In un articolo per America Magazine il cardinale Cupich - nominato da Papa Francesco al Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti nel giugno 2022 - ha accusato i cattolici che si oppongono al giro di vite di Francesco sul Rito antico non solo di resistere alla volontà di Dio e di "minare" la Santa Sede, ma anche di opporsi a Giovanni Paolo II.
La versione italiana dell'articolo è pubblicata - e dunque fatta propria - dalla voce ufficiale della Santa Sede, l'
Osservatore Romano; il che rappresenta una forte indicazione dell'intenzione di Bergoglio di proseguire con insistente fermezza nella cancellazione della liturgia dei secoli. La riportiamo di seguito.
Di fatto il cardinale cita a sproposito Giovanni Paolo II per dimostrare che la
lex orandi della Chiesa è presente unicamente nella Messa riformata di Paolo VI in quanto espressione della mens del Vaticano II; ma se è vero che Giovanni Paolo II aveva una grande considerazione per il Vaticano II e per le sue applicazioni - tra cui anche la riforma liturgica - l'aggancio finisce qui. Cupich si spinge ad affermare che "
la restaurazione della liturgia [promossa dal Vaticano II]
fu il risultato del movimento dello Spirito Santo ”, e non “
l'imposizione di un'ideologia alla chiesa da parte di una singola persona o gruppo". Dimentica che, fu proprio Papa Wojtyla il primo a emanare disposizioni favorevoli al rito antico dapprima con la lettera
Quattuor abhinc annos del 1984 e poi nel 1988 con il motu proprio
Ecclesia Dei, che afferma esplicitamente: «
dovrà essere ovunque rispettato l'animo di tutti coloro che si sentono legati alla tradizione liturgica latina, mediante un'ampia e generosa applicazione delle direttive, già da tempo emanate dalla Sede Apostolica, per l'uso del Messale Romano secondo l'edizione tipica del 1962». Un'ampia e generosa applicazione e un rispetto che rappresentano l'esatto contrario della tabula rasa auspicata da Cupich, da Roche e da tutti i nuovi demolitori, che
non praevalebunt!.
Tra l'altro l'affermazione di Cupich secondo cui il
Novus Ordo Missae è un "frutto" luminoso e splendente del Concilio Vaticano II merita rivela tutta la sua valenza strumentale proprio dalla realtà la smentisce, posto che le comunità tradizionali pullulano di giovani famiglie, vantano alti tassi di frequenza settimanale e al momento, a differenza dei seminari diocesani, presentano un incremento notevole di vocazioni. Per contro, molte diocesi purtroppo sono costrette a chiudere parrocchie, a causa del calo delle frequentazioni e della mancanza di sacerdoti. Qui
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vexata quaestio. (M.G.)
Francesco e il rinnovamento liturgico voluto dal concilio Vaticano II
Nella fedeltà ai suggerimenti dello SpiritoPubblichiamo di seguito in una nostra traduzione italiana l’articolo apparso sulla rivista dei gesuiti statunitensi «America».
«Non c’è niente di nuovo sotto il sole». Questo verso delle Scritture tratto dal libro dell’
Ecclesiaste (1, 9) mi torna in mente mentre rifletto sull’agitazione espressa da alcuni nella Chiesa e dai media in relazione al motu proprio del Santo Padre
Traditionis custodes e alla recente conferma data nel
Rescriptum ex audientia pubblicato dal cardinale Arthur Roche, prefetto del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.
Ricordiamo che in quei documenti di Roma, il successore di Pietro, che è il garante dell’unità della Chiesa, ha esortato i vescovi ad aiutare tutti i cattolici romani ad accettare pienamente che i libri liturgici promulgati da san Paolo vi e da san Giovanni Paolo II sono l’unica espressione della lex orandi (legge della preghiera) del rito romano. Il fatto che il Santo Padre lo abbia dovuto fare sessant’anni dopo il concilio Vaticano II mi rattrista, ma non mi sorprende. Nei miei 50 anni di sacerdozio e 25 di episcopato ho visto sacche di resistenza agli insegnamenti e alle riforme conciliari, e specialmente il rifiuto di accettare il rinnovamento della liturgia.