venerdì 24 marzo 2017

“Credo la Chiesa cattolica e apostolica” - Gerhard card. Müller

Come già annunciato qui, la sera del 22/03/2017, il Card. Gerhard Müller è intervenuto a Trieste, nella Cattedrale di San Giusto martire, sul tema “Credo la Chiesa cattolica e apostolica” per la serie di incontri della “Cattedra di San Giusto per il tempo di Quaresima 2017”. Ne riprendiamo il testo dalla trascrizione sul sito della diocesi a cura del Vescovo di Trieste, mons. Giampaolo Crepaldi.
Luci e ombre. Rimando i commenti, che non possono mancare, dopo una lettura più meditata.

Qui la Conferenza del Card. Robert Sarah: “Credo la Chiesa una e santa”, 15 marzo

Credo la Chiesa cattolica e apostolica
Conferenza di S.Em. il Card. Gerhard Müller
Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede
Trieste, 22 marzo 2017

I.
Ringrazio anzitutto il vostro Vescovo per l’invito che ha voluto così gentilmente rivolgermi. Ringrazio ciascuno di voi per essere venuto qui, questa sera, in Cattedrale, per la meditazione che mi accingo a proporvi sul tema “Credo la Chiesa cattolica e apostolica”. E vorrei subito iniziare, a questo proposito, osservando che la Chiesa non si è mai concepita come un semplice aggregato di singole persone religiose, ma come una comunità salvifica fondata nell’evento di Cristo. Essa è, come corpo di Cristo, la koinonia (communio) di tutti i membri del corpo uniti tra loro e con Cristo capo. La comunione e la solidarietà si traducono in atto nell’azione solidale e nell’intercessione. Il servizio reciproco in base al dono peculiare e personale della grazia (cfr. 1Pt 4,10; Rm 12,3; 1Cor 12,26) serve all’edificazione della comunità (cfr. Ef 4,12). Mediante lo scambio reciproco, la solidarietà nella sofferenza, nella speranza e nella mutua intercessione dei singoli membri del corpo, Cristo, capo della Chiesa, fa pervenire i singoli cristiani al loro compimento e unisce il corpo e le sue molte singole membra a se stesso in veste di Capo (cfr. Ef 4,13-16). In connessione con la memoria dei martiri della Chiesa primitiva crebbe la convinzione che la morte non distrugge il legame vitale dei membri del corpo di Cristo. Esiste piuttosto un’unione storico-orizzontale e un’unione verticale, che supera il confine della morte, tra la Chiesa peregrinante (sancti in via) e la Chiesa celeste (sancti in patria; cfr. Ap 6,9; Eb 12,22-24).
Passiamo però ora in rassegna, con una breve sintesi, le principali affermazioni sulla Chiesa che troviamo nella Sacra Scrittura.
  1. La Chiesa è una comunità visibile di uomini uniti nella confessione della fede, nella vita cultuale e nell’autorità dei primi apostoli. Essa è, quale opera del Dio che si rivela, popolo di Dio Padre, corpo di Gesù Cristo, del Figlio incarnato, tempio dello Spirito Santo. È costituita mediante l’elezione da parte di Dio, mediante il raduno della comunità dei discepoli per formare il popolo escatologico di Dio, nonché in maniera definitiva mediante la croce e la risurrezione di Cristo e mediante l’effusione escatologica dello Spirito Santo. Perciò essa è, come comunità di uomini, il segno e lo strumento, chiamato da Dio, della volontà salvifica divina.
  2. La Chiesa, rappresentando la volontà salvifica universale di Dio, è a sua volta universale. Concretamente essa sussiste nelle Chiese locali e si attua come comunità nella preghiera, nella dottrina degli apostoli e nel governo apostolico (cfr. At 2,42.46). Essa è il luogo della realizzazione della fede, della speranza e dell’amore ed è di continuo edificata mediante la parola del Vangelo e il particolare mediante il Battesimo e la Cena del Signore.
  3. Per mezzo della Chiesa e nella Chiesa il Signore glorificato esercita, nello Spirito Santo, la sua missione salvifica universale. La Chiesa è dotata di tutti i doni e ministeri di cui ha bisogno per svolgere il proprio servizio.
