Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

lunedì 26 ottobre 2026

Mons. Viganò/ QUOD SCRIPSI, SCRIPSI

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Mons. Viganò/ QUOD SCRIPSI, SCRIPSI
Omelia nella Festa di Cristo Re

Dicit ei Pilatus: Ergo rex es tu?
Respondit Jesus: Tu dicis quia rex sum ego.
Jo 18, 37
Dilettissimi Fratelli e Sorelle,
Due sono gli uomini che, nel Vangelo di questa solennità, parlano di regalità: uno è il Re, incatenato e silenzioso; l’altro è il giudice, che siede in tribunale e ignora di essere giudicato. Pilato interroga, e crede di condurre l’interrogatorio; ma chi lo ascolti con orecchio attento si avvede che la domanda Ergo rex es tu? è posta dal Prigioniero al pretorio, e dal pretorio all’intero universo. È la domanda alla quale ogni uomo, ogni famiglia, ogni Stato dovrà rispondere, e dalla cui risposta dipende la sorte eterna delle anime e il destino temporale delle nazioni.

I. Un versetto mutilato
Si è soliti citare un solo versetto di quel dialogo, e citarlo a metà: Regnum meum non est de hoc mundo. Il Regno di Cristo – si afferma – non è di questo mondo; dunque nulla ha da pretendere dalle leggi, dalle scuole, dai tribunali e dai parlamenti; dunque la Fede è affare di sacrestia, e il Re può ben restare nel tabernacolo, purché non osi uscirne.

Ma osserviamo bene come prosegue il testo, e con quale esattezza. Nostro Signore non dice:regnum meum non est in hoc mundo, bensì non est dehoc mundo; e subito aggiunge: nunc autem regnum meum non est hinc. La preposizione de indica l’origine, non l’ambito. Il Regno di Nostro Signore non trae da questo mondo né il proprio titolo, né il proprio potere, né le proprie armi: si ex hoc mundo esset regnum meum, ministri mei utique decertarent. Ma da ciò non ne consegue affatto che il Suo Regno non debba stendersi su di questo mondo: ne consegue anzi il contrario, perché ciò che discende dal Cielo è sovrano su ciò che sta quaggiù. Il Pater Noster, che il Re stesso ci ha insegnato, non dice forse: adveniat regnum tuum, fiat voluntas tua sicut in cælo et in terra? La terra, dunque, e non soltanto le coscienze. Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà in terra, come le schiere angeliche e le anime beate la fanno in cielo.

Sant’Agostino, commentando questo passo, osserva che il Signore non ha detto non est in hoc mundo, ma non est de hoc mundo, perché il Suo Regno è qui, nel mondo, fino alla fine dei secoli, sebbene non sia di qui. Il sofisma modernista vive di una frode, che fonda il proprio empio laicismo su una falsa traduzione.

II. Il giudice che si lava le mani
Guardiamo ora Pilato, che è la figura emblematica dello Stato che vuole restare neutrale dinanzi a Dio. Egli riconosce l’innocenza dell’Accusato: ego nullam invenio in eo causam. Ne sa abbastanza per assolverLo; ma teme il tumulto, calcola il consenso, e dopo aver interrogato la Verità in persona con la celebre domanda: quid est veritas?, se ne va senza attendere la risposta. Non ha scelto di negare Cristo: ha scelto di non decidere. E poiché il non decidere è già decidere, egli consegna al supplizio il Re dei re, e si lava le mani dinanzi alla folla.

È il gesto che i secoli hanno visto ripetersi. Lo Stato che si proclama incompetente in materia di verità, che tratta il vero e il falso come opinioni egualmente degne di tutela, che dichiara di non conoscere né il Decalogo né il Vangelo, non è neutrale: è Pilato. E Pilato, notate bene, non fu assolto dalla Storia per la propria astensione, né dal Credo, che lo nomina quotidianamente: passus sub Pontio Pilato. Il suo nome è sopravvissuto a quello di tutti i procuratori di Giudea, perché la neutralità dinanzi a Cristo non è una posizione: è una sentenza.

Fu questo il male che Pio XI ravvisò nel 1925, quando istituì la festa che oggi celebriamo. Dopo la grande guerra, mentre le nazioni si credevano riconciliate dalla sola diplomazia, egli scrisse nella Quas Primas che la peste del suo tempo era il laicismo, e che non vi sarebbe stata pace durevole tra gli uomini finché individui e Stati avessero rifiutato di riconoscere la sovranità del Salvatore. Non è un caso che egli abbia fissato la solennità all’ultima domenica di Ottobre, alla vigilia di Tutti i Santi: perché il Re è Sovrano dei Santi che regnano con Lui, e il Suo trionfo è il compimento della loro vittoria.

