sabato 1 febbraio 2020

Discorso di Pio XII sul Sacerdozio e sull'Apostolato

Discorso lungo e articolato, ripreso nella sua interezza per coglierne tutta la preziosa e premurosa 'sapienza' propria del Pastor angelicus. Allora era luminosa ordinaria amministrazione; ora diventa l'occasione per attingere alla vena aurea dei tesori profusi nella Chiesa docta dalla Chiesa docens.

Pio XII indossa la Tiara o Triregno
deposta da Paolo VI
Discorso di Sua Santità Pio XII ai Parroci di Roma e ai Predicatori della Quaresima*
Sala del Concistoro - Martedì, 6 febbraio 1940

Una cara e veneranda consuetudine Ci porge la gioia e il conforto di vedere, all'approssimarsi del tempo quadragesimale, riuniti intorno a Noi i Parroci e gli oratori sacri dell'Urbe. In mezzo a voi proviamo una vicinanza e un affetto antico e nuovo; sentiamo come la responsabilità di Supremo Pastore e l'amore di Padre comune, che Ci uniscono con tutte le diocesi del mondo, Ci legano in più stretto vincolo e si ravvivano con il clero della città Nostra natale, ora affidato a Noi dallo Spirito Santo, il quale nella sua infinita degnazione Ci ha posto a reggere la Chiesa di Roma e a un tempo l'universale Chiesa di Dio (Act., XX, 28).
Ma le gravi sollecitudini sempre crescenti per il governo della Chiesa universale obbligano i Sommi Pontefici, oggi ancor più che nei tempi passati, a porre con fiducia in altre esperte mani le cure giornaliere della diocesi romana; onde in questa felice circostanza godiamo di esprimere e altamente manifestare dinanzi a voi gratitudine e sommo riconoscimento al Nostro carissimo e Venerabile Fratello il Cardinale Vicario e ai suoi collaboratori per lo zelo illuminato e indefesso con cui Ci coadiuvano nel ministero episcopale. Perciò mentre Ci rallegriamo, o diletti Figli, di salutarvi qui presenti, vogliamo ringraziare anche voi e, poiché conosciamo le vostre opere, le vostre fatiche e la vostra costanza (Apoc., II, 2), bramiamo di significarvi l'intima Nostra soddisfazione per la vostra commendevole attività.

Che se questo Nostro compiacimento Ci offre ora l'occasione d'intrattenerCi con voi su alcune esigenze della cura parrocchiale in Roma, desideriamo che nelle Nostre parole vediate e sentiate soprattutto un'approvazione per quello che avete conseguito o a cui aspirate, un paterno incoraggiamento a proseguire nella via iniziata, un'assicurazione che voi e Noi siamo animati e mossi dalle stesse intenzioni e dai medesimi disegni. Non è forse vero che noi tutti, sacerdoti, siamo costituiti mediatori di riconciliazione fra Dio e gli uomini? Mediatori, bensì, subordinati a Cristo, unico Mediatore fra Dio e gli uomini «unus mediator Dei et hominum homo Christus Iesus», che diede se stesso in redenzione per tutti, e per il quale Dio ci ha a sé riconciliati e ha dato a noi il ministero della riconciliazione «dedit nobis ministerium reconciliationis », e ci ha incaricati della parola di riconciliazione «posuit in nobis verbum reconciliationis. Pro Christo ergo legatione fiingimur» (I Tim., II, 5 -6; II Cor., V, 18-20). Siamo ambasciatori per Cristo in mezzo al mondo, come se Dio esortasse gli uomini per bocca nostra. A quest'alto concetto sacerdotale propostoci dal Dottore delle Genti solleviamo, diletti Figli, il nostro sguardo, le nostre aspirazioni e i nostri intendimenti; e con l'operoso nostro zelo esaltiamo e rendiamo in mezzo al popolo cristiano veneranda la nostra dignità di mediatori e ambasciatori di Cristo. Ma nella sacra gerarchia chi è mai più vicino al popolo se non il parroco, la cui missione caratterizzano e definiscono tre parole: apostolo, padre, pastore?

