domenica 26 marzo 2017

Omeopatia o bisturi? un dibattito su come curare la necrosi liturgico-dottrinale

In un suo recente commento la nostra Luisa ci ha segnalato il link di uno scritto degno di grande attenzione, che ben si inserisce nell’infervorato dibattito sull'opportunità o meno, nell’attuale temperie, di venire incontro al gregge ignaro e confuso, codificando vari accorgimenti affinché, con tatto e gradualità, si possa far fronte alla necessità di aiutarlo a riscoprire l’autentica dottrina e la liturgia cattolica.
Il Novus Ordo è innegabilmente l’elemento primordiale del cattolico medio, nel quale è immerso fin dalla nascita o quasi; per lo più non conosce e non concepisce altro, anzi da ormai mezzo secolo è indottrinato dall’imperante pregiudizio postconciliare subliminale o espresso apertamente contro tutto ciò che sa di preconcilio, di tradizionale.
Perciò, secondo alcuni, sarebbe indice di una palese mancanza di sensibilità, di pastoralità o di naturale buon senso della realtà essere orientati in modo determinato e univoco verso l'autentica Messa Cattolica quale unica via di scampo dallo sfacelo dottrinale e liturgico attuale, reso ancor più evidente dall'attuale pontificato, a causa del suo mostrarsi apertamente disinteressato ad ambedue gli aspetti.
Di conseguenza, nella prospettiva di una futura risalita dal baratro, sempre più spesso si sente prefigurare un ritorno, percepito come indispensabile ed unico rimedio, a quel ben noto progetto liturgico chiamato “riforma della riforma” di ratzingeriana memoria, che, dopo aver avuto scarsissimo seguito presso l'episcopato, fu bruscamente interrotto dall'ascesa al soglio massimo da parte dell'attuale pontefice che, come è noto, ”non rubricat nec cantat”, cioè della liturgia -per dirla alla romanesca- “non gliene può fregar de meno”.

Si sostiene per di più che, per non ingenerare traumi insormontabili, parimenti non sarebbe proprio il caso di mettere in discussione il CVII con tutte le sue connaturali derive ireniche interreligiose ed ecumeniste, cui la nuova "lex orandi" è ben coordinata, ma occorrerebbe limitarsi a parare soltanto i danni degli eccessi postconciliari e nella fattispecie ultimamente di quelli bergogliani.
Si afferma ancora che le due cosiddette forme del rito romano, quella ordinaria del Novus Ordo e quella straordinaria del Vetus, potrebbero arricchirsi gradualmente a vicenda e dar origine ad una forma intermedia che condensi il meglio delle due, in modo da realizzare quello che si considera l’intendimento originale del Concilio, cosicché, appellandosi alla lettera del medesimo, il popolo possa assorbire senza scosse una futura auspicabile riforma da somministrare in modo indolore come a dosi omeopatiche.

Don Nicola Bux, famoso liturgista, scrisse un libro su questa problematica, intitolato “La riforma di Benedetto XVI. La liturgia tra innovazione e tradizione”.
Gli rispose nel 2009 la Fraternità San Pio X, con un’articolata lettera aperta, nella quale emerge che sebbene nell’analisi della situazione i due interlocutori siano sulla stessa lunghezza d’onda non altrettanto avviene per le conseguenze operative.
Questa lettera ha il pregio di riassumere efficacemente il libro di don Bux, tratteggiando con precisione gli aspetti di sintonia reciproca. In particolare emergono con speciale chiarezza, a edificazione del lettore assetato di verità, le strabilianti discrepanze di significato tra le due cosiddette forme del medesimo rito.

Qui di seguito ne riporto il paragrafo finale, dove, con ottime motivazioni, la Fraternità ribadisce la sua convinzione dell’indispensabilità ad andare diritti all’obiettivo, e lo fa non solo a suon di argomenti davvero cogenti, ma pure rammentando l’esperienza aneddotica di dom Guéranger, che conobbe e scoprì il rito tridentino proprio mentre nutriva antipatia per il medesimo.

