Interessante articolo di Enzo Brachetta. Nella "Magnifica Humanitas" di Leone XIV una visione della realtà troppo ingenua, specialmente al capitolo quinto, dove si vuole fondare la "civiltà dell'amore" su di un accordo spontaneo. Ma non si può edificare la città di Dio per contratto spontaneo tra persone. Pace e giustizia, secondo l'Enciclica, dovrebbero imporsi spontaneamente, con il dialogo. Fu Paolo VI, nel 1970, a proporre una civiltà di questo tipo, dove avrebbero dovuto regnare la fraternità universale e la fine della guerra. Dopo più di mezzo secolo da quel pronunciamento, c'è l'evidenza che i paradisi in terra sono solo un'utopia. Qui l'indice degli articoli in tema.
Civiltà dell’amore e dialogo.
Sul capitolo 5 di Magnifica humanitas
Il 17 maggio del 1970, nel Regina Caeli di Pentecoste [qui], Paolo VI dichiarava possibile l’edificazione della «civiltà dell’amore e della pace», una sorta di nuovo corso per la Chiesa e per il mondo, in cui l’umanità – in modo spontaneo – si sarebbe riunita in «una sola famiglia di figli di Dio, liberi e fratelli».
In questa cornice paradisiaca, l’uomo – teso «verso i veri e più alti destini» – avrebbe superato le «divisioni ed i conflitti» che impediscono la pace delle armi. Con quali mezzi? Con la ricezione del Concilio Vaticano II, che «faremo bene a studiare e a tradurre nella nostra vita spirituale». Ma nessuno studio ne è venuto, nessuna traduzione che abbia invertito la tendenza al rilassamento religioso e morale: nel mezzo secolo abbondante e successivo a quel pronunciamento, il Concilio Vaticano II è stato solo citato di frequente, ma mai assimilato nei suoi contenuti. Il cristianesimo è entrato in crisi (nei numeri e nella fede) e il mondo è precipitato nella logica della guerra a oltranza.
Oggi Leone XIV ripropone «con forza questa visione», nel quinto capitolo della sua Enciclica Magnifica Humanitas [qui], poiché «la civiltà dell’amore non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente». Anche in questo caso, non si può evitare di ripetere la domanda pressante: con quali mezzi? Qua compare una prima necessità che trascende l’opera umana: il «presente» va interpretato «come un campo aperto alla conversione personale e collettiva». E, di seguito, Leone XIV propone di seguire «cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo».
Quanto al disarmo delle parole, c’è subito un problema evidente: si tratta dello stesso programma elitario e ideologico dei principali media mondiali (compresi quelli diffusi da internet), per cui è in corso un programma di rieducazione culturale di massa, così da edulcorare il linguaggio e costringere l’uomo a pensare secondo schemi fissi e preordinati. Un esempio su tutti è il “Manifesto della comunicazione non ostile” [qui], per cui sarebbe «non ostile» solo quel linguaggio proposto (imposto) dagli sponsor dell’iniziativa (Google, Netflix, Feltrinelli, Tim, Sky, Mediaset, e altri).
Il Papa ha ragione nell’indicare la sterilità della polemica e dell’arroganza comunicativa, ma la sua proposta corre il rischio di sovrapporsi a quella della rivoluzione culturale in corso, che rende obbligatorio lo stereotipo verbale e la massificazione del pensiero.
Leone XIV, poi, come seconda pista, afferma che «tutti, a qualsiasi livello, possiamo contribuire al fondamento della pace, che è la giustizia». Ed è vero che tutti «possiamo», ma solo in senso potenziale. Nell’attualità, l’uomo non può né produrre, né conservare la giustizia senza la grazia. E non tanto la giustizia distributiva e commutativa, ma proprio quella necessaria a fondare la nuova Gerusalemme: a questo proposito, Cristo afferma: «se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5, 20). Il regno dei cieli è appunto la città di Dio.
Terza pista: «assumere lo sguardo delle vittime». Il Papa intende le vittime di guerra. L’elenco delle vittime è, però, assai più esteso. Ci sono le vittime dell’usura legalizzata in tutto il mondo, per cui milioni di famiglie sono ridotte in miseria, a seguito del prelievo forzoso di gabelle e dalle continue richieste in danaro. Ci sono le vittime della malsanità. O le giovani vittime della pubblica istruzione, costrette alla rieducazione laicista collettiva. Ci sono le vittime di suicidio, vessate da pressioni psicologiche insostenibili. Sopra tutte le altre vittime, ci sono quelle dell’ignoranza, per cui interi continenti sono lontani dalla salvezza materiale e da quella eterna perché non vengono istruiti o catechizzati secondo verità.