Siete cooperatori del Vescovo, successore degli Apostoli, col quale costituite un'unità morale, sicché anche per ognuno di voi vale il mandato della grande missione di Cristo; siete padri dei vostri parrocchiani, e potete ripetere loro le parole dell'Apostolo ai novelli Cristiani : «Filioli mei, quos iterum parturio, donec formetur Christus in nobis» (Gal., IV, 19); siete pastori del vostro gregge, secondo le impareggiabilmente belle ed esaurienti descrizioni e l'irraggiungibile modello del Buon Pastore, Gesù Cristo. Attorno a queste parole di così densa comprensione: apostolo, padre, pastore, vogliamo esporvi alcuni brevi punti, che concernono il benessere e la prosperità della Nostra diocesi di Roma.
  1. Ogni parroco è un apostolo; ma soprattutto colui, che svolge l'opera sua in una grande città, deve sentire in sé le fiamme dello spirito apostolico e missionario e dello zelo conquistatore di un San Paolo. Se considerate i tempi moderni coi loro eventi politici e religiosi e col multiforme sviarsi dell'indagine filosofica e scientifica e dell'istruzione ed educazione civile dalle credenze religiose, voi non tarderete a vedere come si siano talmente mutate le antiche condizioni spirituali della società, che neanche in questa Nostra diletta Roma può più parlarsi di un terreno puramente, intieramente e pacificamente cattolico; perché, accanto a coloro — e sono magnifiche legioni — rimasti fermi nella fede, non mancano in ogni parrocchia circoli di persone, le quali, fattesi indifferenti o estranee alla Chiesa, costituiscono quasi un territorio di missione da riconquistare a Cristo.
    Di tale duplice aspetto del suo popolo è dovere del parroco di formarsi con pronto ed agile intuito un quadro chiaro e minutamente particolareggiato, vorremmo dire topograficamente strada per strada, — cioè, da un lato, della popolazione fedele, e segnatamente dei suoi membri più scelti, da cui trarre gli elementi per promuovere la Azione Cattolica; e dall'altro, dei ceti che si sono allontanati dalle pratiche di vita cristiana. Anche questi sono pecorelle appartenenti alla parrocchia, pecorelle randage; e anche di queste, anzi di loro particolarmente, siete responsabili custodi, Figli dilettissimi; e da buoni pastori non dovete schivare lavoro o pena per ricercarle, per riguadagnarle, né concedervi riposo, finché tutte ritrovino asilo, vita e gioia nel ritorno all'ovile di Gesù Cristo. Tale è per il parroco il significato ovvio ed essenziale della parabola del Buon Pastore, di quel Pastore che è insieme Padre e Maestro. Tale è l'apostolo della parrocchia, il quale, al pari di Paolo, « Si fa debole coi deboli per guadagnare i deboli, e si fa tutto a tutti per far tutti salvi » (I Cor., IX, 22).
  2. Il parroco è pastore e padre, pastore di anime e padre spirituale. Dobbiamo tener sempre presente, diletti Figli, che l'azione della Chiesa, tutta rivolta al regno di Dio che non è di questo mondo, se non vuol essere sterile, ma svolgersi vivificante, sana ed efficace, ha da tendere allo scopo che gli uomini vivano e muoiano nella grazia di Dio. Istruire i fedeli nel pensiero cristiano, rinnovare l'uomo nella sequela e nella imitazione di Cristo, spianare la via, pur sempre angusta, al regno del cielo e rendere veramente cristiana la città, tale è la missione propria del parroco come maestro, padre e pastore della sua parrocchia.
    Nell'adempimento di questi doveri non lasciate distogliere e inceppare il vostro zelo dai lavori di amministrazione. Forse non pochi di voi hanno giornalmente a condurre aspra lotta per non restare oppressi dalle occupazioni amministrative e trovare il modo e il tempo indispensabile per la vera cura di anime. Ora, se l'organizzazione e l'amministrazione sono pure senza dubbio mezzi preziosi di apostolato, debbono però essere adattate e subordinate al ministero spirituale e al verace e proprio ufficio operosamente pastorale.
