numero diluisce e fa scomparire — così credono — uno che comandi, il regolamento che limiti. Autorità e regolamenti sono strumenti — oltre tutto — anche giuridici.
Poiché non pochi capiscono come vanno a finire le Assemblee cercano di restringere ed usare qualcosa che rassomigli ad una «assemblea ridotta» con qualche regolamento e con un responsabile. Sì, parliamo di «responsabili», perché il terrore di macchiarsi di giudiricismo è tale che non si vuole più sentir chiamarsi «presidente», termine troppo giuridico, e ci si salva con una semplice variazione lessicale.
Altra forma è l’uso maldestro della «base». Diciamo maldestro perché il termine può essere usato anche in senso buono. Ma l’uso più ricorrente è quello in cui il timore del temutissimo giuridicismo è tale da far paventare le «responsabilità» (termine giuridico, oltreché morale) e pertanto tutto si scarica sulla «base».
Non diciamo affatto che i termini, qui proposti come esempio della posizione avversa al giuridicismo, siano cattivi. Tutt’altro! Diciamo solo che mascherano sulla bocca di taluni una debolezza.
Per parlare chiaro diciamo che mascherano facilmente una «ipocrisia». Molti — e lo si osserva nei gruppuscoli, anche minori — temono di dirsi «capo» o «presidente», ma aspirano in ogni modo, anche violento, a fare i «tiranni».
La verità è tutta qui: gli uomini liberi si tengono a freno, in modo da realizzare una compatibile vita sociale solo in due modi: «la violenza o la legge». Ricordiamo che la paura è un riflesso della violenza.
Non si vuole la legge? Si sceglie la violenza?
E questo sarebbe progresso? Ma si sa quello che si dice e si scrive?
Quando fu pubblicato — alla macchia — un abbozzo di «Legge Fondamentale» per il futuro Codice di Diritto Canonico, fu il finimondo, anche e soprattutto in taluni ambienti cattolici. La ragione non era tanto il fatto che quell’abbozzo metteva insieme poco opportunamente elementi di diritto divino ed elementi di diritto umano (il che sarebbe stato buon motivo per criticare), ma solo perché era una «Legge». Si preferivano dei predicozzi.
La contestazione entro la Chiesa fu tutta qui od almeno originariamente qui. E nasceva da una mancanza di logica, come appare dal sopra detto e dal fatto che alla legge si sostituisce la forza. E pensare che a gridare più forte era gente adusa a cantare a Lodi e a Vespro l’inno alla «divina» libertà dell’uomo, o meglio della «persona umana»!
Ecco dove si arriva a forza di svuotare la Teologia e dileggiare il vecchio catechismo dalle idee chiare e precise!  
10. La crociata antitrionfalistica 
Chi è antitrionfalista, nessuno lo dubita, è progressista.
È la principale caratteristica esterna — ma non solo esterna — del progressismo tra i cristiani.
La parola trionfalismo, davanti alla quale tante persone sentono tremare le vene e i polsi o dalla quale si sentono spinti a far imprese giganti di ripulitura, fa d’ogni erba fascio.
Vediamo questo fascio.
L’autorità dà noia. Ne devono scomparire i segni esterni, perché muoia essa stessa di esaurimento. Essa ha bisogno di segni visibili, dato che il valore morale per il quale ordina e comanda non lo si vede e non lo si tocca. Quando cerca semplicemente di far sì che gli altrui s’accorgano di essa e del suo dovere, fa del trionfalismo.
La Fede, i Sacramenti, il divin sacrificio si manifestano attraverso atti semplici ed anche dimessi. Hanno bisogno, i fedeli, di essere aiutati a vedere quello che è reale, ma che non si vede con gli occhi della carne. Ebbene, se si fa qualcosa di esteriore che indichi la grandezza delle cose divine, la maestà di Dio, la infinita importanza del santo sacrificio ed in genere del culto divino, si fa del trionfalismo: bisogna stroncare. Ma, se si rivela la voglia di ballare a suon di ritmo durante le azioni liturgiche, non si ha trionfalismo e tutto si può fare.
Se al Tempio si dà un decoro per aiutare gli uomini a rendersi conto della grandezza di Dio, della vita, del suo fine; se si domanda per esso di tenere lontane le stranezze che disturbano, che disambientano il raccoglimento e che aiutano la devozione, si fa del trionfalismo. Spoliazione sempre!