La quarta pista è di «coltivare un sano realismo». Qui Leone XIV denuncia un «idealismo politico» astratto, che «piega, seleziona e rinomina i fatti», così da «abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni». Stesso discorso per la tendenza opposta: ovvero l’esistenza di un «realismo degradato», di un «cinismo», che è pura rassegnazione passiva di fronte agli eventi della storia.
Ma la pista che crea maggiori interrogativi è la quinta: quella del dialogo, come antidoto alla guerra. Scrive Leone XIV: «Per costruire la civiltà dell’amore dobbiamo esercitare il dialogo. Esso è lo strumento principale della convivenza tra le persone e tra i popoli, ed è l’alternativa al conflitto aperto». Il Papa si appella al suo predecessore Pio XII che, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, «affermava che con la pace non si perde nulla, mentre con la guerra si può perdere tutto, e che gli uomini devono tornare a parlarsi, perché un confronto sincero e perseverante apre sempre la possibilità di una soluzione onorevole».
È però una citazione parziale. Le parole di Pio XII – nel Radiomessaggio del 24/08/1939 [qui] – sono fortemente cristocentriche. Pio XII non cominciava con l’apologia del dialogo, ma comunicava un insegnamento, «perché a traverso la Nostra, ascoltiate la voce di quel Cristo da cui il mondo ebbe alta scuola di vita e nel quale milioni e milioni di anime ripongono la loro fiducia in un frangente in cui solo la sua parola può signoreggiare tutti i rumori della terra».
Papa Pacelli specificava di parlare armato «non d’altro che della parola di Verità, al disopra delle pubbliche competizioni e passioni». Solo dopo queste premesse, Pio XII invitava gli uomini a ragionare, a intendersi, a rinunciare al comizio passionale. Il termine «dialogo» è assente nel Radiomessaggio.
Egli si ridusse a «supplicare», ma «per il sangue di Cristo», nel «nome del genio cristiano» e dell’amore comandato dal Cristo. Pio XII concluse «che le umane industrie a nulla valgono senza il divino aiuto» e senza «volgere lo sguardo in Alto». Questi riferimenti mancano nella Magnifica Humanitas, che si limita a proporre la necessità del dialogo interreligioso, del multilateralismo e della diplomazia.
Molto più del dialogo, tuttavia, esce dalla bocca. E, infatti, Leone XIV esorta alla preghiera di speranza, ma in questo capitolo sulla costruzione della civiltà dell’amore, c’è una penuria di molti altri concetti veicolati dalla voce umana, pur presenti nell’Enciclica: l’insegnamento, il rimprovero, la predicazione, il consiglio, l’annuncio. Ridurre ogni parola alla dialettica, come fondamento della nuova Gerusalemme, lascia una certa perplessità di fondo.
Solo in un caso, l’Enciclica propone di ricorrere all’«evangelizzazione» – fulcro, ad esempio, del magistero di Giovanni Paolo II – laddove si fa l’analogia del «mondo digitale come nuovo continente da evangelizzare». Per il resto, anzi, è la Chiesa che dovrebbe lasciarsi «evangelizzare dai poveri». L’evangelizzazione è persino vista in accezione negativa, dove (nota 174) si specifica che, nel XV secolo, «l’evangelizzazione venne frequentemente piegata o fraintesa secondo le ingerenze dei poteri temporali, relativizzando l’incompatibilità della schiavitù con la coscienza cristiana».
Nella sostanza, come nel caso di Paolo VI, la risposta rimane la stessa anche per Leone XVI: la civiltà dell’amore si fonda per mezzo di un consorzio spontaneo tra persone, mediante «regole condivise», ovvero contratti sociali, che vengono posti al di sopra (o al di fuori) delle culture e delle religioni.
Con queste premesse, il Papa stila un elenco di iniziative, che l’umanità dovrebbe porre in essere, utilizzando spesso frasi all’imperativo o il ricorso alla necessità. La catena delle responsabilità – scrive Leone XIV – «deve restare identificabile e verificabile». L’imperativo «deve» resta sempre in sottofondo per molte delle altre questioni. Nell’ambito informatico e dell’intelligenza artificiale, «tutti i protagonisti – scienziati, imprenditori, investitori, autorità accademiche, politici e altri – sono chiamati a lavorare in una logica di trasparenza e di responsabilità […]».