  3. Per divino consiglio, anche il sacerdote, come ogni Vescovo «ex hominibus assumptus, pro hominibus constituitur in iis quae sunt ad Deum, ut offerat dona et sacrificia pro peccatis» (Hebr., V, I); e perciò il sacro carattere di lui, intermediario tra Dio e gli uomini, si palesa, si svolge, si espande, si innalza e pienamente si sublima circondato e avvolto dalla suprema e somma luce del suo ministero, nel sacrificio della Santa Messa e nell'amministrazione dei Sacramenti. All'altare, al fonte battesimale, al tribunale di penitenza, alla mensa eucaristica, alla benedizione degli sposi, al letto degli infermi, all'agonia dei morenti, fra i fanciulli avidi del futuro e del cammino della vita, nelle famiglie e nelle scuole, negli asili del dolore e nelle case agiate, sul pulpito e nelle pie adunanze, dai sorrisi e dai vagiti delle candide culle ai silenti cimiteri dei riposanti nell'aspettazione di una rinascita immortale, il sacerdote è, nelle mani di Dio, il ministro, lo strumento più operante della poema, dell'amore, del perdono, della redenzione largita all'uomo decaduto per sottrarsi alla schiavitù e alle insidie di Satana, e ritornare al Padre celeste, come pellegrino rigenerato, rivestito di grazia, erede del cielo, ristorato dal viatico di un pane più vivo e salutifero che non fosse il frutto dell'albero della vita piantato in mezzo all'Eden. Tanto piacque al Figlio di Dio, Redentore del mondo, di esaltare a salute degli uomini il suo sacerdote!
    Ponete quindi cura che la vostra dignità risplenda sempre innanzi al vostro popolo, e che questo del Santo Sacrificio e dei Sacramenti che amministrate conosca e comprenda con viva fede il significato e il valore, di guisa che con intelligente e personale partecipazione possa seguirne le mirabili cerimonie, come pure tutte le ineffabili bellezze della sacra liturgia. Ci è perciò di sommo conforto e letizia che quest'anno i Santi Sacramenti saranno, o diletti quaresimalisti, il tema centrale della vostra predicazione.
    Voi tutti dunque, come certamente avete fatto sinora, celebrate con dignitosa e intima devozione i Santi Misteri, evitando con ogni sollecitudine che i riti sacri, per così dire, inaridiscano nelle mani del sacerdote. Senza dubbio non dipende dal personale merito del ministro l'effetto essenziale dei Sacramenti e si correrebbe il pericolo di ridurli a un mero atto esterno, se si attribuisse importanza principalmente alla loro efficacia psicologica. Ma proprio per stimolare i fedeli ad accostarsi a queste fonti soprannaturali e disporli a riceverne la grazia, dovete tenere come vostro sacro dovere il celebrare il Santo Sacrificio e l'amministrare i Sacramenti con quel profondo rispetto, con quella cosciente riverenza, con quell'interiore pietà che rendono le sacre funzioni esempi di edificazione e incitamenti di devozione. Premuto dalle dure contingenze della vita giornaliera, quando l'ora o la campana della parrocchia lo invitano, e destano, in mezzo al tumulto dei suoi affetti, il pensiero di Dio e il palpito dello spirito, allorché mette il piede sul limitare del tempio ed entra ad accomunarsi coi fedeli per assistere ai Sacri Misteri ed ascoltare la parola di Dio, che cerca mai, che desidera il cristiano? Che vuole il popolo? Esso vuole trovare alimento e ristoro anzitutto e soprattutto nella grazia che lo conforta, ma anche — e questo pure è volontà di Cristo — nell'effetto elevante che la magnificenza della casa di Dio e il decoro degli offici divini offrono all'occhio e all'orecchio, all'intelletto e al cuore, alla fede e al sentimento.
    Dopo il Santo Sacrificio, il vostro atto più grave e rilevante è l'amministrazione del sacramento della Penitenza, che fu detto la tavola di salvezza dopo il naufragio. Siate pronti e generosi a offrire questa tavola ai naviganti nel procelloso mare della vita. Insistetevi con speciale zelo e piena dedizione; sedete in quel divino tribunale di accusa, di pentimento e di perdono, come giudici che nutrono in petto un cuore di padre e di amico, di medico e di maestro. E se lo scopo essenziale di questo sacramento è di riconciliare l'uomo con Dio, non perdete di vista che a raggiungere così alto fine giova potentemente quella direzione spirituale, per la quale le anime, più vicine che mai alla paterna voce del sacerdote, versano in lui le loro pene, i loro turbamenti e i loro dubbi e ne ascoltano fiduciose i consigli e gli ammonimenti; perché il popolo sente acuto il bisogno di confessori, che per virtù e per scienza teologica e ascetica, per maturità e ponderatezza, valgano a fornire illuminate e sicure norme di vita e di bene in maniera semplice e chiara, con tatto e benevolenza.
