La Casa Generalizia annuncia i nomi dei futuri vescovi
26 Maggio 2026
COMUNICATO DELLA CASA GENERALIZIA
In questa ottava di Pentecoste, don Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, ha la gioia di annunciare i nomi dei sacerdoti della Fraternità scelti per ricevere la consacrazione episcopale il prossimo 1º luglio a Écône.
In uno spirito di rispetto verso l’autorità suprema della Chiesa universale, i dossier di questi sacerdoti sono stati presentati al Santo Padre, accompagnati da alcune spiegazioni necessarie per una corretta comprensione di questa iniziativa, nel contesto molto particolare ed eccezionale di queste consacrazioni episcopali.
I quattro sacerdoti sono:
- Reverendo don Pascal Schreiber, di nazionalità svizzera;
- Reverendo don Michael Goldade, di nazionalità statunitense;
- Reverendo don Michel Poinsinet de Sivry, di nazionalità francese;
- Reverendo don Marc Hanappier, di nazionalità francese.
Il Superiore Generale ribadisce che la scelta e la consacrazione di questi eletti non procedono da alcuna volontà di rivendicare un potere di giurisdizione o di stabilire un’autorità parallela nella Chiesa. Esse non costituiscono in alcun modo una negazione, un rifiuto o una sfida al potere di giurisdizione supremo, pieno e immediato del Vicario di Cristo sulla Chiesa universale.
La cerimonia del 1º luglio non avrà altro scopo se non quello di assicurare la continuità nell’amministrazione dei sacramenti dell’Ordine e della Confermazione, così come dei sacramentali riservati ai vescovi, secondo il rito tradizionale della santa Chiesa romana e la fede di sempre.
L’episcopato che questi sacerdoti riceveranno è dunque concepito unicamente come un servizio reso alle anime e alla Chiesa nel mezzo di questa crisi della fede senza precedenti.
La nostra volontà di servire la santa Chiesa cattolica rimane incrollabile, nella coscienza del dovere imperioso di trasmettere fedelmente e integralmente ciò che abbiamo ricevuto, vale a dire ciò che la Chiesa ha sempre creduto, insegnato e praticato.
Menzingen, 26 maggio 2026_____
Rev. Don Pascal Schreiber
Don Pascal Schreiber, 53 anni, è nato in una famiglia cattolica di cinque figli originaria del cantone di Argovia, in Svizzera. Nel 1992 è entrato nel seminario Herz Jesu di Zaitzkofen, in Germania, prima di proseguire gli studi a Écône, in Svizzera, dove ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale nell’estate del 1998.
Dopo cinque anni di ministero in Germania e nella Svizzera francese, nel 2003 gli è stata affidata la direzione di un collegio maschile a Mels, nella Svizzera tedesca.
Due anni più tardi ha assunto la responsabilità della scuola elementare e superiore femminile di Wil, ministero che ha esercitato per nove anni.
Chiamato nel 2014 a Rickenbach, sede del distretto della Svizzera, vi ha ricoperto per due anni l’incarico di economo, prima di essere nominato superiore di distretto.
Dal 15 agosto 2020 è rettore del seminario Herz Jesu di Zaitzkofen, in Germania, dove si dedica alla formazione di oltre cinquanta futuri sacerdoti e fratelli provenienti da sedici Paesi distinti. Parla correntemente tedesco e francese, e conosce anche l’inglese.
Rev. Don Michael Goldade
Originario del North Dakota e cresciuto a St. Marys, Kansas, negli Stati Uniti, don Michael Goldade proviene da una famiglia cattolica di dieci figli che conta tre Suore della Fraternità Sacerdotale San Pio X. All’età di diciotto anni è entrato nel seminario di Winona, dove è stato ordinato sacerdote nel 2004.
Ha esercitato il suo ministero ad Armada, nel Michigan, per cinque anni, prima di essere chiamato a dirigere la casa di ritiri di Ridgefield.
Nel 2014 è stato nominato priore a Kansas City, dove si è occupato contemporaneamente del priorato, di un’importante parrocchia, di una scuola e di una comunità religiosa femminile. A queste responsabilità si è aggiunta, nel 2021, la funzione di assistente del superiore di distretto.
