sabato 23 giugno 2018

Il Rito Romano Antico e l'applicazione del Summorum Pontificum - Maria Guarini

Programmato, per voi, per l'ora in cui prevedibilmente terrò il mio intervento.

Convegno Internazionale su Vecchio e nuovo modernismo: le radici della crisi della Chiesa, Roma, 23 giugno 2018

Il Rito Romano Antico e l'applicazione del Summorum Pontificum
Maria Guarini

Il 14 settembre 2007 – giorno dell’entrata in vigore del motu poprio Summorum Pontificum – all’Altare della Salus Populi Romani in Santa Maria Maggiore, è stata celebrata la Santa Messa Antica secondo il Messale Romano del 1962 dopo una cattività di 39 anni. Lo stesso è accaduto in tutte le diocesi (o quasi) del mondo. Ѐ stata la prima grande operazione di sdoganamento del rito antico. Ma si è constatato che permettere senza promuovere non garantisce la dovuta efficacia.
Oggi i centri messa destinati all'usus antiquior sono grandemente aumentati, ma stentano a crescere con le potenzialità che prometterebbero, perché continua a mancare la volontà di molti vescovi e sacerdoti di impegnarsi ad introdurre nelle parrocchie la Messa Antica e la relativa 'pastorale' e non viene curata la formazione ad hoc nei seminari.
Per l’ala progressista oggi imperante nella Chiesa non siamo altro che un'adunata di acquiescenti da tenere sotto controllo ben inquadrati nel loro recinto, piuttosto che comunità consolidate, in crescita, dedite alla vita di fede, saldamente fondate su un nucleo di sacerdoti che sono lì esclusivamente per questo. Una certa provvidenziale inversione di tendenza diffusa in tutto l’orbe cattolico ce la mostrano i seminaristi più giovani che esprimono grande interesse per l’antico rito. Quando essi diventano 40 come a Parigi (e forse soffocarne la sensibilità, come avviene sistematicamente altrove, sarebbe problematico) allora la cosa si fa interessante e fa ben sperare.

Il Summorum Pontificum ha dato e dà vita a iniziative estemporanee, come Pellegrinaggi, Convegni, Conferenze, celebrazioni occasionali o a cadenza estremamente dilatata (una volta al mese, un venerdì alla settimana etc.). Sono iniziative utili per il 'lancio', per avvicinare i fedeli ignari, ma poi dovrebbe scaturirne la stabilità del celebrare tutti i giorni la Messa, e poi l'ufficio, i Sacramenti... l’intera pastorale che – secondo il triplice munus – insegna santifica e guida.

In troppi casi la Messa antica diventa occasione di una esperienza spirituale in più, offerta ai fedeli nel mare magnum delle tante. Una concessione alla sensibilità di una minoranza di supposti nostalgici, ritenuti perfino in via di estinzione. Ma da quando il rito è questione di sensibilità? Davvero la "sensibilità" può essere motivo sufficiente per pretendere la celebrazione di una forma rituale piuttosto che un'altra? Qui è in ballo qualcosa di molto più serio della sensibilità, è in ballo la nostra identità di cattolici.

Di fronte alla perversa fascinazione di slogan contrabbandati come tradizionali, quali: ‘Riforma della riforma" e "Mutuo arricchimento", la soluzione è una sola: celebrare sempre, quotidianamente, la liturgia antica, così come essa ci è stata consegnata, sfruttandone all'estremo tutte le possibilità, tendendo alla perfezione per svelarne tutta la magnificenza formale e contenutistica (polifonia, proprio gregoriano, partecipazione comunitaria alla liturgia delle ore in canto) e curandone anche la pastorale catechetica.

Solo così può crearsi un nucleo di fedeli talmente numeroso e forte da non poter più essere messo in discussione; solo così il Summorum Pontificum può diventare, finalmente, "irreversibile". Per adesso sono rarissimi i luoghi dove queste premesse di irreversibilità si sono già realizzate, e Vocogno, nella Val Vigezzo è un esempio virtuoso; ma altrove, se domani abolissero SP, si rischierebbe di tornare alla sparuta clandestinità degli anni settanta-ottanta.

Mentre di fatto sta galoppando una Riforma della Riforma in negativo: Lavanda dei piedi alle donne e perfino ai non credenti, traduzioni a rischio impazzimento locale, commissione di studio per la messa ecumenica che purtroppo è sempre più incombente.

Nei tempi più recenti, abbiamo bevuto l'amaro calice del motu proprio Magnum principium (9.9.2017), che modifica il can. 838 del Codice di diritto canonico, riguardante le competenze della Santa Sede, delle Conferenze episcopali e dei Vescovi diocesani nell’ordinamento della liturgia. Si tratta di un colpo di spugna all’istruzione Liturgiam authenticam(7.5.2001), già temuto e preconizzato(1), “sull’uso delle lingue volgari nella pubblicazione dei libri della liturgia romana”. Di fatto siamo al 'rompete le righe' anche col decentramento alle Conferenze episcopali della preparazione dei libri liturgici, che mina l'unità e l'universalità de La Catholica.
Richiede attenzione il seguente passaggio della Correctio papale(2) alle affermazioni del card. Sarah in un documento [qui] che attenuava la svolta rivoluzionaria della Lettera Apostolica(3) : «Il Magnum Principium non sostiene più che le traduzioni devono essere conformi in tutti i punti alle norme del Liturgiam Authenticam, così come veniva effettuato nel passato». Tale affermazione unita all’altra secondo cui una traduzione liturgica “fedele” «implica una triplice fedeltà» – al testo originale, alla lingua della traduzione, alla comprensibilità dei destinatari – lascia intendere che Magnum Principium è considerato come l’inizio di un processo che può portare molto lontano in direzione di una vera e propria devolution liturgica.  I ‘processi’ innescati come mine vaganti sono più d’uno e la frammentazione nella Chiesa acquista velocità sia sulla dottrina che sulla morale e ora sulla liturgia, fons et culmen di tutto.

