venerdì 10 febbraio 2017

Ritorna la Messa ambrosiana antica a Lecco. Una conferenza di don Marino Neri come vademecum

Lecco domenica 12 febbraio, dopo decenni di silenzio, riprende la celebrazione della Santa Messa secondo il Rito ambrosiano tradizionale.
La Liturgia sarà celebrata di domenica, alle ore 17,30 per ora con frequenza mensile, nella antica Chiesa di Santa Marta, in via Mascari nel centro della città lariana.
Non c'è bisogno di sottolineare l'importanza dell'evento se non osservando che ogni Messa antica celebrata con stabilità riporta tra le comunità le forme ortodosse della lex orandi e con esse l'ortodossia del Credo cattolico in un tempo di errore e di eresia diffusi. La riconoscenza va incessantemente a Benedetto XVI che riconobbe con il Motu proprio Summorum Pontificum la costanza delle forme liturgiche antiche.  [Fonte]

Di seguito, una conferenza di don Marino Neri che potrà servire da utile introduzione al Rito ambrosiano antico..

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Il Rito romano e la tradizione liturgica della Chiesa milanese

Per iniziare, bisogna dire che il rito ambrosiano non l’ha inventato sant’Ambrogio: frase a effetto, questa, per dire che il complesso cerimoniale che appartiene alla comunità cristiana di Mediolanum precede l’elezione di Ambrogio sulla cattedra milanese nel 374. Del resto, se consideriamo i cataloghi episcopali, possiamo collocare attorno alla prima metà del III secolo il costituirsi di una stabile gerarchia ecclesiastica che la tradizione locale fa scaturire dal vescovo Anatalo (o Anatalone). «La Chiesa […] che viene affidata ad Ambrogio è dunque una comunità già dotata dei suoi spazi cultuali, con aspetti di disciplina rituale pienamente consolidati e alcuni testi che ai tempi di Ambrogio appaiono ormai stabilmente legati a specifici giorni dell’anno. L’Ambrosianum mysterium non nasce pertanto con Ambrogio e affonda le proprie radici nella vicenda ecclesiale che precedette Ambrogio stesso». Se svariate sono state – e sono ancor oggi – le ipotesi circa le origini storiche del rito ambrosiano, in questa sede, fatte le dovute valutazioni di sintesi, esporremo quella che a nostro parere (e non solo nostro) appare essere la congettura più esaustiva. Se tralasciamo teorie ormai sorpassate per l’avanzare degli studi come quella che riteneva la liturgia ambrosiana derivata da quella efesina; o che la identificava con la liturgia romana prima di papa Damaso (366-384); o ancora, quella che ebbe maggior credito, che le usanze cultuali milanesi del sec. IV andavano ricondotte all’uso gallicano tout court; tutto ciò premesso, oggi due sembrano essere le direttrici fondamentali:
  1. esso ha un’origine prettamente orientale (Duchesne, Alzati, Cattaneo);
  2. esso affonda le proprie radici nel rito romano (Ceriani, Battifol, Jungmann, Triacca).
Circa quest’ultima valutazione, appare assai interessante, se non addirittura dirimente nei termini, quanto Ambrogio stesso afferma, in un’opera ormai riconosciuta come ambrosiana – il De sacramentis - in sacr. 3, 5 a proposito di alcuni riti post-battesimali (si riferisce alla lavanda dei piedi che il vescovo milanese compiva nei confronti dei battezzati una volta risaliti dal fonte):
Non ignoramus quod ecclesia Romana hanc consuetudinem non habeat, cuius typum in omnibus sequimur et formam. […] In omnibus cupio sequi ecclesiam Romanam, sed tamen et nos hominis sensum habemus. Ideo quod alibi rectius servatur et nos rectius custodimus.
Questa testimonianza di prima mano afferma due cose fondamentali: la prima è che Ambrogio recepisce con ossequio la tradizione romana, entro la quale implicitamente intende collocare la ritualità della sua chiesa locale; l’altra è che egli non elimina stolidamente tutto ciò che romano non è, ma viene incontro a quella che è una tradizione locale (precedente e/o a lui contemporanea) che – egli afferma - ha tuttavia buone ragioni spirituali per mantenersi, “inculturando” in qualche modo il rito romano, pur nella preservazione dei suoi elementi costitutivi. Certamente non mancano tratti orientali in ambito cerimoniale, come p. es. i melismi del canto, il canto dei salmi con antiphonae che servivano da responsorio per i fedeli, oltre che gallicani, come p. es. alcuni elementi eucologici o il complesso sistema delle antifone nella Messa.