  4. La Chiesa è edificata – come comunione di Chiese – dallo Spirito con i doni, i ministeri e gli uffici carismatici. La forma ministeriale post-apostolica della Chiesa costituita da episcopi/presbiteri e diaconi ha il suo punto storico di riferimento nell’apostolato originario e nei ministeri comunitari e sovra-comunitari scaturiti dall’apostolato. Tali ministeri sono sacramentali, perché il loro conferimento mediante il segno dell’imposizione delle mani e mediante la preghiera è sorretto dallo Spirito di Dio e perché il Signore glorificato stesso fa così partecipare alla propria missione e potestà.
  5. La coscienza dell’unità universale della Chiesa si manifesta nell’esercizio della responsabilità nei confronti di tutta la Chiesa, come fa ad esempio Paolo, il quale tiene contemporaneamente presenti tutte le sue comunità e le concepisce come l’unica Chiesa di Cristo; inoltre si manifesta nel raduno degli «apostoli e presbiteri» (At 15,4), che sotto la guida dello Spirito Santo risolvono comunitariamente una questione importante attinente tutta la Chiesa (cfr. At 15,22.28).
  6. In modo particolare è Pietro, quale portavoce della comunità pre-pasquale dei discepoli e quale primo testimone della risurrezione, il garante dell’unità della comunità pre-pasquale dei discepoli di Gesù e della Chiesa post-pasquale di Cristo. In seno al collegio degli apostoli, egli occupa una posizione preminente come testimone e proclamatore della fede in Cristo. Così, ad esempio, nel Vangelo secondo Matteo: «Disse loro: “Voi chi dite che io sia?” Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”» (Mt 16,15-19). Oppure, in san Luca: «Io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,32). Lo stesso troviamo negli Atti degli Apostoli (cfr. At 2,32; 10,37-43; 15,8). A Pietro il Signore risorto affida il ministero pastorale universale nei confronti dei propri discepoli e quindi il ministero dell’unità universale della Chiesa. «Quando ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci le mie pecorelle”. Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecorelle”» (Gv 21,15-17).
II.
Passiamo ora a esaminare, sempre in estrema sintesi, le affermazioni dottrinali essenziali circa la Chiesa, riconoscendo, a partire da quanto appena esposto, l’origine della Chiesa nella volontà salvifica del Dio trino.
  1. La volontà salvifica di Dio Padre diventa manifesta nell’elezione di Israele a popolo dell’Alleanza. Gesù Cristo, il Verbo incarnato del Padre, realizza nella sua attività messianica e nella sua croce e risurrezione il regno escatologico di Dio. Il popolo di Dio è ricostituito come popolo dell’alleanza nel sangue di Cristo (cfr. At 20,28) ed esiste come Chiesa fatta di ebrei e pagani (cfr. Ef 2,14). La Chiesa è così il corpo (mistico) di Cristo, è la comunità visibile di uomini appartenente al Signore, comunità radunata nell’unità delle fede, dei sacramenti e della struttura ecclesiale concreta, nonché chiamata a essere segno e strumento dell’affermazione della volontà salvifica divina. Lo Spirito inviato dal Padre e dal Figlio ne fa il segno della sua presenza escatologica, per cui essa è il tempio dello Spirito Santo. Lo Spirito sorregge i suoi atti essenziali della martyria, leiturgia e diakonia, compiuti dalle sue persone, istituzioni, carismi e uffici, per cui è la sua anima.
  2. La Chiesa ha essenza sacramentale. La Chiesa è cioè, in Cristo, il sacramento, il segno e lo strumento della volontà salvifica universale di Dio. La sua forma visibile e sociale è il segno efficace della comunione invisibile degli uomini con Dio e fra di loro nella vita della grazia. La sua essenza sacramentale trova la sua più alta condensazione nella celebrazione dell’Eucaristia (cfr. Lumen gentium, n. 11; Sacrosanctum concilium, n. 10). Nella Chiesa e con la Chiesa, il Cristo presente nello Spirito Santo esercita la sua funzione sacerdotale, regale e profetica.