Nominato nell’estate del 2023 rettore del seminario Saint Thomas Aquinas, in Virginia, segue oggi la formazione di quasi cento seminaristi. Ha 45 anni, parla inglese, ha studiato il francese e possiede anche alcune conoscenze di spagnolo.
Rev. Don Michel Poinsinet de Sivry
Di nazionalità francese e proveniente da una famiglia cattolica di sette figli, don Michel Poinsinet de Sivry ha 42 anni. Ha compiuto la sua formazione sacerdotale presso il seminario di Flavigny, in Francia, poi a Écône, dove ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale nel 2008.
Ha iniziato il ministero presso la scuola Saint-Joseph-des-Carmes, nel sud della Francia; nel 2011 gli è stata affidata la direzione della scuola elementare Saint-Louis di Parigi. Ha esercitato questo incarico per cinque anni, occupandosi contemporaneamente di una cappella nella Seine-Saint-Denis e partecipando all’apostolato della chiesa Saint-Nicolas-du-Chardonnet di Parigi.
Ha poi diretto per sei anni il collegio Saint-Jean-Baptiste-de-La-Salle di Camblain-l’Abbé, nei pressi di Arras, prima di essere nominato superiore del distretto del Benelux nel 2022, incarico che ricopre tuttora. Oltre al francese, parla anche inglese e prosegue lo studio del tedesco e dell’olandese.
Rev. Don Marc Hanappier
Don Marc Hanappier, di nazionalità francese, è nato nel 1990 in una famiglia cattolica di dieci figli, nella quale sono fiorite numerose vocazioni: uno dei suoi fratelli è sacerdote della Fraternità, un altro è sacerdote presso i Cappuccini di Morgon, e una delle sue sorelle è Domenicana insegnante di Saint-Pré.
Formatosi nei seminari di Flavigny e di Écône, ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale nel 2013. Ha iniziato il ministero nell’insegnamento in Francia, dapprima presso la scuola dell’Étoile-du-Matin, vicino a Bitche, poi presso la scuola Saint-Michel, a Châteauroux.
Nel 2020, nominato professore al seminario di Dillwyn, in Virginia, ha dapprima perfezionato per un anno la sua conoscenza dell’inglese in Scozia, collaborando al tempo stesso al ministero parrocchiale.
Nel seminario insegna principalmente metafisica e teologia dogmatica, assicurando inoltre ogni domenica il ministero pastorale in diverse cappelle. Parla correntemente francese e inglese, ha studiato il tedesco e si è anche iniziato allo spagnolo.
Fonte: Casa Generalizia della FSSPX

12 commenti:
Chissà quanti tifosi italiani della FSSPX li avevano almeno sentiti nominare.
La scelta dei quattro ordinandi pare abbastanza logica visto che coprono le maggiori aree di "mercato" della FSSPX (Francia, USA, Svizzera).
Non solo non c'è nessun italiano, ma nessuno dei quattro parla italiano. Neppure come seconda lingua. Se ne deduce che l'Italia è poco rilevante: mano al corso intensivo di francese, ragazzi!
Era abbastanza scontato che fossero scelti tra quelli che provengono da famiglie numerose che hanno vissuto l'esperienza della Tradizione. Sebbene sia una bella cosa da annotare nel dossier presentato alla Santa Sede, non può escludere che esistessero candidati di almeno altrettanta qualità.
Ma forse c'è dell'altro. Nel 2026 la FSSPX è molto più ampia di quello che era nel 1988. Se all'epoca Lefebvre ritenne di doverne ordinare quattro, limitarsi nel 2026 a soli quattro potrebbe implicare che sono solo la prima ondata. E nei sacri palazzi romani lo capiscono bene, e non hanno a cuore il moltiplicarsi di vescovi "non in comunione" col Vaticano II, perché di questo passo si capirebbe che "il re è nudo", proprio mentre l'età media di preti e vescovi conciliari cresce di un anno ogni anno.
La Tradizione è viva!
Viva la Chiesa , viva Cristo Re!
E viva Maria Corredentrice!
