martedì 24 agosto 2021

Parva Philosophia - Se il principio di identità e non-contraddizine comporti l'esistenza del tempo come realtà fuori di noi...

Breve intermezzo filosofico, però su un tema rilevante per la nostra battaglia. Teniamo in allenamento il nous.
Paolo Pasqualucci - Se il principio di identità e non contraddizione comporti l’esistenza del tempo come realtà fuori di noi, nella durata dell’Essere che ci circonda da ogni lato. 
 * * *
1. Il principio di identità e non contraddizione (A = A; B = B; A non è B; A non può essere nello stesso tempo B; idem per B) comporta necessariamente l’esistenza del tempo come realtà a noi esterna, indipendente da ogni misurazione? La domanda scaturisce dal fatto che tale principio, per esser credibile, ha bisogno di un riferimento temporale, sempre presente nella sua formulazione. Non posso pensare che A nello stesso tempo sia e non sia: che una determinata realtà sia nello stesso tempo il contrario di se stessa. Questa evidente verità va verificata sul piano dell’esistenza spazio-temporale degli enti e su quello del loro significato, quale risulti dalle loro dichiarazioni ed azioni.
L’essere e il non-essere non esistono contemporaneamente, se riferiti al medesimo ente. Quando sarò morto, il mio corpo sarà entrato nel non-essere rispetto a ciò che era, corpo di un individuo esistito in carne e ossa. Mentre ero vivo, tuttavia, il mio corpo apparteneva esclusivamente all’essere poiché non poteva nello stesso tempo non essere. Mentre sono vivo non posso simultaneamente esser morto. E viceversa.
L’avverbio di tempo gioca dunque un ruolo essenziale per la comprensione del principio.

2. Perché allora K a n t , nelle Lezioni sulla metafisica, in una sezione nella quale discute del rapporto tra “possibile” e “impossibile” ha detto:
Impossibile est, simul esse ac non esse. Simul significa: nello stesso tempo; ma il tempo non è ancora spiegato. Si può anche dire, piuttosto: nulli subjecto competit praedicatum ipsi oppositum. Nihil negativum è ciò che non può in alcun modo esser pensato”(1) .
Il tempo espresso dall’avverbio simul non sarebbe “ancora spiegato”. Il riferimento al tempo rimarrebbe sostanzialmente oscuro, secondo Kant. Vediamo allora di spiegarlo.

3. Il principio di identità (A=A) contiene in sé, possiamo dire, il principio di non contraddizione: A, in quanto sia se stesso, non può simultaneamente esser identico a ciò che A non è: se A è A, non può essere simultaneamente B. Chi è nato maschio non può esser simultaneamente femmina. Le caratteristiche sessuali in senso biologico sono normalmente definite dalla natura in modo marcato ed immutabile nel singolo individuo, tanto da appartenere alla sua essenza, mostrando quindi un carattere ontologico, visto che non si può oggettivamente passare da un sesso ad un altro, come pur si ritiene stoltamente oggi, né con uno sforzo della volontà, che non incide affatto sul sesso naturale dell’individuo, non potendo mutarlo nel suo opposto, né con interventi chirurgici e ormonali che in realtà si limitano ad alterare e mutilare il sesso esistente, senza affatto trasmutarlo nell’altro.

L’impossibilità di cui al principio di non-contraddizione deve dunque esser simultanea nel tempo. Posso essere in questa stanza, dove sto scrivendo, o non esservi, ma solo in una successione temporale: vi entro poi ne esco. Ma non posso entrarvi ed uscirvi contemporaneamente: le due azioni devono esser scalate nel tempo, posso compierle solo in successione. L’impossibilità dell’esistenza simultanea di due atti simili ma tra loro opposti da parte dello stesso soggetto risulta quindi dall’esperienza dei nostri sensi. Per restare all’esempio proposto, l’entrare e l’uscire da una stanza, in quanto attuato da un medesimo soggetto, può avvenire solo in momenti successivi. Questa constatazione è di una certezza assoluta.

