lunedì 14 settembre 2020

Se l'Ecclesia Dei sparisce definitivamente, ci saranno conseguenze per il Summorum Pontificum e per il Rito antico?

Combinazione di cui mi accorgo ora: 14 settembre 2007 / 2020. Nel giorno dell'Esaltazione della Santa Croce di tredici anni fa, in Santa Maria Maggiore, alle ore 15, dopo una cattività di 39 anni, è stata celebrato il Rito Romano antico [vedi]. Io c'ero: la terza tra gli intervistati. Era il giorno in cui è entrato in vigore il Motu proprio Summorum Pontificum. (Da precisare che non erano le 8 del mattino come riporta la didascalia di Repubblica, ma le prime ore del pomeriggio). 

In questo articolo esprimo le preoccupazioni sulla sorte del Rito Romano Antico e alcune articolate osservazioni sui prodromi, dopo aver estrapolato da Stilum Curiae [qui] la notizia che l'Ecclesia Dei”, la commissione creata da Giovanni Paolo II nel 1988 e dedicata alla difesa del Vetus Ordo – avvalorata dal Summorum Pontificum di Benedetto XVI – dovrebbe scomparire definitivamente a ottobre, dopo una Plenaria in cui i cardinali ne sanciranno la definitiva soppressione, anche nell'attuale forma ridotta di ufficio della Congregazione per la Dottrina della Fede (vedi infra). Secondo voci autorevoli – in attesa di conferma – nei Sacri Palazzi, la sua scomparsa avrà conseguenze pesanti per quegli Istituti di vita religiosa che hanno inserito il Vetus Ordo, la Messa di sempre, nella loro vita e pratica. Infatti questi ultimi dovrebbero confluire nella Congregazione per i religiosi, nominalmente diretta dal card. Braz De Aviz, ma in realtà gestita dal Segretario, il francescano Carballo.

Premessa. Il sentiero che porta alla vetta è in salita

Mentre è ancora sanguinante la ferita inflitta al corpo mistico di Cristo dall'abolizione dei Francescani dell'Immacolata [vedi], preoccupano non poco i rischi derivanti dal fatto che gli istituti di cui sopra, attualmente di diritto pontificio, diventeranno di diritto diocesano, e quindi totalmente soggetti alle preferenze – notoriamente per lo più moderniste – del vescovo. Con l’unica risorsa di rivolgersi alla Segnatura Apostolica, guidata dal cardinale Dominique Mamberti, già in diverse occasioni assoggettatasi alle prevaricazioni della Corte pontificia.

Il che non farebbe che confermare i timori già insorti in ordine allo smantellamento del Summorum Pontificum, sul libero esercizio – previe alcune condizioni – del Rito antico, senza opposizione dei vescovi, peraltro di fatto già malauguratamente esercitata nella maggioranza delle diocesi, col conseguente ritorno alla precedente formula dell’indulto. E questo nonostante appaia che due terzi delle risposte dei vescovi al recente questionario [vedi] sulla messa di rito antico nella propria diocesi siano state positive e favorevoli agli Istituti che lo avevano scelto. In ogni caso la crisi della Liturgia non è altro che lo specchio di quella dottrinale e conseguentemente morale del momento presente.

Potete trovare in calce il testo del motu proprio con cui era partito l'attacco a Ecclesia Dei, già pubblicato nel gennaio del 2019 [qui] con una premessa.

1. Ennesimo serio 'vulnus' a La Catholica e alla Liturgia 

Il Cardinal Bassetti ha consegnato a papa Francesco la prima copia della nuovissima edizione italiana del Messale di Paolo VI. Il testo, acquistabile alla modica cifra di 110 euro, dovrà essere usato obbligatoriamente dal 4 aprile 2021, Pasqua di Resurrezione; ma sacerdoti che se ne munissero prima, potranno usarlo già da subito.
Si tratta della terza edizione, frutto di quasi vent’anni di lavoro, ricca di novità peraltro già largamente annunziate, per le quali resta valido il giudizio dei Cardinali Ottaviani e Bacci [qui] sulla prima: Breve esame critico del «Novus Ordo Missæ». Non possiamo far a meno di riscontrare l'impressionante deriva dall’espressione della fede cattolica sul Santo Sacrificio, sia nell’impianto teologico che in alcuni specifici dettagli vecchi e recenti. Il che vale, naturalmente, sia per l'editio typica latina che per la traduzione italiana. 
Di seguito, alcuni dati storici e osservazioni essenziali con i link di rimando ai relativi approfondimenti.


1.1
- I Messali

Il 7 marzo 1965 Paolo VI celebrava la prima messa NO. Il Messale del 1965 è soltanto la prima tappa delle successive riforme che sono andate oltre le prescrizioni conciliari.
Il 3 aprile 1969, veniva promulgato un nuovo messale, in vigore dal successivo 30 novembre, I domenica di Avvento (Costituzione apostolica Missale Romanum, 1969).
Nel 1975 uscì una seconda editio typica che eliminava dalle rubriche le menzioni del ruolo del suddiacono, ordine soppresso nel 1972 con la lettera apostolica Ministeria quaedam.(1) La traduzione italiana, pubblicata nel 1983, è quella rimasta finora in vigore.
Alle prime due edizioni tipiche: Missale Romanum ex decreto sacrosancti oecumenici Concilii Vaticani II instauratum, auctoritate Pauli PP. VI promulgatum; se n'è aggiunta una terza, Ioannis Pauli PP. II cura recognitum,  curata da Giovanni Paolo II allo scopo di inserire nelle rubriche le norme del codice di diritto canonico del 1983 che riguardano la celebrazione eucaristica.
Nel 2008, durante il pontificato di Ratzinger uscì una versione corretta della terza edizione. 
Questa del 2020 è una ulteriore versione corretta della terza edizione che pone ulteriori variazioni.

1.2 - Dalla editio typica del 2002 alle traduzioni. Conseguenze dell'abbandono del Latino

Innanzitutto sottolineo che le revisioni e cambiamenti dei nuovi messali non risentono soltanto dell'adeguamento linguistico, ma del nuovo impianto teologico ed ecclesiologico conciliare calibrato sull'antropocentrismo [qui - qui].

Sotto l'aspetto linguistico, la nuova editio typica richiedeva la specifica versione nelle innumerevoli lingue volgari. Da notare che l'adozione della lingua volgare richiede una costante revisione dei testi, perché una lingua viva è in continua evoluzione.  [qui e indice articoli ].

Non dimentichiamo che lo sviluppo della latinitas cristiana può avere reso la liturgia più accessibile alla gente di Roma o Milano, ma non necessariamente a coloro la cui lingua madre era il gotico, il celtico, l’iberico o il punico. E proprio grazie al prestigio della Chiesa di Roma e la forza unificatrice del papato, il latino divenne l’unica lingua liturgica e così uno dei fondamenti della cultura in Occidente. Dunque l'abbandono del latino non può mancare di avere anche riflessi di ordine culturale e aver contribuito allo sfaldamento attuale dell'Occidente, a partire da quello europeo, culla della sua civiltà.

Quanto alla liturgia, se è vero che nel Rito la comunicazione di Dio all’uomo nella Scrittura, per essere meglio compresa - nello specifico riguardo alle Letture - può avvenire anche in vernacolare come era previsto per il Messale tra il 1965 e il 1967/69, la comunicazione della Chiesa col Signore si esprime adeguatamente e soprattutto degnamente ‘una voce dicentes’. Principio, questo, conservato nei riti orientali che usano l’aramaico, il greco antico e lo slavo ecclesiastico.