III. Quod scripsi, scripsi
Ma il Vangelo ha riservato a Pilato una sorpresa, e a noi una lezione. Dopo la condanna, l’uomo che aveva rifiutato di decidere decide una cosa sola, e la decide con ostinazione: scrive il titolo della Croce. Scripsit autem et titulum Pilatus, et posuit super crucem: Jesus Nazarenus, Rex Judæorum. E lo scrive in tre lingue: hebraice, græce et latine; cioè nella lingua della Rivelazione, in quella della Sapienza e in quella del Diritto. Tutto il mondo allora conosciuto, tutte le forme del sapere e del potere, ricevono la medesima notifica pubblica: Questi è il Re.

I sommi sacerdoti protestano: Noli scribere: Rex Judæorum, sed quia ipse dixit: Rex sum Judæorum. Chiedono, in sostanza, che la regalità sia ridotta ad un’opinione dell’Accusato, ad una pretesa personale che nulla impegni. E Pilato, che non aveva saputo difendere un innocente, trova di colpo la fermezza che gli era mancata: Quod scripsi, scripsi. Ciò che ho scritto, ho scritto.

Fratelli carissimi, non cerchiamo qui la conversione di Pilato, che il Vangelo non ci narra. Contempliamo piuttosto la Provvidenza, che si serve perfino di un’anima vile per fissare, in forma pubblica e irrevocabile, la sovranità del Crocifisso. Come Caifa aveva profetizzato senza saperlo, così Pilato legifera senza volerlo: il titolo è affisso, e nessun tribunale, nessuna rivoluzione, nessun concilio e nessun sinodo, potrà più staccarlo dal legno. Gli uomini hanno potuto rimuovere il crocifisso dalle aule e dai cimiteri; non hanno potuto cancellare il decreto. Quod scripsi, scripsi: il Re è proclamato, e la proclamazione è definitiva.
IV. Regnavit a ligno Deus
Vi è tuttavia nel mistero della Croce una profondità che sorpassa la stessa ironia di Pilato. L’antico inno di Venanzio Fortunato canta: Regnavit a ligno Deus. Dio regna dalla Croce. Non dopo il legno, non malgrado il legno, ma dal legno: perché la Croce è il trono, e il Sangue è la porpora, e il Costato aperto è la corte da cui il Re distribuisce le Sue Grazie.

Su questo si fonda il duplice titolo con cui Pio XI ci insegna a confessare la regalità di Nostro Signore. Egli è Re jure naturæ, per l’unione ipostatica, poiché Colui che è uomo è anche Dio, e come tale gli appartengono tutte le creature. Ma è Re anche jure acquisito, per diritto di conquista: redempti estis pretio magno (1 Cor 6, 20), siete stati comprati a caro prezzo. Non siamo Suoi soltanto perché ci ha creati, ma perché ci ha riscattati: non possiamo più disporre di noi stessi come di un bene nostro. Questo, e non altro, è il fondamento della Regalità sociale di Cristo: se lo Stato è composto di uomini riscattati, nessuno di loro può affermare di governare in nome proprio e non in nome del Redentore; se la famiglia è sorta da un Sacramento, nessuna legge umana può dichiarare sciolto ciò che Cristo ha unito; se la scuola forma anime battezzate, nessuna dottrina può avere diritto di cittadinanza contro quella che le ha salvate.

Né vi è da temere, come taluni insinuano, che una simile Regalità sia tirannide. Essa è la sola autorità che non teme di essere giudicata dalla propria vittima, perché essa stessa è stata crocifissa; è la sola che non chiede ai sudditi ciò che non abbia già dato. Jugum meum suave est, et onus meum leve (Mt 11, 30). I regni degli uomini vivono del sangue dei loro sudditi; il Regno di Cristo vive del sangue del Suo Re.