Ora, siffatta successione di eventi non è posta dal soggetto pensante, non risulta dall’applicazione di una categoria mentale che il soggetto possieda prima di ogni esperienza, apriori, ma appartiene alla natura della cosa, alla conformazione stessa della realtà esteriore: l’osservatore si limita a registrarla. Ciò significa che il tempo è qui un dato obbiettivo, perché questa impossibilità dell’attuarsi di modi tra loro opposti nell’azione temporalmente determinata dello stesso individuo si configura all’esterno del soggetto che la osserva e registra, ha cioè luogo nella realtà effettiva, che è la realtà costituita dal succedersi nel tempo degli eventi appartenenti al mondo fisico; degli eventi che esistono ed accadono nello spazio a noi esterno, a seconda dei casi o contemporaneamente tra loro o appunto in successione: il prima e il dopo, la successione nel tempo dell’agire mio o di altri, lo registro unicamente mediante l’osservazione empirica. Il verificarsi esplicito di un “prima” e un “dopo” nei movimenti nostri o di soggetti a noi esterni, in relazione per esempio ad un “dentro” e un “fuori”, dimostra la presenza del tempo come realtà in sé, obbiettiva. L’impossibilità fisica di entrare e uscire simultaneamente in una stanza da parte di uno stesso soggetto (o entra o esce, nello stesso tempo) non deriva quindi da un’impossibilità che sia stabilita a priori, dal nostro raziocinio, che la applichi alla realtà come categoria mentale capace di sussumere ogni esperienza prima ancora di ogni esperienza.
Quest’impossibilità è innanzitutto fisica, dovuta al fatto, oggetto d’esperienza quotidiana, che queste due azioni un qualsiasi soggetto, non avendo normalmente il dono dell’ubiquità, può attuarle solamente una dopo l’altra, in successione. Esse possono per noi susseguirsi unicamente nel tempo, oltre che nello spazio, un tempo pertanto esistente come durata al di fuori del nostro io che lo misura. Sulla base dell’esperienza, elaboriamo qui il concetto, che poi applichiamo ad ogni simile esperienza futura, quale categoria che la ricomprenda.

Il tempo è qui dunque la durata, nel cui àmbito avvengono certe azioni. Esse durano nel tempo ossia accadono nel tempo ma non sono il tempo, la durata che esiste e si mantiene indipendentemente da queste azioni: quando esse cessano, non per questo viene meno il tempo, la durata che ci ha permesso di misurarle in quanto eventi temporali oltre che spaziali. Lo stesso dícasi per lo spazio. Quando sono entrato ed uscito dalla stanza, quest’ultima non cessa di esistere in conseguenza del fatto di esser rimasta vuota: continua ad esistere come spazio che dura nel tempo, finché dura, essendo uno luogo nello spazio ricavato dalla congiunzione fatta ad arte di materiali deperibili, per quanto solidi possano essere. E se elimino la stanza come luogo nello spazio e poi la casa, la città, la nazione, il mondo stesso come luogo dello spazio nel quale si trova questa stanza; alla fine, dopo questa totale annihilatio mundi, mi trovo forse ad aver eliminato anche lo spazio e il tempo? No. Se anche eliminiamo tutto l’universo (tutto ciò che costituisce l’immenso universo, ossia milioni di galassie e tutta la materia e l’energia che costituiscono per l’appunto il cosmo o universo), resta sempre lo spazio vuoto precedentemente occupato da tutti gli enti e corpi celesti che ora sono scomparsi. E il vuoto, lo spazio inteso come pura estensione tridimensionale vuota, è pur sempre una realtà fisica che, in quanto effettiva realtà, dura e si mantiene nel tempo.

Sulla base di queste considerazioni, mi sembra si possa legittimamente affermare che il principio di identità e non contraddizione implica necessariamente un concetto del tempo come durata della realtà a noi esterna, concetto che non viene dato a priori ma dedotto dall’esperienza nostra sensibile, percepita ed acquisita nel suo accadere obbiettivo, ragion per cui tale concetto costituisce una dimostrazione dell’esistenza del tempo come realtà effettiva fuori di noi, quella nella quale gli enti durano (finché durano) e gli eventi si succedono.

4. A questo punto, chi contesta il principio in questione, potrebbe dire che esso non si può applicare ai significati e ai valori, al mondo spirituale e morale dell’uomo, visto che ogni essere umano appare esser contemporaneamente sia buono che cattivo. Qui non abbiamo a che fare con impossibilità derivanti dalla struttura stessa fisica della realtà in cui viviamo. Il bene e il male coesistono in ogni singolo individuo, che ora fa il bene ora il male. E non dobbiamo dire, allora, che in lui essi coesistono simultaneamente quali opposti mai domati? E se contemporaneamente, allora ognuno di noi non è forse buono e cattivo nello stesso tempo, di continuo agitato interiormente nella stessa unità di tempo tra l’essere e il non-essere, tra l’esser buono e il non esserlo?