Uno scritto prezioso, da tenere tra i “preferiti” per i fedeli, 
affinché scoprano e riscoprano i “segreti” della Messa Cattolica classica, ma anche per i sacerdoti, che per formazione conoscono solo il Novus Ordo, e direi anche, anzi soprattutto, per quelli che conoscono ambedue le cosiddette forme e si sentono biritualisti, non solo per costrizione, necessità o scrupolo pastorale, ma magari poco o tanto anche per convinzione, perché “come può un medesimo sacerdote offrire sullo stesso altare "La Vittima Immacolata" e il "pane frutto della terra e del lavoro dell’uomo", credendo e facendo credere che le due espressioni si equivalgano?”

(...) Rev.do don Bux, tiriamo le fila di questa lunga lettera, anzitutto con un invito alla speranza. Per lei e per noi. Non è impossibile uscire da questa situazione e forse su questo lei sarà d’accordo con noi; Nostro Signore non abbandona mai chi cerca la Sua gloria ed il bene delle anime. Ma forse non sarà sulla nostra stessa linea d’onda, allorché le confessiamo che siamo certi che il ritorno al sacro non si farà cercando di mettere insieme il Vetus ed il Novus Ordo. Umanamente può sembrare l’unica via percorribile per non provocare rotture, a scandalo della fede di tanti credenti già largamente provata. Ma non è così. La situazione liturgica nella Francia del XVIII ed inizio del XIX secolo non era meno drammatica della nostra. L’anarchia liturgica era all’ordine del giorno e si diffondevano riti fai da te , con lo scopo più che nobile di ritrovare l’autentico spirito liturgico. Dom Prosper Guéranger, il grande abate di Solesmes, dopo aver presentato l’incredibile situazione di quel momento così conclude: «Tale era dunque lo sconvolgimento di idee nel diciottesimo secolo che vide dei prelati combattere gli eretici e nello stesso tempo, per uno zelo inspiegabile, attaccare la tradizione nelle sacre preghiere del messale; confessare che la Chiesa ha una voce propria, e far tacere questa voce per dare la parola a qualche dottore senza autorità. Tale fu la sciocca tracotanza dei nuovi liturgisti, che non si proponevano niente meno, e ne convenivano, che di ricondurre la Chiesa del loro tempo al vero spirito di preghiera; di purgare la Liturgia dagli elementi poco puri, poco esatti, poco misurati, piatti, difficili da capire correttamente, che la Chiesa, nei pii moti della sua ispirazione, aveva sventuratamente prodotto ed adottato. Per il più giusto di tutti i giudizi, tale era la barbarie entro la quale erano caduti i francesi riguardo al culto divino, essendo stata distrutta l’armonia liturgica, che la musica, la pittura, la scultura, l’architettura, che sono le arti tributarie della Liturgia, la seguirono in una decadenza che non ha fatto altro che accrescersi negli anni»(18). Tale era dunque la situazione, che ha una rassomiglianza impressionante con la nostra. E come si uscì da questa situazione? Con il rito romano di sempre, puro e semplice. Lei chiede una "tregua" sulla liturgia ora che il Rito tradizionale "è ritornato a casa"; tuttavia pur cogliendo il suo intento ci sembra che su questa ipotetica tregua gravi ufficialmente proprio uno di quei pregiudizi che lei invita ad evitare: quello di far soffrire al Messale del 1962 condizioni di inferiorità rispetto al messale di Paolo VI. Le