Ora vorrei soffermarmi piuttosto sulle ragioni della nostra tenace resistenza nel custodire e far conoscere il nostro tesoro. Ci sono elementi dei quali mi limito a declinare un elenco essenziale. Dobbiamo averli ben presenti perché sfatano la leggenda delle “due forme dell’unico Rito”. La forma è sostanza. Lo vedremo dai seguenti punti, che espongo velocemente,  quali abstract di una relazione più approfondita, da sviluppare. La cifra dell'intero discorso è lo ius divinum al culto come ce lo ha consegnato il Signore e ci è pervenuto fin dall’epoca apostolica. L’enucleazione dei vari punti rappresenta gli elementi divergenti tra i due Messali che ci inducono a  resistere e a impegnarci nel custodire e far conoscere il Rito Romano Antico nonostante le difficoltà.

Noterete che essi toccano quelli che in altra sede(4) ho definito ‘bachi’ presenti in alcuni documenti conciliari  (ampiamente individuati ed illustrati), la cui ambiguità, non così evidente a prima vista, ha consentito le applicazioni spurie di cui lamentiamo gli effetti.
  1. Sacrificio.
    Ricordando che la Santa Messa è il Sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo che, sotto le specie del pane e del vino, si offre dal Sacerdote a Dio sull’altare in memoria e rinnovazione del Sacrificio della Croce, il n.47 della Costituzione conciliare sulla Sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, passa sotto silenzio sia il fine propiziatorio (espiatorio) del Sacrificio, che il termine transustanziazione, peraltro inopinatamente assente dall'intero documento. Notevoli perplessità suscita anche il n. 48, nel quale viene oltrepassata la Mediator Dei non distinguendo l’azione del fedele da quella del sacerdote, mentre il n.106 descrive “il mistero pasquale” (enfatizzato accentuando la Risurrezione), con espressioni che presentano la S. Messa essenzialmente come memoriale e “sacrificio di lode”, alla maniera dei protestanti. La tavola del banchetto al posto dell’Altare del sacrificio ne è l’immagine plastica.
  2. Assemblea celebrante
    Nei suddetti articoli della SC appaiono già gli elementi della definizione della montiniana Nuova Messa, nell’art. 7 della Institutio Novi Messali Romani, del 1969, tuttora vigente: “La Cena del Signore o Messa è la santa assemblea o riunione del popolo di Dio che si raduna sotto la presidenza del sacerdote per celebrare il memoriale del Signore”; definizione che suscitò a suo tempo le angosciate quanto inutili proteste di tanti fedeli e sacerdoti, e la ben nota presa di posizione dei cardinali Ottaviani e Bacci, a causa del suo evidente carattere protestante. 
    Nel decreto Ad Gentes  sull’attività missionaria della Chiesa, la variazione nel significato della Messa è ancora più evidente:  vi si dice che i catecumeni partecipano alla S. Messa ossia “celebrano il memoriale della morte e della resurrezione del Signore con tutto il popolo di Dio (definizione – di conio tutto Conciliare – dal sapore vetero-testamentario, che tende a sostituire quella ben più forte e identitaria di “Corpo mistico di Cristo”)” (AG 14), il quale “popolo di Dio” non assiste dunque alla Messa ma la “celebra”, assieme all’officiante, evidentemente; idea che sembra potersi ricavare da SC 48 sopra ricordato.
  3. Orientamento.
    Cito don. Manfred Hauke(5) [qui]: La preminenza del sacrificio per la descrizione della Santa Messa ha anche le sue conseguenze per l’orientamento della preghiera. Al sacrificio corrisponde il rivolgersi a Dio da parte del celebrante e di tutta l’assemblea liturgica. Quando il sacerdote parla con Dio, non fa senso chiedere un rivolgersi verso l’assemblea. È la cosa migliore, se il celebrante si rivolge assieme a tutta l’assemblea alla croce e all’altare, possibilmente nella direzione dell’oriente. L’oriente, il sol nascente, sta per il Cristo risorto il cui ritorno aspettiamo alla fine dei tempi. Un rivolgersi al popolo invece è indicato per la proclamazione della Parola di Dio e per la comunicazione della grazia nei saluti, nella benedizione e nella distribuzione della Comunione. Questo orientamento è anche possibile nel rito di Paolo VI, ma le disposizioni del rito antico sembrano più propizie a questo fine, mettendo al centro la croce, l’altare e il Signore stesso nel Tabernacolo. E dunque la celebrazione VO esclude che si determini un cerchio orizzontale di persone che si parlano addosso perdendo la verticalità, la soprannaturalità, ignorando che nella liturgia c’è un linguaggio fatto anche di gesti e comportamenti che introduce al mistero.
  4. Offertorio trasformato in berakah ebraica. 
    Nessun documento conciliare autorizzava a operare tagli selvaggi all’Offertorio, sostituendo all’Hostia (vittima) pura santa e immacolata il “frutto della terra e del nostro lavoro”, trasformando così l’Offerta di Cristo, già prefigurata nelle oblate, in una berakah (preghiera di lode e benedizione) ebraica, che il Signore ha certamente pronunciato, ma che non è il punto focale della sua Azione, del Novum che egli ha introdotto nell’Ultima Cena. Cito Mons. Athanasius Schneider: «In tutta la storia della liturgia romana, ma anche nelle liturgie orientali, l’Offertorio è sempre stato legato all’attuazione del sacrificio del Golgotha. Non si trattava di preparare la Cena, ma di preparare il sacrificio eucaristico che aveva come frutto il convivio della comunione eucaristica. Ciò che si offre, viene dato per il sacrificio della Croce, si tratta di ciò che possiamo chiamare “un’anticipazione simbolica».
    L’Offertorio è sacrificale: è un’anticipazione per dare modo a tutti di unirsi all’Offerta di Gesù, è una  preparazione che anticipa un crescendo. L’Offertorio, nella sua primitiva accezione, aveva ben presente il Sacrificio come prolessi, cioè come anticipazione del Sacrificio a venire. Le oblate sono intimamente legate al Sacrificio. L’Offertorio fa parte integrante dell’Actio del Canone, nel cuore della Santa Messa.
  5. Creatività.