C’è un certo spazio nella Magnifica Humanitas ai temi peculiari del cristianesimo e della religione cristiana cattolica, ma è come se fossero sviluppati in separata sede: quando si tratta di indicazioni decisive sul da farsi, l’attenzione si sposta sull’uomo, sulla sua dignità, sul suo spirito d’iniziativa. L’orizzonte, da verticale, ritorna ad essere orizzontale e si ha la sensazione che Gerusalemme si dovrebbe opporre a Babilonia sulla buona volontà umana, che è presentata come non troppo carente di grazia.
Quanto al disarmo delle parole, c’è subito un problema evidente: si tratta dello stesso programma elitario e ideologico dei principali media mondiali (compresi quelli diffusi da internet), per cui è in corso un programma di rieducazione culturale di massa, così da edulcorare il linguaggio e costringere l’uomo a pensare secondo schemi fissi e preordinati. Un esempio su tutti è il “Manifesto della comunicazione non ostile” [qui], per cui sarebbe «non ostile» solo quel linguaggio proposto (imposto) dagli sponsor dell’iniziativa (Google, Netflix, Feltrinelli, Tim, Sky, Mediaset, e altri).
Il Papa ha ragione nell’indicare la sterilità della polemica e dell’arroganza comunicativa, ma la sua proposta corre il rischio di sovrapporsi a quella della rivoluzione culturale in corso, che rende obbligatorio lo stereotipo verbale e la massificazione del pensiero.
Leone XIV, poi, come seconda pista, afferma che «tutti, a qualsiasi livello, possiamo contribuire al fondamento della pace, che è la giustizia». Ed è vero che tutti «possiamo», ma solo in senso potenziale. Nell’attualità, l’uomo non può né produrre, né conservare la giustizia senza la grazia. E non tanto la giustizia distributiva e commutativa, ma proprio quella necessaria a fondare la nuova Gerusalemme: a questo proposito, Cristo afferma: «se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5, 20). Il regno dei cieli è appunto la città di Dio.
Terza pista: «assumere lo sguardo delle vittime». Il Papa intende le vittime di guerra. L’elenco delle vittime è, però, assai più esteso. Ci sono le vittime dell’usura legalizzata in tutto il mondo, per cui milioni di famiglie sono ridotte in miseria, a seguito del prelievo forzoso di gabelle e dalle continue richieste in danaro. Ci sono le vittime della malsanità. O le giovani vittime della pubblica istruzione, costrette alla rieducazione laicista collettiva. Ci sono le vittime di suicidio, vessate da pressioni psicologiche insostenibili. Sopra tutte le altre vittime, ci sono quelle dell’ignoranza, per cui interi continenti sono lontani dalla salvezza materiale e da quella eterna perché non vengono istruiti o catechizzati secondo verità.
La quarta pista è di «coltivare un sano realismo». Qui Leone XIV denuncia un «idealismo politico» astratto, che «piega, seleziona e rinomina i fatti», così da «abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni». Stesso discorso per la tendenza opposta: ovvero l’esistenza di un «realismo degradato», di un «cinismo», che è pura rassegnazione passiva di fronte agli eventi della storia.
Ma la pista che crea maggiori interrogativi è la quinta: quella del dialogo, come antidoto alla guerra. Scrive Leone XIV: «Per costruire la civiltà dell’amore dobbiamo esercitare il dialogo. Esso è lo strumento principale della convivenza tra le persone e tra i popoli, ed è l’alternativa al conflitto aperto». Il Papa si appella al suo predecessore Pio XII che, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, «affermava che con la pace non si perde nulla, mentre con la guerra si può perdere tutto, e che gli uomini devono tornare a parlarsi, perché un confronto sincero e perseverante apre sempre la possibilità di una soluzione onorevole».
È però una citazione parziale. Le parole di Pio XII – nel Radiomessaggio del 24/08/1939 [qui] – sono fortemente cristocentriche. Pio XII non cominciava con l’apologia del dialogo, ma comunicava un insegnamento, «perché a traverso la Nostra, ascoltiate la voce di quel Cristo da cui il mondo ebbe alta scuola di vita e nel quale milioni e milioni di anime ripongono la loro fiducia in un frangente in cui solo la sua parola può signoreggiare tutti i rumori della terra».