Il volgare non è una conquista. La lingua sacra, strutturata, in ogni espressione gesto e significato conserva il dogma, la fede degli Apostoli arrivata fino a noi attraverso i secoli, conserva il senso dell'indicibile e anche dell'intraducibile: ci sono parole che hanno uno spessore di significato che qualunque traduzione tradirebbe e successive traduzioni rese necessarie dall’evolversi del linguaggio non farebbero che allontanare sempre di più dal loro senso originario. In più la lingua universale fa sentire tutti a casa ed ha la stabilità, la pregnanza che la traduzione appunto banalizza. Il volgare bastava introdurlo solo nelle Letture, come già si fa nelle celebrazioni Summorum Pontificum e come nella prima Riforma liturgica, quella del 1965, più vicina alla Sacrosanctum Concilium perché non ne aveva ancora attuato i famosi ma anche, che da una proposizione commestibile, fanno partire una pletora di eccezioni che, in definitiva, diluiscono l'affermazione iniziale e portano altrove.
"Oltrepassamenti franchi sono pure quelli in cui, tenendo in non cale la lettera del Concilio, si sviluppano le riforme in senso opposto alla volontà legislativa del Concilio. L'esempio più cospicuo rimane quello della universale eliminazione della lingua latina dai riti latini, la quale secondo l'articolo 36 della Costituzione sulla liturgia si doveva conservare nel rito romano e che viceversa fu di fatto proscritta, celebrandosi dappertutto la Messa nelle lingue volgari, sia nella parte didattica sia nella parte sacrificale." (citazione da "Iota unum" di Romano Amerio)

Nella Veterum Sapientia Giovanni XXIII (1962) non manca di rammentare che il latino resta un lingua immutabile - e dunque fissata in registri ben definiti e sottratti alle evoluzioni nel tempo delle lingue nazionali - citando Pio XI, Lettera Apostolica Officiorum omnium : «Infatti la Chiesa, poiché tiene unite nel suo amplesso tutte le genti e durerà fino alla consumazione dei secoli... richiede per sua natura un linguaggio universale, immutabile, non volgare». Indispensabile per esprimere i concetti con chiarezza e solidità di pensiero. Ecco perché resta perennemente valido per comunicare il pensiero con certezza, forza, precisione, e ricchezza di sfumature. Per questo è tuttora insostituibile nell'esercizio del magistero, soprattutto nelle definizioni dogmatiche, per le quali non si ammettono ambiguità ed inoltre nelle parti principali della liturgia, nelle quali le res humanae, transeunti, sono immerse nel mistero ma anche nella fecondità delle res divinae, eterne ed immutabili.
Lo stesso Benedetto XVI, col motu proprio Latina Lingua (2012), volle sostenere l’impegno per una maggiore conoscenza e un più competente uso del latino. Un altro tentativo senza esiti di concretezza.

2. La nuova editio typica frutto dello smantellamento di Liturgiam Authenticam

L'ultima editio typica non è altro che il frutto del motu proprio Magnum principium (9.9.2017) che affronta due questioni considerate gemelle: l'inculturazione e il decentramento in materia liturgica con la modifica del can. 838 del Codice di diritto canonico, riguardante le competenze della Santa Sede, delle Conferenze episcopali e dei Vescovi diocesani nell’ordinamento della liturgia. 

Si tratta di un colpo di spugna all’istruzione Liturgiam authenticam (7.5.2001), già temuto e preconizzato [qui], “sull’uso delle lingue volgari nella pubblicazione dei libri della liturgia romana”. Di fatto siamo al 'rompete le righe' anche col decentramento alle Conferenze episcopali [questione di fondo qui] della preparazione dei libri liturgici, che mina l'unità e l'universalità de La Catholica

Da rilevare che il card. Sarah con un tempestivo documento [qui] attenuava la svolta rivoluzionaria della Lettera Apostolica, alla cui stesura peraltro egli era stato tenuto estraneo, proponendo una interpretazione del motu proprio nel senso di limitare l'autonomia delle Conferenze episcopali nella traduzione dei testi liturgici. Ma non è tardata una clamorosa Correctio papale [ne ho parlato qui] alle affermazioni del cardinale, della quale richiede attenzione il seguente passaggio : «Il Magnum Principium non sostiene più che le traduzioni devono essere conformi in tutti i punti alle norme del Liturgiam Authenticam, così come veniva effettuato nel passato».
Tale affermazione unita all’altra secondo cui una traduzione liturgica “fedele” «implica una triplice fedeltà» – al testo originale, alla lingua della traduzione, alla comprensibilità dei destinatari – lascia intendere che Magnum Principium è considerato come l’inizio di un processo che può portare molto lontano in direzione di una vera e propria devolution liturgica.
I ‘processi’, innescati come mine vaganti e a ritmi incalzanti da una Santa Sede irriconoscibile, sono più d’uno e la frammentazione nella Chiesa acquista velocità sia sulla dottrina che sulla morale e ora sulla liturgia, fons et culmen di tutto. E stanno portando la Chiesa verso un altrove che ne ribalta l'identità e la funzione.

