Peregrinatio Summorum Pontificum 2022

sabato 29 luglio 2023

L’avvento dell’egemonia anti-culturale

Indice degli articoli sulla realtà distopica.
L’avvento dell’egemonia anti-culturale
di Marcello Veneziani

È uscito sulla rivista cattolica Vita e pensiero, in contraddittorio con Giuseppe Vacca, presidente dell’Istituto Gramsci di altri interlocutori, una mia riflessione sull’egemonia culturale, che sintetizza e aggiorna scritti precedenti. Ve la proponiamo.
Ma chi detiene oggi l’egemonia culturale nel nostro Paese, e più in generale nel mondo occidentale? È in corso una sostituzione ideologica e pratica e da parte di chi? In cosa consiste oggi l’egemonia culturale?
Tre domande così giustificherebbero un saggio dalle dimensioni di un libro e una ricerca molto articolata. Proviamo invece a rispondere sinteticamente sul tema. Partiamo dal riferimento storico che chiarisce il perimetro in cui ci muoviamo.
L’egemonia culturale, elaborata da Gramsci con il riferimento originario a Lenin, ha avuto tre fasi: quella guidata da Togliatti e dal Pci, la conquista del potere culturale come premessa della conquista politica del paese, che si sviluppò nel dopoguerra, e si espresse soprattutto nell’infiltrazione dell’italo-marxismo nell’alta cultura, nell’editoria e nell’università; poi, quella venuta dal ’68 che si allargò via via ad altri ambiti, dai mass media allo spettacolo, dall’arte al cinema, dal costume alla scuola, imperniata sull’impegno civile e democratico, passando dall’egemonia di un Partito-Chiesa, il Pci, all’egemonia da parte di un’area, la sinistra radical-progressista. E infine, la terza egemonia che raccoglie l’eredità sessantottina e l’eredità comunista, confluendo nell’ideologia occidentale del Politically correct e dei suoi derivati, formando un clima, una cappa, un habitat. A voler definire la parabola attraverso due nomi, diremo da Gramsci a Umberto Eco, “ideologo” della sinistra postmarxista nella società neo-capitalista di massa.
Il controllo della cultura è oggi nelle mani di un ceto, una casta, una cupola ideologico-militante che si snoda in vari ambiti, dall’editoria all’informazione e allo spettacolo e tocca i luoghi di produzione, le istituzioni, i premi, i festival, le testate, le filiere sparse.
Ma l’egemonia culturale non sorge dal nulla, qualcosa la precede, a qualcosa si oppone. Per dirla con un bisticcio lessicale, chi deteneva l’egemonia culturale prima dell’egemonia culturale?
Il comune sentire popolare, stratificato nei secoli, che si esprimeva attraverso legami sociali, tradizioni condivise, riti, canoni e riferimenti radicati e diffusi, veicolati dalle istituzioni, a partire dalla Chiesa cattolica e dalle sue ramificazioni sociali e parrocchiali. Il sottinteso era una società ancora per certi versi “organica”, che nella visione gramsciana sarebbe stata surrogata dall’intellettuale organico collettivo. Il Partito sostituirà la Chiesa, la sezione sostituirà la parrocchia. Il modello storico-politico antagonista da cui trae spunto l’egemonia gramsciana è quello promosso da Gentile e poi da Bottai, d’impronta nazional-fascista. Il riferimento principale in casa propria è invece la rivoluzione leninista e i suoi strateghi di regime, da Zdanov a Luckàcs.
L’egemonia ideologica sostituisce la tradizione e la religione: il progetto è portare un nuovo illuminismo alle masse, liberarle dall’oscurantismo reazionario, patriottico e religioso, fondare un nuovo sentire comune. Agire sulla mentalità, nella convinzione che chi controlla le idee dominanti diventi poi classe dominante. L’egemonia presuppone di agire in una società plurale e conflittuale, con altre tendenze culturali e con un potere politico ed economico non ancora nelle proprie mani. Con alcune di queste realtà divergenti sono possibili compromessi, nella prospettiva di inglobarle poi nell’orizzonte dell’egemonia; con altre invece non resta che la guerra, la delegittimazione, fino alla demonizzazione.