Dunque se non è Ambrogio a “creare” il rito che si chiama “ambrosiano”, egli certamente lo promuove massimamente, sempre più obbediente cum grano salis, a quella che egli indica come regola da osservarsi, cioè la liturgia romana. Se molto apportò Ambrogio al rito, tuttavia a noi restano pochissime testimonianze dirette della sua mano nella liturgia se si escludono gli inni certamente ambrosiani e poco altro. Comunque sia, l’impulso e l’opera liturgico-pastorale di Ambrogio fu tale che, almeno a partire dall’età di Gregorio Magno la chiesa di Milano è detta “ambrosiana” e, quantomeno dall’età carolingia, con questa qualifica viene identificata la sua liturgia. È infatti a far data da una lettera del febbraio 881 scritta da papa Giovanni VIII (872-882), che la chiesa milanese è chiamata col termine di Ambrosiana ecclesia, benché il riferimento a sant’Ambrogio comparisse già in un’epistola vergata dalla cancelleria papale di Gregorio I attorno al settembre dell’anno 600, quando  dopo la morte del vescovo Costanzo, viene acclamato pastore il diacono Adeodato. In essa compaiono due locuzioni significative, che ormai senza dubbio identificano i presuli milanesi non come successori del protovescovo Anatalone, bensì di sant’Ambrogio. In un locus Gregorio squalifica il preteso successore di Costanzo, indicato dal re longobardo Agilulfo, come vicarius sancti Ambrosii indignus, mentre chiama i chierici milanesi sancto Ambrosio servientibus clericis.