Il card. Sarah, tra gli esempi a riprova delle esigenze di maggiore fedeltà ai testi originari, citava quello del termine consustantialem nelle traduzioni in lingua francese del Credo. Ma per quanto riguarda l’italiano, la nuova traduzione del Messale, oltre alle pecche già presenti, risente della triplice in-fedeltà  del Magnum principium sopra evidenziata. E allora troveremo:
  1. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello (anziché “del Signore”), che peraltro traduce alla lettera il latino che riprende il testo dell’Apocalisse; però resta invariata la formula, riferita alla risposta del centurione: “Signore, non son degno di partecipare alla tua mensa”, al posto di quella alla lettera “che tu entri sotto il mio tetto” che non ha lo stesso significato (attuale enfasi sul banchetto e alla mensa rispetto all'Altare del Sacrificio). 
  2. Altrettanto invariate restano l'impropria traduzione del pro multis  come “per tutti, oggetto di una lunga  Lettera di Benedetto XVI ai vescovi tedeschi (vedi anche Mons. Hauke qui e un sacerdote qui)
  3. e quella di Deus Sabaoth come “Dio dell’universo” invece che “degli eserciti”, nel Sanctus. Del resto della Chiesa militante nonché del fedele come miles Christi e della sua buona battaglia spirituale non si parla più; come non si parla più della Chiesa purgante e di quella trionfante.
  4. Cambia, nel Gloria, anche l’espressione «e pace in terra agli uomini di buona volontà». In questo caso però, non è stata accolta la traduzione della Bibbia CEI del 2008 («e pace in terra agli uomini che egli ama »), perché 'scomoda' in rapporto alle melodie del canto; e dunque la nuova versione è « Gloria a Dio nell’alto dei cieli, e pace in terra agli uomini, amati dal Signore». In entrambi i casi è evidente l'allontanamento dal testo liturgico latino. In questo caso persino la presenza della virgola fa coinvolgere tutti gli uomini nella salvezza universale di conio modernista, a prescindere dall'uniformare la propria volontà a quella del Signore.
  5. Altra novità, in chiave femminista, nella formula penitenziale del Confiteor, è la doppia introduzione del termine «sorelle» insieme a «fratelli». Come se fino ad oggi i fedeli ignorassero che nel termine «homo» e in tutte le corrispondenti declinazioni linguistiche siano comprese anche le donne appartenenti alla stessa comunità orante...
    A proposito del Confiteor, (2) c'è da notare la precedente variazione: confesso "A voi fratelli" anziché tibi pater (al sacerdote. E nel Rito antico è lui, nel suo Confiteor, a pronunciare il vobis fratres). Variazione evidentemente attribuibile alla nuova enfasi antropocentrica sull'Assemblea e alla dimensione comunitaria che tende ad escludere quella di ogni fedele che, invece, non può essere sottovalutata nel rapporto col Signore, che è diretto, personale, prima che comunitario (la comunità è fatta di persone e consegue al loro essere unite in Cristo, non è un io-collettivo). A questo proposito, un approfondimento potete trovarlo qui.
  6. L'attenzione dei più si è focalizzata sul Pater noster in ordine alla nuova traduzione della penultima petizione: per insistente richiesta del Papa, e concordemente alla nuova versione dei Vangeli, «non ci indurre in tentazione» è stato sostituito con «non abbandonarci alla tentazione».
    Il senso della petizione, tuttavia, non mai stato inteso come se Dio tentasse l’uomo al male. Tant'è che secondo il catechismo tridentino: «Diciamo di essere indotti in tentazione, quando cediamo alla medesima. Ora noi possiamo esservi indotti cosi in due modi: primo, quando, rimossi dal nostro stato, precipitiamo nel male, verso il quale qualcuno ci ha spinto col tentarci. Ma nessuno è in questo modo indotto in tentazione da Dio, perché per nessuno Dio è causa di peccato, odiando egli tutti quelli che commettono iniquità (Sal. 5,7). E quanto dice San Giacomo: Nessuno, tentato che sia, dica di essere tentato da Dio; poiché Dio non è tentatore al male (I,13); secondo, possiamo essere tentati, nel senso che uno, sebbene non tenti egli stesso né si adoperi a farci tentare, tuttavia lo permette, mentre potrebbe impedire sia la tentazione che il prevalere di essa. Ebbene, Dio lascia che cosi siano tentati i buoni e i pii, senza privarli però della sua grazia».
    Ma Bergoglio è arrivato ad affermare che “Non ci indurre in tentazione” «non è una buona traduzione. Anche i francesi hanno cambiato il testo con una traduzione che dice “non lasciarmi cadere nella tentazione”, sono io a cadere, non è lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto, un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito […] Quello che ti induce in tentazione è Satana, quello è l’ufficio di Satana».
    La parola greca tradotta con ne inducas (μὴ εἰσενέγκῃς) è una voce del verbo εἰσφέρω [eisféro] =  entrare dentro, introdurre. Cosa significa questo?
    La Scrittura parla chiaro: “Perché tu eri accetto a Dio, bisognava che ti provasse la tentazione” (Tb 12, 13 Vg). Altrettanto affermano i Padri:
    La nostra vita in questo luogo di esilio non può essere senza tentazione, perché il nostro avanzamento avviene soltanto per la tentazione. Nessuno può arrivare a conoscere se stesso finché non è tentato, né essere coronato senza aver vinto. Né vince senza combattimento; né può combattere senza che vi siano nemici e tentazioni” (S. Agostino, In Psalm. LX).
    Non si danno opere di virtù senza le prove della tentazione, né fede senza agitazioni, né lotta senza avversari, né vittoria senza combattimento. Se vogliamo trionfare dobbiamo venire alla lotta” (Leone Magno, Serm. I, de Quadrag.).
    “... la tentazione è per noi molto necessaria, per poter conoscere chi siamo veramente...” (Santo Curato d'Ars).
    Come afferma don Morselli: “Se dunque non si può chiedere di non essere tentati, dovremo chiedere di vincere nella tentazione; e come si consegue questa vittoria? Non entrando nella trappola diabolica (la tentazione), rimanendo nell’amore di Gesù Cristo” (Cf. Gv 15).
  7. Nella seconda preghiera eucaristica (ne ho già parlato qui), troviamo la sostituzione delle parole che precedono la Consacrazione, cioè quelle della cosiddetta Epiclesi(3); per cui, anziché dire: Scenda o Signore il Tuo Santo Spirito, su questi doni che ti offriamo, perché diventino il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo nostro Salvatore, si dirà : Scenda o Signore LA TUA “RUGIADA”.....
    Anche se si tratta di una traduzione più letterale del discusso testo latino del 1969: «Hæc ergo dona, quǽsumus, Spíritus tui rore sanctífica / Ti preghiamo, santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito», le traduzioni precedenti avevano preferito il termine meno letterale “effusione”, ma di fatto il senso è esattamente lo stesso, già a suo tempo stigmatizzato dai cardinali Ottaviani e Bacci nel “Breve esame criticodel Novus Ordo Missae [qui] nei seguenti termini: «abbiamo sorvolato sui nuovi canoni, di cui il secondo ha immediatamente scandalizzato i fedeli per la sua brevità. Di esso si è potuto scrivere, tra molte altre cose, che può essere celebrato in piena tranquillità di coscienza da un prete che non creda più né alla transustanziazione né alla natura sacrificale della Messa, e che quindi si presterebbe benissimo anche alla celebrazione da parte di un ministro protestante».
    Ora, nella Bibbia la rugiada è sempre stata usata, di volta in volta, come metafora dello Spirito, della misericordia divina o comunque di elemento fecondante dell'azione divina; ma perché usare la metafora quando è già in uso il riferimento specifico allo Spirito Santo? Inoltre la nuova espressione ricorda immediatamente il Sl 133 (il canto delle ascensioni: il pellegrinaggio a Gerusalemme) "Ecco quant'è buono e quant'è soave che i fratelli vivano insieme! ... è come la rugiada che scende dall'Ermon sui monti di Sion; là infatti il SIGNORE ha ordinato che sia la benedizione, la vita in eterno". Ed ecco che subdolamente, anche qui, sia pure non direttamente affermato, viene evocata la riunione fraterna (a scapito del sacrificio) e allontanata ancor più la Presenza Reale, sostituita dal Dove sono due o più nel mio nome, io sono in mezzo a loro, che è vero e significativo, ma non è la stessa cosa rispetto a quanto specificamente accade come Actio di Cristo Signore nella Santa Messa. 
  8. Resta invariata la sostituzione dell'Offertorio sacrificale con la berakah ebraica [qui]. Così come invariato rimane lo spostamento delle parole Misteryum fidei dalla formula consacratoria. Il che, insieme all'introduzione di più preghiere eucaristiche con varianti verbose e discutibili dimentica che il canone romano risale alla tradizione orale di S. Pietro che certamente trasmette le parole da lui stesso udite dal Signore. Il Canone è il centro della Messa, intesa come un Sacrificio. Secondo il Concilio di Trento, esso risale alla tradizione degli Apostoli ed era sostanzialmente già completo ai tempi di Gregorio Magno (anno 600). La Chiesa Romana non aveva mai avuto altri Canoni. Il passo stesso del “mysterium fidei” nella formula della Consacrazione è un’antica tradizione che Innocenzo III testimonia esplicitamente in una risposta data all’Arcivescovo di Lione. Anche san Tommaso d’Aquino dedica un articolo della sua Summa Teologica alla stessa giustificazione del “mysterium fidei”. Ed il Concilio di Firenze confermò esplicitamente il “mysterium fidei” nella formula della Consacrazione.
    La Mediator Dei afferma e conferma che il Sacrificio di Cristo è uno ed unico ed appartiene a Lui solo. E non è un caso che le parole "mysterium fidei" siano pronunciate al momento della Consacrazione del Calice e quindi del Sangue della Nuova ed eterna Alleanza; il Signore ci comanda di fare haec (questo) in sua memoria fino alla fine dei tempi. Anche le parole “mysterium fidei” appartengono a Cristo, che suggella così la sua Azione espiatrice e redentrice e qui non ci resta che adorare e accogliere. Nella Messa riformata, invece, esse vengono messe in bocca all’assemblea sotto forma di annuncio, che tronca in maniera brusca la profonda compenetrazione con quanto accade sull’Altare.
    Praticamente il “mysterium fidei” è stato eliminato dalla formula della Consacrazione e posto subito dopo di essa per suscitare l’acclamazione dei fedeli. Così facendo si evidenzia il nuovo stile 'narrativo' piuttosto che 'attuativo' della Consacrazione che, invece, è particolare Actio Christi, che ora è diventata azione dell'assemblea. E oltretutto squarcia il sacro silenzio e interrompe bruscamente l'adorazione che i fedeli vivono nel momento più alto e solenne della celebrazione.
Conclusione

