Sul sinodo dell'Amazzonia si era
già pronunciato qui: «
Manipolare il Sinodo sull’Amazzonia sarebbe un insulto a Dio».
Introduzione
Lettura per molti versi sorprendente sul card. Robert Sarah, quella di Michael Warren Davis, ripresa nella nostra traduzione da
Crisis Magazine. che indica il libro del cardinale,
Si fa sera e il giorno ormai volge al declino come manuale per la nuova Contro-Riforma, ritenuta indispensabile per la riconosciuta grave crisi della Chiesa.
Mi fa tornare in mente l'intervista, rilasciata dal cardinale al Corriere, che ha suscitato non poche perplessità [
qui]. Di questa non entro nei dettagli perché è un discorso complesso che non riesco ad affrontare ora; ma non posso ignorare le nuove chiavi di lettura offerte da questo articolo, con alcune chiose ad alcuni punti del testo che comunque evidenzio sinteticamente.
- La prima chiosa sull'affermazione: “Non abbiamo paura di dire che la Chiesa ha bisogno di riforme profonde e che questo avviene attraverso la nostra conversione”. Queste ultime tre parole sono cruciali: attraverso la nostra conversione. “Non riformiamo la Chiesa con la divisione e l’odio”, avverte; “Riformiamo la Chiesa quando cominciamo a cambiare noi stessi!”
Il dilemma sta nella risposta ai seguenti interrogativi: una denuncia che viene da sentinelle deste (non come quelle cieche insieme ai cani muti: Isaia 56,10) può generare divisione e odio o non è piuttosto un grido di allarme che mette in guardia il gregge disperso? Una denuncia che, nel silenzio della maggior parte dei pastori, non cambia ma difende e riafferma l'insegnamento costante. E parlare di divisione e odio non è forse anche in questo caso un aspetto del solito neo-linguaggio che definisce 'attacchi' che generano odio, tutto ciò che non si uniforma all'andazzo dominante? Davvero neutralizzabile solo con la conversione e la preghiera? Dovrebbe bastare quella di un 'piccolo resto'? Ma chi si converte più se l'annuncio, indispensabile per comando del Signore, è diventato inopportuno proselitismo a fronte della contro-evangelizzazione che stiamo subendo? Se il card. Sarah dice: “Non abbiamo paura di dire che la Chiesa ha bisogno di riforme profonde e che questo avviene attraverso la nostra conversione” e raccomanda: “Andate, riparate con la vostra fede, con la vostra speranza e con la vostra carità”, il Signore forse non dice: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»?
- La seconda sull'affermazione, associata dall'articolista al fatto che "potremmo far perdere la fiducia nei nostri padri spirituali": “Coloro che fanno annunci sensazionali di cambiamento e rottura sono falsi profeti”. A chi si riferisce Sarah? A chi promuove il cambiamento e la rottura (peraltro innegabili) o a chi denuncia? Bisognerebbe contestualizzare leggendo il libro.
O quando vien detto "Può anche incoraggiare la disobbedienza in nome della purezza teologica: non dobbiamo dimenticare che i protestanti originari si consideravano conservatori".
- La terza sull'osservazione: “... Di cosa abbiamo bisogno per cambiare noi stessi? Di tutto ciò che non ci separa da Lui. Egli attacca le radici spirituali e morali delle marcite radici che si diffondono ben oltre il Vaticano e vanno oltre il 2013”.
Questo è vero; Le radici del male sono sempre presenti e non riguardano solo questo pontificato; ma alcuni polloni (certamente provenienti da lontano) e ora divenuti foresta inestricabile sono entrati attraverso le più volte ricordate ambiguità e innovazioni travestite da aggiornamento del 'pastorale' Vaticano II. E, se allora le marcite radici erano in profondità, sepolte da una più o meno spessa coltre di terra buona, ora sono in superficie e ammorbano l'aria che respiriamo. Nell'ottica del cardinale significa che devono aumentare la preghiera e l'offerta. Cosa buona e giusta; ma come la mettiamo con le sentinelle deste di cui sopra, che già Giovanni XXIII etichettava come profeti di sventura e ora vengono sprezzantemente ignorate (vedi i Dubia e i reiterati successivi appelli e richiami)? Esse che non sono mai mancate e mai mancheranno nel Popolo di Dio diventato corpo mistico di Cristo, mentre ora dovrebbero tacere e obbedire, se non ho capito male? Tra l'altro San Giovanni della Croce obbediva alle punizioni ma non recedeva dalle sue convinzioni.
Certamente la conversione personale e la coerenza di vita - grazie ad una fede retta alimentata da preghiera, digiuno e altri sacrifici - è ciò che fa di una persona un cristiano, un Figlio di Dio nel Figlio. La conversione è alla base di ogni impegno personale e comunitario per il presente e per il futuro della Chiesa e del mondo; ma nell'ottica dell'incarnazione non esclude la risposta personale, se occorre, di testimonianza pubblica, coram populo, commisurata alla responsabilità del proprio status. A maggior ragione per chi riveste un grado elevato della gerarchia piuttosto che per un fedele comune. Me lo dico razionalmente e in coscienza; ma il discorso mi mette in crisi e non mi spiego come il cardinale possa affermare che Papa Francesco è un “figlio fedele e devoto di sant’Ignazio”. Semmai è ciò per cui si prega... E, se posso continuare a pregare per il papa, non posso obbedire o aderire al profluvio di storture, a danno di tante anime, che vedo e sento ogni giorno. Inoltre mi ricorda quei conservatori conciliari che per anni ci hanno messi al bando definendoci "tradi-protestanti". E comunque sarà utile risalire al testo originale (Maria Guarini)
Card. Sarah: “La Chiesa non la riformiamo con la divisione e l’odio, ma quando cominciamo a cambiare noi stessi!”
Nel 1577, San Giovanni della Croce fu fatto prigioniero da un gruppo di carmelitani di Toledo che si opponevano alle riforme dell’Ordine che si accingeva ad intraprendere con Santa Teresa d'Ávila. Per otto o nove mesi, fu tenuto in una cella di 1,8 per 3 metri. Il soffitto era così basso che Giovanni, per quanto piccolo di statura, a stento riusciva a stare in piedi. La sua unica tunica era costantemente intrisa di sangue a causa dei frequenti flagelli. Il cibo che gli davano era così cattivo che sospettava che i suoi carcerieri cercassero di avvelenarlo; diceva un Atto d’amore ad ogni morso per darsi coraggio contro la calunnia.
Eppure fu qui che scrisse il Cantico Spirituale e parti del suo capolavoro, La notte oscura dell’anima. Sopportava la prigionia e la tortura con tale amore, pazienza e determinazione che i carmelitani più anziani lo chiamavano “il codardo”. I monaci più giovani – non ancora avvelenati dalla decadenza e dallo spirito di faziosità della Chiesa del XVI secolo – piansero il coraggio di Giovanni di fronte alla sofferenza. T tra loro sussurravano: “Questo è un santo”.