Papa Pacelli specificava di parlare armato «non d’altro che della parola di Verità, al disopra delle pubbliche competizioni e passioni». Solo dopo queste premesse, Pio XII invitava gli uomini a ragionare, a intendersi, a rinunciare al comizio passionale. Il termine «dialogo» è assente nel Radiomessaggio.
Egli si ridusse a «supplicare», ma «per il sangue di Cristo», nel «nome del genio cristiano» e dell’amore comandato dal Cristo. Pio XII concluse «che le umane industrie a nulla valgono senza il divino aiuto» e senza «volgere lo sguardo in Alto». Questi riferimenti mancano nella Magnifica Humanitas, che si limita a proporre la necessità del dialogo interreligioso, del multilateralismo e della diplomazia.
Molto più del dialogo, tuttavia, esce dalla bocca. E, infatti, Leone XIV esorta alla preghiera di speranza, ma in questo capitolo sulla costruzione della civiltà dell’amore, c’è una penuria di molti altri concetti veicolati dalla voce umana, pur presenti nell’Enciclica: l’insegnamento, il rimprovero, la predicazione, il consiglio, l’annuncio. Ridurre ogni parola alla dialettica, come fondamento della nuova Gerusalemme, lascia una certa perplessità di fondo.
Solo in un caso, l’Enciclica propone di ricorrere all’«evangelizzazione» – fulcro, ad esempio, del magistero di Giovanni Paolo II – laddove si fa l’analogia del «mondo digitale come nuovo continente da evangelizzare». Per il resto, anzi, è la Chiesa che dovrebbe lasciarsi «evangelizzare dai poveri». L’evangelizzazione è persino vista in accezione negativa, dove (nota 174) si specifica che, nel XV secolo, «l’evangelizzazione venne frequentemente piegata o fraintesa secondo le ingerenze dei poteri temporali, relativizzando l’incompatibilità della schiavitù con la coscienza cristiana».
Nella sostanza, come nel caso di Paolo VI, la risposta rimane la stessa anche per Leone XVI: la civiltà dell’amore si fonda per mezzo di un consorzio spontaneo tra persone, mediante «regole condivise», ovvero contratti sociali, che vengono posti al di sopra (o al di fuori) delle culture e delle religioni.
Con queste premesse, il Papa stila un elenco di iniziative, che l’umanità dovrebbe porre in essere, utilizzando spesso frasi all’imperativo o il ricorso alla necessità. La catena delle responsabilità – scrive Leone XIV – «deve restare identificabile e verificabile». L’imperativo «deve» resta sempre in sottofondo per molte delle altre questioni. Nell’ambito informatico e dell’intelligenza artificiale, «tutti i protagonisti – scienziati, imprenditori, investitori, autorità accademiche, politici e altri – sono chiamati a lavorare in una logica di trasparenza e di responsabilità […]».
C’è un certo spazio nella Magnifica Humanitas ai temi peculiari del cristianesimo e della religione cristiana cattolica, ma è come se fossero sviluppati in separata sede: quando si tratta di indicazioni decisive sul da farsi, l’attenzione si sposta sull’uomo, sulla sua dignità, sul suo spirito d’iniziativa. L’orizzonte, da verticale, ritorna ad essere orizzontale e si ha la sensazione che Gerusalemme si dovrebbe opporre a Babilonia sulla buona volontà umana, che è presentata come non troppo carente di grazia.
Silvio Brachetta - Fonte

4 commenti:
La Magnifica humanitas (titolo in latino di un testo tuttora indisponibile in latino...) al capitolo 5 glissa su un tornante storico privo di parapetti a valle: ruzzolone assicurato sperando di non andare a sbattere sul duro.
L'IA sta trasformando alcune dimensioni della vita con gravi ricadute sulla dignità umana. Ma la guerra resta la guerra anche se è cambiata pure lei: vedasi il segreto militare sulla faccenda pandemia, lo storno di risorse dal welfare per sostenere la NATO orfana degli USA, le suddette cifre che imboccano conti correnti criptati dei nuovi paradisi fiscali, le armi rivendute a chissachi, i maneggi meteorologici che scaricano "grandinate come al circolo del tennis le palline", scriverebbe Ungaretti.