facciamo notare che, mentre oggi si parla di forma "ordinaria" e "straordinaria", perfino Mons. Gamber, molti anni or sono, nel libro già citato (che poté godere della prefazione di quattro illustri prelati: Mons. Nyssen, i Cardinali Stickler e Oddi e l’allora Cardinal Ratzinger) proponeva una tregua in termini diversi (e in un certo senso opposti) ai suoi: «La forma della messa attualmente in vigore non potrà più passare per rito romano in senso stretto, ma per un rito particolare ad experimentum. Solo l’avvenire mostrerà se questo nuovo rito potrà un giorno imporsi in modo generale e per un lungo periodo. Si può supporre che i nuovi libri liturgici non resteranno per molto tempo in uso, perché gli elementi progressisti della Chiesa nel frattempo avranno certamente sviluppato nuove concezioni riguardo l’ organizzazione della celebrazione della messa»(19). In ogni caso restiamo profondamente convinti che il Rito tridentino, con l’impianto dottrinale su cui si fonda, che esprime e che veicola non possa che evidenziare la sostanziale incompatibilità del rito di Paolo VI con la dottrina cattolica. Riteniamo che i due riti possano coesistere solo se non se ne coglie l’opposta valenza dottrinale, oppure se ci si basa su una filosofia che coniuga i contraddittori; una liturgia infatti presuppone sempre, attraverso e al di là dei segni che utilizza, una precisa dimensione dottrinale e spirituale che non può essere in alcun modo dissociata dal rito stesso. Celebrare in un modo, credendo in qualcosa di diverso non è normale e in ultima analisi non sarebbe nemmeno onesto. Illustriamo la cosa con un esempio semplice e alla portata di chiunque. Come può un medesimo sacerdote offrire sullo stesso altare "La Vittima Immacolata" e il "pane frutto della terra e del lavoro dell’uomo", credendo e facendo credere che le due espressioni si equivalgano? Come può la medesima istituzione fare suoi due segni così manifestamente opposti illudendosi di spiegare l’uno attraverso l’altro senza perdere ulteriormente la propria identità e senza aumentare ulteriormente la confusione dei semplici? Che ci sarebbe in comune tra questo nuovo linguaggio liturgico e il sì sì-no no evangelico? Non c’è in noi alcun dubbio che chiunque si accosti senza pregiudizi al Messale romano tradizionale possa ripetere l’esperienza che ebbe dom Guéranger, quando per la prima volta, da semplice prete, si accostò accidentalmente al rito romano, egli che di quel rito fino ad allora era tutt’altro che simpatizzante: «Malgrado la mia poca simpatia per la liturgia romana, che d’altronde non avevo mai studiato seriamente, mi sentii subito penetrato dalla grandezza e dalla maestà dello stile impiegato in questo messale. L’uso della Sacra Scrittura, così grave e così pieno d’autorità, il profumo di antichità che emana questo libro, i suoi caratteri rosso e nero, tutto ciò mi trascinava a capire che stavo scoprendo dentro questo messale l’opera ancora vivente di questa antichità ecclesiastica per la quale ero appassionato.
Il tono dei messali moderni mi parvero allora sprovvisti d’autorità e di unzione, avvertendo l’opera di un secolo e di un paese e nel contempo di un lavoro personale»(20). È l’esperienza che auguriamo di cuore a Lei e a tutti i confratelli del mondo! Con stima.