Spenderò ancora alcune parole, seppur in sintesi estrema, circa l’opera di Ambrogio, a partire dalle fonti di prima mano – cioè le opere ambrosiane – anche perché tutto quanto noi sappiamo del rito così come è giunto fino a noi è presente in testimoni che non risalgono indietro oltre l’età carolingia. Ad Ambrogio è da ascriversi l’uso di portare a Milano la celebrazione quotidiana dell’Eucarestia, innovando rispetto alla ratio communis di celebrare unicamente una Messa solo in giorno di domenica o di adunanze festive, lasciando gli altri giorni all’ufficiatura salmica e innodica. Di questo fatto assai importante riporto due testimonianze molto chiare:
Stabat ad aram Dei pudoris hostia, victima castitatis, nunc capiti dexteram sacerdotis inponens, precem poscens, nunc iustae impatiens morae ac summum altari subiecta verticem: “Num melius” – inquit – “maforte me quam altare velabit, quod sanctificat ipsa velamina? Plus talis decet flammeus, in quo caput omnium Christus cotidie consecratur”.
Hunc panem dedit apostolis, ut dividerent populo credentium, et hodieque dat nobiscum, quem ipse sacerdos cotidie consecrat suis verbis.
L’usanza quotidiana della Messa rispetto a quella ebdomadaria, dopo la metà del secolo, va introducendosi anche in altre grandi Chiesa metropolitane come p. es. Roma, Gerusalemme, Costantinopoli. È per di più in Ambrogio la prima attestazione dell’uso, nella chiesa milanese, del canone romano, la regola di consacrazione più antica propria dei riti latini. Riporto per esteso il lungo, ma interessante passo del De sacramentis (4, 21-27):
21. Dicit sacerdos: Fac nobis, inquit, hanc oblationem scriptam, rationabilem, acceptabilem, quod est figura corporis et sanguinis domini nostri Iesu Christi. Qui pridie quam pateretur, in sanctis manibus suis accepit panem, respexit ad caelum, ad te, sancte pater omnipotens aeterne Deus, gratias agens benedixit, fregit, fractumque apostolis et discipulis suis tradidit dicens: accipite et edite ex hoc omnes; hoc est enim corpus meum, quod pro multis confringetur. - Adverte! –
22. Similiter etiam calicem, postquam cenatum est, pridie quam pateretur, accepit, respexit ad caelum, ad te, sancte pater omnipotens aeterne Deus gratias agens benedixit, apostolis et discipulis suis tradidit dicens: accipite et bibite ex hoc omnes; hic est enim sanguis meus. Vide: illa omnia verba evangelistae sunt usque ad “accipite”, sive corpus sive sanguinem. Inde verba sunt Christi: “accipite et bibite ex hoc omnes; hic est enim sanguis meus”.
23. Et vide singula: “Qui pridie”, inquit, “quam pateretur, in sanctis manibus suis accepit panem”. Antequam consecretur, panis est; ubi autem verba Christi accesserint, corpus est Christi. Denique audi dicentem: “Accipite et edite ex hoc omnes: hoc est enim corpus meum”. Et ante verba Christi calix est vini et aquae plenus; ubi verba Christi operata fuerint, ibi sanguis efficitur, qui plebem redemit. Ergo videte, quantis generibus potens est sermo Christi universa convertere. […]
26. Deinde quantum sit sacramentum cognosce. Vide quid dicat: quotiescumque hoc feceritis, totiens commemorationem mei facietis donec iterum adveniam.
27. Et sacerdos dicit: Ergo memores gloriosissimae eius passionis et ab inferis resurrectionis et in caelum ascensionis offerimus tibi hanc inmaculatam hostiam, rationabilem hostiam, incruentam hostiam, hunc panem sanctum et calicem vitae aeternae. Et petimus et precamur, uti hanc oblationem suscipias in sublime altare tuum per manus angelorum tuorum, sicut suscipere dignatus es munera pueri tui iusti Abel et sacrificium patriarchae nostri Abrahae et quod tibi obtulit summus sacerdos Melchisedech.
Da ultimo, solo fugacemente, cito un riferimento ambrosiano in cui si segnala un fatto importante di “teologia liturgica”, diremmo oggi:
Non enim omnes vident alta mysteriorum quia operiuntur a levitis ne videant qui videre non debent, et sumant qui servare non possunt.
Faccio notare solo tre cose:
  1. L’altare è chiaramente “orientato ad Deum” (verisimilmente la facciata della chiesa era orientata a est), se si ritiene che a un certo punto bisogni nascondere qualcosa al popolo, altrimenti l’atto sarebbe controproducente ovvero inutile;
  2. quanto di più santo accade nella Messa è velato, dai diaconi o da tendaggi che coprivano il presbiterio: questo accade per i normali fedeli così come per gli eretici o pagani verso i quali sembra essere rivolto questo provvedimento;
  3. d’altro canto, la partecipazione dei fedeli cattolici non appare per nulla essere pregiudicata da questo atto di “velamento” né è scambiata – come si sente dire da qualche tempo a questa parte – con un banale “vedere”, per di più ideologicamente spacciato come antico o di età patristica: talora, il non vedere con gli occhi fisici acuisce una vista spirituale ancora più efficace e ricettiva.
Da questi pochi tratti – e si potrebbe continuare p. es. circa l’ordinamento delle letture, i riti battesimali e gli altri riti della Chiesa milanese – non solo comprendiamo quanto il rito ambrosiano si inserisca pienamente nella tradizione romana, ma anche quanto esso debba ad Ambrogio stesso in ordine all’inserimento del genius loci in quel medesimo filone, senza stravolgimenti o adulterazioni, ma attraverso un rispettoso processo di integrazione e di prudente valorizzazione. Cosa che è qua e là ancora rintracciabile da parte degli studiosi nella liturgia che nel corso dei secoli è venuta codificandosi fino ai giorni nostri. Ne è un esempio il canone, di cui ho sinteticamente reso ragione: non certo di mano ambrosiana (probabilmente una traduzione dal greco di età damasiana), e pur tuttavia conservato con una certa “fedeltà all’originale” da quel rito che da Ambrogio prende il nome, di contro a ulteriori mutamenti (sebbene di lieve entità) apportati nella sua redazione romana. È insomma tra le righe che è possibile evidenziare il sottile fil rouge che caratterizza fino a oggi la Chiesa milanese: ed è l’imponente figura di Ambrogio che, a partire dal rito romano, suggellerà con la sua autorità molte parti dell’antico rito romano/milanese, sottraendole a ulteriori evoluzioni (che in molte parti il rito romano ha subito) e consegnandole così alla storia come propriamente ambrosiane! Risulta pertanto importante notare, in questa sede, l’ascendenza del rito milanese rispetto al romano e la loro progressiva diversificazione senza mai perdersi di vista. Le differenze si andranno accentuando a partire soprattutto dal pontificato di papa Gregorio Magno (590-604).