    Appare inoltre l’inaudita novità dell’introduzione nella Liturgia stessa del principio di creatività, sempre nella costituzione SC agli artt. 37-40, sia pure in teoria sotto il controllo della Prima Sedes, rivelatosi poi nei fatti quasi sempre accademico ed oggi ancor più diluito dal motu proprio Magnum Principium. Il principio di creatività è stato sempre avversato nei secoli da tutto il Magistero, senza eccezioni, come cosa nefasta, da evitare nel modo più assoluto, ed è considerato da molti il vero motivo del caos liturgico attuale. Esso viene corroborato dall’ampia e del tutto nuova competenza attribuita alle Conferenze Episcopali in materia liturgica, ivi compresa la facoltà di sperimentare per l’appunto nuove forme di culto (SC 22 § 2, 39, 40), contro l’insegnamento costante del Magistero, che ha sempre riservato al Sommo Pontefice ogni competenza in materia, quale massima garanzia contro l’introduzione di innovazioni liturgiche.
  6. In armonia con il principio della creatività, la SC ha introdotto due altri elementi di riforma incompatibili con la tradizione e rivelatisi esiziali: l’adattamento del rito alla cultura profana ossia all’indole e alle tradizioni dei popoli, alla loro lingua, musica, arte, appunto mediante la “creatività” e la “sperimentazione liturgica” (SC 37, 38, 39, 40, 90, 119). e mediante la semplificazione programmatica del rito stesso (SC 21, 34). Ciò che l'Abbé Barthe nella sua relazione ha definito "esplosione di varianti"...  Anche questo contro l’insegnamento costante del Magistero, secondo il quale è la cultura dei popoli a doversi adattare alle esigenze del rito cattolico e senza che nulla si debba mai concedere alla sperimentazione o comunque al modo di sentire dell’uomo del Secolo. Una delle prove evidenti dell’antropocentrismo conciliare.  Ed ecco che oggi il rito della Messa è frammentato in diversi riti a seconda dei continenti se non delle nazioni, con infinite variazioni locali, ad libitum del celebrante, variazioni che non escludono l’intrusione di elementi pagani nel rito stesso senz’alcun richiamo della S. Sede o dei vescovi..
  7. Disuso del Latino
    La frammentazione e l’imbarbarimento del culto cattolico sono dovuti anche all’abbandono del latino quale lingua liturgica antica ed universale, unificatrice del rito e nello stesso tempo custode di formule indissolubilmente legate alla tradizione dogmatica, che l’immutabilità linguistica preserva da innovazioni arbitrarie.  L’epocale mutazione fu autorizzata da Paolo VI. Ora, la SC ordina di conservare (servetur) “l’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, nei riti latini” (SC 36 § 1).  Ma consente anche di “concedere alla lingua nazionale una parte più ampia”, secondo le norme ed i casi fissati nello stesso paragrafo. Ma le norme di carattere generale stabilite dal Concilio attribuiscono alle conferenze episcopali un’ampia competenza per ciò che riguarda l’introduzione del vernacolo nel culto (SC 22 § 2, 40, 54).  E numerosi sono i casi nei quali si autorizza l’uso parziale o totale della lingua nazionale: SC 63, nell’amministrazione dei Sacramenti, sacramentali e nei rituali particolari; SC 65, nei riti battesimali, presso i Paesi di missione;  SC 76, nella consacrazione dei sacerdoti;  SC 77  e 78, nel matrimonio;  SC 101, nelle preghiere dell’ufficio divino; SC 113, nella liturgia solenne della Messa. L’uso del latino era ancora raccomandato ma si aprivano al volgare notevoli varchi che ora sono diventati voragini.
  8. I tagli e le variazioni: Oltre a quanto ricordato per l’Offertorio, penso a tutti i riferimenti a S. Michele Arcangelo, alla Vergine e alla Comunione dei Santi, (ad es. nel Confiteor sostituiti con l’orizzontalità di “voi fratelli”). Quanto alle variazioni, penso alla formula Consacratoria che merita un approfondimento specifico, ma il tempo non lo consente.
    Cito Romano Amerio (riedito nel 2009 con una preziosa postfazione di Enrico Maria Radaelli)(6): “Poiché la parola consegue all’idea, la loro scomparsa [delle parole, nel nostro caso intere formule] arguisce scomparsa o quanto meno eclissazione di quei concetti un tempo salienti nel sistema cattolico”.
    Ritorniamo al pericolosissimo oblio del carattere sacrificale della Messa cattolica. Oblio che conduce lentamente ma inesorabilmente all'eresia. Cito Michael Davies: “nel nuovo rito anglicano della messa, quello del Prayer book del 1549, non troveremo affermate delle eresie, ma omesse verità di fede essenziali. Le omissioni, il “taciuto”, in liturgia è sempre grave, perché rinunciare ad affermare con completezza e chiarezza tutte le verità di fede implicate, può portare a un vuoto di dottrina nei sacerdoti e nei fedeli che nel futuro apre il campo all'eresia: in parole semplici oggi sei cattolico con una messa eccessivamente semplificata, domani senza saperlo ti ritrovi protestante perché la forma della tua preghiera non ha nutrito più la tua fede. Ecco cosa dicono i vescovi cattolici inglesi: “Per dire le cose brevemente, se si compara il primo Prayer Book di Edoardo VI con il messale (cattolico), vi si scoprono sedici omissioni, il cui scopo era evidentemente quello di eliminare l’idea di sacrificio”
* * *
Oggi appare ben chiaro come tutto l'impianto delle innovazioni e l'apparato concettuale che lo sottende sia fondato, già in nuce, su un'idea  rivoluzionaria di Chiesa di conio vaticansecondista, che non fa altro che citare all'infinito documenti conciliari e post-conciliari che si richiamano l'un l'altro legittimandosi a vicenda, le cui variazioni - ormai vere e proprie rotture - si fanno sempre più audaci ad ogni tappa successiva, in continuità esclusivamente all'interno del loro nuovo impianto paradigmatico, ma senz'alcun legame, e quindi in discontinuità, col magistero perenne ritenuto obsoleto per definizione. Nel contesto in esame l'innovazione non espressa, ma che è alla radice di tutto, è la collegialità. Ho approfondito il tema nei testi: Collegialità episcopale o episcopato subordinato? Le implicazioni nell'Amoris Laetitia(7) [qui] e Conciliarità sinodalità. Come cambia la Chiesa? [qui]. Abbiamo appena ascoltato l'interessante trattazione di p. Kallio su questo tema.
Ribadisco di seguito considerazioni che non mi stanco di ripetere finché non ci sarà chi di dovere che ne tragga le conseguenze pratiche per poter ripareggiare la verità (l'espressione è di Romano Amerio).