  3. Dal carattere sacramentale della Chiesa scaturisce, come suo essenziale distintivo, la sua indefettibilità, cioè la sua indistruttibilità. L’indefettibilità della Chiesa come società visibile e come comunione soprannaturale invisibile è una conseguenza della sua essenza sacramentale, in quanto essa è il segno della volontà salvifica vittoriosa di Dio nella storia e nella sua durata sino alla fine del tempo (cfr. Mt 28,20). Una corruzione totale della Chiesa, dei suoi atti fondamentali e della sua costituzione essenziale è perciò impossibile, malgrado i peccatori presenti in essa. Pure la Chiesa visibile e peregrinante rimane «indefettibilmente santa» (Lumen gentium, n. 39, contro il montanismo, il novazianismo e determinate affermazioni della riforma protestante). L’indefettibilità del suo essere e della sua essenza si concretizza nei suoi tre atti fondamentali:
    1. nella martyria, per cui nelle decisioni definitive della sua predicazione magisteriale la Chiesa è infallibile. La Chiesa nel suo complesso (sensum fidelium) e il magistero hanno il carisma dell’infallibilità, mediante cui lo Spirito Santo garantisce l’indistruttibilità della Chiesa nella predicazione autentica del Vangelo;
    2. nella leiturgia, mediante l’efficacia oggettiva dei sacramenti (ex opere operato);
    3. e nella diakonia, in quanto realizzazione dell’amore per Dio nell’amore per il prossimo (cfr. Mt 25).
  1. A questo punto comprendiamo le quattro proprietà distintive della Chiesa.
    1. L’unità/unicità. L’una e unica Chiesa di Cristo – così si esprime la Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium del Concilio Ecumenico Vaticano II – «sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui, ancorché al di fuori del suo organismo si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità, che, appartenendo propriamente per dono di Dio alla Chiesa di Cristo, spingono verso l’unità cattolica» (n. 8). L’unità si realizza come «communio» delle Chiese locali episcopalmente strutturale. Essa si realizza nella comunione della fede, dei sacramenti e della costituzione ecclesiale (Concilio, Sinodi, Papato). Malgrado le tante tensioni, l’unità e l’unicità della Chiesa continuano a sussistere anche visibilmente. L’unità è un dono preventivo della grazia divina, dato concretamente nel Battesimo, ma tende a divenire più manifesto nel travaglio del tempo. Dall’unità come dono di Dio alla sua Chiesa scaturisce il compito di rendere tale dono chiaramente riconoscibile anche nell’immagine fenomenica di tutta la cristianità, proprio come avviene per l’unità della singola persona umana, corpore et anima unus. Così si esprime san Giovanni: «Che tutti siano uno come tu, Padre, in me e io in te, affinché siano anch’essi in noi, in modo che il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). Questo è lo scopo per cui lavora il movimento ecumenico, che cerca di superare le divisioni e di raggiungere l’unità visibile della Chiesa che, come già ricordato con le parole del Concilio, «sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui» (LG, n. 8).
    2. La santità della Chiesa è nello stesso tempo un dono e un compito (attenzione a non scambiare il significato ontologico con quello morale di “santo”): come opera di Dio la Chiesa è santa nella sua essenza, nei suoi atti e nei suoi membri, in quanto in essa il Santo e Santificante si rappresenta e vuole efficacemente divenire la salvezza degli uomini. Benché singoli uomini possano diventare e diventino nella Chiesa peccatori, essi continuano ad appartenere alla Chiesa visibile. La Chiesa non è solo santa come la schiera dei preconosciuti e predestinati alla salvezza. Pure i peccatori fanno parte della Chiesa visibile, di cui però non cancellano la santità, perché la santità della Chiesa consiste nella sua permanente abilitazione a svolgere il ministero salvifico e non nella irreprensibilità morale personale di tutti i suoi membri. Può addirittura succedere che il popolo peregrinante di Dio non sia all’altezza, nel suo complesso, delle sfide di un’epoca e “pecchi” nei confronti della propria missione. Tuttavia neppure questo elimina la missione salvifica indistruttibile della Chiesa. E chi, peccando, è entrato in contrasto con l’essenza santa della Chiesa, può di nuovo essere inserito, mediante il sacramento della riconciliazione, nella vita piena della Chiesa santa.