Nessuno di questi quattro futuri Vescovi parla l’italiano, la lingua della nazione dove è ubicata la Santa Sede. Ricordo sommessamente che Mons. Lefebvre parlava perfettamente l’italiano, così come il suo successore alla guida della Fraternità Mons. Fellay. La lingua italiana è molto importante per rapportarsi con i Dicasteri romani.
I nuovi vescovi a Écône e l'attesa di un incontro con il papa
I nuovi vescovi a Écône e l’attesa di un incontro con il Papa: se il dialogo vale per i grandi della terra sia anche l’argine alla rottura «interna»
L’annuncio della Fraternità Sacerdotale San Pio X, che il prossimo 1° luglio consacrerà quattro nuovi vescovi a Écône, rappresenta indubbiamente un passaggio delicato per la comunione ecclesiale. Più che come un gesto di aperta sfida, tuttavia, questa scadenza può essere letta come l’invito a un discernimento profondo. La Santa Sede, nella sua storia millenaria e nel suo governo universale, ha dato ampiamente prova di una straordinaria capacità di mediazione e flessibilità canonica, sapendo distinguere tra la rigidità delle norme e le necessità pastorali, dimostrando che la legge ecclesiastica è sempre al servizio della cura delle anime e mai fine a se stessa.
È doveroso riconoscere che la prudenza di Roma risponde a dinamiche complesse e alla tutela dell’unità gerarchica della Chiesa. Tuttavia, sul piano puramente logico e giornalistico, la diplomazia pontificia ha già ampiamente legittimato la via del pragmatismo istituzionale in scenari ben più distanti dal dogma cattolico. Lo si è visto con l’ accordo segreto con Pechino per la nomina dei vescovi, anteponendo — nelle intenzioni del Vaticano — la cura dei fedeli alle profonde divergenze con lo Stato cinese. Lo testimoniano i privilegi concordatari in Europa, dal Concordato francese alle antiche prerogative dei capitoli cattedralizi in Germania e Svizzera, con cui la Chiesa convive serenamente nella designazione dei pastori, accettando l’ingerenza storica di autorità civili o consuetudini locali. E lo confermano i calorosi incontri ecumenici di Papa Leone XIV con i leader di altre confessioni cristiane, tra cui quello recente con l’arcivescovo di Canterbury, la signora Sarah Elizabeth Mullally, a dimostrazione che l’accoglienza e l’ascolto non significano un’adesione dottrinale, ma sono passi fondamentali di fraternità, almeno secondo la visione della Santa Sede in seguito al Concilio Vaticano II. Se la «creatività canonica» ha permesso di trovare formule per realtà così distanti, ci si interroga, con rispetto, se non sia possibile applicare una simile attenzione anche a una comunità che si dichiara legata alla Chiesa romana, che celebra con il rito tradizionale e che esclude esplicitamente la volontà di rivendicare una giurisdizione autonoma.
Segue
In questo scenario, le indiscrezioni circa una mancata udienza papale a don Pagliarani sollevano una riflessione che è anzitutto psicologica e pastorale. Comprendiamo appieno quanto l’agenda del Successore di Pietro sia densa e quanto ogni suo gesto pubblico richieda una prudenza millimetrica per evitare strumentalizzazioni. Tuttavia, proprio nel magistero del Pontefice statunitense che ha fatto della mediazione internazionale il proprio vessillo, l’incontro directo rimane la via maestra. Il Papa non esita a sollecitare i grandi della terra, spesso impegnati in conflitti apparentemente insanabili, a superare le diffidenze e a rilanciare la diplomazia. Nella recentissima enciclica di Leone XIV, infatti, il richiamo al confronto non ammette deroghe di convenienza: «Il dialogo è lo strumento insostituibile della diplomazia per prevenire i conflitti e ricucire legami di fiducia» [1] e «la diplomazia della Santa Sede assume il principio evangelico della misericordia come criterio concreto dell’agire politico» [2].