Se si porta rispetto al Papa, a quanto denota esternamente la Sua suprema potestà, necessaria alla Chiesa, e pertanto alla salute, si fa del trionfalismo. Bisogna umiliare, avvilire, possibilmente deturpare e lordare: quella sarebbe la vera Fede vissuta.
Chi ha pronunciato per primo la disgraziata parola «trionfalismo» non ha riflettuto che dava modo di fare una sintesi di tutti gli appetiti psicologici, patologici, distruttori che potessero trovarsi tra i fedeli e tra gli uomini di Chiesa.
Il terrore del trionfalismo fa sì che tutto starebbe bene solo nella Gehenna. Non è solo questione di gusti.
Il terrore del trionfalismo — questa parola ha quasi tanto potere di agire sugli spiritelli quanto un termine qualificativo vociferato nella politica italiana — ha delle sottospecie che si notano nel conformismo col quale si accettano e osservano — non le leggi liturgiche emesse dalla legittima Autorità — ma le mode introdotte col criterio del pugno in faccia.
Il progressismo ha aspetti che interessano il piano culturale e questo pone limiti di numero e di qualità, ma, quando mette in moto la macchina antitrionfalistica, raccoglie gente come nei paesi le bande dei suonatori.  
11. La indisciplina endemica 
Cova dappertutto, la paura, la timidezza, le compromissioni trovano seguaci, difensori, tutori dappertutto. Per tale motivo abbiamo usato la parola «endemica». Chi dimostra questo in modo sbarazzino ha diritto al titolo.
Guardiamo bene in faccia la triste realtà; essa sembra avere tali coordinate, tali ritmi da doversi ritenere che risponda ad un piano diabolicamente congegnato. C’è infatti una tale logica nella successione degli atti o manifestazioni di questa indisciplina che bisogna pensare ad un disegno preciso ed intelligente.
In un primo momento si è gettata una confusione nel campo delle idee. Ricordo la reazione isterica di un personaggio del quale un dipendente era stato multato da altri di «neomodernismo»! A ragione!
In un secondo momento, dopo aver gettato la confusione nella Fede, fondamento di tutto, si è aggredita la morale, per rendere nulla la norma e lasciare libertà di espressione ad ogni atto umano.
A questo punto si sono attaccati gli elementi esterni che «tenevano insieme la compagine ecclesiastica del clero»: abito, seminari, studi, con una confusione estrosissima di iniziative culturali innumerevoli.
Poi si è immessa la idea sociologistica del paradiso in terra al posto del Cielo, della rivoluzione permanente invece della pace e si è dato un valore simbolico agli atti di culto verso un Signore ormai confinato nelle nebbie.
Si è discusso del celibato sacerdotale, anche da maestri, ignorando che la Chiesa non era stata più in grado — almeno questo! — di migliorare e fare avanzare i popoli dove il celibato era abolito. Ultimo e permanente ritrovato: discutere su cose certe, come se non lo fossero, e non lo fossero da Gesù Cristo.
Non tutti sono arrivati in fondo, molti sono arroccati senza aver una idea delle conseguenze sugli stati intermedi, altri hanno di pari passo saltato tutto e tutti. Al di sotto resta ancora il popolo, che è buono e al quale pensa Dio evidentemente. Si moltiplicano gli slogans, non si insegna il catechismo; si parla di pastorale e si disertano gradatamente tutti i ministeri; si parla della Parola di Dio e si insegna tranquillamente che è quasi tutta una fiaba, si disserta della vicinanza con Dio e si irride o la si tratta come se fosse risibile la santissima Eucarestia. Almeno in pratica. Tutto questo è progresso!  
12. La bassa quota 
Fin qui, non lo nego, ho raccolto le posizioni mentali e pratiche alle quali si fa l’onore di attribuire il termine «progressismo». Si tratta di quelle piuttosto intellettuali. E l’ho fatto coscientemente, perché il rimanente, specie per mezzo della comunicazione sociale, discende da quello che in un modo o nell’altro sta al piano superiore della esperienza intellettuale.