17 commenti:

Rr ha detto...

Chirurgicamente parlando, se c'è un arto o una qualsiasi parte del corpo umano in NECROSI, cioè MORTA, si taglia, si amputa, si elimina, altrimenti TUTTO il corpo muore.
Non so se il paragone con la situazione liturgica e dottrinale stia in piedi.
Per come la vedo io, considerando la sempre minor frequenza alle Messe NO, direi di si.

irina ha detto...

da Riscossa Cristiana, Conferenza di Mons. Lefebvre, 20 dicembre 1984.

"Bisogna conoscere bene tutto questo, averlo sempre bene e chiaramente davanti agli occhi, in modo da comprendere a fondo che questa è una situazione anormale nella santa Chiesa: perseguitare, ad opera degli uomini della Chiesa, coloro che sono fedeli alla Chiesa è una situazione anormale. Ci sono, allora, taluni che si augurano con ardore di rientrare nel quadro della Chiesa, ma sono io che me ne auguro per primo, di rientrare nel quadro ufficiale, nel quadro pubblico, nel quadro normale della Chiesa.

Ritengo che noi siamo nella Chiesa e che siamo coloro che sono della Chiesa, che siamo i veri figli della Chiesa e che gli altri non lo siano: non lo sono! Perché il liberalismo non è un figlio della Chiesa; il liberalismo è contro la Chiesa, il liberalismo mira alla distruzione della Chiesa: in questo senso, non possono dirsi figli della Chiesa. Noi possiamo dirci figli della Chiesa, perché continuiamo la dottrina della Chiesa, manteniamo tutta la verità della Chiesa, integralmente, tale e quale la Chiesa l’ha sempre insegnata. Ma ufficialmente siamo considerati disubbidienti, persone che non si sottomettono a questa corrente liberale… è vero, noi non ci sottomettiamo questa corrente liberale e, allora, siamo perseguitati e questa situazione è evidentemente penosa; allora, ci sono alcuni che sarebbero pronti a sacrificare il combattimento della fede dicendo: «taciamo i nostri problemi dogmatici, taciamo il nostro combattimento, non parliamo più della malizia della messa nuova, chiudiamo la bocca e non diciamo più nulla, non siamo più contro quelle persone, non diciamo più nulla sulla questione della libertà religiosa, dei diritti dell’uomo, dell’ecumenismo, stiamo zitti, stiamo zitti e poi, così, potremo entrare nel quadro della Chiesa, faremo piacere a quelli che sono nella Chiesa, entreremo all’interno della Chiesa ed una volta che saremo all’interno della Chiesa, vedrete che si potrà combattere, che si potrà fare questo e quell’altro…».

È assolutamente falso! FALSO!

Non si rientra in un quadro, sotto dei superiori, dicendo che si scombussolerà tutto appena saremo all’interno, allorquando questi stessi superiori hanno tutto in mano per soffocarci e ne hanno tutta l’autorità per farlo. Ciò che ci interessa, innanzitutto, è di mantenere la fede cattolica: è questo il nostro combattimento; ed allora la questione canonica, puramente canonica, esteriore, pubblica nella Chiesa è secondaria, ciò che è importante è di restare nella Chiesa, cioè nella fede cattolica di sempre e nel vero sacerdozio e nella vera Messa e nei veri Sacramenti, nel Catechismo di sempre, con la Bibbia di sempre. È ciò che ci interessa, è questa la Chiesa.

L’essere riconosciuti pubblicamente è secondario e, allora, non bisogna cercare il secondario, perdendo ciò che è primario, ciò che è il primo oggetto del nostro combattimento. È stato, per esempio, il caso di Don Cantoni, che, partendo con i suoi amici seminaristi, preferì essere – diciamo – “in regola” pubblicamente, ufficialmente, e sopprimere il combattimento della fede: stare zitto a proposito della nuova messa, stare zitto a proposito di tutti gli errori che corrono attualmente nella Chiesa e di tutti gli errori liberali. Ebbene, noi non possiamo accettare ciò, non possiamo accettare questa situazione."

Anonimo ha detto...

L'argomento è attualissimo, in particolare oggi, in un momento in cui sotto i formidabili magli del rinfrancato partito modernista gli argini del tradizionalsimo sembrano sul punto di cedere da ogni parte, e le reazioni - soprattutto del c.d "populus summorum pontificum"- perdono ogni giorno di compattezza, di effiacia, di unanimità.
Molto ci sarebbe da dire, e non è detto che non trovi il tempo per farlo, ma credo che per inziare possa bastare qualche spunto di riflessione?

- davvero oggi qualcuno può credere che, con la gerarchia che ci ritroviamo, una riforma della riforma possa condurre ad altro che ad accellerare il tracollo che già il NO sta vivendo? La riforma della riforma è già in corso con la famosa commissione fantasma che pensa alla Messa catto-protestante senza le parole della istituzione (e che infatti in appendice pensa anche di far passare una anche giuridicamente legittimata decentralizazione delle competenze liturigiche, ovvero "Ciaone al Motu proprio".

- il NO , ci piaccia o meno, è nato, nelle intenzioni di chi lo ha preparato (non forse in quelle di alcuni dei vescvi che hanno approvato Sacrosanctum Concilium), in antitesi al Vetus. Che compatibilità sostanziale ci può essere fra i due? Sappiamo benissimo che quel poco che è restato di Vetus nel Novus lo è stato accidentalmente o contro le intenzioni degli elaboratori (es. l'Orate fratres). Come si fa a rendere compatibili i due? ci può essere compatibilità politica, dato che oggi come oggi è politicamente impensabile abrogare il Novus, ma vi sarà sempre incompatibilità sostanziale.