    3. La cattolicità della Chiesa si configura sia in senso quantitativo sia in senso qualitativo. Dalla volontà salvifica universale di Dio scaturisce la cattolicità quantitativa, cioè l’universalità, della Chiesa, in quanto tutti gli uomini sono chiamati senza limitazione alcuna (ad esempio, di appartenenza etnica, stato sociale, età, sesso, ecc.) alla comunione con Dio tramite la loro appartenenza alla Chiesa. E sempre dalla volontà salvifica escatologica di Dio scaturisce pure la cattolicità qualitativa, in quanto Dio ha affidato alla sua Chiesa la pienezza della verità dell’autorivelazione in Gesù Cristo affinché la predichi integralmente, cosa per la quale essa possiede tutti i mezzi, le istituzioni e i ministeri salvifici necessari all’adempimento della sua missione (cfr. LG, n. 8).
    4. L’apostolicità della Chiesa. A motivo della mediazione storica della rivelazione, la Chiesa, nel suo insegnamento, nella sua vita sacramentale e nella sua costituzione di organismo sociale, è realmente identica, nel corso dei tempi e nel succedersi delle generazioni, con la Chiesa di tutti i tempi e di tutti i luoghi, nonché in modo speciale con la sua origine storica nella Chiesa primitiva degli «apostoli», cioè del gruppo pre-pasquale e post-pasquale dei Dodici, degli altri testimoni della risurrezione e dei principali missionari proto-cristiani. Dell’apostolicità nella dottrina e nella vita sacramentale fa parte, secondo la visuale cattolica e ortodossa, anche l’origine dell’episcopato sacramentale degli apostoli. I vescovi sono, nel loro ufficio di capi della comunità e di testimoni autoritativi della risurrezione, successori degli apostoli. Il ministero apostolico della Chiesa primitiva viene trasmesso mediante la successione apostolica nel sacramento dell’ordine, così come il collegio degli apostoli continua nel collegio episcopale e forma con esso un’unità storica, dotando la Chiesa di un segno efficace della sua forma apostolica. Pertanto, la costituzione della Chiesa, in particolare il ministero ecclesiale, è di «istituzione divina» (LG, 20). Il Vescovo di Roma è, come successore dell’apostolo Pietro, capo del collegio dei vescovi e principio e fondamento della sua unità nella dottrina e nella communio. La missione dei laici (cfr. LG, 33) è pure una realizzazione diretta dell’essenza apostolica della Chiesa. L’apostolato laicale non consiste in una delegazione della missione apostolica da parte dei vescovi, ma in una partecipazione originaria alla missione complessiva della Chiesa in virtù del Battesimo e della Confermazione. La missione apostolica complessiva della Chiesa si attua nei diversi carismi e ministeri, il cui coordinamento (non la paternità) spetta ai vescovi, quali custodi dell’unità della Chiesa locale e della comunione delle Chiese locali fra di loro in seno alla Chiesa universale.
III.
E vorrei concludere, nella terza e ultima parte del mio intervento, con alcune osservazioni, sempre per necessità sintetiche, circa la necessità della Chiesa pellegrinante per salvarsi e la tipologia mariana della realtà della Chiesa.
  1. L’adagio della Chiesa antica extra ecclesiam nulla salus (fuori della Chiesa non v’è salvezza) va interpretato come espressione dell’inseparabilità della volontà salvifica universale di Dio dalla sacramentalità della Chiesa e non come affermazione categorica sul destino finale di chi cristiano o cattolico non è. L’affermazione relativa alla necessità salvifica strumentale della Chiesa va vista insieme con le affermazioni relative alla volontà salvifica universale, che può raggiungere il suo scopo anche al di fuori dei confini della Chiesa visibile. Ovunque però la grazia di Cristo è all’opera, lì essa tende per sua propria natura a realizzarsi in maniera sacramentale ed ecclesiale piena. La necessità della Chiesa risulta dal comandamento di Cristo che l’ha destinata a essere il mezzo della salvezza. Sul piano della visibilità della Chiesa esiste una forma graduata di appartenenza a essa in qualità di sue membra: «Sono pienamente incorporati nella società della Chiesa quelli che, avendo lo Spirito di Cristo, accettano integralmente la sua organizzazione e tutti i mezzi di salvezza in essa istituiti, e che inoltre, grazie ai legami costituiti dalla professione di fede, dai sacramenti, dal governo ecclesiastico e dalla comunione, sono uniti, nell’assemblea visibile della Chiesa, con il Cristo che la dirige mediante il sommo Pontefice e i vescovi» (LG, 14).