Si può osservare che l’accoglienza di un interlocutore ecclesiale interno, per quanto fermo sulle sue posizioni, rappresenterebbe il sigillo più alto di quella cultura dell’incontro promossa dal Romano Pontefice. In quest’ottica, aprire la porta al dialogo diretto non significa cedere, ma esercitare la carità pastorale indispensabile per prevenire lo strappo. Sul piano psicologico, d’altronde, è evidente che quanto chiesto o suggerito da chi si riconosce come pastore supremo della Chiesa in un confronto franco e diretto abbia un peso specifico immenso sulla coscienza di chi si professa cattolico, impegnando l’interlocutore sul piano dell’obbedienza in un modo in cui i pur autorevoli interventi di cardinali e dicasteri non potranno mai fare. Il diniego del dialogo, di contro, rischia di produrre un effetto psicologico opposto, irrigidendo le posizioni e accelerando quel processo di isolamento che si vorrebbe evitare.
Il tempo che separa l’annuncio dalle consacrazioni non è un conto alla rovescia inevitabile, ma uno spazio di manovra prezioso. I quattro sacerdoti chiamati all’episcopato sono don Pascal Schreiber, rettore del seminario di Zaitzkofen, don Michael Goldade, rettore del seminario in Virginia, don Michel Poinsinet de Sivry, superiore del distretto del Benelux, e don Marc Hanappier, professore di teologia a Dillwyn. Una Santa Sede che scegliesse la via di un dialogo diretto dimostrerebbe, ancora una volta, la superiorità della pazienza istituzionale sulla condanna formale. La storia della Chiesa insegna che le crisi più profonde si superano con il tempo e la comprensione reciproca. L’auspicio, sincero e filiale, è che la lungimiranza di Roma e l’ascolto paterno di Papa Prevost sappiano disinnescare la frattura, che potrebbe essere non irrimediabile in ogni caso, confermando che sotto il manto della Chiesa c’è sempre spazio per il dialogo e che la vicinanza del Pastore rimane lo strumento più potente per mantenere uniti i figli proprio attorno all’altare della Confessione della Basilica di San Pietro.
Note
[1] Cfr. Leone XIV, Lettera Enciclica Magnifica Humanitas sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, 15 maggio 2026, Cap. V (La cultura della potenza e la civiltà dell’amore), n. 224.
[2] Ibidem, n. 227.
Più che poco rilevante l'Italia potrebbe rivelarsi ben coperta. Sarebbe da verificare.
Il problema, però, potrebbe porsi alla distanza... ma i vescovi sono abbastanza giovani e ben dotati da poter imparare anche l'italisno.
Non Devon parlare con la Santa Sede. Solo I membro del Consiglio Generale possono
Mi e' capitato di leggere oggi che la FSSPX non risulta in comunione con la Chiesa perche' rifiuta la sottomissione ai legittimi Vescovi. Che ne dite?
Questa della "creatività canonica" mi mancava. Una sequela così fitta di amenità non la si ritrova neanche nelle conferenze stampa di Bergoglio in alta quota.
Claudio Gazzoli
L'importante è che parlino con Dio. In latino.
È tipico della mentalità modernista ridurre tutto a sentimentalismi, come ad esempio il commento delle 21:44.
In questione non è un'abilità personale di padroneggiare una lingua straniera (abilità peraltro difficile da acquisire in età adulta), ma con chi potranno direttamente comunicare. Mettetevi ad esempio nei panni di un ordinando italiano al sacerdozio: dovete conoscere il francese, la Fraternità è francese, i vescovi sono francesi de facto o di lingua.
Siamo in Italia, perbacco, non a Malta. Non ci stiamo lamentando della mancanza di vescovi tradizionali che parlino maltese. Siamo in Italia, dove la presenza della Fraternità non è irrilevante, dove speriamo che quella presenza diventi più capillare.
Per questo la tifoseria FSSPX come tifoseria. Il tifoso si emoziona per risultati "lontani" mentre la sua vita scorre uguale a prima.
Un vescovo non può parlare con la Santa Sede? Ma dove siamo finiti?
Ovviamente non possono, nonostante tramite la consacrazione siano entrati a fare parte della Gerarchia e dei Successori degli Apostoli, perché sono vescovi dimidiati, soggetti ad un Superiore Generale che è un semplice prete...
Prevedo che prima o poi uno o più di questi quattro nuovi vescovi "scismi" dalla Fraternità, ritornando all'ovile delle "pecore nere" (pardon, "rosse") post-conciliari, oppure seguendo la strada del compianto Mons. Williamson.
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