Ma c’è un «modo di agire» più semplice, più «pop», che forma il loggione per il palcoscenico descritto sopra, che costituisce il codazzo confuso e sparpagliato del corteo. In tale codazzo stanno tutti coloro che leggono a vanvera o credono di capire o non hanno senso critico per giudicare. Va da sé che la maggior parte delle cose pubblicate in campo cattolico cercano di tingersi secondo quello che piace al «progressismo». Ed ecco.
Nel clero la tessera del progressismo è l’abito, borghese naturalmente, o camuffato in modo tale da crearne la impressione. La norma italiana permette il clergyman, ma ha chiaramente detto che l’abito «normale» è la talare. Forma e colore: due cose che per l’Italia sono ben poco rispettate. Chi porta la talare sta fuori del progresso. Invece la talare, «difesa dalla norma di Legge come abito normale», permette di non perdersi mai nella massa, di restare in evidenza, di costituire una testimonianza di sacralità e di coraggio. Su questo punto credo dovrò ritornare. Infatti in questo momento il pericolo più grave per il clero è quello di scomparire. Sta scomparendo, perché tutto ormai non s’accorge nel mondo ufficiale, della cultura, della politica, dell’arte che ci siamo anche noi. Tra noi si arriva anche al punto di proclamare che non c’è più il «cristianesimo». Forse che non è indicativo il Referendum sul divorzio? Ho la impressione che quasi nessuno si sia provato a studiare il nesso tra l’esito del Referendum e l’abito del prete, tra il Referendum e la pratica distruzione in gran parte d’Italia della Azione Cattolica. So benissimo che il popolo ha ancora la Fede nel fondo del suo cuore e la rinverdisce ad ogni spinta, ma tutto il livore anticlericale e massonico che si è impadronito di quasi tutti i mezzi di espressione fa credere il contrario, agisce come se la Chiesa fosse morta (il che è tutt’altro che vero!); ma sono molti di casa nostra che danno mano a tutto questo.
Amare la promiscuità, tinteggiarsi di mondanità, discutere la legittima Autorità e Cristo che l’ha costituita, costituisce benemerenza progressista.
Andare a Taizé invece che a Lourdes o a Roma costituisce progressismo, mentre si va ad uno dei più grandi equivoci religiosi del secolo.
Animare gruppi detti magari «di spiritualità» (parola della quale si potrebbe dire come «montes a movendo, tamquam lucus a lucendo e canonicus a canendo»), nei quali ci si infischia soprattutto del parroco e del Vescovo e del Papa, costituisce una delle più soddisfacenti esercitazioni del progressismo. Invitare persone discusse, dubbie nella Fede, dubbie nella disciplina, permette l’acquisire il sorriso compiacente di quanti amano classificarsi progressisti.
Soprattutto: chi parla più tra costoro di santità, di ascetica, di mortificazione, di dedizioni senza plausi sospetti? Chi accetta la povertà, quella alla quale ci lega il nostro dovere, non ostentata, ma praticata? Nella Diocesi di Genova si sono salvati Altari e Tabernacoli, ma si deve lavorare molto per riportare tutto e tutti al vero culto della SS. Eucarestia. Quanto si parla della santissima Vergine? Recentemente si sono dette pubblicamente delle bestemmie autentiche contro la santissima Madre del Signore e nostra e — che si sappia — nessuno di quelli che le hanno ascoltate ha reagito.
Al posto delle Associazioni possono sorgere gruppi, che non impegnano nessuno, per parlare ai quali non occorre prepararsi, ma dei quali è sufficiente accarezzare le debolezze, magari ammannendo discussioni sul sesso.
Dove è andato a finire per taluni il discorso sulla purezza e sulla modestia? Non se ne parla perché, orribile a dirsi, si ha vergogna di Dio.
Ecco il progressismo «pop», da pochi soldi, ma dalle molte colpe.
Questo discorso non è affatto finito, perché si rivolge ad un fatto che tenta di mettere al posto del sacrificio, richiestoci da Dio, il nostro comodo, il nostro piacere, la nostra anarchica indipendenza. La via dell’inferno.  
Conclusione
Abbiamo parlato del «progressismo», non del «progresso». Il primo cammina a grandi passi, quando non c’è già arrivato, verso la eresia, lo scisma, l’apostasia, la scollatura di tutto. Il secondo va rispettato come è sempre stato rispettato, nelle sue leggi fisiologiche che rinnovano l’organismo, ma non lo alterano, né lo distruggono. La parola «progresso» va difesa dalla contaminazione con la parola «progressismo». Questo è una accolta di perversioni, di errori e di viltà; quello è un segno di vita degli spiriti migliori.
Ho scritto perché il clero sia illuminato. Le note sull’argomento continueranno.
(Cardinal Giuseppe Siri, «Rivista Diocesana Genovese», gennaio 1975)