Il nocciolo del problema è che oggi, a partire dal concilio 'pastorale', nessun papa si è più pronunciato, né - per come stanno ora le cose - più si pronuncerà ex cathedra (e dunque impegnando l'infallibilità). E ciò anche in virtù del nuovo paradigma di 'tradizione vivente' in senso storicista che assegna la facoltà di riformare la Chiesa alla Chiesa del presente, secondo la ratzingeriana ermeneutica della riforma intesa come rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa che cambia ad ogni epoca, commisurata alla cultura del tempo e realizza la lettura del Vangelo sulla base di quest'ultima, anziché viceversa(8). Per cui, mentre da un lato il card. Burke può dire che l'esortazione Amoris Laetitia non è Magistero perché non riafferma l'insegnamento costante della Chiesa e non implica adesione de fide, dall'altro il papa ha potuto decretare la pubblicazione negli AAS dei criteri interpretativi dell'AL dei vescovi argentini e della lettera papale loro indirizzata, spuri rispetto all’insegnamento costante delle chiesa. E così il card. Schönborn può affermare che l’AL è Magistero e come tale va accolta e il credente vi si deve adeguare. A livello individuale una coscienza ben formata sa a Chi deve obbedire. Ma finché non si recupererà la giusta collocazione del soggetto-Chiesa rispetto all'oggetto-tradizione, la confusione continuerà a regnare sovrana con gravi conseguenze per la salus animarum.