- Fra i fautori della riforma della riforma vi sono normalmente dei 'biritualisti', cioè persone che vivono senza disagio la celebrazione del VO e quella del NO in contemporanea, spesso anche preti. già questo è indice di una visione alterata di cosa è la liturgia: se la lituriga è una parentesi di preghiera che si apre e si chiude a certe ore del giorno e della settimana, è chiaro che si può usare indistintamente del vetus e del novus, ma se la lituriga è fonte e culmine della vita cristiana, della vita di ogni giorno, della vita di ogni fedele, come può un fedele vivere i due riti insieme: essere a vespri in quinquagesma e a messa nel tempo ordinario? Essere in penitenza nei giorni di tempora per la Messa ma non per le lodi? Non ne può nascere che una schizofrenia nel culto e nella vita di fede. In fatti non è un caso che molti di questi biritualisti celebrino il VO solo saltuariamente, o magari solo per la Messa della domenica, e vivano il resto della loro fede secondo il VO.
Ma la liturigia è espressione di una idendità personale di fede e di culto, che non si può sdoppiare. Altra cosa e se qualcuno per dovere di ufficio deve celebrare anche il NO, ma vive la sua fede secondo il VO (ma di norma questi non sono fautori della riforma della riforma).

Anonimo ha detto...

SEGUE
- il criterio di scelta: non è raro che il fautori della RDR fondino la libertà di VO defintivamente sancita col MP sulla "sensibilità" legittima dei fedeli. Ma la sensibilità è un elemento troppo vago per fondare il diritto a praticare un rito, per di più ritenuto eccezionle rispetto a quello normalmente in uso. Finchè si parlerà di sensibilità non si farà che delegittimare il movimento tradizionale. Non siamo per il VO solo perchè ci piace emotivamente o esteticamente, ma perchè lo riteniamo, come minimo, quello che meglio corrisponde a una visione della fede e del culto che riteniamo nostra ( e se la riteniamo tale- passaggio ulteriore - lo facciamo perchè, se non siamo dei superficiali - ci abbiamo riflettuto, vissuto e pregato sopra. Dunque non sensibilità, ma ragionevolezza e identità. Diversamente ha ragione chi parla di mode destinate a passare.

- i fautori della RDR spesso sono preti che hanno consciuto il VO per sentito dire, o con letture, o come autodidatti isolati (spesso chiusi a chiave nella propria stanza), o 'mommando' youtube, senza aver vissuto con continuità una vita di fede con quel rito, di norma senza aver mai fatto l'esperiza di quelle comunità che invece quel rito lo praticano da decenni e con grande frutto. SOno comunque imbevuti dallo spirito del NO, anche nel guardare al modo di celebrare il VO. Molte cose del VO li scandalizzano (la lunghezza, la difficoltà del proprio gregoriano, la limitatezza del dialogo sacerdote fedeli, le letture cantate in direzione est o nord, gli oscula, la berretta, il doppio lavabo al trono, la pluralit° di mitrie etc...). Non riescono a uscire dall'idea che ogni celebrante dà alla liturigia il proprio imprinting (questo lo faccio e quello no), e neppure dal pastoralismo in voga (già dagli annni '50). Dovendo discutere con questi tipo di persone, in cosa si concretizzerebbe la riforma della riforma? Abolizione delle berrette? Letture verso i fedeli con perdita della dimensione consmologica della liturigia della parola?... che altro? A che punto di compromesso si può arrivare?

- il riferimento al COncilio. Spesso i fautori della RDR impongono a chi auspica il puro e semplice recupero del VO le intenzioni dei patres, che volevano tutti una revisione del VO, e magari citano coltamente i vota... Ma davvero pensiamo che rispetto alla piega che ha preso, la Chiesa , la vita, la liturigia, auspici formulati all'inzio degli anni 6o possano avere ancora una qualche attualità? Il mondo cui facevano riferimento i patres con i loro vota è finito, quello odierno loro non avrebbero potuto neanche immaginarselo. Se oggi tornassero indietro, non ho dubbi che molti di quelli in buona fede si prenderebbero as chiaffi per aver contrubuito con quelle loro dichiarazioni di intenti al disastro che in loro nome è seguito.