Ma il principio si applica ugualmente, a mio avviso. Il bene e il male, come tendenze, coesistono nel nostro animo, lottano in noi in quelle che si considerano le nostre passioni: esistono quindi simultaneamente dentro di noi ma ancora solamente in potenza. Quando si passa dalla potenza all’atto si esce dalla situazione di interiore (potenziale) contraddizione. Ciò avviene quando una di queste due fondamentali tendenze si quantifica in un distinto moto dell’animo, successivamente in un pensiero consapevole, poi in una volontà d’agire ed infine in una nostra determinata azione. Tutti questi nostri successivi modi di essere caratterizzanti il nostro passare dalla potenza all’atto, non possono certamente considerarsi nello stesso tempo buoni e cattivi. Infatti, noi non possiamo pensare a due o più cose simultaneamente – il contenuto determinato dei nostri pensieri, ma anche dei nostri sentimenti, è sempre in successione nel tempo. Provare, per credere. Pertanto, il nostro singolo stato d’animo o pensiero potrà essere buono o cattivo ma non potrà essere contemporaneamente buono e cattivo. Idem, per le nostre azioni. Quando una nostra azione viene valutata in modo difforme – buona per alcuni, cattiva per altri – ciò non significa che in se stessa sia bifronte. Il giudizio discordante su di essa proviene dall’esterno e semplicemente riflette le differenti opinioni di terzi su di essa, confliggenti (quando lo sono) per i più diversi motivi, non appartenenti all’azione stessa – opinioni che non mutano la sostanza della cosa. La quale è ciò che è – la nostra azione – in relazione alle sue premesse e al suo fine, posti dal nostro intelletto e dalla nostra volontà, vale a dire secondo le quattro categorie della causalità così ben delineate da Aristotele (Phys., B, 3. 194b-195a). Essa si caratterizza quindi nel suo proprio esserci esistenziale (per esprimermi alla maniera del linguaggio filosofico corrente), finito e determinato nello spazio e nel tempo, in modo tale da impedire che possa simultaneamente esser inclusa in tutto l’Altro-da-sé.

5. Il B u d d i s m o , che affascina a quanto sembra parte sempre più ampia delle persone sensibili in Occidente, in cerca ormai affannosa di alternative spirituali di fronte alla perdurante e spaventosa crisi e del Cristianesimo e delle filosofie profane sue nemiche, sembra escludere completamente dal suo orizzonte il principio di identità e non contraddizione. Al posto dell’anima esso pone la mente. Ma cosa intende esattamente con mente? Possiamo distinguere per i Buddisti la mente da tutto ciò che essa non è, come risulta già dalla chiara intuizione del significato del nous (mens) avuta nel V secolo a.C. da Anassagora?(2) Vediamo l’insegnamento del Maestro tibetano Gendün R i n p o c h e (1918-1997), del quale è stata tradotta recentemente un’importante opera in italiano.
“La mente non si lascia definire, si sottrae all’analisi e alla descrizione. Non possiamo dire che la mente esiste, poiché lo stesso Buddha non riesce a trovarla. Allo stesso modo non possiamo sostenere che la mente non esiste, poiché è la fonte di tutti i fenomeni, del samsāra ma anche del nirvana. Tutt’al più si può dire che essa va oltre tutte le immaginazioni, oltre la natura di tutte le cose animate e inanimate e della stessa realtà; oltre i pensieri e le immaginazioni, è incomprensibile e indescrivibile. Se si vede, non è vista, non ha né colore, né forma e neppure caratteristiche. Se si riconosce, non è veramente riconosciuta perché non è paragonabile a nessun oggetto riconoscibile. Se si realizza, diventa non realizzata, poiché non c’è niente e nessuno che realizzerebbe qualcosa. Non possiamo trovare nessuna definizione per designare la “mente” […] La mente va oltre tutte le immaginazioni intellettuali, è “esistente” e anche “non esistente”, oppure esistente e non esistente allo stesso tempo, o nessuno dei due. Essa è oltre il pensiero, dal quale non può esser catturata. Si dice che sarebbe “il grande centro”, oltre ogni fissa estrema concezione; oltre ogni riferimento concettuale…”.(3)
L’indefinibile mente può dunque essere o non essere nello stesso tempo. Che significato bisogna dare a simile affermazione? E a quella secondo la quale né può essere né può non-essere (“nessuno dei due”)? Non ci troviamo qui in una dimensione di tipo mistico assai peculiare, nient’affatto religiosa in senso proprio, che sembra situarsi completamente al di fuori delle categorie fondamentali del pensiero razionale? Questa mente che resta indefinita, sfuggente al logos, non inquadrabile nell’autentica Rivelazione religiosa, sarebbe tuttavia l’origine di tutto ciò che appare realtà per noi (il mondo) che in effetti non sarebbe altro che illusione, un’illusione che dobbiamo riconoscere e superare nel momento della morte. Nella morte, “non c’è una vera interruzione: la mente continua a essere com’è per natura, percepisce con le stesse tendenze di quando il corpo era ancora in vita. Il riferimento di base delle percezioni però cambia, anche se fondamentalmente resta lo stesso processo di prima, questo vale anche per le percezioni della mente. In verità la morte è simile alla vita: un’illusione; uno stato intermedio temporaneo, un bardo [“stato intermedio”], con il quale non si ferma semplicemente tutto come forse supponiamo. La morte è il proseguimento della vita: un cambio di scena nel continuo processo del cambiamento…”.(4)