E finché non si prenderà atto che gli aspetti ribaltanti dell'eredità conciliare sono i veri nodi da sciogliere, il nostro impegno di riaffermazione della verità secondo il Magistero costante sarà utile per le anime libere, potrà continuare a defluire come una vena aurea cui attinge chi la trova o come un canale carsico che potrà riaffiorare al termine di questa notte oscura, ma oggi non può avere alcuna efficacia su una realtà così deformata e deformante. E la stessa grave solennità di una possibile correzione canonica, rischia di non ottenere i risultati voluti e sperati. A meno che non intervengano fattori o si destino rette volontà al momento impensabili. Ciò non significa rinnegare il Concilio Vaticano II, ma sottoporne i documenti ad un attento discernimento alla luce del Magistero costante, come Mons. Brunero Gherardini (mi piace ricordarlo qui e ora) chiedeva, inascoltato,  a Benedetto XVI nella Supplica a conclusione della sua meditazione teologica sul Concilio(9): Concilio ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare [qui] che purtroppo è divenuto Il discorso mancato(10) [qui - qui].
Concludo parafrasando le sue parole dall’introduzione al mio saggio sulla questione liturgica nel quale ho affrontato anche i molteplici aspetti sopra elencati ed altri(11).
“L’amore per la tradizione ci consente sia di volgerci indietro sia  di guardare in avanti. Conosciamo l’evolversi del fatto liturgico attraverso tanti secoli di storia ecclesiastica e d’adattamento del culto alla sempre più profonda comprensione del mistero in esso e con esso celebrato. E presi dalla bellezza ineffabile e dalla ricchissima simbologia d'ogni azione liturgica, ne traiamo la conclusione in termini di coerenza cristiana: gettarsi in ginocchio, adorare e ringraziare. (cosa più difficile col nuovo rito).
Se è vero che liturgia e fissismo non vanno d’accordo, è altrettanto vero che dell’autentica liturgia non è un ottimo interprete né chi sa o preferisce voltarsi soltanto all’indietro, né chi, guardando in avanti, non ha occhi se non per l’ancor confuso domani. Se s’è d’accordo su questo, allora si capisce perché né l’archeologismo fine a se stesso, né l’improvvisazione, fosse pur seria, devota ed edificante, potrebbero esser mai vera liturgia”.
Per evitare di trasformare un mirabile Ordo nel trionfo dell’informe. _________________________________
1. Un altro serio vulnus a La Catholica. La revisione di Liturgiam Authenticam : https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2017/01/un-altro-serio-vulnus-ai-fondamenti-de.html
2. Correctio papale al Card. Sarah: http http://lanuovabq.it/storage/docs/lettera-papa.pdf
3. Documento del card. Robert Sarah sulle traduzioni per la Liturgia: https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2017/10/documento-del-card-sarah-sulle.html
4. Maria Guarini, La Chiesa e la sua continuità. Ermeneutica e istanza dogmatica dopo il Vaticano II, Ed. DEUI, Rieti 2012
5. Manfred Hauke, La Santa Messa, Sacrificio della Nuova Alleanza, relazione tenuta nel 2008, pubblicata in Vincenzo M. Nuara (a cura di), Atti del Convegno Il Motu proprio "Summorum Pontificum" di S.S. Benedetto XVI. Una ricchezza spirituale per tutta la Chiesa, Fede & Cultura, Verona 2009, pp. 48-64.
6. Romano Amerio, Iota Unum. Studio delle variazioni nella Chiesa Cattolica nel secolo XX,  Lindau, Torino 2009
7. Collegialità episcopale o episcopato subordinato? Le implicazioni nell'Amoris Laetitia - http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2017/01/collegialita-episcopale-o-episcopato.html ; Collegialità Sinodalità. Come cambia la Chiesa? - http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2015/10/conciliarita-sinodalita-come-cambia-la.html
8. Nec plus ultra http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2013/09/nec-plvs-vltra.html ; Nec plius ultra english http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2013/09/nec-plvs-vltra-here-and-no-further.html
9. Brunero Gherardini, Concilio ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Casa Mariana Editrice, 2009
10. Brunero Gherardini, Concilio Vaticano II. Il discorso mancato. Lindau, 2011
11. Maria Guarini, Il Rito Romano antiquior e il Novus Ordo dal Vaticano II all'epoca dei 'due Papi’, Solfanelli, Seconda Edizione 2017

19 commenti:

Michele MAcIK Durighello ha detto...

Grazie a tutti i relatori e alla nostra Maria in particolare, a forza di dai va che ho sentito Gigliotti e sto sentendo Ureta, Deo gratias!!

Michele MAcIK Durighello ha detto...

De Mattei (sintetizzato): "Gigliotti ha parlato di storia teologica analizzando l'ipotesi del Papa eretico ma quello che oggi si è anzitutto perso è il sensus fidei tra i battezzati e giornate come questa puntano anzitutto a contribuire a ricostruirlo."

irina ha detto...

Brava!
Non credo però, al punto in cui siamo, che aggiustamenti possano rimediare alla spaccatura tra cattolici e CVIIisti. Ormai lo strappo è tale da essere anche culturale, di costume, morale, politico e ancora. Hanno fatto e continuano a fare scempio di ogni sacralità. E non si accorgono neanche della ripulsa che provocano al loro solo apparire.

Anonimo ha detto...

Grandi considerazioni: Chissà che orticarie avrà provocato a tanti finti amici!!!! Scommettiamo che queste su Messainlatino non gliele pubblicano?

Il Summorum Pontificum ha dato e dà vita a iniziative estemporanee, come Pellegrinaggi, Convegni, Conferenze, celebrazioni occasionali o a cadenza estremamente dilatata (una volta al mese, un venerdì alla settimana etc.). Sono iniziative utili per il 'lancio', per avvicinare i fedeli ignari, ma poi dovrebbe scaturirne la stabilità del celebrare tutti i giorni la Messa, e poi l'ufficio, i Sacramenti... l’intera pastorale che – secondo il triplice munus – insegna santifica e guida.

In troppi casi la Messa antica diventa occasione di una esperienza spirituale in più, offerta ai fedeli nel mare magnum delle tante. Una concessione alla sensibilità di una minoranza di supposti nostalgici, ritenuti perfino in via di estinzione. Ma da quando il rito è questione di sensibilità? Davvero la "sensibilità" può essere motivo sufficiente per pretendere la celebrazione di una forma rituale piuttosto che un'altra? Qui è in ballo qualcosa di molto più serio della sensibilità, è in ballo la nostra identità di cattolici.