C’è persino chi afferma che una nuova comprensione del Vetus Ordo aiuterebbe ad armonizzare le innovazioni — cioè il Novus Ordo — con la pretesa che scaturiscano organicamente dalle nobili forme preesistenti senza rotture ed in dinamica di continuità [ma così non è: vedi]. Ma è possibile questo, quando più che di due forme dello stesso rito [qui] si tratta di due Riti che riflettono e veicolano ecclesiologia e teologia diverse: teocentrica la prima, antropocentrica la seconda? 
Non possiamo certo dimenticare le parole di Lutero: «distrutta la Messa, io dico che abbiamo distrutto tutto il papato. E ciò perché è sulla Messa come su una roccia che è costruito tutto il sistema papale, con i suoi monasteri, i suoi episcopati, le sue chiese, i suoi altari, i suoi ministri, la sua dottrina, cioè con tutto il resto. Tutto ciò non mancherà di crollare una volta che la sacrilega e abominevole Messa (cattolica) è distrutta». In sostanza, Lutero si rivolge ai suoi in questi termini: la priorità non è attaccare il papato ma combattere la Messa cattolica e tutto crollerà, compreso il papato.
Un animo nutrito dall’incontaminato cattolicesimo non può che soffrire spiritualmente quando un mistero immenso come il Sacrificio di Cristo è celebrato nel contesto di un rito protestantizzato nel quale sono state messe ai margini se non occultate molte verità cattoliche. Oltre a quanto già evidenziato riporto le 'variazioni' e gli occultamenti da non sottovalutare:
  1. Lode alla Santissima Trinità, quasi sparita dalla messa col prefazio prima predominante nell’anno liturgico ora solo una volta presente nella festa che almeno è rimasta.
  2. Riferimenti alla “Comunione dei Santi” e alle intercessioni della Vergine.
  3. Eliminazione per quanto possibile dell'intercessione dei Santi nel nuovo santorale.
  4. Sacrificio espiatorio, propiziatorio, impetratorio, oltre che di lode. Offertorio sacrificale [vedi].
  5. Chiara affermazione della transustanziazione e della presenza reale anche attraverso la modifica della formula consacratoria (vedi supra).
Ora l'annuncio della nuova edizione del Messale NO, che sappiamo accompagnato dal proposito di preparare una sorta di “riconsegna al popolo di Dio del Messale Romano” con un sussidio che rilanci l’impegno della pastorale liturgica, fa emergere - insieme alla definitiva eclissi del munus dogmatico - i temi conciliari della liturgia come opera di un’assemblea, della quale fanno parte i ministri, nonché dell’ecclesiologia del “popolo di Dio”, antropocentrica, sia per effetto della progressiva diluizione del sacrificio del Signore con l’enfatizzazione della “mensa della Parola” e del convito fraterno; ma soprattutto con l’enfasi sull'Assemblea  - che certamente non è un “collettivo” usuale - col sacerdote Presidente [approfondimenti qui]. 
E dunque quella che è Actio teandrica(4) di Cristo diventa azione dell'Assemblea.  Tuttavia, se è vero che l'Azione di Cristo è perpetuata dalla Sua Chiesa,  il Santo Sacrificio è un fatto che si compie ogni volta sull'Altare nel mistero ed è Actio esclusiva di Cristo, compiuta in persona Christi dal Sacerdote, alla quale ogni fedele si unisce e partecipa nella Comunione dei Santi. Il sacerdozio ordinato - la cui diminutio è evidente nella nuova ecclesiologia - nulla toglie al sacerdozio battesimale dei fedeli, che da esso differisce non solo di grado ma anche di essenza e deve essere vissuto, per quello che è, dal Popolo di Dio(5) che è innanzitutto Corpo mistico di Cristo. Cerchiamo di non dimenticarlo, altrimenti ricadiamo nell'archeologismo liturgico già stigmatizzato dalla Mediator Dei nonché nelle categorie e suggestioni veterotestamentarie che il Signore - e noi con Lui - ha portato e porta a compimento.
La sobria sacralità, insieme alla fedeltà alle solenni formule del Rito antico, oltre a rispettare in pieno lo ius divinum(6), rende impossibile ogni abuso liturgico e ogni tentazione, sia da parte del Sacerdote che dell'Assemblea, di sostituirsi al vero Protagonista. 
Maria Guarini, 14 settembre 2020
Esaltazione della Santa Croce
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1. Secondo la Tradizione della Chiesa:
- l'episcopato si identifica nel sacerdozio di Melchisedech e ricorda quello di Aronne
- i sacerdoti - presbiteri (anziani) (come i 72 mandati da Gesù) sono come i 70 anziani (i  "cohanim" ebraico=cohen è colui che sta in piedi" davanti e alla guida dell'Assemblea);
- gli ordini maggiori o sacri (suddiacono, diacono, sacerdote) e tutti gli altri ordini minori (accolito, esorcista, lettore, portiere) si identificano con i leviti, e cioè gli aggiunti gli aiutanti
Paolo VI (con la Ministeria quaedam) ha abolito i cosiddetti "ordini minori" (ostiariato, esorcistato -svolto in altre forme -, suddiaconato) e cambiato la definizione stessa degli "ordini sacri" in "ministeri", rendendoli parzialmente accessibili anche ai laici, secondo l'indirizzo del Concilio Vaticano II.  Deduzione ovvia: abolito il Sacrificio, trasformato in Cena, viene abolito anche il 'servizio all'Altare' [qui].
Dunque cosa ha eliminato Paolo VI? Ha eliminato la "classe sacerdotale" cui venivano introdotti i giovani seminaristi attraverso la tonsura che non consta soltanto del taglio di alcune ciocche di capelli, simbolo della rinuncia al mondo e dell'appartenenza a Cristo. Nel corso del rito i futuri sacerdoti vestono per la prima volta la veste sacerdotale, veste che, se non abbandoneranno il seminario prima della loro ordinazione presbiterale, resterà la stessa per tutta la loro vita futura.
Ogni ordine minore porta con sé alcune funzioni ad esso proprie che consentono al chierico di partecipare più da vicino nella sacra liturgia. Così il clero stesso si è trasformato ideologicamente in "servizio", visto che tutti i fedeli sono anch'essi sacerdoti. Una riforma che se nelle intenzioni era volta ad eliminare la distanza fra fedeli e clero, e a ridurre gli effetti del clericalismo degli "ordinati", in realtà non ha fatto altro che portare un certo scompiglio nel cattolicesimo, producendo ciò che Benedetto XVI ha definito "la clericalizzazione dei laici e la laicizzazione del clero", ma di fatto corrisponde alla diminutio del sacerdozio ordinato.
2. A proposito del Confiteor, cito: "La nuova liturgia è fatta per il “noi”, non per l’“io”. E questo è caratteristico del pensiero rivoluzionario moderno: mettere il “noi” al posto dell’“io”. Nella liturgia riformata c’è posto solo per il “noi”. Mentre nell’eterno compare l’io (e la liturgia terrestre è comunione con la liturgia celeste), nella nuova liturgia esso è assente. L’io nella liturgia tradizionale appare subito nella dimensione in cui compare nel Cristianesimo: il senso del peccato. Ciò è visibile fin dal doppio Confiteor della Messa tradizionale, che indica la persona. L’io del Confiteor mostra che il Confiteor del popolo è un Confiteor dell’io, non del noi. [...] La comunità è una invenzione clericale: coloro che vengono a Messa cercano Dio, non il “noi”. Se avessero la Messa tradizionale vi si inserirebbero subito, ove si fosse un clero capace di introdurre al Mistero (Gianni Baget Bozzo, L’Anticristo – “il principe delle tenebre opera nella storia da piccole fessure ...”, Mondadori, Milano 2001, pp. 46-55.)
3. Ancora a proposito dell'epiclesi (invocazione e conseguente azione dello Spirito Santo). Se l'Oriente cristiano pensa all'epiclesi, su cui pongono l'accento alcuni Padri greci dopo lo scisma, ritenendola necessaria perché avvenga la transustanziazione, è ben più convincente l'accentuazione di Sant'Ambrogio sulle "parole efficaci" (sermo operatorius) di Gesù della formula consacratoria: si tratta di parole che operano direttamente ciò che significano perché pronunciate da Lui, presente nella persona del Sacerdote. Lui, che è il Verbo, la Seconda Persona della Santissima Trinità, incarnatasi nell'uomo Gesù di Nazareth, nel quale è contemporaneamente presente il Padre il Figlio e lo Spirito Santo.
4. Divino-umana. Nel Signore coesistono, in unione ipostatica nella stessa persona due nature, quella umana e quella divina ognuna con le sue proprietà. L’umanità di Gesù, vero Dio e vero Uomo, Verbo di Dio incarnato, ha riscattato, come uomo, sulla Croce, la nostra natura umana ferita ed espulsa dalla sfera divina a causa del peccato originale.
5. Riconosciamo il conio e l'uso tipicamente conciliare della definizione di sapore veterotestamentario ‘Popolo di Dio’, più generica, meno identitaria e meno centrata rispetto a ‘Corpo Mistico di Cristo'-Sposo, che è anche la Sua Chiesa-Sposa.
6. Esiste uno ius divinum al culto che è il riconoscimento del primato di Dio su ogni cosa. Si realizza facendo convergere su Lui tutte le attività – personalmente e comunitariamente – attraverso la virtù di religione, come ci ricorda la Mediator Dei. Dunque riguarda l’intera esistenza e tutti i suoi ambiti ed è funzione primaria della Chiesa come corpo mistico di Cristo e popolo sacerdotale: pensiamo al sacerdozio battesimale, sia pur distinto in grado ed essenza da quello ordinato. Ristabilisce inoltre il giusto rapporto fra Dio e la sua creazione, a Lui ordinata, a partire dall’uomo, unica creatura terrena creata a Sua immagine. Viene espresso anche in atti e riti pubblici. Esiste quindi uno ius liturgicum: la Chiesa ha sempre concepito la liturgia come il suo culto pubblico ufficiale e quindi ha regolato gli atti e i riti che lo sostanziano ed esprimono le verità di fede professate. Tutte le norme sono indirizzate a questo giusto rapporto, dal quale dipende la salvezza del mondo, e così devono essere rispettate come comando di Dio e non come invenzione dell’uomo.

