Una biblista ebrea che mette in discussione la lettura integrale della Passione di San Giovanni presiederà l'Associazione Biblica Cattolica statunitense che collabora con quella Conferenza episcopale. Da quanto apprendiamo c'e da chiedersi: come può la dottrina biblica cattolica rimanere cattolica quando la fede nell'affermazione centrale della Scrittura è apparentemente facoltativa?
Una biblista ebrea nominata presidente dell'Associazione Biblica Cattolica USA
Leggo su Infovaticana che per la prima volta in 90 anni la Catholic Biblical Association of America (CBA) ha scelto, come presidente per l'anno 2026-27, una ebrea: Amy-Jill Levine, biblista, specialista del Nuovo Testamento e membro dell’associazione dal 1988. Una nomina che desta scalpore, poiché l’organizzazione, nei suoi statuti, prevede che il suo lavoro deve svolgersi conformemente al Magistero cattolico e inoltre presta la sua consulenza alla Conferenza Episcopale degli Stati Uniti.
La nuova presidente ha difeso la convenienza di riconsiderare la proclamazione integrale della Passione secondo San Giovanni il Venerdì Santo e ha sostenuto posizioni in contrasto con la morale cattolica in ordine all'applicazione di alcuni testi biblici sull’omosessualità. Ora collaborerà con i vescovi statunitensi in orientamenti biblici per la predicazione e la catechesi, oltre che per le risorse destinate al clero e agli educatori religiosi.
Levine risulta una specialista nei Vangeli e nel contesto ebraico del cristianesimo primitivo. Nel 2019 è stata la prima ebrea a tenere un corso sul Nuovo Testamento al Pontificio Istituto Biblico di Roma. La stessa CBA sottolinea che ha lavorato per decenni nell’ambito delle relazioni giudeo-cristiane e Bergoglio l'ha ricevuta in tre udienze.
Gran parte della carriera accademica della Levine è stata dedicata allo studio del Nuovo Testamento e in particolare a collocare le parole e le azioni di Cristo nel loro contesto ebraico. Continua a professare l’ebraismo ortodosso e dunque non riconosce Gesù Cristo come Signore e Salvatore.
Una delle sue posizioni di maggior rilevanza in riferimento al suo nuovo impegno riguarda la Passione secondo Giovanni, la cui proclamazione fa parte della liturgia cattolica del Venerdì Santo.
In un’intervista concessa nel 2023 a The Christian Century, la biblista ha affrontato il trattamento degli «ebrei» nel quarto Vangelo e sostenuto che alcuni dei suoi passi possono favorire interpretazioni ostili verso il popolo ebraico. Interpellata sulle possibili soluzioni, ha difeso la modifica del lezionario del Venerdì Santo.
Durante la celebrazione del Venerdì Santo propone specificamente di riconsiderare la lettura integrale della Passione e di ricorrere ad altre possibilità, come le sette ultime parole di Cristo tratte dai quattro Vangeli.
Nonostante le discutibili nuove posizioni post-conciliari sulle codiddette "alleanze parallele" [vedi], la liturgia romana mantiene la proclamazione di Giovanni 18,1-19,42 il Venerdì Santo.
Quanto alle sue posizioni sui testi relativi all’omosessualità, in un saggio pubblicato nel 2022 da Outreach, Levine ha analizzato diversi passi della Genesi, del Levitico, delle lettere di San Paolo e di Giuda. Se non nega che esistano testi biblici contrari alle relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso, di fatto in alcuni casi ammette una interpretazione storicista, al passo coi tempi. Sostiene infatti che stabilire cosa significava un passo nel suo contesto originale non risolve necessariamente la sua applicazione morale contemporanea. Queste le sue parole: «Poiché non viviamo nell’Età del Ferro antica né nell’Impero romano del I secolo», è necessario giudicare se ciò che si considerava appropriato allora continui a esserlo attualmente.
La biblista considera inoltre che nell’interpretazione di queste questioni debbano entrare in considerazione altri elementi oltre alla ricostruzione storica del testo, tra cui le conoscenze scientifiche e l’esperienza delle persone coinvolte.
Nello stesso saggio ha rifiutato come insufficiente, applicata a questo dibattito, la formula «amare il peccatore ma odiare il peccato» e sostenuto che le persone che ritengono di aver scoperto la propria identità sessuale o di genere possono sentirsi liberate dalle restrizioni che determinati membri delle Chiese pretendono di imporre loro.
Bontà sua, Levine ha assicurato a EWTN News, queste le sue testuali parole: «Non sono interessata a mettere in discussione la dottrina». E dunque il suo obiettivo alla guida dell’associazione non consiste nel modificare gli insegnamenti della Chiesa, ma nel cercare interpretazioni fondate storicamente che possano anche essere dirette alle comunità attuali.