Di fronte alla perversa fascinazione di slogan contrabbandati come tradizionali, quali: ‘Riforma della riforma" e "Mutuo arricchimento", la soluzione è una sola: celebrare sempre, quotidianamente, la liturgia antica, così come essa ci è stata consegnata, sfruttandone all'estremo tutte le possibilità, tendendo alla perfezione per svelarne tutta la magnificenza formale e contenutistica (polifonia, proprio gregoriano, partecipazione comunitaria alla liturgia delle ore in canto) e curandone anche la pastorale catechetica.

Anonimo ha detto...

Thanks for finally talking about >"Il Rito Romano Antico e l'applicazione del Summorum Pontificum - Maria Guarini" <Liked it!

mic ha detto...

L'ultimo Anonimo, che ringrazio von "finally talking' credo si riferisca alla risposta ad una domanda...

L'uditorio era internazionale (molti sacerdoti religiosi e studiosi oltre a laici e vaticanisti di varia provenienza) dal Canada, USA, Francia, Cile, UK...

Stefano ha detto...

Cara Maria ti ringrazio per la tua appassionata e chiara esposizione che ho potuto seguire dallo streaming e anche per come hai espresso le perplessità sulla formula di consacrazione secondo il messale di Paolo VI quando è venuta fuori quell'ultima domanda provocatoria. Non sono potuto venire e mi dispiace. Spero sabato 30.

mic ha detto...


Grazie a te Stefano,
sono contenta che sei riuscito a seguire. Ok. Alla prossima!

Circolo liturgico Pio VII ha detto...

Grazie per l’intervento, sottoscriviamo al 100%.
Sursum corda!

mic ha detto...

Mi dicono in tanti che è stata una lettura appassionata e questo dice quanto la crisi nella Chiesa sia vissuta sulla nostra pelle.
Dal mio punto di vista è stata anche una lettura affrettata, saltando diversi punti che potevano approfondir meglio e senza pause, che trovo molto utili tra un passaggio e l'altro. Ma ci tenevo (e in fondo mi è riuscito) a esprimere ciò che mi premeva di più.
Ciò che mi fa molto felice è l'aver constatato dai commenti dal vivo che il messaggio è 'passato' e ho avvertito grande condivisione.

Anonimo ha detto...

Aunque la Institutio Generalis Missalis Romani fué dotada de un Proemio en el que se reafirmaban los cuatro fines del Santo Sacrificio: latréutico, eucarístico, propiciatorio e impetratorio y aunque se retocaron aquí y allá algunas expresiones infelices, todo por orden del Papa Pablo VI después del recurso cardenalicio de Sus Eminencias Ottaviani y Bacci, a pesar de todo, después de años de reflexión y después de leer su interesantísima intervención, señora Guarini, no puedo aprobar ya el Nuevo Misal.
El Nuevo Misal se aparta, de forma estremecedora, de toda la Tradición Católica. Lleva en sí gérmenes destructivos y aunque la Consagración -esencia del Sacrificio- es válida, el nuevo rito, en mi opinión, es ilícito. Se aleja de forma impresionante -en la práctica- de la Tradición de los Padres; por ejemplo el Libera nos después del Pater noster -que se remonta al Papa San Gregorio Magno- ha sido mutilado para adaptarlo con fines ecuménicos.
Triste situación.
Mi felicitación, señora Guarini, por su brillante intervención. Yo que era acérrimo partidario del último Concilio y del Nuevo Misal, voy descubriendo tantas cosas... Cómo no ver el humo de satanás en el Templo de Dios?

Anonimo ha detto...

Anche se tu trovassi qualche altra cosa scritta in qualsiasi modo e in qualsiasi luogo, sta pur certo che chi è dell’Immacolata non si perderà, ma quanto più apparterà a Lei, tanto più apparterà a Gesù e al Padre, Che poi tutto questo egli possa non sentirlo dentro di sé e nemmeno saperlo, questa è un'altra cosa. Tuttavia, egli si rende conto di compiere la Volontà di Dio in un modo sempre più perfetto e di correggersi dalle mancanze contro questa sua Volontà. E gusterà una pace interiore sempre più grande anche in mezzo alle bufere. A tempo opportuno Ella gli scoprirà gradualmente tutti i misteri del Cuore di Gesù. E diverrà figlio di Gesù. La sua anima diverrà sposa di Gesù, Fratello maggiore, sotto la premurosa protezione di Maria, Madre comune, e del comune Padre celeste. Ma l’anima non si turbi, si lasci piuttosto condurre in umiltà e in pace SK 643
San Massimiliano Maria Kolbe

Anonimo ha detto...

La nostra compagnia è la strada che Lui ha scelto per rendere possibile la nostra fedeltà alla sua chiamata, che è una convocazione.

Perché da soli non ne saremmo capaci.
Ma Lui ci viene incontro, sempre di nuovo, nei Suoi.
Franca Negri

irina ha detto...

"...Ma si è constatato che permettere senza promuovere non garantisce la dovuta efficacia..."