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Soppressione della Commissione Ecclesia Dei, inglobata nella Dottrina della Fede

Bergoglio ha soppresso la pontificia commissione Ecclesia Dei, inserendola nella Congregazione per la Dottrina della Fede. È una mossa ampiamente attesa [vedi]; ma, con il motu proprio Summorum Pontificum del 2007 di Papa Benedetto XVI (ancora in vigore), per i fedeli legati alla liturgia tradizionale (Messale Giovanni XXIII, 1962) e al Rito Romano Antico della Messa cambia poco o nulla. Almeno de iure, perché, de facto, nella maggior parte delle diocesi tira un'aria tutt'altro che favorevole che soffoca sia il mantenimento che la promozione dei relativi Centri Messa. Diventa invece importante il fatto che ora ci sia un dialogo diretto tra la gerarchia vaticana (nella persona del prefetto della CDF, cardinale Ladaria Ferrer) e i superiori della Fraternità Sacerdotale San Pio X; dialogo che, come sottolineato anche nel documento, verte su questioni dottrinali che riguardano il concilio Vaticano II.

Lettera Apostolica in forma di Motu proprio circa la
Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”
- 19.01.2019

Da oltre trent’anni la Pontificia Commissione Ecclesia Dei, istituita con il Motu proprio Ecclesia Dei adflicta, del 2 luglio 1988, ha assolto con sincera sollecitudine e lodevole premura al compito di collaborare coi Vescovi e coi Dicasteri della Curia Romana, nel facilitare la piena comunione ecclesiale dei sacerdoti, seminaristi, comunità o singoli religiosi e religiose, legati alla Fraternità fondata da Mons. Marcel Lefebvre, che desideravano rimanere uniti al Successore di Pietro nella Chiesa Cattolica, conservando le proprie tradizioni spirituali e liturgiche.1

In tal modo, essa ha potuto esercitare la propria autorità e competenza a nome della Santa Sede su dette società e associazioni, fino a quando non si fosse diversamente provveduto.2

Successivamente, in forza del Motu proprio Summorum Pontificum, del 7 luglio 2007, la Pontificia Commissione ha esteso l’autorità della Santa Sede su quegli Istituti e Comunità religiose, che avevano aderito alla forma straordinaria del Rito romano e avevano assunto le precedenti tradizioni della vita religiosa, vigilando sull’osservanza e sull’applicazione delle disposizioni stabilite.3

Due anni dopo, il mio Venerato Predecessore Benedetto XVI, col Motu proprio Ecclesiae unitatem, del 2 luglio 2009, ha riorganizzato la struttura della Pontificia Commissione, al fine di renderla più adatta alla nuova situazione venutasi a creare con la remissione della scomunica dei quattro Vescovi consacrati senza mandato pontificio. E, inoltre, ritenendo, che, dopo tale atto di grazia, le questioni trattate dalla medesima Pontificia Commissione fossero di natura primariamente dottrinale, Egli l’ha più organicamente legata alla Congregazione per la Dottrina della Fede, conservandone comunque le iniziali finalità, ma modificandone la struttura.4

Ora, poiché la Feria IV della Congregazione per la Dottrina della Fede del 15 novembre 2017 ha formulato la richiesta che il dialogo tra la Santa Sede e la Fraternità Sacerdotale San Pio X venga condotto direttamente dalla menzionata Congregazione, essendo le questioni trattate di carattere dottrinale, alla quale richiesta ho dato la mia approvazione in Audientia al Prefetto il 24 successivo e tale proposta ha avuto l’accoglienza della Sessione Plenaria della medesima Congregazione celebratasi dal 23 al 26 gennaio 2018, sono giunto, dopo ampia riflessione, alla seguente Decisione.

- Considerando mutate oggi le condizioni che avevano portato il santo Pontefice Giovanni Paolo II alla istituzione della Pontificia Commissione Ecclesia Dei;

- constatando che gli Istituti e le Comunità religiose che celebrano abitualmente nella forma straordinaria, hanno trovato oggi una propria stabilità di numero e di vita;

- prendendo atto che le finalità e le questioni trattate dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, sono di ordine prevalentemente dottrinale;

- desiderando che tali finalità si rendano sempre più evidenti alla coscienza delle comunità ecclesiali, colla presente Lettera Apostolica ‘Motu proprio data’,

Delibero
  1. Ѐ soppressa la Pontificia Commissione Ecclesia Dei, istituita il 2 luglio 1988 col Motu Proprio Ecclesia Dei adflicta.
  2. I compiti della Commissione in parola sono assegnati integralmente alla Congregazione per la Dottrina della Fede, in seno alla quale verrà istituita una apposita Sezione impegnata a continuare l’opera di vigilanza, di promozione e di tutela fin qui condotta dalla soppressa Pontificia Commissione Ecclesia Dei.
  3. Il bilancio della Pontificia Commissione rientra nella contabilità ordinaria della menzionata Congregazione.
Stabilisco, inoltre, che il presente Motu proprio, da osservarsi nonostante qualsiasi cosa contraria, anche se degna di particolare menzione, venga promulgato mediante pubblicazione sul quotidiano L’Osservatore Romano uscente il 19 gennaio 2019, entrando in immediato vigore, e che successivamente sia inserito nel Commentario ufficiale della Santa Sede, Acta Apostolicae Sedis.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 17 Gennaio 2019, VI del Nostro Pontificato.
Francesco
____________________
1. Cf. Joannes Paulus PP. II, Litterae Apostolicae ‘Motu proprio datae’, Ecclesia Dei adflicta’, 2 Iulii 1988, AAS, LXXX (1988), 12 (15 Nov. 1988), 1495-1498, 6a.
2.  Cf. Rescriptum ex Audientia Sanctissimi, 18 Oct. 1988, AAS, LXXXII (1990), 5 (3 Maii 1990), 533-534, 6.
3.  Cf. Benedictus PP. XVI, Litterae Apostolicae ‘Motu proprio datae’, Summorum Pontificum, 7 Iulii 2007, AAS, XCIX (2007), 9 (7 Sept. 2007), 777-781, 12.
4.  Cf. Benedictus PP. XVI, Litterae Apostolicae ‘Motu proprio datae’, Ecclesiae unitatem, 2 Iulii 2009, AAS, CI (2009),
8.  (7 Aug. 2009), 710-711, 5.
[00101-IT.01] [Testo originale: Italiano]
[B0047-XX.01]

25 commenti:

Anonimo ha detto...