  2. L’unità nuziale del mondo con Dio in Gesù Cristo. Se il compimento e la manifestazione dell’unità sono pensabili solo come scambio dialogico tra Dio e l’uomo in un’alleanza fatta di amore puro, allora soltanto Cristo potrà essere il centro e la fonte di questo sacrum commercium, della comunione nuziale dell’Agnello e della Chiesa sua sposa (cfr. Ap 19,7), che con lo Spirito Santo invoca l’avvento definitivo del regno di Dio (cfr. Ap 22,17). Proprio perché non è possibile cogliere pienamente l’essenza della Chiesa quale mistero di fede con categorie sociologiche, già la teologia dei Padri aveva fatto ricorso a metafore bibliche, applicandole, mediante un’interpretazione spirituale della Scrittura, tipologicamente e allegoricamente, all’essenza della Chiesa: la Chiesa, quale popolo dell’alleanza, sta per così dire di fronte a YHWH come vergine e figlia di Sion, essa è la sposa di Cristo che, ascoltando e pregando, accoglie la parola e la grazia di Dio. In questo modo essa diventa anche la madre che, attraverso la predicazione del Vangelo, il Battesimo e l’Eucaristia genera, nutre ed educa i fedeli come suoi figli. La Chiesa è, per così dire, la nuova Eva, l’unica arca della salvezza, la navicella di Pietro, il gregge di Dio e la sua vigna, il paradiso, la tunica senza cuciture e indivisa di Cristo, e infine, con riferimento al Cantico dei Cantici, la colomba.
  3. La Chiesa, come popolo dell’Alleanza, non è una comunità religiosa nel senso generale e generico dell’espressione. Essa è piuttosto, per così dire, una persona (cfr. Gal 3,28: «tutti voi siete uno in cristo Gesù») che ascolta la Parola di Dio ed è inviata a predicare il Vangelo. Ascoltando la parola, essa realizza il suo rapporto con Dio come vergine e sposa, mentre nella predicazione del Vangelo e in tutto il suo ministero salvifico appare ai fedeli come una madre sollecita. La Chiesa come vergine e madre trova la sua rappresentazione più perfetta nella donna, che nella fede è diventata la vergine Madre di Dio. Maria, la madre di Gesù, rappresenta come «figlia di Dio Padre» (come creatura eletta da Dio), come «madre del Figlio» e «tempio dello Spirito» l’origine trinitaria della Chiesa. Perciò Ella viene salutata anche come un membro eminente e assolutamente unico della Chiesa, nonché come tipo e modello chiarissimo (exemplar) nella fede e nell’amore, per cui la Chiesa cattolica, ammaestrata dallo Spirito Santo, la venera con pietà filiale (filialis pietatis affectu) quale Madre amatissima (cfr. LG, 53 e 63). In Maria la Chiesa è già giunta a compimento: Ella è assunta in cielo. Poiché la grazia è l’origine del compimento finale, la Chiesa vede in Maria, che fu preservata dal peccato originale, il paradigma del proprio compimento escatologico, che avrà luogo con il ritorno di Cristo (cfr. LG, 65). Maria è tipo (modello) della Chiesa e nello stesso tempo, in virtù della sua maternità divina, il membro più eminente del corpo sociale di Cristo. Ella, «finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo, e dal Signore esaltata quale regina dell’universo per essere così più pienamente conforme al Figlio suo, Signore dei signori (cfr. Ap 19,16) e vincitore del peccato e della morte» (LG, 59). Dall’impegno di Maria nell’economia della salvezza deriva il suo compito permanente nell’economia della grazia: «Anche dopo la sua assunzione in cielo, ella non ha interrotto questa funzione salvifica, ma con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci i doni che ci assicurano la nostra salvezza eterna. Con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata» (Lumen gentium, 62). 
Vi ringrazio per la vostra attenzione