Il tempo non mi resta, ma direi che ho già detto molto.

Preghiera e penitenza, altro che Riforma della Riforma!

Anonimo ha detto...

I medici restano in silenzio. Perché?
http://www.tempi.it/iter-legge-testamento-biologico-manca-protesta-medici#.WNjIsBKLR7M

Anonimo ha detto...

Vedo che il post attira pochi commenti malgrado la sua importanza. E il segno che il nemico sta vincendo. Il forte tradizionale e frammentato....persino l'interesse per la liturgia vacilla. Il sito messainlatibo che era il primo a coprire il settore con coraggio e audacia ormai relega gli avvisi liturgici in una sezione secondaria e intanto censura le denuncia di abusi che gli prevengono sulla base di insindacabili valutazioni di opportunità della redazione: la rubrica sui treadimenri dei chierici e ormai abbandonata . Stiamo perdendo il centro e ci stiano dividendo, anche con questa storia delle rifirwne una via l'altra. Teniamoci stretto il vo: presto sarà l'unico salvagente .

A. ha detto...

Sbaglio il presente testo ha attirato pochi commenti anche perchè era misteriosamente SPARITO?!?

irina ha detto...

@Anonimo 01:06
Bisogna anche sapersi accontentare. Pochi e saltuari sono ancora i frequentatori del VO, tali da poter aver elaborato, nell'insieme, una conoscenza sufficiente che generi il desiderio, la necessità di confronti e di approfondimenti.Già distinguere a quale VO si sta assistendo o se è integro o se è con quale variazione modernista é grande traguardo. Fatti salvi coloro che da tempo sono esperti e/o espertissimi. Non so quanti siano questi e quanta voglia abbiano di dialogare con principianti, balbuzienti.

marius ha detto...

@Anonimo28 marzo 2017 01:06

Lei ha ragione. Suppongo però che i commenti si siano incanalati tutti nel post sul tormentone Minutella che ha scaldato gli animi e che era uscito quasi in contemporanea.

Maria Guarini ha detto...

Per A.
Il testo non era "misteriosamente" sparito.
È successo che Marius lo ha inserito nelle bozze e io l'ho pubblicato. Poi Marius lo ha rivisto ed è tornato tra le bozze, finché non me ne sono accorta e l'ho ripubblicato.

marius ha detto...

Scusa, Maria, non mi sono accorto di aver fatto questo "casino".
Non riesco a capire perché mi capita, perché mi sembra anche che non è la prima volta.

marius ha detto...

Già distinguere a quale VO si sta assistendo o se è integro o se è con quale variazione modernista é grande traguardo. Fatti salvi coloro che da tempo sono esperti e/o espertissimi. Non so quanti siano questi e quanta voglia abbiano di dialogare con principianti, balbuzienti.

Irina, quello che Lei dice è davvero un problema. Infatti per il semplice fedele è difficile riuscire a distinguere se il rito è rispettato a dovere. Oltre alle inadempienze per ignoranza e incapacità del sacerdote si aggiungo gli abusi liturgici veri e propri, cioè voluti, scelti, nell'ottica della creatività liturgica connaturale al NO.
Il Summorum Pontificum stesso ha introdotto questo pericolo tramite le letture in volgare versum populum nelle Messe lette. Ciò viene facilmente esteso alla Messa cantata, per quanto riguarda la lingua o l'orientamento o ambedue.

Io penso che chi scopre il tesoro della Messa di sempre sentono indispensabile la necessità di farne parte anche gli altri e di operare per mantenerne la purezza originale, e quindi di dialogare con chi è principiante.

irina ha detto...

@marius,
"chi scopre il tesoro della Messa di sempre sentono indispensabile la necessità di farne parte anche gli altri e di operare per mantenerne la purezza originale, e quindi di dialogare con chi è principiante."