31 commenti:

Anonimo ha detto...

Migliore definizione : "Un piano diabolico"
http://www.riscossacristiana.it/vivo-appieno-la-nuova-campagna-lgbt-per-lalto-adige/

RR ha detto...

Siri, un altro profeta (scriveva nel 1975, sembra lo abbia scritto oggi).

irina ha detto...

"Non tutti hanno il coraggio di dire che ogni legge dovrebbe essere abolita..." 1975

Divisione e moltiplicazione: NSGC è venuto per salvare tutti, dividendo il bene dal male; il nemico ha moltiplicato il male,facendolo apparir bene, per perdere tutti. Davanti all'incredibile moltiplicazione delle leggi e leggine possiamo dire che la Legge oggi è stata abolita nei fatti.Le leggi sono, ormai solo, proiettate nel futuro rincorrendo un meglio da legiferare domani; mentre il presente crolla, sotto un carico di leggi inutili a "tenere in ordine e col minimo loro danno degli uomini liberi" 2016

Il metodo della moltiplicazione, a ben vedere, è ormai praticato in ogni ambito giuridico, economico, culturale, in particolare religioso (ove la meta è la rinascita in grande stile del paganesimo e la morte, per caritatevole soffocamento, della Chiesa Cattolica).

Anonimo ha detto...

Si ma...in concreto..mentre montini usava il pugno duro contro mons lefebvre mentre wojtyla declassava il papato a one man show...il card siri taceva..e....acconaenTi va. ..se fosse stato coraggioso sarebbe stato sl fianco di mons lefebbre invece l ha lasciato solo...tutto il resto è noia

Anonimo ha detto...

Oggi Siri verrebbe "pensionato",d'ufficio come Oliveri.

Luisa ha detto...

A proposito di progressismo e progressisti guardate qui la lista dei futuri cardinali :

http://www.lastampa.it/2016/10/09/vaticaninsider/ita/vaticano/concistoro-yGa7TbGH2tobKqN9sVRJsO/pagina.html

Nella lista dei cardinali elettori troviamo i nomi di

-Carlo Osoro Sierra,detto il "piccolo Francesco" per la sua sintonia con Bergoglio, il suo "schiaffo" al cardinal Müller, vedi qui:

http://www.lastampa.it/2016/04/29/blogs/san-pietro-e-dintorni/mller-lo-schiaffo-di-madrid-2ngxm9W60jBqK9YFohqnzK/pagina.html

-Jozef De Kesel, il pupillo-delfino di Danneels che è riuscito a farlo diventare primate del Belgio

-Blase Cupich, di cui Magister ha detto in un suo articolo :

"La voce di Cupich – fanno notare sia i cattolici conservatori, con sofferenza, sia quelli progressisti, con soddisfazione – si leva sempre sonora quando si parla di immigrazione o di pena di morte, ma è ogni volta colpita da afonia quando si discute di aborto, eutanasia e libertà religiosa, oppure si critica l’amministrazione Obama per quanto riguarda la riforma sanitaria."