CONOSCIAMO IL SANTO DEL GIORNO: ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

MARTIROLOGIO ROMANO SECONDO IL CALENDARIO DEL VETUS ORDO

Oggi 14 settembre 2020 si festeggia l'Esaltazione della santa Croce, quando l'Imperatore Eraclio, vinto il Re Cósroa, la riportò dalla Pèrsia in Gerusalémme.
La festa dell'Esaltazione della S. Croce si celebrava in memoria delle parole profetiche del Divin Maestro: « Quando sarò innalzato da terra, trarrò tutto a me » e « quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo allora conoscerete chi sono io ». Questa festa, secondo molti autori, era già fissata il 14 settembre e celebrata con gran solennità, prima ancora che l'imperatore Eraclio riportasse il Santo Legno nel luogo da dove Cosroe, quattordici anni prima, lo aveva asportato.
Cosroa II, re dei Persiani, nel 614, approfittando della dissoluzione dell'impero, mosse guerra ai Romani, col futile pretesto di vendicare l'imperatore Maurizio ed i suoi figli, che Foca aveva barbaramente trucidati. La condotta però ch'egli tenne ben presto diede a conoscere che egli non bramava altro che di saziare la sua ambizione e sfogare il suo odio contro i cristiani. Depredò la Mesopotamia, occupò successivamente le città di Edessa, Cesarea, Damasco e Gerusalemme e dopo aver fatto il solito bottino, abbandonò la Città Santa al saccheggio. Tra i tesori rapiti si trovava quello della Croce del Redentore che S. Elena aveva lasciata come pegno prezioso nella basilica del S. Sepolcro.
Eraclio, successore di Foca, alla vista delle gravi calamità provocate dalla guerra, propose a Cosroe la pace che venne respinta. Eraclio allora con digiuni e preghiere implorò l'aiuto di Dio e radunato l'esercito ingaggiò battaglia campale contro i Persiani che rimasero definitivamente sconfitti presso le rovine di Ninive. Cosroe fuggì ed associò al trono il figliuolo Medarse. Ciò spiacque immensamente al figlio maggiore di Cosroe, Siro, a cui per diritto di primogenitura toccava il regno. Sdegnato dell'affronto, giurò vendetta, e al passaggio del Tigri barbaramente uccise il padre ed il fratello. Eraclio, che come condizione di pace aveva posto la restituzione della Croce, tornò a Gerusalemme, ringraziando la Provvidenza della vittoria riportata.
L'imperatore stesso con vesti imperiali volle portare a spalle la preziosa reliquia alla chiesa di S. Croce sul Calvario, ma una mano invisibile lo arrestò presso la porta che conduceva al colle. Preso da timore, Eraclio si volse al patriarca Zaccaria e questi gli disse: « Guarda, imperatore, che con questi ornamenti di trionfo non imiti la povertà e l'umiltà con cui Gesù Cristo portò il pesante legno nella sua passione ». L'imperatore comprese, e indossato un umile vestimento, riprese la Croce, proseguendo speditamente il cammino. Nella Chiesa, la santa reliquia fu esposta alla pubblica adorazione: la cerimonia fu accompagnata da strepitosi miracoli.
Questa solennità fu poi celebrata ogni anno, premettendo alla festa quattro giorni di preparazione, e numerose turbe accorrevano a Gerusalemme in tale circostanza. Un anno vi si recò anche Maria Egiziaca, che ebbe la grazia della conversione, principio della sua santità.
« Attesa l'importanza religiosa della santa città, scrive il card. Schuster, questa festa si diffuse presto nel mondo cristiano, soprattutto orientale, tanto più che delle particelle della vera Croce fin dal quarto secolo venivano trasportate da Gerusalemme in molte altre chiese di Oriente e d'Occidente; e ci si teneva a riprodurre nelle principali città le cerimonie solenni del culto gerosolimitano verso la S. Croce, il vessillo trionfale della salute cristiana ».

Anonimo ha detto...

Conforta il fatto che sempre più laici osservatori, da fuori, della chiesa si sono resi conto che essa si è completamente votata, con Bergoglio, al globalismo ed a tutto ciò che ne è connesso. Il giudizio di costoro è severo anche se per il momento gli altri pontefici, dal CVII in poi, non vengono coinvolti in questo loro giudizio/ denuncia.

Ieri al convegno di Vox Italia ( https://www.youtube.com/watch?v=T6jkhRoSPgk FUTURO E IDENTITÀ: LA DIRETTA DA STRA (VENEZIA) DELLA CONFERENZA - #BYOBLU24 )anche l'attuale condizione della chiesa è stata evidenziata da Meluzzi, per esempio.

Un risveglio è in atto, una chiesa che non è più Chiesa non è più riconosciuta come tale da chi cerca di essere intellettualmente onesto. La chiesa sta lanciando, giorno dopo giorno, boomerang in aria che le torneranno e stanno ritornandole indietro colpendo, tra capo e collo, solo essa stessa.

Anonimo ha detto...


Eraclio riportò la S. Croce a Gerusalemme, il 14 settembre.

Ma di che anno? Non ho visto l'anno nel testo indicato.
Informazione preziosa ma incompleta.
G.

gsimy ha detto...

qualche precisazione:
- Deus sabaoth letteralmente 'Dio degli eserciti', però nella cultura antica l'esercito di fatto era il popolo schierato in armi davanti al sovrano/condottiero. quindi in 'sabaoth' c'è sia l'aspetto militare (Dio che difende il suo popolo più un accenno alla Chiesa militante) sia il fatto che davanti a Dio si raduna il suo popolo, sia in Cielo che in Terra. quindi il termine sarebbe da tradurre meglio con 'Dio delle schiere (celesti)', che si riallaccia meglio con la conduzione del Sanctus, che accenna alle milizie angeliche
- il 'fratelli e sorelle' è ideologico, ma anche nel Canone ci sono due 'famulórum,
famularúmque tuárum', che tra l'altro nella traduzione sono stati infedelmente resi con 'i tuoi fedeli'
- la metafora della rugiada è stata già usata nella liturgia, per esempio nella preghiera consacratoria del vescovo (coelestis unguenti rore sanctifica), per significare la santificazione. vederlo come metafora di unione fraterna è un po' tirare per la giacca il testo. la Preghiera Eucaristica II è comunque un testo altamente problematico, con o senza il 'rugiada'
- bello lodare il Canone, ed è doveroso farlo, ma immediatamente dopo l'attenzione si concentra solo sul Racconto dell'Istituzione. c'è da stupirsi se i preti lo hanno sostituito con altre anafore più brevi, se la mentalità è questa?
- gli ordini minori è il suddiaconato erano stati di fatto resi inutili quando con il CJC del 1917 li si è riservati solo ai seminaristi pensandoli come 'preparazione al sacerdozio', contro la Tradizione della Chiesa, e il dettato del Concilio di Trento che ne consigliava vivamente il conferimento a laici degni e preparati che ne esercitassero le funzioni nelle chiese, portando la tonsura e l'abito clericale. se di fatto erano pensati come inutili è ovvio che li abbiano aboliti/stuprati
- sant'Ambrogio non usa l'argomento che lei propone per dire che le Parole del Signore sono consacratorie, e nelle sue catechesi non vuole certo squalificare l'epiclesi o il Canone, anzi, ad un certo punto pone ai suoi catecumeni una domanda: 'Vuoi sapere con quali parole celesti il sacerdote consacra?' e non riporta solo le Parole, ma tutta la sezione del Canone arcaico che andava dal Quam oblationem al Supplices. il vescovo milanese vedeva le parole all'interno di tutta le celebrazione, pur considerandole importanti

Anonimo ha detto...