Mi chiedo: come può essere la mente “per natura” se, per natura, essa nello stesso tempo esiste e non esiste? Comunque sia, che la morte prosegua nella vita, attuandosi con essa solo un “cambio di scena”, è affermazione che si spiega solo nell’ambito della fede nella reincarnazione: la nostra mente trapasserebbe, per così dire, in un altro corpo o altro essere, molte volte, fino ad ottenere, grazie alla giusta gnosi finale, la liberazione definitiva, nel nirvana; annientamento ed estinzione del proprio Sè liberato da tutte le passioni, e quindi dal dolore di ogni esistenza, nel “corpo della Potenzialità assoluta”, corpo di luce o della “coscienza luminosa”, che si dissolve in un “Là indefinibile” subentrato al Qui immerso nel dolore.(5) Il Buddismo non ha il concetto della creazione, vi manca anche quello di Dio, in senso proprio, né esiste un Giudizio dopo la morte. Tutto sembra risolversi in una illusione della mente – dal punto di vista dei non iniziati esso appare una sorta di panpsichismo cosmico nel quale al posto dell’ellenica psiche bisogna invece mettere l’asiatica mente. Le distinzioni tra la vita e la morte, tra il finito e l’infinito, l’umano e l’animale, l’umano e il divino, ed anzi la possibilità stessa di distinguere, tipica della recta ratio e dell’intelletto, qui sembrano non solo attenuarsi ma addirittura scomparire, navigando così la nostra mente in un indistinto, in una gnosi che non può evidentemente ammettere un principio razionale dal significato assoluto e fondamentale come quello di identità e non contraddizione, valido di per sè, indipendentemente dalla nostra mente, perché inerente alla natura immutabile delle cose.

6. Torniamo per un momento a K a n t .
Nel testo citato egli spiega le categorie del “possibile” e dell’”impossibile”. Pur senza negare che la coesistenza simultanea di essere e non-essere nel medesimo ente o atto sia da ritenersi del tutto impossibile perché di per sé impossibile a concepirsi, egli sembra tuttavia voler ridurre la portata del “principio di non-contraddizione” (Satz der Widerspruchs, principio di contraddizione). Ridurla, nel senso di proporre anche un altro criterio per valutare la suddetta impossibilità, il criterio della contradddizione, figura logica indipendente dalla determinazione del tempo. Difatti, per Kant, bisogna dire che “impossibile è ciò che si contraddice”.(6) Scambiando definizione e definito, sottolinea, si ottiene lo stesso risultato, quindi la definizione è buona. Pertanto: “ Ciò che si contraddice è impossibile”. Ne consegue che “ciò che non si contraddice non è impossibile. E ciò che non è impossibile, è possibile.”(7) Questo è un criterio valido, secondo Kant, per stabilire la verità (in relazione alla possibilità o meno di essere in modo coerente alla natura di ciò che è).