  4. Quanto abbiamo detto fin qui riguarda specialmente il devoto e vigile ministero del parroco; ma oltre a questo, è suo stretto dovere di annunziare la parola di Dio (Can., 1344), dovere essenziale dell'apostolo, al quale viene affidato il «verbum reconciliationis» non meno che il «ministerium reconciliationis» (II Cor., V, 18-19). «Vae enim mini est, si non evangelizavero» (I Cor., IX, 16). Perché «fides ex auditu, auditus autem per verbum Christi . . . Quomodo credent ei, quem non audierunt? Quomodo autem audient sine praedicante?» (Rom., X, 14-17). Come l'intelletto preluce alla volontà, così la verità è la lampada della buona azione. La parola è il veicolo della verità, e pur troppo anche dell'errore, che battono alla porta dell'intelletto e della volontà. Voi comprendete perché le ammonizioni dell'Apostolo connettano fede e udito, udito e predicatore, e perché, a sanare la cecità del mondo nel conoscere Dio parlante dalla sapienza lucente nell'universo «placuit Deo per stultitiam praedicationis salvos facere credentes» (I Cor., I, 21). Sublime stoltezza è questa; giacché la stoltezza di Dio è più saggia degli uomini (I Cor., I, 25) e il « disonor del Golgota » è la gloria di Cristo. Queste verità convengono pure, al pari degli ammonimenti dell'Apostolo, ai nostri tempi, in cui profonda è l'ignoranza religiosa e gravida di pericoli. Predicate la dottrina, le umiliazioni e le glorie del Salvatore divino; e poiché specialmente ogni domenica e nel tempo della quaresima numerosissimi cristiani si adunano intorno ai pulpiti, si offre a voi un'occasione unica, — che viene osservata con gelosia dagli araldi di altre concezioni — per rendere più potente e salda e profonda la fede nel popolo; e chi non si giovasse con ardente zelo di un'ora così opportuna, mancherebbe del senso d'illuminata responsabilità nel promuovere il bene, tanto necessario al vivere cristiano, dell'istruzione sacra.
    Rendete con la predicazione familiari la persona e gli esempi dell'Uomo-Dio, poiché la vita religiosa dei singoli sboccia e si sviluppa con divina freschezza nella personale relazione e unione con Gesù Cristo. Predicate i misteri della fede; predicate la verità nella sua purezza e integrità fino nelle sue ultime conseguenze morali e sociali: di questo ha fame il popolo. Predicate con semplicità, mirando a quel senso pratico che arriva alla mente e si fa guida dello spirito. Non la scintillante e ricercata facondia conquista, oggi specialmente, le anime, bensì la parola con-vinta che parte dal cuore e va al cuore.
    Coi grandi e coi maturi siate, ad immagine dell'apostolo Paolo, padri e dottori di perfezione; coi piccoli e coi giovani fatevi piccoli a guisa di madri «tamquam si nutrix foveat filios suos» (I Thess., II, 7). Non crediate coi piccoli e con gl'ignoranti di umiliarvi: uguale in valore alla predica è la catechesi, l'istruzione dei fanciulli come l'istruzione degli adulti. In tale ufficio il clero della parrocchia può certo contare sull'appoggio e sul concorso dell'Azione Cattolica; e a tutti quelli, che a così santa opera collaborano, Noi con sentimento paterno lieti mandiamo il Nostro profondo ringraziamento e la Benedizione Apostolica. Questa importante missione non dimenticate che i sacri canoni (1329-33) la suppongono come naturale e prima cura, a cui debba por mano colui che è messo curatore di anime. Lo zelo del sacerdote e la sua abilità sarà stimolo e modello ai collaboratori laici; e l'ora di catechismo offrirà al parroco propizia occasione di ritrovarsi con la giovane generazione della parrocchia. Non vi lasciate sfuggire l'occasione di preparare personalmente, quando vi riuscirà possibile, i fanciulli alla prima confessione e comunione : è il primo segreto incontro di voi e di Cristo, il divino amante dei piccoli, con anime ingenue che si accostano a voi e all'altare e si aprono, come fiori di primavera ai primi raggi del sole, e ne serbano indimenticato il ricordo attraverso il corso fluttuante della vita.