Eh già: la questione non riguarda soltanto l’efficienza di strumenti nuovi, ma il rischio che la tecnica, separata dall’etica e dalla responsabilità, renda più rapida e impersonale la decisione sulla vita e sulla morte, e presenti il ricorso alla forza come opzione immediata e praticabile.
Che cosa ha da dire la Chiesa di morale in un mondo che è sia immorale che amorale?
La pace è un banco di prova della maturità morale dei popoli...
Ma la pace è dei popoli? La pace di cui parla la Chiesa è dei popoli?
E' frutto di una responsabilità di governo? E un governo (es. quello russo) che reagisce militarmente alle provocazioni (disattesi i trattati di Minsk, impiantati a decine i biolaboratori ai confini e maramaldeggiati i russofoni ucraini) sarebbe meno morale
del provocatore che semina il peggio dell'humanitas per farla tutt'altro che magnifica?
Se la rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti, la guerra visibile o ibrida che sia, ha modificato il tema: non conquistare qualcosa, ma distruggere tutto, a cominciare dall'uomo come immagine e somiglianza di Dio. L'IA non entra in tutto questo solo come acceleratore, ma come polverizzatore dell'umano, per spingere dal disumano di ogni guerra passata e presente al transumano di fondo del nostro tempo.
L'IA non è solo uno strumento buono o cattivo per una delle parti in conflitto: è un disegno transumanista che travolge popoli vinti e vincitori se i decisori usano i popoli e se i programmatori dell'algoritmo impostano l'umanità senza memoria, né realtà.
Non ci sono effetti collaterali, come nei falsi-vaccini dell'esperimento pandemico: ci sono effetti pienamente programmati, voluti, perseguiti... La Magnifica humanitas senza Cristo, senza la pace e la verità di Cristo, è un inferno: promesso come paradiso in terra, diventerà quello che si finge di non vedere, salvo che...
Salvo che... il Salvatore. Questo dovrebbe dire la Chiesa, con o senza IA, ora più che mai. I quattro pilastri della Dottrina Sociale sono le vittime designate della IA: dignità della persona, bene comune e destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà e giustizia.
Inutile vagheggiare l'irrealtà. Ma ci vuole Cristo, solo Lui, per provaci. Almeno provarci, confidando prima di tutto nella Provvidenza e smettendo di ricascare nel peccato originale di cui l'IA parlerebbe a vanvera, non essendo a immagine e somiglianza di Dio.
I devoti di Padre Pio sanno che Gesù si è impegnato: un giorno, un solo giorno senza aborti volontari al mondo e in quella data finiranno per sempre tutte le guerre. Chi vuole la pace combatta l' aborto.
Letta tutta, rimango perplesso. Che l'IA possa in futuro rappresentare un problema (ma anche un opportunità, se viene utilizzata con consapevolezza...) credo sia chiaro; che la guerra rappresenti oggi più che mai un problema è altrettanto chiaro, ma questi documenti degli ultimi pontefici a mio parere lasciano perplessi. Prolissi e, mi si consenta, assolutamente ingenui e poco profondi. Quando parla di Pace, il Cattolico intende la Pace in Cristo (della quale la pace come "assenza di guerra" è soltanto una conseguenza). Quando il Papa appena eletto si affacciò al balcone della basilica di San Pietro e pronunciò la frase "Pace a voi" avevo inteso proprio la Pace in Cristo. In queste ultime encicliche (di Francesco e la sua) sembra che la figura di Cristo sia relegata in secondo piano. Si parla di tante cose, ma si dimentica che per un Cattolico il fondamento di tutto è la Fede nella morte e resurrezione di Gesù. Non so, forse sbaglio, ma ho l'impressione che o che la si legga, o che non la si legga, Magnifica Humanitas lasci il lettore tale e quale. Un elenco di buone intenzioni e di buonismo diffuso, che però non si riesce a capire come possano diventare realtà...
Leggere simili documenti è una perdita di tempo ed anche un esporsi a letture fuorvianti, che spesso inoculano veleno nelle vene degli incauti lettori, senza che questi (per ignoranza, eccesso di fiducia, o ammaliati dalle belle parole e fumosi concetti) se ne avvedano.
Meglio leggere libri teologici, liturgici, o pii del passato, che si recuperano in rete, per esempio nel portale archive.org. Questi danno una vera istruzione, cosa che i documenti del "magistero" non riescono più a fare, tutti impregnati di modernismo e allettanti fantasie.
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