La nuova presidente non considera nemmeno che «tutto ciò che è attribuito a Gesù nel Nuovo Testamento proceda direttamente da Gesù». Tra i suoi argomenti menziona che Cristo parlava aramaico mentre i testi neotestamentari furono redatti in greco e sostiene che questo approccio storico-critico è compatibile con la dottrina cattolica; potremmo aggiungere con quella attuale...
Per la Chiesa cattolica, la Bibbia non è semplicemente un'antologia di letteratura religiosa antica il cui significato può essere esaurito dalla filologia, dall'archeologia, dalla critica testuale, dalla critica delle fonti, dalla critica redazionale o dalla ricostruzione storica. Tutte queste discipline hanno il loro posto legittimo sia pure non preminente. La stessa Dei Verbum insiste sull'importanza di prestare attenzione alle forme letterarie, alle circostanze storiche e alle intenzioni degli autori umani. Ma la Chiesa avanza un'ulteriore affermazione, di portata radicale: la Scrittura ha Dio come autore, i testi sono ispirati, appartengono a un'unica economia della Rivelazione, devono essere interpretati all'interno della Tradizione vivente della Chiesa, secondo l'analogia della fede, sotto la guida dello stesso Spirito Santo che li ha ispirati, e il centro di tutta questa economia non è un'ipotesi accademica, ma una Persona: Gesù Cristo.
Qui si impone una precisazione. La Tradizione perenne fondata sull'oggetto-Rivelazione si intende vivente in quanto riproposta viva e feconda ad ogni generazione, non vivente nel senso storicista, cioè mutevole secondo le mode del tempo in quanto fondata sol soggetto-Chiesa (discorso di Ratzinger del 2005) introdotto dal Concilio; il che, in definitiva, appare più congeniale all'interpretazione della Levine... Il nodo sta sempre lì: nelle ambiguità del Vaticano II attuate 'pastoralmente' dai novatori. Il che la dottrina non la cambia de iure ma la cambia de facto. E col tempo anche de iure; ma le nuove generazioni non se ne accorgono e non sono consapevoli di vivere un'altra fede...
In conclusione, questa nomina è più di una curiosità istituzionale; appare piuttosto il segno di un malessere più profondo all'interno della ricerca cattolica contemporanea: una crescente propensione a separare le fonti della fede dalle realtà dogmatiche che tali fonti proclamano, fino al punto in cui il termine "cattolico" rischia di diventare poco più di un'etichetta istituzionale ereditata, anziché la confessione di ciò che è realmente vero.
Ma, oltre a tutte le altre considerazioni ampiamente esposte, il problema è che un'associazione esplicitamente cattolica ha scelto di essere guidata da qualcuno che non crede alla verità centrale a cui la dottrina biblica cattolica rende in ultima analisi testimonianza: che Gesù di Nazareth è il Cristo, il Figlio del Dio vivente.
Maria Guarini
La nuova presidente ha difeso la convenienza di riconsiderare la proclamazione integrale della Passione secondo San Giovanni il Venerdì Santo e ha sostenuto posizioni in contrasto con la morale cattolica in ordine all'applicazione di alcuni testi biblici sull’omosessualità. Ora collaborerà con i vescovi statunitensi in orientamenti biblici per la predicazione e la catechesi, oltre che per le risorse destinate al clero e agli educatori religiosi.
Levine risulta una specialista nei Vangeli e nel contesto ebraico del cristianesimo primitivo. Nel 2019 è stata la prima ebrea a tenere un corso sul Nuovo Testamento al Pontificio Istituto Biblico di Roma. La stessa CBA sottolinea che ha lavorato per decenni nell’ambito delle relazioni giudeo-cristiane e Bergoglio l'ha ricevuta in tre udienze.
Gran parte della carriera accademica della Levine è stata dedicata allo studio del Nuovo Testamento e in particolare a collocare le parole e le azioni di Cristo nel loro contesto ebraico. Continua a professare l’ebraismo ortodosso e dunque non riconosce Gesù Cristo come Signore e Salvatore.
Una delle sue posizioni di maggior rilevanza in riferimento al suo nuovo impegno riguarda la Passione secondo Giovanni, la cui proclamazione fa parte della liturgia cattolica del Venerdì Santo.
In un’intervista concessa nel 2023 a The Christian Century, la biblista ha affrontato il trattamento degli «ebrei» nel quarto Vangelo e sostenuto che alcuni dei suoi passi possono favorire interpretazioni ostili verso il popolo ebraico. Interpellata sulle possibili soluzioni, ha difeso la modifica del lezionario del Venerdì Santo.
Durante la celebrazione del Venerdì Santo propone specificamente di riconsiderare la lettura integrale della Passione e di ricorrere ad altre possibilità, come le sette ultime parole di Cristo tratte dai quattro Vangeli.