Vorrei sottolineare: 'permettere senza promuovere' perchè è parte di una tecnica che, assecondando a parole, si oppone nei fatti. Sono, a mio parere, accorgimenti che mentre si presume dicano una cosa, nei fatti la negano. Ho già accennato allo spazio che viene dedicato, in tanti libri di teologia, ai dubbi dell'uomo contemporaneo, ai quali poi si affiancano, si coordinano, frasi e periodi che riecheggiano la Fede. Il risultato qual'è? E' che dubbio e Fede convivono accanto, anzi il dubbio essendo stato esaminato più diffusamente, rimane meglio scolpito nella memoria e nel sentire, mentre la Fede viene spostata in secondo piano, sfumando sempre più all'orizzonte.

Dal punto di vista Cattolico il dubbio va presentato nelle sue cause di nascita e di persistenza ed infine fugato. Può essere fugato solo se accanto gli si pone la roccia della Fede, sulla Verità della quale ogni dubbio si infrange, si dilegua, svanisce. La Fede dunque diventa l'interprete principale del dramma e i dubbi sono solo comparse subordinate destinate a sciogliersi al sole. In sostanza sono due modi di esporre, quello della teologia contemporanea che coordina dubbio e Fede sullo stesso piano come pari; quello della teologia di sempre che subordina il dubbio, pur approfonditamente descritto, alla Fede che primeggia in quanto Verità che fuga ogni incertezza.

Anonimo ha detto...

CIRCA LA VALIDITA’ DELLA SANTA MESSA ED IL DUBBIO SULLA PRESENZA REALE DI GESU’ NELL’EUCARISTIA

Mons. Athanasius Schneider, è un vescovo cattolico, dal 5 febbraio 2011 nominato da Benedetto XVI Vescovo Ausiliare di Maria Santissima in Astana (Kazakhstan). È noto per essere uno dei maggiori difensori della tradizione cattolica e della messa tridentina. In una intervista aveva dichiarato: “Coloro che non credono e non professano completamente l’integrità della fede cattolica occupano spesso posizioni strategiche nella vita della Chiesa, ad esempio diventano professori di teologia, educatori nei seminari, superiori religiosi, parroci e anche vescovi e cardinali”. E recentemente, riguardo alla situazione attuale della Chiesa Cattolica, ha ancora dichiarato: "Uomini senza fede hanno raggiunto le più alte cariche della Chiesa; ci sono membri della gerarchia ecclesiastica che promuovono relativismo, protestantesimo e "un'altra Chiesa". Usano il loro potere per opprimere i fedeli, per proibire la Vecchia Messa in latino. Questo gruppo non ama il catechismo e dato che l'unità della Fede è stata persa, i vescovi sono divisi e questa divisione è visibile in pubblico”. Per cui, ha affermato Schneider, è evidente che i cardinali Marx e Kasper non condividono la stessa fede dei cardinali Burke e Muller.

QUESITI
Se un sacerdote che ha perso la fede consacri l'Eucaristia e assolva validamente.
1) Se il sacerdote che celebra la Santa Messa ha perso la Fede nella Presenza Reale di Cristo nell'Eucaristia, pur recitando in maniera formalmente corretta le parole della Consacrazione, avviene la Transustanziazione?
2) Se, nel celebrare in modo formalmente corretto, mentre recita le parole della Consacrazione "intende fare ciò che fa la Chiesa recitandole" ma non crede affatto ai loro effetti (la Transustanziazione), il pane e il vino si trasforma nel Corpo e Sangue di Cristo o rimane semplice pane e vino?
3) Lo stesso quesito si pone per gli altri Sacramenti, specialmente quello della Riconciliazione: se il sacerdote non crede nel suo sacerdozio ministeriale e considera la Confessione come un colloquio tra amici, oppure la pensa come Lutero, ancorché pronunciasse le parole canoniche dell'assoluzione, la sua "assoluzione" è valida e ratificata da Dio oppure no?

RISPOSTE
1) “Ad validitatem” per la consacrazione eucaristica si richiede che il sacerdote abbia l’intenzione di celebrare il sacramento secondo la “mens” di Gesù Cristo che ha istituito questo sacramento. Anche se lui non credesse più, la consacrazione è valida.
2) Ugualmente la consacrazione è valida anche per la seconda domanda. Nel celebrare, questo sacerdote, ormai miscredente, accetta però di fare ciò che intende fare la Chiesa, e quindi avviene la transustanziazione.
3) È valida anche l’assoluzione data da un prete che ormai abbia perso la fede.

►Il motivo generale è questo: che il sacramento non dipende dalla fede e dalla santità del ministro. È sufficiente che il ministro accetti di essere strumento di Cristo.
►Il Magistero della Chiesa ha fissato come dogma di fede che per l’amministrazione del Battesimo non si richiede la fede del ministro (Concilio di Trento).
►È prossimo alla fede, anche se non è dogma, che questo vale anche per tutti gli altri sacramenti. Negare ciò che è prossimo alla fede significa essere prossimi all’eresia. Dunque è ben certo che non è richiesta la fede.
Per ritenere che il sacerdote che non ha fede NON CONSACRI VALIDAMENTE dovrebbe egli avere l’intenzione di non voler fare ciò che intendeva Cristo e quindi la Chiesa. Senza questa esplicita o implicita intenzione e/o manifestazione, in lui - anche non credendo nella transustanziazione o nel sacramento della Confessione - opera il sacramento dell’ORDINE, che è deputato alla consacrazione eucaristica e all’assoluzione sacramentale (“ex opere operato”).