  5. Non vogliamo infine tralasciare un tratto caratteristico della figura del Buon Pastore, il quale, oltre ad essere la Luce vera che illumina ogni uomo, veniente in questo mondo, nella verità, nella via e nella vita, prodigava fuori di sé la virtù sanatrice anche dei corpi e di ogni miseria umana «benefaciendo et sanando omnes» (Act., X, 38), e lasciando ai suoi Apostoli e alla sua Chiesa il mandato dell'amore misericordioso ai poveri, ai sofferenti, ai derelitti; perché la vita di quaggiù è un flusso e riflusso di beni e di mali, di pianto e di gioia, di bisogni e di soccorsi, di cadute e di risorgimenti, di lotte e di vittorie. Ma l'amore verso i fratelli tutti redenti da Cristo è il misterioso balsamo di ogni dolore e miseria.
    Sull'inizio del secondo secolo, come voi ben sapete, S. Ignazio di Antiochia alla Chiesa di Roma, il cui anfiteatro egli, quasi leone morente fra i ruggiti dei leoni, stava per consacrare col suo sangue, dava già il titolo di «προκαζημένε τησ αγάπης»: espressione in cui, tra l'altro, si manifesta un riconoscimento onorevole e nobile della carità di lei, vale a dire che essa « ha il primato (anche) nell'amore » (Epist. ad Rom., II). La carità romana non è mai venuta meno nei secoli : essa brillò nelle catacombe, nelle case dei cristiani, negli ospedali, nei ricoveri dei pellegrini, degli orfani, nei randagi figli del popolo, nei pericoli delle famiglie e delle fanciulle, nei mille aspetti della sventura. Mostratevi degni dei vostri avi. Non vi è parrocchia, dove non vi sia penuria da sollevare; né può disinteressarsene una vita parrocchiale fiorente. Non conoscete voi ogni giorno quanto cresca il bisogno e la povertà, dove manifesta, dove occulta? Organizzate l'operosità della beneficenza, perché si svolga in maniera ordinata, giusta, uguale, vasta; animatela con vivo spirito d'amore, con rispetto delicato, con provvido sguardo verso coloro che senza colpa sono caduti nell'indigenza : qui miseretur, ammonisce S. Paolo, lo faccia in hilaritate (Rom., XII, 8), «con quel tacer pudico, che accetto il don ti fa» (Manzoni, Pentec.).
    Attingete il coraggio e la luce nella storia della città e della diocesi di Roma. Per le sue grandezze, le sue decadenze e durezze di eventi, Roma non ha simili, e, in pari tempo, per le potenti manifestazioni della misericordia di Dio non ha uguali. Quanta è la dignità di questo colle Vaticano e di queste sponde del Tevere! Quanta è la gloria delle parrocchie e dei sacri titoli romani, dalle cui pareti mille ricordi e lapidi parlano e ammoniscono chi li contempla! Che se è pur dovere che gli animi nostri restino consapevoli della grave ed aspra ora che volge, la nostra vita e l'ardore nostro vogliono essere sostenuti dalla fiducia che la forza di Dio creerà anche oggi opere grandi e perfette; perché ogni sufficienza nostra viene da Lui: «Sufficit tibi gratia mea; nam virtus in infirmitate perficitur» (II Cor., III, 5 ; XII, 9).
    Rivolgete in alto i vostri sguardi agli innumerevoli uomini, ché col loro sangue, come testimoni di Cristo, hanno abbeverato il suolo di questa città, agli eroi dello zelo, della parola e della carità, che con la santità della vita lo hanno reso fertile e rigoglioso, dai Principi degli Apostoli e dai Protomartiri della Chiesa romana sotto Nerone ai ministri di Dio, sacerdoti, religiosi, prelati e Pontefici, che in quest'Urbe furono lucerne ardenti e lucenti in secoli a noi più vicini. Con piena fiducia nella loro intercessione e specialmente in quella della Santissima Vergine, aiutandovi vicendevolmente con fraterno spirito sacerdotale, consacrandovi con piena e assidua dedizione all'opera di Cristo e della sua Chiesa, fate che questa città, diocesi Nostra particolare e anche cura vostra, tanto ampliatasi in pochi decenni e cresciuta, con straordinaria rapidità, di popolazione e splendore, sia, in faccia al mondo che qui conviene da ogni paese, modello di profonda fede, di costume cattolico e di cristiana carità.
Per questo impartiamo, diletti Figli, a voi e ai vostri collaboratori, a tutte le speranze e le intenzioni vostre, ai vostri parrocchiani, e specialmente alla gioventù, dalla pienezza del Nostro cuore paterno l'Apostolica Benedizione.
*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, I,   Primo anno di Pontificato, 2 marzo 1939 - 1° marzo 1940, pp. 517-526   Tipografia Poliglotta Vaticana