Ma qual è allora la differenza con il modo tradizionale di esprimere il principio di non-contraddizione, quello che poggia sul simul? Non contiene anch’esso il concetto della contraddizione quale elemento qualificante? Lo contiene ma ha il torto, agli occhi di Kant, di far riferimento (con il simul) al tempo come realtà obiettiva, conoscibile in modo indipendente dalle categorie a priori del nostro intelletto. Kant vuole pertanto trovare un criterio che si basi sulla pura logica dell’esser in contraddizione, senza alcun riferimento alla dimensione temporale. E difatti non fa forse capire che il principio sarebbe meglio formulato nella frase latina: “a nessun soggetto compete [si può attribuire] un predicato ad esso opposto”, cioè che sia, con ogni evidenza, in contraddizione con la natura specifica, particolare di questo soggetto, quale essa sia?

Il “principio di contraddizione” tradizionale non viene tuttavia escluso, non sarebbe possibile. Viene ribadito, ma in questo modo:
“Il Principium contradictionis è un criterium della verità, che nessuna conoscenza può contraddire. Criterium veritatis è il segno distintivo della verità. Il Principium contradictionis è il più alto negativum criterium della verità. È una conditio sine qua non di ogni conoscenza; ma non è il criterium sufficiente [per stabilire] ogni verità.”(8)
La “conditio sine qua non” si applica dunque al principio di identità e non-contraddizione come il massimo “criterio negativo” per determinare la verità. Il criterio negativo è quello, si è visto, denominato “nihil negativum”, cioè il criterio in base al quale nulla può esser pensato. Questo criterio, per Kant, è una “conditio sine qua non” e tuttavia non è “sufficiente” per determinare ogni verità. Potremmo forse dire: condizione necessaria ma non sufficiente? E perché non sufficiente? Perché, possiamo interpretare, si limita ad imporre l’impossibilità di pensare la cosa, giocando sull’elemento del tempo, lasciando quindi fuori altri aspetti, a cominciare dall’impossibilità di essere derivante dall’ esser in contraddizione tra soggetto e predicato, modus in quanto tale scisso da ogni determinazione temporale.

Il tema è complesso e richiede approfondimenti che ci porterebbero lontano. Intanto mi basta aver messo in rilievo, spero in modo chiaro ed evidente, un fatto a mio avviso di fondamentale importanza ossia che il principio di identità e non-contraddizione implica l’esistenza del tempo come durata effettiva, indipendente dal soggetto pensante: l’implica e a ben vedere la dimostra.
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1. I. KANT, Vorlesungen über die Metaphysik, ediz. postuma, Erfurt, 1821, rist. anast. WBG, Darmstadt, 1975, p. 21: “ Impossibile est simul esse ac non esse. Simul bedeutet zu gleicher Zeit; die Zeit ist aber noch nicht erklärt. Man kann also lieber sagen: nulli subjecto competit praedicatum ipsi oppositum. Nihil negativum ist das, was gar nicht gedacht werden kann.” Le kantiane Lezioni sulla metafisica risultano dai manoscritti del filosofo. Hanno pertanto un aspetto schematico. Sono comunque ritenute attendibili, quale espressione del suo genuino pensiero.
2. Anassagora, Testimonianze e framenti, introduz. tr. it. e commento a cura di Diego Lanza, La Nuova Italia, Firenze, 1966, con testo a fronte: “Tutte le altre cose hanno parte di ogni cosa, ma l’intelligenza [nous] è illimitata, indipendente e non è mescolata ad alcuna cosa ma sta sola in sé. Se, infatti, non stesse sola in sé, ma fosse mescolata a qualche cosa d’altro, parteciperebbe di tutte le cose, se fosse mescolata a qualcuna. In tutto si trova infatti parte di ogni cosa, come ho detto prima, e le cose mescolate le sarebbero d’ostacolo, sí che non avrebbe potere su alcuna cosa, come lo ha stando da sola in sé. È infatti la più sottile e la più pura di tutte le cose e possiede piena conoscenza di tutto e ha grandissima forza. E quante cose hanno vita, le maggiori e le minori, tutte domina l’intelligenza…” (op. cit., pp. 224-229). Questo nous è stato sempre inteso dalla tradizione occidentale come primeva intuizione dell’esistenza della Mente divina, ontologicamente separata (intellectus immixtus – san Tommaso d’Aquino) da tutta la realtà visibile nel suo complesso, natura e uomini; Mente che tutto domina e governa. Di essa la nostra mente è solo un pallido e limitato riflesso. 
3, Gendün Rinpoche, Istruzioni spirituali. Dal cuore di un Maestro Mahāmudrā, ediz. italiana a cura di Vincenzo Noja, Le Lettere, Firenze, 2021, p. 118. Si tratta di una traduzione dal tedesco dello stesso Noja. L’edizione tedesca opera di un Maestro tedesco, Lama Sönam Lhündrup (Tilmann Borghart). Corsivi miei. Il samsāra è il divenire della nostra esistenza, di reincarnazione in reincarnazione, dominato dal dolore. Mahāmudrā significa “grande sigillo” e designa un tipo particolarmente elevato di meditazione.
4. Op. cit., p. 205, nella sezione intitolata “Prepararsi alla morte”, pp. 199-220.
5. Giuseppe Tucci, Premessa a Il libro tibetano dei morti (Bardo Tödöl), a cura di Giuseppe Tucci, con Introduzione dello stesso, UTET, 1972, pp. 12-13. Ma vedi, Rinpoche, cit., p. 207 ss., più in dettaglio.
6. Kant, op. cit., p. 22: “Unmöglich ist das, was sich widerspricht”.
7. Kant, op. cit., ivi.
8. Kant, op. cit., ivi. La parte finale del periodo recita in tedesco: “…aber nicht das hinreichende Criterium aller Wahrheit.”