Anonimo ha detto...

...
Il sacerdote infatti opera IN PERSONA CHRISTI: è Cristo stesso che opera nello strumento del sacerdote consacrato con il Sacramento dell’ORDINE, anche se il sacerdote stesso fosse in peccato mortale od abbia perso totalmente la Fede. Se un sacerdote pertanto pronuncia correttamente le parole della consacrazione o dell’assoluzione esse sono valide per la validità del Sacramento. Perché è Cristo stesso che consacra e che assolve attraverso il mezzo del sacerdote consacrato con il Sacramento dell’ORDINE.
Può certamente avvenire che il sacerdote - senza esprimerlo pubblicamente - intenda proprio intenzionalmente NON CONSACRARE, senza che i fedeli possano saperlo e capirlo. In questo caso, e in ogni caso che uno abbia dubbi se il sacerdote abbia consacrato o meno, bisogna seguire quanto detto da Gesù stesso a Santa Caterina da Siena e riportato nel “Dialogo della Divina Provvidenza” ((libro scritto dalla Santa durante le estasi e apparizioni avute di Gesù, e che l’ha fatta dichiarare “Dottore della Chiesa”): “Il popolo – dice Gesù a Santa Caterina da Siena - deve pregare con condizione: se questo ministro ha detto quel che debba dire, CREDO VERAMENTE CHE TU SIA CRISTO, FIGLIO DI DIO VERO E VIVO, DATO A ME IN CIBO DAL FUOCO DELLA INESTIMABILE CARITA’, E IN MEMORIA DELLA TUA DOLCISSIMA PASSIONE E DEL GRANDE BENEFICIO DEL SANGUE, IL QUALE SPANDESTI CON TANTO FUOCO D’AMORE PER LAVARE LE NOSTRE INIQUITA’. Facendo così, la cecità di colui (il sacerdote che non consacra) non darà loro (al popolo) tenebre, adorando una cosa per un’altra: SEBBENE COLPA DI PECCATO VI SIA, QUESTA E’ SOLO DEL MINISTRO” (Santa Caterina da Siena, DIALOGO DELLA DIVINA PROVVIDENZA).
Preciso che il caso cui fa riferimento Gesù a Santa Caterina – e riportato nel “Dialogo della Divina Provvidenza” – è quello dei sacerdoti del suo tempo, i quali pronunciavano le parole della consacrazione in silenzio, non udibili dai fedeli. In tali casi avveniva che certi sacerdoti che vivevano in peccato mortale, pensando che celebrando in tale stato – senza premettere la confessione – commettevano un sacrilegio consacrando, allora fingevano di consacrare non dicendo mentalmente le parole della consacrazione, ma – dopo la finta consacrazione – mostravano ai fedeli l’Ostia come se fosse stata consacrata, inducendoli perciò in un atto di idolatria di un semplice pane. In tali casi, appunto, il popolo non aveva colpa di tale atto di idolatria che involontariamente commettevano, ma l’aveva solo il sacerdote, che per non fare un sacrilegio personale, faceva però anche un peccato più grave inducendo l’idolatria (di un pane non consacrato) nel popolo inconsapevole. Oggi tuttavia è più difficile che avvengano simili casi, perché la Chiesa al sacerdote fa pronunciare a voce alta le parole della consacrazione, da tutti udibili, ed anche se il sacerdote non ha più la fede, ma pronuncia quelle parole secondo le intenzioni di Cristo e della Chiesa, LA CONSACRAZIONE AVVIENE SEMPRE.

Anonimo ha detto...

...
LA SANTA MESSA COME SACRIFICIO

E’ dogma di fede che la Santa Messa è un SACRIFICIO vero e proprio. La questione che può sorgere è la seguente: quale delle parti della Messa costituisce l’azione sacrificale vera e propria? E’ sentenza comune che l’azione costitutiva del sacrificio consiste soltanto nella consacrazione del pane e del vino. Perché esista il sacrificio è richiesta perciò la doppia consacrazione, secondo come è stata compiuta da Cristo nell’ultima Cena. La doppia consacrazione è necessaria per rappresentare in modo sacramentale la reale separazione del Corpo e del Sangue di Cristo avvenuta nel sacrificio della Croce (cfr. San Tommaso, S. Th. III, 82, 10). Quand’anche il sacerdote fosse divenuto incredulo, se la consacrazione è fatta dal sacerdote implicitamente secondo l’intenzione di Cristo (che è il celebrante principale), vi è la Presenza Reale di Cristo e si compie il Sacrificio incruento, rinnovazione del Sacrificio cruento della Croce.
Quindi la Messa è valida, così come la Comunione Eucaristica, indipendentemente dall’adesione del sacerdote – nella Messa - ad un Papa o ad un altro, in quanto nella Messa viene applicata l’intenzione di Cristo e non del Papa (che sia vero o meno, eretico o meno).

Anonimo ha detto...

http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/la-contro-chiesa/6032-la-bussola-c-e

Abbiamo bisogno di una bussola e la bussola c’è. Come fanno i credenti a possedere gli strumenti per discernere il vero Magistero da quello non vero? L'azione coordinata di Benedetto XVI e Francesco per scardinare la tradizione
Francesco Lamendola vita la Giornata di studio e tre relazioni significative, tra cui questa.

Luigi ha detto...

Si sa se e quando verranno pubblicati i video del congresso?