14 commenti:

Ad Superna semper intenti ha detto...

Fuori tema ma interessante.

da un certo tempo è diventato virale nel clero della diocesi di Gorizia questo video (DA VEDERE PRIMA CHE SIA RIMOSSO), https://youtu.be/7fnMOkyAJJE.

postato su YOU TUBE il 10 gennaio u.s., in riferimento ad una conferenza tenuta a Treviso dal noto biblista goriziano don Santi Grasso lo scorso 3 dicembre. Per chi conosce il personaggio: nulla di nuovo; ma per chi non ne avesse ancora sentito parlare è bene sapere quanto grave e profonda è la deriva dottrinale che questo soggetto va diffondendo.

Come sempre i pastori (vescovi) che dovrebbero vigilare, dormono sonni tranquilli, mentre le pecorelle (come la signora che ha postato questo video) con umile decisione alzano la loro voce e si ribellano al lupo che fa scempio di anime nel gregge di Dio.

Da tenere presente che don Santi Grasso è insegnante di sacra Scrittura ed esegesi ormai da qualche decennio nel Seminario Interdiocesano di Castellerio (UD) dove vengono formati i sacerdoti delle diocesi di Gorizia, Trieste e Udine. Insegna pure nel locale Istituto di Scienze Religiose dove si formano i futuri insegnanti di religione nelle scuole. E’ ricercato conferenziere su tematiche bibliche ed esegetiche in diverse diocesi del Nordest d’Italia. E’ stato nominato membro della Pontificia commissione per la traduzione interconfessionale della Bibbia. Recentemente è stato promosso dall’Arcivescovo di Gorizia Vicario per la Cultura ed è stato incaricato di formare i cosiddetti “Gruppi della Parola” nelle singole parrocchie della diocesi isontina, che altro non sono se non delle cellule di Protestantesimo.

Viator ha detto...

IL SACERDOTE È VOTATO AL CELIBATO!
LA CASTITÀ È FUOCO CHE SERVE A GENERARE SPIRITUALMENTE NUOVI FIGLI IN CRISTO!

Il Sacerdote è votato al celibato, non perché nella procreazione umana vi sia qualcosa di male, ma perché egli deve potersi dedicare interamente ad una forma più alta di generazione: la generazione di nuovi figli in Cristo, portando a Lui quelli che non Lo hanno mai conosciuto, riportando a Lui quelli che si sono perduti con il peccato, suscitando in quelli che già amano il Cristo l'attrattiva a servirLo con maggior completezza come Religiosi o Sacerdoti. L'energia che altrimenti egli metterebbe a servizio della carne non è inappagata, ma messa a servizio della casta generazione nello Spirito.