Serpeggia, però, nelle viscere della società un’altra egemonia, di tipo subculturale: la cultura riguarda pur sempre i piani alti, poi ci sono i filoni pop, l’intrattenimento, i costumi, le tendenze di massa. Per anni, c’è stata una guerra sotterranea tra l’impegno e la ricreazione; l’uno portava verso scelte radical-progressiste e l’altra verso scelte qualunquiste e moderate, di tipo democristiano poi berlusconiano o vagamente destrorso.
Ora la nostra società vive da anni una radicale deculturazione di massa, nonostante l’egemonia culturale (o forse anche a causa di questa?). Così l’egemonia culturale, per farsi pop e prevalente, finisce col coincidere sempre più con l’egemonia sottoculturale: tocca la musica, la tv, gli influencer, il trash, l’uso della vita privata e degli orientamenti sessuali, determina un nuovo conformismo di massa che sorge da un ceppo in origine trasgressivo. Non c’è più la guerra tra l’ideologia e il disimpegno, la cultura e il divertimento, i confini sono saltati, l’una si scioglie nell’altra, la cultura retrocede a posa, slogan e bigottismo ideologico; l’egemonia si fa sempre più subculturale. Se l’egemonia culturale arriva a collimare con la cancel culture e la negazione di tutto ciò che costituisce e definisce una civiltà, è destinata a farsi egemonia anticulturale. In questo contesto, l’idea che una “destra” nazional-populista, sovranista e identitaria possa sostituire l’egemonia culturale di “sinistra”, mi pare difficile, impraticabile. Non ci sono le condizioni, non ci sono uomini e ranghi sostitutivi, non c’è probabilmente l’indole e predisposizione a farlo, non c’è un progetto e una strategia all’opera. Pur di restare al governo, la “destra” deve destrutturare ciò che la definisce, soprattutto sul piano culturale e identitario; piccoli contentini simbolici ma poi bisogna adeguarsi al modello egemone o perlomeno puntare sulla neutralizzazione dei contenuti. Sicché assistiamo a una situazione schizofrenica in cui il governo politico è da una parte e il potere culturale è dall’altra. Uno amministra il decorso dei fatti e l’altro detta l’agenda dei “valori”.
Ma finora abbiamo fatto i conti senza l’oste, non abbiamo citato il Terzo Incomodo, il soggetto più forte: vale a dire il potere tecnocratico, economico e finanziario che gestisce i grandi assetti sovranazionali e la globalizzazione. Un potere pronto a usare sia gli uni che gli altri; ma negli ultimi decenni tramite il politically correct e la cancel culture, l’egemonia culturale radical-progressista è stata la guardia rossa, il precettore ideologico di quel potere. Viviamo in una società “globalitaria” in cui dominano gli interessi degli uni e i “valori” degli altri. E i governi “di destra” si barcamenano negli anfratti. Nonostante i governi di destra, nonostante gli umori popolari prevalentemente opposti rispetto all’egemonia culturale e all’egemonia tecno-finanziaria globale, domina la convergenza strategica tra le due egemonie, nel progetto comune di sradicare le identità, i legami sociali, le eredità civili e religiose; una sorta di guerra alla storia, alla natura e alla realtà, nel nome di una società individualista, mutante e globale, in cui i diritti si separano dai doveri e si coniugano ai desideri, in cui “l’io sono ciò che io voglio essere” è il primo comandamento; salvo seguire acriticamente e automaticamente le tendenze suggerite per essere “inclusi” nei flussi e nei consumi del presente. Non vedo altre egemonie all’orizzonte, se non questa perdurante egemonia assoluta del presente globale su ogni passato, ogni avvenire diverso dal presente, ogni idea dell’eterno e ogni senso religioso della vita. Un’egemonia contro la cultura e la civiltà, che in ultima analisi coincidono.
Marcello Veneziani
(Vita e pensiero, luglio 2023)