Insomma sembra che Bergoglio e "amici"stiano mettendo le basi per assicurare l`elezione di un futuro papa progressista.

Luisa ha detto...

De Keesel (colui che fra altro ha anche sfrattato la Fraternità dei Santi Apostoli, l’unica con sacerdoti e seminaristi in crescita) appena arrivato è già fatto cardinale mentre Mons. Leonard pur primate del Belgio è stato messo da parte, strano, no?

Anonimo ha detto...

Non conoscevo queste lucidissime pagine del Card. Siri davvero incredibilmente profetiche e che adesso, visto la fine che ha fatto la (ex) Chiesa Cattolica, suonano di una amarezza sconfinata.
Infatti ora a distanza di anni a dettare la linea abbiamo l'agiato e gongolante amico salottiero di Bergoglio il Card. Scalfari...
Miles

S. Eutizio ha detto...

Parlare così di un gigante della fede e della Chiesa cattolica come il cardinale Siri, chiedo scusa,significa non conoscere la sua storia, il suo coraggio, le sue battaglie. E non rende merito ed onore alla sua sapienza ed al suo lunghissimo magistero sollevare dubbi sulla sua fedeltà.

RR ha detto...

Luisa,
in USA lo chiamano "spoil system", in Sudamerica "Nueva Junta", da noi "i nuovi padroni ed i loro servi".
Finora s'era visto tale sistema solo in politica, ora, purtroppo, anche in Chiesa (ma si era già cominciato con Paolo VI).
Non c'è niente di meno democratico dei democratici progressisti: appena prendono il potere, fanno fuori chiunque sia "diverso" (spero si colga il doppio senso) da loro.

Luisa ha detto...

Segnalo:

http://blog.messainlatino.it/2016/10/concistoro-quelli-che-pensano-di-aver.html

Luisa ha detto...

Magister commenta il prossimo Concistoro:

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/10/09/tredici-nuovi-cardinali-piu-quattro-vincitori-e-vinti-del-prossimo-concistoro/

Magno di Borbone ha detto...

http://www.secoloditalia.it/2016/10/in-provincia-latina-battesimo-figlio-nichi-vendola-eddy-testa/

Magno di Borbone ha detto...

http://www.antoniosocci.com/un-libro-pieno-enigmi-strani-segnali/#more-4807

Luisa ha detto...


Ideologia omosessualista, indottrinamento della "causa" lgbt, i giovani come terreno di esercizio per quell`indottrinamento, governi, giustizia, formazione-istruzione, "cultura", media, tutti settori già da tempo infiltrati dalla lobby lgbt, e adesso anche Erasmus diventa un contenitore e promotore di quella ""causa""con i soldi dei contribuenti, leggere per credere:

"Professione: gay. C'è il manager della causa Lgbt Arcigay alla conquista dell'Erasmus coi nostri soldi"
di Andrea Zambrano

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-professione-gay-ce-il-manager-della-causa-lgbtarcigay-alla-conquista-dellerasmus-coi-nostri-soldi-17651.htm

Catholicus ha detto...

"Parlare così di un gigante della fede e della Chiesa cattolica come il cardinale Siri" ... "se fosse stato coraggioso sarebbe stato al fianco di mons lefebvre invece lo ha lasciato solo...tutto il resto è noia" : cari S. Eutizio ed anonimo 9:26 di ieri, accosto de stralci dei vostri post; mi sembra che il secondo sia una esauriente risposta al primo. Anch'io ieri avevo detto la mia in proposito, ma sono stato cestinato. Non è che qui si usa il metro progressista, per cui ciò che non si condivide non viene fatto conoscere al pubblico, tra cui magari qualcuno potrebbe anche condividere il pensiero esposto? sempre più spesso mi viene messo il bavaglio, ma io sono ostinato per natura, a differenza di alcuni miei amici di blog, che sono passati ad altri siti tradizionalisti, non sopportando più tutte queste censure.