15 commenti:

Anonimo ha detto...

http://www.lastampa.it/2014/09/07/italia/cronache/imbarazzi-a-imola-per-lanatema-anti-islam-X8tLFJbNaN4hWIkSpGIyZI/pagina.html

Se i musulmani non hanno il coraggio di condannare persecuzioni e atrocità commesse in nome della loro fede, è meglio che facciano le valigie e lascino l’Italia. Suonano così le parole del vescovo di Imola, monsignor Tommaso Ghirelli, contenute nella lettera pubblicata sul settimanale della diocesi «Il Nuovo Diario Messaggero»: un invito a dissociarsi dalle efferatezze compiute in Medio Oriente, reso in termini ultimativi che non lasciano scelta agli «islamici presenti tra noi»: «Altrimenti - scrive il vescovo nella parte finale della lettera -, dovrebbero avere il coraggio di allontanarsi dalle nostre terre, perché nessuno vuole avere nemici in casa».

irina ha detto...

Una rapida lettura, a fine giornata, impressione: di scuola.

Anonimo ha detto...


Words, words, words…

Silvio Brachetta ha detto...

Breve sintesi “soggettiva” degli incontri, cioè breve cronaca da Trieste:

Sarah è apparso più preoccupato, mentre Müller riesce a dissimulare eventuali preoccupazioni.
In generale, mi sembra sia migliore l’intervento di Sarah: è andato in profondità non tanto sulla Chiesa (tema della serata), ma sulla relazione grazia-opere. Non solo, ma il suo intervento ha necessariamente coinvolto la metafisica: la Chiesa, il matrimonio, sono già ciò che sono. Sembra banale, ma è tutto.

Müller ha fatto un buon intervento, ma credo non sia andato molto oltre una decente panoramica ecclesiologica. Mi ha dato l’impressione di dover essere volutamente “abbottonato”, per via del ruolo che copre. L’ho visto, comunque, più sciolto di Sarah.

In entrambi è mancata, nell’occasione, la forza oratoria che il pubblico avrebbe preferito. I due hanno letto le loro relazioni già scritte. Non poteva essere diversamente.
Già è ammirabile il loro esporsi, anche alle eventuali critiche, senza troppi problemi.

mic ha detto...

Mi ha dato l’impressione di dover essere volutamente “abbottonato”, per via del ruolo che copre

Forse volutamente abbottonato in generale; ma a me è parso esplicito su alcuni 'bachi' conciliari che non sono rimasti senza conseguenze e purtroppo ormai fanno parte di un sensus ecclesiae modificato (dovrò parlarne attentamente motivando). Nelle citazioni appaiono unicamente la Scrittura e i documenti conciliari e post... il resto è sparito dall'orizzonte. E non solo purtroppo nelle citazioni, ma anche nei contenuti veritativi e senza bisogno di ermeneutiche...
Ormai le due fonti della Rivelazione non sono più Scrittura e Tradizione, ma scrittura e concilio, che si autocita e autoevolve (o involve, secondo i punti di vista) all'infinito...

mic ha detto...