20 commenti:

Anonimo ha detto...

Messo da parte il Buddismo, che pur offre spunti interessanti di riflessione e autodisciplina, cerchiamo di restare entro la Rivelazione che ci mette a disposizione il Creato visibile ed invisibile con le loro gerarchie buone e cattive, giuste ed erronee. Come Cattolici noi abbiamo il dovere di utilizzare al meglio il potenziale con cui siamo venuti al mondo, cioè nella dimensione spazio-temporale circondati dalla natura e da altri esseri umani con i quali ci accompagneremo avvicinandoci o allontanandoci da loro per motivi che spesso, sul momento, non capiamo fino in fondo.
Circa nel 1250 a.C. si situa l'episodio di Mosè sul monte Sinai che, conosciuto o sconosciuto che fu tra i contemporanei, certamente incise sul globo terracqueo nelle solite quantità del sale e del lievito. Non un gran numero di esseri umani uguali a Platone (n.427 a. C.) ed Aristotele (n.384 a.C.) si sono accalcati tra le moltitudini umane, sembra quasi che siano stati gli esempi dati all'uomo sui quali la sua intelligenza avrebbero dovuto esercitarsi per non vivere come bruti. E così è stato.
Quello che Platone aveva approfondito dicendolo col mito e attraverso l'esempio di Socrate, con Aristotele diventa discorso sistematico, in concetti, intorno al mondo fisico e metafisico. Alla base del pensiero occidentale, secondo il parere di alcuni, sono Mosè, Platone, Aristotele ed ovviamente Gesù Cristo. Questo mi è parso un buon principio identitario da cui partire e con cui finire.
Ma perché è così importante la sistematicità di Aristotele? perché ci consente di riconoscere il vero dal falso nel modo fisico e nel mondo metafisico,usando in modo appropriato la nostra intelligenza di qua eppoi di là in particolare. Per quanti aiuti potranno venirci incontro di là, nessuno può e potrà sostituirsi a noi davanti al Signore.
Non molti anni fa, anche le persone più umili erano in grado di scoprire le contraddizioni e correggerle. Oggi non più, anzi il detto e contraddetto è apprezzato come rapidità di pensiero, mentre è rapidità di menzogna. Prima l'educazione dell'alta e bassa gente richiedeva la capacita di distinguere il bene dal male, il vero dal falso.Oggi all'essere umano non viene più richiesta questa capacità ritenuta superata. Questo è un grande inganno, il mondo fisico e quello metafisico si reggono su regole ferree e il principio di non contraddizione è una di queste.

Anonimo ha detto...