Anonimo ha detto...

Poveri "imbibiti " .
http://www.perlapace.it/domenica-9-ottobre-verranno-466-citta-tutte-le-regioni/

tralcio ha detto...

La cacciata degli angeli ribelli è l’esempio del peccato contro lo Spirito santo che non può essere perdonato.
Essendo essi puri spiriti e avendo “piena coscienza” del loro misfatto, vengono allontanati dal Regno.
Entrano in competizione con Dio riguardo la signoria sulla realtà anche materiale.
In questa realtà sono tali spiriti ad accusare l’uomo (e a portare l’uomo ad accusare Dio).
L’uomo si è ficcato nel guaio che vive a motivo di una propria scelta, sobillata dal diavolo.
Dio avverte con chiarezza delle conseguenze della disobbedienza alla Sua Volontà.
Non è vero che Dio “punisce”: quel che accade è l’inevitabile conseguenza delle scelte fatte.
L’uomo, creato libero da Dio, diviene schiavo del peccato e in particolare del suo pungiglione: la morte.
Tuttavia Dio non abbandona l’uomo e prende carne per redimerlo da questa schiavitù di ribelli a Dio.
Ciò che Gesù ottiene con il suo sacrificio è di salvarci dall’inimicizia: l’ultimo nemico ad essere vinto sarà la morte.
In queste alterne vicende, spesso fraintese, a non venire mai meno è la fedeltà di Dio a se stesso, l’essere amore.
E’ un lungo percorso, fatto di tante vicende, tra le fanfare della “gloria” umana e il silenzio della gloria di Dio.
La rivelazione di Dio, Uno e Trino, consegnataci dal Verbo che si è fatto carne, è l’unica via di salvezza.
Chi rinnegherà Dio davanti agli uomini, anche il Figlio di Dio lo rinnegherà.
In fondo anche qui non c’è alcuna punizione: c’è solo l’inevitabile conseguenza di una scelta sbagliata.
La misericordia di Dio è l’infinita pazienza con cui un Padre attende che il figlio torni dopo essersi perduto.
La misericordia divina rappresenta l’accoglienza per chi torna, il fatto che non si trovi davanti a un giudice inflessibile.
La misericordia non è un attributo di Dio, ma è Dio stesso: ma non è nemmeno la “nostra idea su Dio”.
Deve essere chiaro che la misericordia di Dio non ha nulla a che vedere con un occhio benevolo sul peccato.
Men che meno essa è l’autorizzazione a peccare: al contrario è una possibilità di trasformarci da peccatori che siamo.
Chi fa scadere la misericordia nel lassismo è fuori strada: e lo è accusando di poca misericordia chi metta puntini sulle i.
Siamo un terreno di battaglia spirituale, l’ospedale da campo (la Chiesa) medica i feriti, la salvezza viene solo dal Signore.
Siamo dei malati che possono essere guariti, grazie alla misericordia che non ci fa pagare gli errori di cui ci pentiamo.
Siamo però malati non a causa delle punizioni di Dio, ma a causa dei nostri errori: per guarire bisogna volere di non ripeterli.
Il resto è ideologia. Pastoralismo sociologico. Mondo...

Anonimo ha detto...

http://www.veniteadme.org/sacerdoti-ritornate-occuparvi/
Sacerdoti, ritornate a occuparvi di noi!
Scritto da Lode Allo Spirito Santo, sezione: Res Sacrae

mic ha detto...