Nonostante le discutibili nuove posizioni post-conciliari sulle codiddette "alleanze parallele" [vedi], la liturgia romana mantiene la proclamazione di Giovanni 18,1-19,42 il Venerdì Santo.
Quanto alle sue posizioni sui testi relativi all’omosessualità, in un saggio pubblicato nel 2022 da Outreach, Levine ha analizzato diversi passi della Genesi, del Levitico, delle lettere di San Paolo e di Giuda. Se non nega che esistano testi biblici contrari alle relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso, di fatto in alcuni casi ammette una interpretazione storicista, al passo coi tempi. Sostiene infatti che stabilire cosa significava un passo nel suo contesto originale non risolve necessariamente la sua applicazione morale contemporanea. Queste le sue parole: «Poiché non viviamo nell’Età del Ferro antica né nell’Impero romano del I secolo», è necessario giudicare se ciò che si considerava appropriato allora continui a esserlo attualmente.
La biblista considera inoltre che nell’interpretazione di queste questioni debbano entrare in considerazione altri elementi oltre alla ricostruzione storica del testo, tra cui le conoscenze scientifiche e l’esperienza delle persone coinvolte.
Nello stesso saggio ha rifiutato come insufficiente, applicata a questo dibattito, la formula «amare il peccatore ma odiare il peccato» e sostenuto che le persone che ritengono di aver scoperto la propria identità sessuale o di genere possono sentirsi liberate dalle restrizioni che determinati membri delle Chiese pretendono di imporre loro.
Bontà sua, Levine ha assicurato a EWTN News, queste le sue testuali parole: «Non sono interessata a mettere in discussione la dottrina». E dunque il suo obiettivo alla guida dell’associazione non consiste nel modificare gli insegnamenti della Chiesa, ma nel cercare interpretazioni fondate storicamente che possano anche essere dirette alle comunità attuali.
La nuova presidente non considera nemmeno che «tutto ciò che è attribuito a Gesù nel Nuovo Testamento proceda direttamente da Gesù». Tra i suoi argomenti menziona che Cristo parlava aramaico mentre i testi neotestamentari furono redatti in greco e sostiene che questo approccio storico-critico è compatibile con la dottrina cattolica; potremmo aggiungere con quella attuale...
Per la Chiesa cattolica, la Bibbia non è semplicemente un'antologia di letteratura religiosa antica il cui significato può essere esaurito dalla filologia, dall'archeologia, dalla critica testuale, dalla critica delle fonti, dalla critica redazionale o dalla ricostruzione storica. Tutte queste discipline hanno il loro posto legittimo sia pure non preminente. La stessa Dei Verbum insiste sull'importanza di prestare attenzione alle forme letterarie, alle circostanze storiche e alle intenzioni degli autori umani. Ma la Chiesa avanza un'ulteriore affermazione, di portata radicale: la Scrittura ha Dio come autore, i testi sono ispirati, appartengono a un'unica economia della Rivelazione, devono essere interpretati all'interno della Tradizione vivente della Chiesa, secondo l'analogia della fede, sotto la guida dello stesso Spirito Santo che li ha ispirati, e il centro di tutta questa economia non è un'ipotesi accademica, ma una Persona: Gesù Cristo.
Qui si impone una precisazione. La Tradizione perenne fondata sull'oggetto-Rivelazione si intende vivente in quanto riproposta viva e feconda ad ogni generazione, non vivente nel senso storicista, cioè mutevole secondo le mode del tempo in quanto fondata sol soggetto-Chiesa (discorso di Ratzinger del 2005) introdotto dal Concilio; il che, in definitiva, appare più congeniale all'interpretazione della Levine... Il nodo sta sempre lì: nelle ambiguità del Vaticano II attuate 'pastoralmente' dai novatori. Il che la dottrina non la cambia de iure ma la cambia de facto. E col tempo anche de iure; ma le nuove generazioni non se ne accorgono e non sono consapevoli di vivere un'altra fede...
In conclusione, questa nomina è più di una curiosità istituzionale; appare piuttosto il segno di un malessere più profondo all'interno della ricerca cattolica contemporanea: una crescente propensione a separare le fonti della fede dalle realtà dogmatiche che tali fonti proclamano, fino al punto in cui il termine "cattolico" rischia di diventare poco più di un'etichetta istituzionale ereditata, anziché la confessione di ciò che è realmente vero.
Ma, oltre a tutte le altre considerazioni ampiamente esposte, il problema è che un'associazione esplicitamente cattolica ha scelto di essere guidata da qualcuno che non crede alla verità centrale a cui la dottrina biblica cattolica rende in ultima analisi testimonianza: che Gesù di Nazareth è il Cristo, il Figlio del Dio vivente.

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