La cosa grave è, tra altre, la riduzione di questi istituti a enti di diritto diocesano e non più pontificio. Ciò li mette alla mercé del vescovo locale e del competente dicastero vaticano. In quanto di "diritto pontificio" dipendevano direttamente dal papa, invece, il che sulla carta ma anche di diritto concedeva loro una certa autonomia rispetto al vescovo locale e alla Curia.
IL futuro non si presenta affatto roseo per gli istituti che operano secondo l'Ecclesia Dei. La politica restrittiva inaugurata da papa Francesco nei confronti di tutto il movimento Ecclesia Dei, dimostra la vacuità delle recenti critiche di don Citati alla FSSPX; al contrario di quello che dice lui, ha fatto benissimo la FSSPX a sottrarsi agli abbracci interessati e mortali di questo papa. I fatti le stanno dando ragione.
T.

mic ha detto...

Ringrazio gsimy per le osservazioni. A più tardi le mie.

Pulex ha detto...

"...gli istituti di cui sopra, attualmente di diritto pontificio, diventeranno di diritto diocesano..."
Ma perche pensa questo? La subordinazione a un altro dicasterio non necessita il cambiamento dello status di diritto. Can. 589: "Un istituto di vita consacrata si dice di diritto pontificio se è stato eretto oppure approvato con decreto formale dalla Sede Apostolica; di diritto diocesano invece se, eretto dal Vescovo diocesano, non ha ottenuto dalla Sede Apostolica il decreto di approvazione." Pensa davvero che domani FSSP, con apostolati per tutto il mondo, diventa una associazione diocesana di Friburgo?

mic ha detto...

Rispondo a gsimy
- Deus sabaoth letteralmente 'Dio degli eserciti', però nella cultura antica l'esercito di fatto era il popolo schierato in armi davanti al sovrano/condottiero. quindi in 'sabaoth' c'è sia l'aspetto militare (Dio che difende il suo popolo più un accenno alla Chiesa militante) sia il fatto che davanti a Dio si raduna il suo popolo, sia in Cielo che in Terra. quindi il termine sarebbe da tradurre meglio con 'Dio delle schiere (celesti)', che si riallaccia meglio con la conduzione del Sanctus, che accenna alle milizie angeliche

Ho scritto un articolo divulgativo e non un trattato e dunque mi sono soffermata sull'essenziale senza scendere nei dettagli che lei evidenzia. L'intento, peraltro dichiarato, è quello di mettere in risalto conseguenze dottrinali già consolidate da una prassi di fatto carente della catechesi corrispondente sia alla Chiesa militante che alle schiere celesti
...
- la metafora della rugiada è stata già usata nella liturgia, per esempio nella preghiera consacratoria del vescovo (coelestis unguenti rore sanctifica), per significare la santificazione. vederlo come metafora di unione fraterna è un po' tirare per la giacca il testo. la Preghiera Eucaristica II è comunque un testo altamente problematico, con o senza il 'rugiada'

La citazione di un testo biblico molto noto evidenzia invece l'assonanza che poi corrisponde alla realtà effettiva. Su altri aspetti problematici si può sempre tornare. Qui quel che conta è l'insieme e ciò che se ne ricava.

- bello lodare il Canone, ed è doveroso farlo, ma immediatamente dopo l'attenzione si concentra solo sul Racconto dell'Istituzione. c'è da stupirsi se i preti lo hanno sostituito con altre anafore più brevi, se la mentalità è questa?

Non c'è da stupirsi ma si può stigmatizzare l sostituzione... E non le sembra che l'attenzione sulla formula consacratoria, che non è il "racconto della istituzione" ma la sua riattualizzazione abbia una più che buona ragione di esserci?

- gli ordini minori è il suddiaconato erano stati di fatto resi inutili quando con il CJC del 1917 li si è riservati solo ai seminaristi pensandoli come 'preparazione al sacerdozio', contro la Tradizione della Chiesa, e il dettato del Concilio di Trento che ne consigliava vivamente il conferimento a laici degni e preparati che ne esercitassero le funzioni nelle chiese, portando la tonsura e l'abito clericale. se di fatto erano pensati come inutili è ovvio che li abbiano aboliti/stuprati

A prescindere dalle fonti da lei citate è più che evidente che Paolo VI ha inteso non solo dare una nuova immagine di servizio all'Altare, ma ha rivisitato il sacerdozio (il che è stato già ampiamente evidenziato anche per altri aspetti) visto che l'Altare, col Novus Ordo, si è praticamente ovunque trasformato in mensa...

- sant'Ambrogio non usa l'argomento che lei propone per dire che le Parole del Signore sono consacratorie, e nelle sue catechesi non vuole certo squalificare l'epiclesi o il Canone, anzi, ad un certo punto pone ai suoi catecumeni una domanda: 'Vuoi sapere con quali parole celesti il sacerdote consacra?' e non riporta solo le Parole, ma tutta la sezione del Canone arcaico che andava dal Quam oblationem al Supplices. il vescovo milanese vedeva le parole all'interno di tutta le celebrazione, pur considerandole importanti

Le parole del Signore SONO consacratorie (non a caso Sant'Ambrogio parla di Sermo operatorius) per le ragioni che ho esposto. E la mia osservazione di certo non aveva e non ha l'intento di squalificare l'epiclesi; ma, semmai, quello di riqualificare il cuore depauperato dell'Eucaristia.... Il discorso sull'intera sezione del canone "originario" (non "arcaico" perché non è obsoleto) dimostra quanto esso, proveniente dall'epoca apostolica, sia davvero intessuto di parole celesti.

Anonimo ha detto...

14 Settembre 630.

Anonimo ha detto...

"In Hoc Signo vinces!"

Buona festa dell'Esaltazione della Santa Croce!

Anonimo ha detto...

Forse non si è capito bene la concezione ecclesiale, se così si può definire, del vescovo di Roma, lui considera tutti vescovi alla pari, lui compreso, per cui tutto viene lasciato nelle mani dei vescovi diocesani locali, per cui lui se ne lava le mani in nome della collegialità e blabla e gli altri agiscono, forse sarà tranchant come giudizio, ma un'ora dopo il ritorno al Padre di Papa Benedetto, tutto verrà spazzato via in un batter d'occhio, pregate che viva un altro po' perché dopo sarà la fine.

Maria Guarini ha detto...

È quel che intendevo mettere in risalto qui:
"Sì tratta di un colpo di spugna all’istruzione Liturgiam authenticam (7.5.2001), già temuto e preconizzato [qui], “sull’uso delle lingue volgari nella pubblicazione dei libri della liturgia romana”. Di fatto siamo al 'rompete le righe' anche col decentramento alle Conferenze episcopali della preparazione dei libri liturgici, che mina l'unità e l'universalità de La Catholica. [questione di fondo qui e precedenti]
http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2017/01/collegialita-episcopale-o-episcopato.html

Anonimo ha detto...

Il compressore schiacciasassi va avanti, inutile farsi illusioni: alla fine della Chiesa cattolica non rimarrà quasi niente e bisognerà ripartire pressoché da zero.
A meno che...
Adriano Ghiso

Anonimo ha detto...