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Questa egemonia contro la cultura e la civiltà è funzionale a portare i popoli all idiotismo di massa , sola condizione che permetterà l instaurazione dell unico governo mondiale. Lo slogan che noi siamo di più e lorsignori non possono che soccombere perché numericamente pochi è l ultima illusione con cui si copre l'impotenza reale dei popoli già in uno stato di ebetissmo diffuso, a cui lorsignori hanno lavorato alacremente almeno da cento e passa anni.

M. Angheran ha detto...

Non ci sono le condizioni, non ci sono uomini e ranghi sostitutivi, non c’è probabilmente l’indole e predisposizione a farlo, non c’è un progetto e una strategia all’opera

In realtà ci sarebbe ma la destra ha preferito fare orecchie da mercante per almeno venti anni,
addebitando le sue sventure alla presenza di Berlusconi ecc., lasciandosi inebetire dalle agenzie che le sussurravano all'orecchio che solo una destra "moderna", "laica" - cioè la copia della sinistra sul piano culturale - avrebbe avuto il pieno diritto di governare.

E in un certo senso è quello che è accaduto. Una sorta di scambio è avvenuto , per cui la destra può al massimo rivendicare il concetto di "italianità", ma appena esce dall'ambito retorico scatta la censura.

Prendiamo il "cambiamento climatico". Si sente dire che non bisogna dare addosso agli italiani perchè sono altri i paesi maggiormente inquinanti.. E questo è il massimo consentito. Non si pensa nemmeno lontanamente a mettere in dubbio il dogma della CO2.

Ma senza un serio ritorno al realismo basato sull'autentica vocazione italiana si potrà solo recitare la parte di un pallido contraltare alle agenzie onusiane.

Anonimo ha detto...

È l'indecenza al potere questa egemonia culturale sinistra che domina da decenni.
Poi capita che un signore dell'alta borghesia si accorga, per caso, di convivere con dei lanzichenecchi. Ma è la loro cultura, come giustamente scrive Tommaso Sandroglio su NBQ, ad aver plasmato così la nuova gioventù.
È un'egemonia incivile, esplosa soprattutto dopo il '68, foriera di "disvalori", di frutti perversi di un albero per forza cattivo.
Bisognerà lottare duramente se vorremo liberarci dalla barbarie che inquina le nostre vite e dalla cappa asfissiante che ci circonda e rende sempre meno vivibile questo mondo.

Gz

Anonimo ha detto...

Prima hanno distrutto l'educazione e poi si lamentano che i giovani sono maleducati. Ma c'è un'altra ipocrisia: se quel ricco signore avesse fatto il viaggio con un gruppo di giovani immigrati molesti, sarebbe stato peggio, ma non si sarebbe lamentato.

Anonimo ha detto...


Veneziani si è dimenticato di dire che questa egemonia della pseudocultura, foraggiata dalle lobbies mondialiste, si è affermata anche nella Chiesa cattolica, il cui attualmente regnante la sta
tenacemente trasformando in una lobby femminista, arcobaleno, immigrazionista.

Anonimo ha detto...

Padre Zanotelli ha fatto un appello ai giornalisti perché diffondano le notizie sulle piaghe dell'Africa.

Non credo che gli italiani abbiano responsabilità sul disastro africano. Francesi, inglesi, globalisti statunitensi e nord-atlantisti sono proprio coloro che hanno voluto l'ONU, la FAO, l'UNICEF, OMS, FMI tutte le sigle di questo mondo nate, dicevano, per la pace, perché nessuno muoia di fame ecc.ecc. sono proprio coloro che hanno voluto questi organismi che stanno distruggendo la solidarietà, i principi di condivisione; perfino sono arrivati a peggiorare quel che già era precario. L'Italia stessa è vittima di quelle organizzazioni che hanno partorito quelle sigle.
P. Zanottelli è un missionario da 60 anni in Africa, come ce ne sono a migliaia in quel Continente, oltre ad annunciare Gesù Cristo dovrebbero insegnare ad essere autonomi e fieri di vivere in una terra tanto ricca, ma anche tanto avara purtroppo, e sganciarsi dalle dittature procurate proprio dalle élite che hanno dato vita a quelle sigle.
È tempo di finirla con i piagnistei.

Ogni popolo ha la sua storia e gli africani siano primi attori della loro. Chiedano aiuto se lo ritengono necessario e si farà quel che si potrà.
Far venire i sensi di colpa a chi non ne ha, non lo accetto.
A. P.

Anonimo ha detto...

“La rivoluzione Francese posto che fosse preparata dalla filosofia, non fu eseguita da lei, perché la filosofia specialmente moderna, non è capace per se medesima di operar nulla. E quando anche la filosofia fosse buona ad eseguire essa stessa una rivoluzione, non potrebbe mantenerla. È veramente compassionevole il vedere come quei legislatori francesi repubblicani, credevano di conservare, e assicurar la durata, e seguir l'andamento la natura e lo scopo della rivoluzione, col ridur tutto alla pura ragione, e pretendere per la prima volta ab orbe condito di geometrizzare tutta la vita. Cosa non solamente lagrimevole in tutti i casi se riuscisse, e perciò stolta a desiderare, ma impossibile a riuscire anche in questi tempi matematici, perché dirittamente contraria alla natura dell'uomo e del mondo.”

Giacomo Leopardi (1798-1837), Zibaldone, 8 luglio 1820