In sintesi estrema, va detto che la liturgia ambrosiana – specie il rito della Messa di cui ci occupiamo – ha delle sue caratteristiche primordiali che emergono lungo la storia e sono ancor oggi evidenti:
  1. La profonda matrice antiariana che accompagnerà l’eucologia contro l’eresia del IV secolo, ma anche contro i suoi epigoni longobardi fino almeno all’VIII secolo, ma anche oltre. Questo comporta una spiccata fioritura di tematiche teologiche relative all’umanità di Cristo, quali la sua Incarnazione, la sua nascita verginale, la sua Passione, oltre che la conseguente venerazione per sua Madre Maria SS.: in questo senso, non è difficile ravvisare simili tematiche nella liturgia bizantina. A questo si aggiunga uno stile delle orazioni molto diverso dalla brevitas e dalla gravitas romane: evoluzioni concettuali e stilistiche contraddistinguono le antiche orazioni ambrosiane e le avvicinano in parte a quelle gallicane e ispaniche;
  2. l’innegabile matrice orientale antica: del resto è possibile ipotizzare che il primo nucleo di cristianesimo a Milano sia provenuto proprio dall’Oriente, come del resto i primissimi pastori Anatalone, Calimero, Mona, Mirocle. Questo in parte giustifica i tratti di una liturgia molto ricca di antifone su modello di quelle orientali (si contano p. es. sei antifone variabili all’interno del rito della Messa, oltre ad altri canti mobili: ingressa, ant. ante Evangelium - solo in feste particolari -, ant. post Evangelium, offertorium, confractorium, transitorium), assieme ad alcuni evidenti lasciti come p. es. la posizione della professione di fede (Credo) dopo l’Offertorio, determinati moduli del canto, la distribuzione di certe pericopi evangeliche, specie nelle domeniche di Quaresima, le benedizioni ante lectionem dei ministri, ecc.;
  3. contaminatio rituale ed eucologica da parte di altri riti: oltre a quello orientale, di cui si è detto, anche quello gallicano, ispanico, africano, dovuto se non altro a un fatto: che Mediolanum, fin dall’età celtica e poi gallica, è luogo di passaggio, di scambio commerciale e ideologico, avamposto e centro di potere militare e/o civile, e dunque, nell’era cristiana, anche fucina di incontro e di interscambio tra differenti famiglie rituali. Cito solo, a mo’ di esempio, questo relitto della liturgia gallicana mantenutosi fino ai giorni nostri, che fa vedere la permeabilità del rito ambrosiano a influssi esogeni: e mi riferisco a due formulari di Canone o prex eucharistica assegnati per la feria V in Coena Domini e per il sabbatum Sanctum contrassegnati nei messali moderni dalla dicitura Canon huius Missae e che evidenziano una struttura assai arcaica e piuttosto differente dal Canone romano, così come lo stesso Ambrogio ce lo ha attestato nel De sacramentis.
Citando parole del noto liturgista Achille Maria Triacca, che ha dedicato notevoli capitoli della sua attività di ricerca proprio all’argomento in questione, possiamo distinguere tre fasi della formazione e codificazione del rito ambrosiano: «La prima redazione risale al sec. IV-V… La seconda redazione… ha il suo apogeo nel sec. VII… La terza redazione è quella carolingia (IX-X) che… attesta una progressiva romanizzazione coatta, ma anche un più duraturo “cristallizzarsi” della liturgia ambrosiana». Se la fioritura del VII secolo ha dato grande impulso alla riflessione sui riti e all’amplificazione innodica ed eucologica dei medesimi, la riforma carolingia, nella sua opera di romanizzazione a vari livelli, non solo liturgica, ha contribuito a dare coscienza maggiore di sé al rito, portandolo appunto a quell’ “ambrosianità” fieramente conscia di sé e dei suoi tratti specifici che ancora oggi permane. Testimone di quest’ultima fondamentale fase dell’evoluzione del rito è un’opera posteriore all’epoca carolingia, che è tuttavia il vero e proprio collettore di tutte le fasi precedenti e che, seppur con qualche necessario distinguo, consegnerà la liturgia ambrosiana alle epoche successive fino a giungere al 1962, ed è Beroldo.