Quel fantastico mondo di mezzo

Sembra che Ecclesia Dei stia per chiudere definitivamente, così parlano i blog oggi.
In Vaticano è rimasto un piccolo ufficio, parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, che ancora si occupa di messe Vetus Ordo. In verità i funzionari sono presi qua e là senza troppo criterio: uno preso perché sa bene il latino anche se celebra la messa nuova, un altro ha imparato adesso qualche rito antico tanto per non sfigurare quando visita qualche istituto "tradizionale" etc etc... Insomma Ecclesia Dei, a parte il nome roboante, non è un granché.
Però è servita.
È servita anzitutto a "rimproverare" i lefebvriani di essere disobbedienti, facendo credere che sotto le autorità moderniste si può stare tranquillamente; questo il suo principale compito e bisogna ammettere che il trucchetto è ben riuscito, molti ci sono caduti.
Il secondo compito, forse involontario, è stato quello di radunare tutto questo mondo di mezzo assai variegato, magari non stravagante come il mondo chiaramente modernista, ma comunque capace di difendersi bene quanto a fantasia.
Da quelli che celebrano tutte e due i riti, a chi celebra il vecchio di nascosto per non farsi vedere dai modernisti, e chi di nascosto partecipa il nuovo per non perdere i fedeli tradizionalisti. C'è chi oggi celebra il rito antico e domani dà tranquillamente la comunione sulle mani perché tanto "non è peccato", o perché anche se non è una cosa buona lui è "consacrato alla Madonna" che presto lo libererà dalle autorità moderniste; oppure ha fatto le preghiere della "Divina Volontà" e quindi non è lui che lo fa, ma Gesù stesso, e quindi vuol dire che va bene, etc etc.
Ora però verso questo mondo di mezzo cominciano le solite minacce da parte delle gerarchie: forse Ecclesia Dei verrà chiusa, forse sarà più difficile celebrare la" forma antica" della Messa, forse chiudono gli istituti tradizionali, forse, forse, forse. Solito modo di tormentare, di far vedere chi comanda, di non far dimenticare "la bontà del padrone" che concede ad alcuni (addirittura!) di fare cose cattoliche.
Io credo che cambierà poco, pochissimo, non abbastanza per creare una reazione, non a sufficienza da far ricordare al "mondo di mezzo" che non si chiede il permesso per essere cattolici, perché abbiamo il dovere di esserlo per andare in Paradiso, e quindi il diritto di vivere, pensare e parlare come tali.
Cadrà qualcosa, ma il mondo di mezzo resisterà ancora un po': quell'invito dolce a non combattere funziona troppo bene.
Verrà tenuto in piedi perché dopo secoli di studio e di pratica ora sono capaci di odiarci davvero con arte: sono arrivati al punto di fingere di non perseguitarci più.
Tommaso Maria Irlanda su Fb

Anonimo ha detto...

Forse è troppo tardi per preoccuparsi, bisognava preoccuparsi fin dal Buonasera.

Anonimo ha detto...

Non siate così pessimisti perché il Signore vede e provvede . C'è un modo di dire a Roma che spiega bene come funziona il governo della Chiesa :dopo un papa grasso ne viene eletto uno magro .E' fisiologico perché gli uomini non sono macchine e non hanno un manuale d'istruzioni. In questi anni ,al centro(ROMA) ed ancor più in periferia,sono successe tante di quelle cose che è evidente che così non si può continuare.Di questo ne sono convinti anche i nemici della Chiesa che difatti quando parlano di Bergoglio hanno la lacrimuccia agli occhi e non finiscono di elogiarlo .Tempus fugit……..

Anonimo ha detto...

La mentalità legata ai pizzi e merletti con l'idolatria delle forme, è più difficile da sradicare... visto che è qualcosa di più profondo

mic ha detto...

A me pare di aver messo molta carne al fuoco, ben oltre pizzi, merletti e "idolatria delle forme"...
La questione dei "pizzi e merletti" comunemente è il cavallo di battaglia dei modernisti... il Summorum, invece, ha avuto l'effetto e il merito di far scoprire il Rito Romano antico e conseguentemente la Tradizione a tanti che erano immersi nelle realtà parrocchiali e relativa pastorale progressista e che ne hanno tratto grande profitto spirituale.
Piuttosto che il tema dei pizzi e merletti, cui si vuole rapportare un contesto effeminato, l'omoeresia è fin troppo diffusa e non riguarda di certo chi ama il Rito Romano Antico insieme alla sua sobria ma anche solenne sacralità. Basta guardare ai seminari modernisti...
E con l'indulto il rito romano tornerebbe roba di nicchia per pochi fortunati o eletti membri di club esclusivi...

Da Campari & De Maistre ha detto...

la Commissione Ecclesia Dei è stata prima soppressa e trasformata in una sottosezione della Congregazione per la Dottrina della Fede e, prossimamente, potrebbe essere definitivamente cancellata. Ciò metterebbe in grave difficoltà gli istituti e i sacerdoti diocesani che seguono il Rito di San Pio V, nonostante le vocazioni legate a questa spiritualità antica ed eterna crescano a vista d'occhio. Questa soppressione sarebbe frutto di una pura e semplice cattiveria. Sfidiamo chiunque a dimostrare che le celebrazioni in latino stiano davvero creando problemi nelle diocesi.

Eppure, la coesistenza di più riti, dovrebbe essere accettata normalmente, da chiunque abbia una stabilità emotiva. I riti orientali dimostrano che possono esistere varie forme del rito senza scandali particolari.

In questo momento è dunque obbligatorio pregare, affinché il cuore del Faraone non si indurisca e ci lasci pregare senza romperci le scatole.

Anonimo ha detto...

"Ci pare dimostrato ad abundantiam, semmai fosse stato necessario, quanto messale nuovo e Messale Romano siano – anche dal solo punto di vista della scienza liturgica – irriducibili ad un unico rito. Non sono due forme di un unico Rito Romano. Questo smentisce la gratuita affermazione del motu proprio e della lettera ai Vescovi anche dal punto di vista meramente tecnico. La grande diversità non è però, lo ripeteremo fino alla nausea, quella di due linguaggi diversi che esprimerebbero gli stessi concetti (come per i Riti tradizionali della Chiesa), ma di due linguaggi diversi che esprimono concetti incompatibili sul Sacrificio, sulla Chiesa, sul Sacerdozio, sulla Presenza reale. Soprattutto questo spiega l’opposizione radicale del 90% dei Vescovi alla Messa tridentina, reazione che ci sembra proporzionale al rifiuto di una concezione veramente cattolica dei dogmi legati alla Messa alla quale sono completamente e scientemente estranei" (don Mauro Tranquillo FSSPX)

Diego ha detto...

A meno che niente. Resterà quasi zero perché la chiesa ha aperto le porte all'Avversario e pagherà. Il Signore ha tolto la siepe e i cinghiali stanno cominciando a devastare la vigna. Per i nostri peccati verremo castigati, e giustamente. Che il Signore abbia misericordia di noi.

Anonimo ha detto...

https://www.aldomariavalli.it/2020/09/14/il-pontificato-di-francesco-clinicamente-estinto-intervista-al-professor-roberto-de-mattei/

Anonimo ha detto...

Quella generazione del “ vietato vietare “ ora siede negli scranni del potere del nuovo totalitarismo.

Anonimo ha detto...

Il prof.Roberto Pertici ha scritto per il blog di Magister un articolo ,in verità gli articoli sono due,molto istruttivo sul cv2.Vi consiglio di leggere entrambi anche se lunghi.Personalmente devo dire che la conclusione del secondo ed ultimo articolo non mi trova d'accordo. In pratica se si toglie il sacro e si banalizza il mistero la Chiesa diventa una ong come le altre ed è quello che vediamo spesso.Poteva andare diversamente?Secondo lui no mentre secondo me si,almeno in parte.Con un po' di coraggio e di lungimiranza i risultati potevano essere molto diversi.Si può invertire la tendenza?Domanda molto complicata , verrebbe da dire : quello che impossibile agli uomini……..

Anonimo ha detto...

Già quella generazione... che combatteva i baroni universitari è diventata baronessa della cultura; che combatteva le caste è diventata una sola casta totalitaria, che denunciava la corruzione e diventata la corruttrice nazionale, che di famiglia aveva irriso e calunniato la Chiesa l'ha poi seguita ossequiente nella sua deriva sinistra ...quella generazione! Ma quella generazione non ha agito da sola, nuda e cruda, dietro quella generazione erano i padri che istruivano i figli e dietro i padri i politici, i servizi, lo straniero. Una generazione usata ma, non meno colpevole dei padri, dei politici, dei servizi, dello straniero perché quando si è trattato di okkupare il 'posto fisso' non ha esitato a farsi complice a vita dei padri, dei politici, dei servizi, dello straniero e...questo continua a fare fino nel nostro presente con i suoi figli e nipoti .