Di solito è così,quando si è trovato un tesoro si corre ad annunciarlo agli altri.
Bisogna anche dire che non sempre lo stesso entusiasmo è condiviso e condivisibile, anche volendolo condividere. Come, inaspettatamente, si è trovato il tesoro, forse, bisogna aspettare che qualcuno,inaspettatamente, cerchi di saperne di più da chi l'ha trovato.Insomma saper aspettare e capire i tempi di NSGC per ognuno di noi. Senza fretta e senza perdere tempo. Qualcosa del genere.

Anonimo ha detto...

@ Marius

E' vero che molti non sono in grado di distinguere fra un vetus ordo abusato e uno puro, ma questa comprensione arriva per essi in modo inconsapevole dopo un po' di tempo di frequentazione (almeno questo è la mia esperienza di osservatore ormai trentennale).

Il Vetus è di norma abusato da preti che non ne comprendono appieno il significato e il valore: delegati diocesani tenuti a celebrarlo per dovere d'ufficio - come nel caso della messa festiva più importante nella mia città - e che magari non lo amano o sono lì con la missione segreta di farlo disamare o almeno di adattarlo il più possibile al Novus; parroci di buona volontà che praticano di norma il Novus ma che trovano che non ci sia 'niente di male' a soddisfare la richiesta di un coetus ogni tanto o magari che loro stessi si tolgono 'lo sfizio spirituale' di celebrare in VO saltuariamente perche 'ci si prega tanto bene ma non è adatto come Messa parrocchiale', e infatti si guardano bene dal segnalare la Messa VO nei loro avvisi, fra i quali c'è magari anche la festa di Halloween della parrocchia e il torneo benefico di ramino del giovedì; conservatori in senso culturale e sociale che del VO apprezzano quanto di esteriore lo riannoda a un passato più o meno idealizzato, ma che vivono la liturigia come una parte del loro passatismo, come magari la fede monarchica o l'aspirazione ai riti della vita more nobilium, e non come il centro della loro vita etc etc.)
Questo approccio al VO ovviamente si riflette sulla personalità, sulla pastorale e sulla vita in genere di siffatti celebranti, e si trasmette ai fedeli, autoselezionando un gruppo analogo: superficiale, estetizzante, passatista, volto a sostenere 'equivalenza dei due riti, la destinazione elitaria del VO a gruppi ristretti di 'iniziati', etc. etc.
Quando il fedele che ha una autentica sete spirituale scopre il VO in questi contesti, frequenta per un po' queste funzioni, sviluppa il desiderio di approfondire, ma in tempi più o meno brevi si scontra con i limiti di celebranti di questo tipo e del gruppo di fedeli da essi fidelizzato: cerca quacosa che non trova, viene additato e isolato come 'estremista pericoloso' e 'feticista del manipolo' e finisce che si indirizza altrove: di solito in casa sedevacantista o lefevriana (sia detto con tutto il rispetto per queste altre realtà). La dimostrazione migliore di quanto ho detto è che le celebrazioni abusate di cui sopra sono frequentate da numeri rilevanti di persone solo dove, per scrupolosa attenzione dei responsabili delle diocesi, a chi cerca il VO non è data altra alternativa. Dove c'è una Messa celebrata secondo le rubriche le Messe farlocche vivacchiano con numeri esigui di fedeli, e il grosso si trasferisce alla Messa 'comme il faut', perchè è lì che il vero amore, il primato la massima cura della liturigia si esplicitano. I casi di Roma, Londra e Parigi insegnano.