LV. La liturgia ferita e il Re spodestato
Mi si consenta, cari fedeli, una considerazione che tocca da vicino quest’altare. Quando la Santa Chiesa istituì la festa di Cristo Re, volle collocarla in un giorno che esprimesse un messaggio, cioè prima della solennità di Tutti i Santi, perché la Regalità precede la gloria dei Santi, e li governa. Quel disegno fu alterato: la riforma conciliare ha trasferito questa festa alla fine dell’anno liturgico, e la sua stessa fisionomia è mutata, sicché il Re è presentato come il compimento escatologico dell’universo piuttosto che come il Sovrano che oggi, qui, nel nostro mondo, esige il nostro omaggio pubblico. Non è una questione di calendario: è una questione di grammatica teologica. Spostare la festa è parso a molti un dettaglio. Ma chi ricordi il versetto mutilato di cui parlavamo all’inizio riconoscerà la medesima tecnica: si toglie una preposizione, si sposta una data, per cancellare progressivamente la sola idea di una Regalità divina.

Voi, che siete qui oggi per il Santo Sacrificio nel rito di sempre, e nel giorno in cui Pio XI volle che si celebrasse, rendete a Nostro Signore ciò che ormai quasi tutti Gli negano: un omaggio pubblico. Il Sacrificio che si offre su quest’altare è il medesimo che si consumò sul Calvario sotto il titolo di Pilato; il sacerdote vi rinnova in persona Christi l’atto con cui il Re ha preso possesso del mondo. E il canto dell’Introito che abbiamo udito ci rammenta che la Regalità dell’Agnello è la Regalità di Colui che è stato immolato: Dignus est Agnus qui occisus est accipere virtutem et divinitatem et sapientiam et fortitudinem et honorem,

VI. Che cosa significa, oggi, confessare il Re
E allora, che cosa ci è chiesto? Non gesti clamorosi, né eroismi che il Signore non ci domanda: ci è chiesto di non fare come Pilato. Che cosa farà il padre di famiglia, quando gli si chiederà di tacere in pubblico ciò che crede in privato? Che cosa il professionista, l’insegnante, il medico, il giornalista, dinanzi alla pressione di una legge che contraddice quella di Dio? Potranno rispondere, come i Cristeros del Messico: Viva Christo Rey! e questa sola risposta basterà, perché il Re ha promesso di riconoscere dinanzi al Padre chi Lo avrà riconosciuto dinanzi agli uomini (Mt 10,32).

Ricordiamoci le parole del titulus: sono scritte in tre lingue, e noi dobbiamo scriverle nelle tre dimensioni in cui si svolge la nostra esistenza. Nell’ebraico, che è la lingua della Rivelazione: quindi nel culto e nella preghiera, perché il primo omaggio al Re è l’adorazione. Nel greco, lingua del pensiero: quindi nell’intelligenza, perché la Fede è un assenso della ragione illuminata e non un sentimento. Nel latino, lingua del diritto: quindi nella vita sociale, perché il Re ha diritto che le Sue leggi siano riconosciute nelle leggi degli uomini.

Il mondo, che ha deciso di non sapere più chi sia il suo Re, ha finito per ritrovarsi con una moltitudine di piccoli e grandi tiranni. Chi non vuole il giogo soave di Cristo si ritrova, presto o tardi, sotto il giogo pesante di ciò che Gli usurpa la Signoria. Ma noi sappiamo che oportet illum regnare (1 Cor 15,25): bisogna che Egli regni, finché abbia posto tutti i nemici sotto i Suoi piedi. E sappiamo chi sarà l’ultimo nemico a cadere: la morte.

VII. Regina Regni
Cari Fedeli, volgiamo lo sguardo a Colei che stava presso la Croce mentre Pilato scriveva e il titolo veniva affisso: stabat juxta crucem Jesu mater ejus. Ella ha letto per prima, sotto il legno, la scritta che decretava il Figlio Re; e ha creduto, quando tutti gli Apostoli, tranne uno, erano fuggiti. Per questo la Chiesa La invoca Regina, perché Colei che ha creduto alla Regalità del Crocifisso quando più era oscurata, ha meritato di sedere alla destra del Re quando essa è più splendente.

Preghiamo dunque il Re per mezzo della Regina Crucis, perché affretti il Suo ritorno trionfale nelle società rinnegate; perché tocchi i cuori di coloro che, come Pilato, sanno ma non osano; perché doni a noi la fermezza di scrivere, con la vita, ciò che Pilato fece scrivere con l’inchiostro. Non ritratteremo. Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat. E così sia.
+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
Viterbo, 25 Ottobre MMXXVIDominica ultima Octobris, D.N.J.C. Regis

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