Troppo spesso il voto di castità è presentato sotto un aspetto negativo, come impegno di evitare i piaceri sensuali e peccaminosi.
Forse che l'acqua è pura solo per l'assenza di sudiciume, ed un diamante è bianco per semplice mancanza di carbonio?

A volte la castità è definita fredda, ma tale non è per Francis Thompson, che la proclama una "passione senza passione, una tranquillità eroica".

La castità è fuoco. Nessuna vita può essere prodotta senza fuoco. Persino l'Immacolata Concezione della Vergine ebbe il suo fuoco: non un fuoco umano, s'intende, ma il Fuoco dello Spirito Santo. In quel momento ella fu indubbiamente rapita in estasi, ma era un'estasi dell'anima superiore all'estasi della carne di tutti gli uomini messi assieme. Perché tale è la gioia di generare mediante il Puro Amore dello Spirito!

(Beato Fulton J. Sheen, da "Il Sacerdote non si appartiene")

Anonimo ha detto...

A proposito del libro Sarah/Ratzinger

Soprattutto i capitoli del papa emerito sono un grande capolavoro di teologia sull'Ordine Sacro e sul sacerdozio ("sacer dux" = colui che guida verso il sacro).
A questo scritto possono aggrapparsi i fedeli cristiani che vogliono rimanere nella CHIESA UNA SANTA CATTOLICA E APOSTOLICA anziché farsi portare nella "neochiesa plurale umana mondiale ed ecumenica"....

Anonimo ha detto...

Di spunti per il commento tantissimi, molte cose normali allora, oggi sono fuori non solo dalla norma cattolica ma, in piccolo anche dalla conoscenza spicciola. Mentre leggevo mi dicevo, quanto farebbe bene se nei seminari si commentassero per iscritto pagine tipo queste e/o quelle di Fulton J. Sheen qui sopra; quali e quante fonti del cuore e della mente scoprirebbero i seminaristi in queste parole, per poi scoprirle in se stessi se santamente preparati. Ma questo modo, elevato diciamo oggi, di essere cattolici non esiste se non in qualche nicchia all'angolo. Il lavoro da fare è immenso, inoltre anche noi non usciamo vergini da questo stupro di civiltà. Non so se questo che viviamo sia un castigo di Dio, certamente è la proiezione sintetica in mondovisione di tutti i mali di cui volenti o nolenti anche noi siamo stati strumento o passivi spettatori. Ho guardato parte del video di un sacerdote, che è stato segnalato da un commentatore, essendo costui esemplare del clero aggiornato, di successo, non meraviglia affatto il sacerdozio aum aum fornicante proposto con la scusa della planimetria amazzonica. Ma non siamo arrivati ancora al fondo sfondato del barile, perché il peggio è arrivato quando, ad una battuta di questo esemplare, la platea ha riso. Quante volte ho riso anch'io quando si ridicolizzava qualcosa o qualcuno? Non so. Quante volte per non urtare l'altrui sensibilità ho taciuto? Non so. Queste risate e questi silenzi hanno aperto le porte al Nemico. Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.

Anonimo ha detto...

Grazie Mic per aver richiamato anche la deposizione della Tiara e i suoi significati... Ormai nessuno lo rivorda più!

Anonimo ha detto...

Grazie Mic per aver richiamato anche la deposizione della Tiara e i suoi significati... Ormai nessuno lo ricorda più!

Da Fb ha detto...

Nella mitologia ellenica, la Lancia di Achille era reputata così forte che, se con un colpo poteva ferire ed uccidere, con l'altro era in grado di sanare la ferita causata dal precedente colpo.
Questo perché era la sola in grado di curare le ferite da lei inferte.