Anonimo ha detto...

segue @ Marius

Faccio l'esempio della mia città: dagli anni '90 una Messa vi è celebrata su delegazione vescovile. Dall'inzio furono imposte direttive circa la sua alterazione in funzione di una sua 'novusordizzazzione" e per il contenimento del fenomeno entro i rigorosi limiti di una sola Messa domenicale e null'altro. A celebrarla, sacerdoti che non avevano mai nè lottato per custodire il VO e che facevano apertamente professione di non amarlo particolarmente, tutti attinti però all' elite socio-culturale del clero locale (ne è rimasto in vita uno). Ne è derivata una Messa 'pastiche' il cui 'ordo' e rigorosamente imposto anche agli occasionali sostituti del celebrante quando impedito, i quali sono selezionati prorpio in base alla loro disponibilità a violare le rubriche nei punti prestabiliti (le letture verso il popolo e solo in italiano sono ovviamente un must) ed anche, dicono, all'obbligo di dimostrare di aver già celebrato in quello stesso giorno una Messa NO. Ovviamente all'approccio liturgico corrispondeva e continua a corrispondere un approccio spirituale: nessuna vocazione specifica, nessuna inziativa ulteriore, nessun legame con altre realtà tradizionali, nessuna Messa oltre la domenicale, nessun grupo di impegno di vita cristiana deve svilupparsi da quel centro; a chi chiede cresime battesimi e funerali si dice "ma andate nelle parrocchie col NO, che è meglio" .. In tempi più o meno brevi, il vasto gruppo di richiedenti originario si è disperso , chi alla FSSPX, chi dai sedevacantisti, chi chissà dove, mente introno alla Messa farlocca non sono fioriti che concerti e conferenze a vocazione eminentemente culturale e grandi finanziamenti connessi. Il MP non era evidentemente atteso con trepidazione in una realtà come questa, anzi, secondo questa mentalità, ha solo generato problemi: la chiesa destinata non si è aperta se non quando costretta ad altri coeuts, e non ha aumentato il numero delle proprie funzioni, nè si è conformata alle disposizioni di Universae Ecclesiae, emanate proprio per ridurre a obbedienza rubricale questo genere di realtà.
SEGUE

marius ha detto...

@ anonimo 29 marzo 2017 09:12

ho letto con grande interesse ciò che Lei racconta con evidente gran cognizione di causa.
E attendo con trepidazione il seguito.

Io faccio una netta differenza tra la Messa celebrata dalla FSSPX e quella dei sedevacantisti:
i primi celebrano UNA CUM, i secondi NO.

Stavamo parlando di abusi liturgici. Quasi quasi si potrebbe inserire questa lacuna nell'elenco degli abusi VO attuali, con l'aggravante che la medesima si accompagna ad una posizione dottrinalmente errata, in quanto essi si autoemarginano dal Corpo Mistico di Cristo, e , siccome EXTRA ECCLESIA NULLA SALUS... ahimè non ci siamo.

irina ha detto...

pp.571-574 di R.De Mattei, il CVII, ricopio, sintetizzando e schematizzando:
"...Nel corso della Riforma vennero introdotte infatti, progressivamente,tutta una serie di novità e di varianti, molte delle quali non previste nè dalConcilio,nè dalla stessa costituzione 'Missale Romanum' di Paolo VI.
Il quid novum non consisté solo nella sostituzione della lingua latina con le lingue volgari ma
2)altare concepito come mensa;
3)celebratio versus populum sostituita a quella versus Deum;
4)teatralità della celebrazione, sacerdote "presidente dell'assemblea",mancanza di silenzio e raccoglimento;
5)ipertrofia liturgia della parola rispetto a liturgia eucaristica;
6)nel "segno" della pace che sostituisce le genuflessioni del sacerdote e dei fedeli;
7)nella comunione ricevuta dai fedeli in piedi e poi in mano;
8)accesso delle donne all'altare;
9)concelebrazione come tendenza alla "collettivizzazione" del rito;
10)sopratutto modifica e sostituzione delle preghiere dell'Offertorio e del Canone;
11)eliminazione, in particolare, delle parole Mysterium Fidei dalla forma eucaristica, come simbolo della demitizzazione e della umanizzazione del nucleo centrale della Santa Messa;
12) con la partecipazione attiva dei fedeli, "actuosa partecipatio" la comunità divenne soggetto e portatrice della azione liturgica ;chi agisce non è tanto il sacerdote in persona Christi, cioè Dio stesso,ma la comunità dei fedeli in persona hominis...Scrisse ila card. Ratzinger:'La crisi ecclesiale nella quale ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia.'"