Grazie Silvio della tua impressione.
Colpisce la 'preoccupazione' di Sarah e la disinvoltura di Muller. Diversi i temperamenti; ma forse diversa è anche la consapevolezza...

Silvio Brachetta ha detto...

L'ultimo Concilio appare infatti come autorità somma.
Non so dire quanto questo ignorare il "pre" sia voluto, o conveniente, o strategico.

Anonimo ha detto...

@Anonimo 22:27
Quale imbarazzo? Una volta tanto che uno dice una cosa giusta e sensata, si imbarazzano?

Anonimo ha detto...

"Nelle citazioni appaiono unicamente la Scrittura e i documenti conciliari e post... il resto è sparito dall'orizzonte. ...Ormai le due fonti della Rivelazione non sono più Scrittura e Tradizione, ma scrittura e concilio, che si autocita e autoevolve (o involve, secondo i punti di vista) all'infinito..."

Efficacissima sintesi. Si cerca di combattere le conseguenza nefaste del CVII con le armi forgiate dal CVII, con i piedi piantati sulla "roccia" del CVII.
Quando si costruisce la casa sulla sabbia, il primo vento che tira la butta giù. L'intenzione di qualcuno sarà certamente buona (prudenza, evitare lo scisma ecc), ma di buone intenzioni é lastricato l'inferno. Non si costruisce niente di buono, niente di saldo, sulla sabbia. Meno che mai se la sabbia é mobile. Inevitabilmente inghiotte. Per vinvere le tenebre occorre la luce, non il fumo. E la luce non va tenuta nascosta, dissimulata.

Anna

Anna

irina. ha detto...

Intervento del vescovo di Agrigento, Giovanni Battista Peruzzo, 29 ottobre 1962 (R. De Mattei,il CVII,p.247)

"E' sempre di grande importanza prestare attenzione alle origini delle famiglie, delle istituzioni, delle realtà, delle dottrine: chi è il padre, chi la madre, chi la guida. Se la fonte (l'origine) fu sana, sarà facilmente sana nel corso del tempo. Se la fonte è inquinata, difficilmente diventerà pura. Basandomi su questi principi, ho davanti agli occhi l'origine del movimento antiliturgico: quali i padri, quali le guide."

Questo concetto fa il paio con i frutti dell'albero, entrambi non sono più presi in considerazione da tempo. Vengono letti come pregiudizi, tenuti forse in conto dalla versione aggiornata di pre-comprensione, che è comunque uno step da superare. Frutti e radici sono dei fatti, come tali richiedono tutta l'attenzione loro dovuta, in nome della verità che deve guidare il giudizio equanime.
Rileggendo De Mattei, mi son detta che la Chiesa non ha fatto da sentinella, additando gli errori dello spirito di quel tempo, ma ad esso si è piegata, assecondandolo, facendo la graziosa. Ed è stata abusata nel pensiero e nelle membra.
Come già ho scritto, una storiaccia, di periferia, da malavitosi.
Da tener presente che quasi tutti i vescovi non erano andati a Roma per combattere. Un manipolo di esaltati tramò, scavalcò tutti gli steccati, sentenziò verso l'esterno, bisbigliò nei corridoi.Così i vescovi furono soggiogati da pochi invasati che li condussero.Lasciando da parte le ragioni di GXXIII , nelle quali mi par di intravedere più terra che spirito. Le radici del CVII mi sembrano essere sotto il segno dell'inganno, della ipocrisia, della desistenza, di un'ebbrezza di pochi che lasciò i molti storditi, abbacinati.

Andrea M ha detto...