Non è che qui si usa il metro progressista, per cui ciò che non si condivide non viene fatto conoscere al pubblico, tra cui magari qualcuno potrebbe anche condividere il pensiero esposto? sempre più spesso mi viene messo il bavaglio, ma io sono ostinato per natura, a differenza di alcuni miei amici di blog, che sono passati ad altri siti tradizionalisti, non sopportando più tutte queste censure.

Catholicus,
qui non si usa alcuno stile progressista, si usa il "nostro" stile, che non riguarda solo ciò che si dice, ma anche come lo si dice perché non è ininfluente.
A me ripugna chi addirittura usa termini come "vile" o altri peggiori oppure ancora continua a tirar fuori la nomina al papato e la rinuncia come fosse un fatto acquisito invece che "voci" non suffragate da prove.
Anch'io sono perplessa, ma non do' per scontato nulla e non pubblico i commenti che di fatto sono faziosi o poco rispettosi. Se lei ed altri trovate appoggio su altri siti che hanno posizioni diverse, fate bene a insistere lì...

Anonimo ha detto...

"Non è vero che Dio “punisce”: quel che accade è l’inevitabile conseguenza delle scelte fatte."

Dal terzo segreto di Fatima:
"Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per CASTIGARE il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre."

Anonimo ha detto...

Non credo che Siri sia stato vile, tuttavia è innegabile che sia sia limitato ad una battaglia che a me pare di retroguardia, come del resto Ottaviani ed altri.
C'è stato un grande limite alla loro azione, il "sacro terrore" di essere infedeli al Papa, al Concilio ed alla madre Chiesa. Timore, che evidentemente, non ha avuto, Lefebvre.
Del resto Siri nella rivista Rennovatio, da lui fondata,diretta da don Gianni Baget Bozzo,non è mai andato oltre la critica al postconcilio.
Lo stesso atteggiamento si vede,oggi, anche in quei pastori che definiamo di riferimento.
All'epoca,tuttavia, c'erano sicuramente maggiori margini di manovra, non erano ancora in atto le "misericordiose" rappresaglie di adesso.
Se ci fosse stata tale lotta, in quel periodo, forse oggi non ci troveremmo a questo punto.
Piaccia o no è la realtà.
Forse,talvolta, si esalta troppo la grandezza di chi non ha avuto la lucidità,o capacità non so,di condurre fino in fondo la buona battaglia.
Ha influito, allora come oggi, a mio parere, un malinteso concetto di fedeltà ed obbedienza.
Antonio (Napoli)

GIOVANNI ENZO Basile ha detto...

c'è chi vive di "miti" ed ama mitizzare condotte umane che purtroppo non hanno nulla di coraggioso. E' molto umano condannare gli errori con le parole, ma chi ama il Verbo incarnato, di fronte agli errori sa eroicamente andare aldilà delle inutili parole, ma passa ai fatti. Nei fatti ad Econe Mons Siri non c'era, nè osò accogliere l'appello rivoltogli da Mons Lefebre nel 1986 alla vigilia dello scandalo in salsa wojtyliana dell'one man show di assisi. A parole, anche oggi, c'è qualche ecclesiastico che parla in modo cattolico, ma nei fatti, chi oggi ha il coraggio da leone di mons lefebre e dei sacerdoti cattolici della FSSPX?

tralcio ha detto...

Ho come l'impressione che ci sia chi faccia proprio fatica a essere "sereno"...

Ha quasi bisogno di sentire certe parole e gode di un Dio che castiga e "mena"...

Non fa lo sforzo di capire che un padre o una madre castigano talora i figli, ma sempre e comunque amandoli. E soprattutto pare sfuggire che tali castighi non sono inviati da Dio, ma piuttosto permessi, in conseguenza delle disobbedienze accadute.
E' forse un castigo di un padre l'incidente di motorino del figlio, se il figlio usa il motorino circolando contromano?