Egli è vissuto a Milano nella prima metà del secolo XII e ci ha lasciato, tra le altre opere, un Ordo et caerimoniae Ecclesiae Ambrosianae Mediolanensis, scritto poco dopo la morte dell’arcivescovo Ulrico da Corte (28 maggio 1126). Esso costituisce, in certo senso, il momento conclusivo del lungo processo di assestamento disciplinare della Chiesa ambrosiana finora per sommi capi descritto, ed è fonte basilare per la conoscenza della liturgia milanese quanto alle dignità della cattedrale, alle cerimonie del mattutino, del vespro, della messa, e, generalmente, delle vigilie delle feste e delle feste minori e maggiori. Beroldo descrive sempre le celebrazioni cardinalizie, dunque nella loro forma più solenne e completa. Con l’Alzati, si può pertanto affermare iuxto iure che «la forma organica assunta da questo libro nella sistemazione carolingia, e di fatto in quel contesto affermatasi, non sarebbe più stata smentita nei suoi lineamenti fondamentali, trasmettendosi con una singolare stabilità, si può dire fino agli anni del concilio Vaticano II».

Nonostante alterne vicende e il susseguirsi in terra milanese di vari dominati, il rito ambrosiano si mantenne pertanto saldo fino ai giorni nostri, grazie anche alla mano potente e all’intelligenza di studiosi e di pastori specie del secondo millennio dell’era cristiana, quali gli arcivescovi Francesco da Parma (1296-1308), Francesco II Piccolpasso (1435-1443), Carlo Borromeo (1560-1584), Federico Borromeo (1595-1631), Giuseppe Pozzobonelli (1744-1783), la cui edizione del Messale - confluita nel cosiddetto Missale Ambrosianum Duplex – sarà l’antesignano dell’edizione tipica pubblicata dal card. Andrea Ferrari (1894-1921). L’ultimo importante avvenimento nella storia del rito ambrosiano è la pubblicazione del Messale ambrosiano duplex, nel 1913, su lavoro e studio di mons. Antonio Ceriani, per l’opera redazionale di Achille Ratti (successore del Ceriani come Prefetto dell’Ambrosiana, poi card. Arcivescovo e quindi papa Pio XI) e mons. Marco Magistretti. Le ultime edizioni iuxta typicam dei libri liturgici ambrosiani, Missale compreso, è quella che porta l’imprimatur del b. card. Alfredo Ildefonso Schuster (1929-1954), tenendo conto sempre che la semplificazione delle rubriche secondo il Motu proprio Rubricarum instructum (25 giugno 1960) del Sommo Pontefice Giovanni XXIII è stata operata sotto l’episcopato del card. Giovanni Battista Montini (1954-1963), poi Paolo VI (1963-1978).

Concludendo: la liturgia ambrosiana, nell’ambito dei riti latini, sembra trarre origine dal rito romano, pur con influssi orientali e di altri riti occidentali; si radica e si arricchisce con l’opera di Ambrogio; si stabilizza in età carolingia; giunge quindi attraverso i secoli fino a noi nella sua forma pura. Forma che – per i sopraddetti motivi storico-liturgici che ho fin’ora esposto – non deve in alcun modo essere ostacolata, impedita o vietata: «Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto» (P.P. Benedetto XVI, Lettera ai vescovi in occasione della pubblicazione della lettera motu proprio data Summorum Pontificum, 2007). E se questo si applica a tutte le varietà del rito romano, compresi i riti propri degli ordini religiosi, a fortiori può pure trovare applicazione presso tutta la famiglia rituale latina, di cui la liturgia ambrosiana è nobile e preclara espressione.
Conferenza tenuta a Seregno l'11 gennaio 2013.