Con la Fede più o meno funziona così; quando giunge per la prima volta l'annuncio della Vera Fede, scevro da ogni eresia, ci "ferisce" in senso buono, scuotendoci dalle nostre false idee.
Preconcetti,abitudini e vizi vengono scossi, lasciando la nostra anima "ferita" e sanguinante.
Sta a noi voler ricevere, anzi domandare, che ci sia inferto un secondo colpo; sta a noi non fermarci se sentiamo che il Vangelo e la Dottrina ci feriscono perché non le comprendiamo.
Basterà riaccostarci a quelle parole che abbiamo udito,domandare di esserne nuovamente "feriti", basterà lasciarci "colpire" di nuovo da Cristo, Lancia diretta al nostro cuore.

Non spaventiamoci dunque se la Fede integra e bimillenaria ci colpisce come benevola arma, è normale.
Basta fare il passo successivo.

"Ha reso la mia bocca come spada affilata,
mi ha nascosto all'ombra della sua mano,
mi ha reso freccia appuntita,
mi ha riposto nella sua faretra."
Isaia 49,2

Anonimo ha detto...

In vaticano puoi...

Video inequivocabile.

https://santaiglesiamilitantebis.blogspot.com/2020/02/la-comunion-de-alberto-fernandez-en-el.html

Ormai è caduta ogni maschera e soprattutto è stato tolto di mezzo il katechon (2 Ts 2,6).

San Giovanni il Battista ha perso la testa perché era rigido coi reali...
San Tommaso Moro morì martire, anch'egli decapitato, per analoghe vicende reali.

Oggi noi usiamo la medicina della misericordia, lodando la grande dell'Italia, Emma Bonino.
Lo spirito di Marco ci aiuti, invoca Mons. Paglia presidente della Pontificia accademia per la vita.
Che sciocchi i santi.
Che sciocchezza il catechismo della chiesa cattolica.
E le parole di Gesù? Ma dai, non c'era il registratore...

Anonimo ha detto...

https://www.radiospada.org/2020/02/la-grandezza-del-sacerdozio-il-sacerdozio-di-gesu-cristo/

Anonimo ha detto...

IN PURIFICATIONE B. MARIÆ VIRGINIS ("Suscepimus, Deus")

Suscepimus, Deus, misericordiam tuam in medio templi tui: secundum nomen tuum, Deus, ita et laus tua in fines terræ: justitia plena est dextera tua. (Ps. ibid. 2) Magnus Dominus, et laudabilis nimis: in civitate Dei nostri, in monte sancto ejus.
V Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in sæcula sæculorum. Amen.

Se non è un papa anomalo ha detto...

LA BESTIA IN VATICANO (e non è Fernandez)

"Il Papa e il presidente Fernandez hanno parlato cordialmente di tutto, tranne che di aborto, che lui sta introducendo in Argentina. Santa Sede costretta alla marcia indietro: "Però ne ha parlato col segretario di Stato". L'aborto derubricato a tema secondario. E per il peronista convivente arriva anche la Comunione."

Anonimo ha detto...

Medjugorie sì , Mediugorie no...se famo du spaghi...
Le campane non suonano piu' perche' disturbavano i tmpani delicati( la coscienza) di qualcuno ma tutte le parrocchie del mio circondario battono all'unisono , stanno organizzando viaggi a Mediugorie .

Anonimo ha detto...

A chi fosse ancora sul pero (espressione tipicamente bergamasca, in italiano corrente si direbbe "chi ha la testa tra le nuvole") e si domandasse come è possibile che succeda qualcosa come quello che succede alla ex chiesa cattolica in Germania, rammento ciò che scrisse l'attuale augusto inquilino di Casa santa Marta nella sua prima esortazione apostolica, Evangelii gaudium, al n. 36: «Ma questo auspicio non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale».
Sì, avete letto bene: "Autentica autorità dottrinale alle conferenze episcopali"... e voilà la Pachamama e voilà il cardinal Marx. Con l'augusta "benedizione" dall'alto...

Catholicus.2 ha detto...

https://www.acistampa.com/story/la-santa-sede-e-gli-ebrei-i-dati-che-smentiscono-la-leggenda-nera-su-pio-xii-13188