Quello che sta vivendo la Chiesa somiglia più al mulinello che si forma mentre si vuota il lavandino che non alle onde cavalcate in secoli di navigazione dalla barca di Pietro... Sembra più l'avvicinarsi a un gigantesco Maelstrom dovuto all'apostasia, all'eresia, alla fame di mondo, incluso l'offrirsi al mondo senza aver altro da dare che un vuoto di senso cristiano, da riempire con voglie umane.

E ricordiamoci sempre che soprattutto bisogna temere non chi uccide il corpo, ma chi può mandare in eterno all'inferno...
La battaglia riguarda lo spirito. Essere adottati a Figli riguarda innanzitutto la vita dello spirito, tristemente perduta e confusa nella psicologia.
Chi è solo carnale e psichico vive solo nel mondo, tentato da mondo, carne e Satana.
Chi fa della "spiritualità" un commercio e del katechon un guru o un santone, vive di mondo anche dentro un'esperienza religiosa, persino quella cristiana.

La Chiesa oggi si è allontanata dal centro ed è molto più propensa a mettere l'uomo al centro. Ecco da dove vengono i guai. E se poi l'uomo che si autoproclama Dio trova giusto perseguitare proprio quei pochi che sono rimasti fedeli, ecco che il destino anche del piccolo resto non è affatto garantito dal non dover portare la croce, anzi! Soprattutto perchè portare la croce è ciò che identifica la fedeltà.
E' invece per "scantonare" che altri -prelati inclusi- se ne vergognano, preferendo presentarsi come più gradevoli e dialoganti con il potere di turno...
Salvo consegnare il mondo intero al suo principe che gode nel vedersi meno contrastato...

In ogni caso la Madonna a Fatima -e non solo- ci invita a essere come lei, tutta rivolta al Signore. A far conoscere l'amore di Dio a chi non lo conosce ancora.
Lei è la piena di grazia e non la piena di rabbie... Avverte sempre e non gode mai dei guai che dolorosamente si abbattono a motivo della corruzione del peccato.
Chiama, prega, implora e consola noi "disatrati" per rivolgerci, come fa lei, a Dio.

mic ha detto...

Grazie tralcio. :)
La tua visione è quella cristiana autentica che è la nostra!

Catholicus ha detto...

Grazie per la cortese precisazione, cara Mic, ne prendo atto e non contesto; quanto alla sua condivisione della posizione di Tralcio, richiamata qui sopra, mi consenta di esprimere piena e totale condivisione al pensiero di Giovanni Renzo Basile, appena sopra quello di Tralcio. Anche lui mi sembra che non dica niente che sia meno che cristiano e cattolico, anzi, frutto di un sincero amore e zelo per la Chiesa Cattolica, ormai quasi scomparsa e non più riconoscibile nei sacerdoti attuali, in gran parte emuli di don Abbondio. Con tutto il rispetto,

Anonimo ha detto...

È tempo di ritrovare un cuore cattolico.

Anonimo ha detto...

Il progressismo cammina a grandi passi verso l'eresia l'apostasia lo scisma, quando non c'è già arrivato. Sante parole da incorniciare: ora lo vediamo bene!!!! Ce n'è voluto perché la massa del clero quasi in totalità ci ha abbandonato ma ora è evidente ai ciechi.

Anonimo ha detto...

Non capisco la censura. Ho usato toni e modi rispettosi ed educati.
Allora il problema sono proprio i contenuti. Forse Catholicus non ha tutti i torti!

mic ha detto...

E io non capisco a quale messaggio possa riferirsi uno dei tanti Anonimi... Provi a chiedersi (una delle tante possibilità) se non sia uno di quelli che attribuiscono possessione demonuacge a destra e a manca; il che, oltre a non essere alla nostra portata, non contribuisce ad alimentare la riflessione.

Siate prudenti come serpenti , ha detto...

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2016/07/quelle-parole-talismaniche-nei-sinodi-sulla-famiglia/

Oggetto : Una rivoluzione pastorale .
Catechesi di Julio Loredo su : http://www.radiobuonconsiglio.it/catechesi-e-spiritualita/julio-loredo/