10 commenti:

Anonimo ha detto...

Grazie per aver pubblicato. Ancora non ho letto, ma lo farò subito dopo il mio commento (certo che l'articolo mi gioverà molto).

Scrivo pochissimo in questo blog, a quai pochi che potrebbero ricordare i miei interventi potrei aver dato l'impressione di essere "debole" per le mie domande che forse a qualcuno hanno fatto sorridere per l'ingenuità.
La cosa non mi turba, anche perchè in parte è vero. Ci sentiamo tutti smarriti (sfido chiunque a dire il contrario) in quest'epoca che la nostra generazione vive. Ed io a volte potrei apparire stile urlo di Munck.
Ma io non urlo alla Munk.

Questo breve incipit mi è servito per collegarmi ad una domanda che spesso ho qui rivolto angosciato. La domanda era sulla Messa in rito antico (a cui io non ho mai assistito) e sul mio turbamento quando (vi) chiedevo, ma può essere mia che l'unica Messa a cui ho potuto assistere sia "invalida"? Domanda sciocca, perchè non lo può essere invalida.
Pericolosa, oh si certo che è molto pericolosa, basta vedere ciò che ha prodotto in tante parrocchie, avendo permesso che si sia perso di vista il sacro e il senso liturgico.

Ma vi prego, lasciamo perdere anche questo discorso della nuova Messa. Non scrivo adesso per questo.

Scrivo perchè sono felice della novità (da me saputa una settimana fa) che finalmente anche a Lecco si celebrerà (da questa domenica) la Messa in rito ambrosiano antico.
Sono felice, come lo può essere un cattolico quando sente con tutti i propri sensi di avere ricevuto una Grazia da Signore.
Come lo può essere un cattolico quando realizza che le proprie preghiere sono state ascoltate dal Signore Onnipotente.
Come lo può essere un cattolico quando realizza che non si è da soli, ma che Lui è con noi fino alla fine del mondo.

Quanto ho pregato, quanta angoscia, quanto ho "parlato" inquieto col Signore per questi miei turbamenti, per questa Messa che mi mancava, pur non avendovi mai assistito.
Mi sono anche "fustigato mentalmente" per non essere capace di prendere un treno per raggiungere città come Milano o Bergamo dove la Messa antica era celebrata (anche se in orari assurdi per chi deve prendere un treno schiavo dei suoi orari).

Ora, fra due giorni sarò lì in ginocchio davanti a questo Signore grandemente Misericordioso, che sa toccare il cuore con tocchi di squisita dolcezza che non è possibile descrivere a parole.
Non si può non essere innamorati di Gesù Cristo quando lo si conosce e lo si avverte, come sarebbe possibile sfuggire al Suo Amore per una creatura così piccola, quando lo si fa sentire così importante.

E' chiaro che la Messa che verrà celebrata a Lecco non risponde solo alle mie preghiere, ma a quelle di tanti. E' una Grazia che si effonde a mani piene come un fiume. Ma è anche data a me, a me singolarmente e a tutti come Chiesa. Perchè Dio sa fare tutto!

Mi fermo qui, volevo condividere con voi questa mio gioia. Potrei continuare pensando pure ai rumors di una nuova riforma che pare Bergoglio voglia dare alla Messa nuova. Una riforma che va in direzione luterana, che a leggere potrebbe veramente ufficializzare l'invalidità della possibile nuova Messa.
Allora la Messa che finalmente da domenica si celebrerà a Lecco farebbe assumere ancora maggior valenza al mio discorso che ho appena fatto. Sarebbe ancora più evidente che Dio ha altri Piani e che Lui sarà con noi fino alla Fine del mondo. E noi pecolerelle smarrite saremo sempre al sicuro.
Sotto l'ombra delle ali Tue viviam sicuri....

Giuseppe M.

Anonimo ha detto...