L’unità visibile della Chiesa di Cristo c’è già ed è la Chiesa Cattolica, “Una, Santa, Cattolica e Apostolica”, unica Chiesa di Cristo!
Spiegatemi l’illogicità del ragionamento di Muller che tenta di spiegare che il movimento ecumenico cerca di raggiungere l’unità visibile che in realtà già ora è presente nella Chiesa Cattolica! Basterebbe che gli eretici e gli scismatici tornassero cattolici, invece di cercare un’inesistente comunione, che altro non è che un’aggregazione per giustapposizione…

Anonimo ha detto...

L’unità visibile della Chiesa di Cristo c’è già ed è la Chiesa Cattolica, “Una, Santa, Cattolica e Apostolica”, unica Chiesa di Cristo!
Spiegatemi l’illogicità del ragionamento di Muller sul movimento ecumenico che cerca di raggiungere l’unità visibile che già ora, in realtà, è presente nella Chiesa Cattolica! Basterebbe che gli eretici e gli scismatici tornassero cattolici, invece di cercare un’inesistente comunione, che altro non è che un’aggregazione per giustapposizione…

Rr ha detto...

Irina,
ed ora che sappiamo quanto marcio ci fosse nella vita personale di molti di quei manigoldi, di quei malavitosi, come li chiami tu giustamente, comprendiamo tante, tante, cose: il Maligno entro' a piene mani e pieni zoccoli in quell'assisa, purtroppo, non solo col suo fumo, ma con tutto il suo corpaccio, seppur diviso in quello dei tanti suoi discepoli.
Solo cosi si spiega quel che è successo dopo.

irina ha detto...

RR,
c'erano anche tante oneste e sante persone. Il vescovo di cui ho copiato il piccolo brano era una di queste. Molti nelle Commissioni ed in Aula si sono battuti con coraggio ed onestà intellettuale. Non è bastato. Come tu dici giustamente la vita di molti non era in linea con la tonaca che, tra l'altro, alcuni non indossavano più.E' stato come un convergere di tutte le eresie sottotraccia da tempo, da prima dell'inizio del '900. E lo stare insieme così a lungo e in maniera informale, credo, abbia moltiplicato lo spirito di ribellione. Molti elementi della alleanza centro europea avevano uno spirito antiromano. Come i giovani che si rivoltano contro i genitori, qui contro la Madre.Anche lì, allora, il Padre era,larvatamente, dalla parte dei figli al passo dei tempi, rivoluzionari. Un bel pasticcio. Personalmente, se fosse possibile, lascerei cadere questi documenti nel dimenticatoio. Separare il buono dal cattivo mi sembra un lavoro altrettanto pericoloso che lasciarlo così com'è. Quello che dice Bergoglio è quello che si diceva, a seconda dell'argomento, sottovoce prima, durante e dopo il CVII.Quindi lui è in linea perfetta con parte di quella generazione. Questi hanno impiegato un secolo per arrivare alla piena manifestazione delle intenzioni ultime. GPII ,a mio avviso, si è salvato per la grande devozione a Maria Santissima. BXVI alla fine è stato in Curia tutta la vita, capendo, spero, la vanità di tanti pensieri, di tanto vano ragionar tra sè. Ci vorrebbe un grande Pontefice saggio e forte, capace di far ordine senza che voli una mosca.Non per paura, ma per autentico rispetto e ammirazione da parte di tutti.

Rr ha detto...

Certo, Irina.
Me se anche i soldati sono coraggiosi, ma gli ufficiali ed il Capo d'Armata hanno deciso di tradire, o perché convinti che la guerra è sbagliata, o giusta, ma condotta male, o perché in realtà sono traditori vendutisi al Nemico già da tempo, o perché con tare personali tali che la guerra non la possono proprio fare, la guerra sarà persa
Certo, ci vorrebbe un grandissimo Papa per rimediare alla sconfitta.
Speriamo e preghiamo che il Signore ce lo inviii quanto prima possibile.