Buonasera
Vi leggo sempre, ma non ho mai osato commentare perché mi rendo conto di essere ancora molto ignorante su tante, troppe questioni.
Il mio "ritorno a casa" è ancora così recente che necessita di molto studio e il vostro sito, commenti compresi, è stato ed è fonte continua di apprendimento e riflessione.
Intervengo perché, leggendo quanto scritto da Giuseppe, mi sono emozionata perché avrei potuto scrivere le medesime parole. Anche io, che ho saputo da pochi giorni che anche a Lecco si sarebbe celebrata una Messa in rito antico, ho avuto la sensazione che le mie preghiere siano state esaudite e di questo rendo grazie.
Anche io domenica sarò inginocchiata nella Chiesetta di Santa Marta e mi avvio all'appuntamento con un misto di gioia e timore, come verso qualcosa che hai tanto desiderato, ma temi di non esserne all'altezza.
Vorrei riuscire a scrivere tutto quello che provo, a partire da come leggere che altri, che non conosco, ma che oggi più che mai sento come fratelli in Cristo, saranno con me domenica mi faccia percepire distintamente la dimensione comunitaria della Messa. Che non sono il prendersi la mano durante il Padre Nostro (usanza mutuata dai protestanti) o il cantare tutti insieme, ma qualcosa di più profondo e spirituale. Ma temo che potrei scrivere qualcosa di sbagliato e non al livello dei commenti del sito.
Vi ringrazio ancora per tutto quello che fate.
Enrica

Felice ha detto...

Grazie Giuseppe per la tua testimonianza. Spero che Mons. Fontana e tutti quelli che, come lui, si credono padroni della liturgia e della fede degli altri, possa leggere queste tue righe. Come gli antichi scribi hanno la chiave per entrare, ma non entrano e impediscono agli altri di entrare

Esistenzialmente Periferico ha detto...

Piccolo off-topic:
voi lo leggete l'Osservatore Romano? [Qui] la prima pagina.

Anonimo ha detto...

Auguro a Giuseppe M. e ad Enrica una santa preghiera di lode e di ringraziamento alla SS.Trinita' per questa rinnovata grazia .
Segnalo :
http://blog.messainlatino.it/2017/02/da-la-messa-e-finita-al-tana-libera.html#more

gregorius ha detto...

Per dire il cervello di certi commentatori e l'utilità dei loro commenti, basti segnalare che Lecco ha avuto rapidamente la messa relazionandosi ottimamente con mons. Fontana, responsabile diocesano del rito antico, e che lo stesso monsignore celebrerà la prima messa. Spiace che non manchi mai chi dice sciocchezze, non so se per ignoranza o per incoscienza. Purtroppo c'è gente che trova ragione della propria esistenza solo nella polemica fine a se stessa. Complimenti, sig. Felice.

Anonimo ha detto...

Hai detto giusto! Perché mai nella terra ambrosiana non c'è la libertà di celebrare in rito antico come nel resto dell'Orbe cattolico? La risposta è che hanno PAURA! Il rito in latino spaventa gli ideologi che non voglio ammettere il totale fallimento in cui versano... Ma la gente si sta svegliando! Fortunati i lecchesi, spero che altri gruppi sorgano e rompano le scatole per avere altre messe in latino! E' un diritto sacrosanto.

Anonimo ha detto...

La messa mensile è un inizio... Ben venga, ma non è sufficiente. Si spera diventi domenicale! Solo così si permette ai fedeli di seguire il rito ambrosiano antico nella sua interezza.

Anonimo ha detto...

Tra l'altro forse un po' per la chiesa forse piccola, ma fatto sta che ieri si è riempita all'inverosimile con persone stipate in ogni angolo disponibile, corridoi compresi, costretti pure a stare sempre in piedi, con le porte aperte, perché la gente è finita pure fuori (non c'era proprio altro posto) e relativo freddo di febbraio per tutti.
Spero sia sempre piena così

Giuseppe M.

Anonimo ha detto...

Giuseppe , che bella notizia ! Quel poco o tanto freddo che avete patito e' la migliore offerta per Nostro Signore che ci ama al punto di accontentarsi della buona volonta' . Tutto sta ad iniziare , poi se il Signore vedra' che si risponde al Suo Amore , verra' la Messa domenicale . Ringraziamo la SS.Trinita' .

P.S. Continua a pregare la Sua Mamma , a Lei non sa dire di no !