Nel Medioevo quando c'erano pareri discordanti su un argomento nasceva la "Quaestio disputata", una sorta di tenzone scolastica in cui tesi contrapposte addotte dai diversi allievi si "scontravano". Si fissavano delle regole, ad esempio i significati che dovevano assumere alcuni termini nella discussione (declaratio terminorum). Poi, attraverso il rigore dei ragionamenti, passo dopo passo, un po' come avviene nelle dimostrazioni dei teoremi, si arrivava alla corretta soluzione del problema. Rigore, logica, ragione naturale, rispetto per chi esprimeva una teoria contrastante. Oggi, invece, basta toccare certi argomenti che partono non le discussioni sugli argomenti bensì insulti ed epiteti.
Poi dite che il Medioevo fu un'epoca buia. Tacci vostra e di Robespierre.

Da Azionetradizionale.com ha detto...

Da un po’ di anni a questa parte, ciclicamente, si parla di reddito universale. Proprio in questi giorni, infatti, il buffone prestato alla politica Beppe Grillo ha rilanciato gaudente il monito di papa Francesco secondo il quale “serve un reddito universale”. La proposta è tutt’altro che nuova visto che, a partire dal miliardario “filantropo” George Soros, per non parlare di meeting altisonanti del gotha dell’economia mondiale come il World Economic Forum di Davos, questa proposta è tutt’altro che sconosciuta, anzi. Se pensiamo che già nel 2017 il Parlamento Europeo aveva votato una risoluzione per un diritto civile sulle incarnazioni dell’intelligenza artificiale. Fra le proposte vi era, appunto, un sussidio minimo universale per bilanciare la scomparsa di milioni di posti di lavoro.
Di reddito universale se ne parla molto proprio per diffonderne l’idea e lo si fa, in particolare, proprio in momenti di crisi economica come quello attuale dovuto al corona virus. L’idea che – in estrema sintesi – è alla base del reddito universale (UBI – Universal basic income) è apparentemente semplice: poiché un gran numero di posti di lavoro verranno inevitabilmente cancellati dall’automazione, saranno i robot a pagare i redditi per una umanità senza lavoro. A questa umanità senza lavoro sarà solo richiesto di cedere i propri dati personali e la propria privacy e accettare per tutta la vita di adeguare le proprie capacità di spesa al livello di salario riconosciuto da qualcun altro e non sulla base del merito.
L’idea filosofica alla base è molto semplice: il reddito andrebbe inteso come un “diritto civile” e non più come conseguenza del lavoro che si fa. Significa che il lavoro – di fatto – non esisterebbe più, perché la produzione diventerebbe da un lato prerogativa dei robot ed il reddito, dall’altro, diventerebbe un fattore deciso aprioristicamente da terzi, quindi slegato dalla produzione.
Si aprono così le porte di una sorta di “socialismo reale 2.0” dove sarà realizzata la piena (pesudo)uguaglianza economica e sociale del pianeta, con buona pace dei ricchi che continueranno ad essere ricchi, perché loro potranno così concentrare ulteriormente la ricchezza senza i rischi connessi alla concorrenza e alla necessità di dover rispondere al mercato delle loro azioni. Anzi, i ricchi potranno finalmente realizzare un loro antico sogno: reclamare a gran voce lo smantellamento del costosissimo stato sociale, visto che non esisteranno più tecnicamente “poveri” ma tutti saranno pienamente occupati/retribuiti grazie al reddito universale e dovranno, quindi, cavarsela da soli. E’ il mercato bellezza!
Papa Francesco, in una sua recentissima lettera aperta ad “Avvenire” gioca con le parole, sapendo di mentire per far passare un concetto affatto diverso dallo spirito con cui apparentemente scrive. Infatti, nel rivolgersi ai lavoratori più umili del mondo, al fine di tutelarne i diritti così spesso calpestati e la dignità negata a fronte di paghe da fame, ha tirato fuori il concetto di reddito universale con queste parole: “è giunto il momento di pensare a una forma di retribuzione universale di base“.
Francesco, però, avrebbe potuto esprimersi diversamente se, davvero, avesse voluto spendere parole in favore dei poveri del mondo. Avrebbe potuto dire, per esempio, che le organizzazione sindacali e nazionali devono vigilare sul rispetto dei diritti dei lavoratori o, per esempio, che il mondo ricco dovrebbe rifiutarsi di produrre in quei Paesi dove è sin troppo evidente che i così bassi costi di produzione siano possibili solo grazie a paghe miserevoli.
Invece no! Bergoglio non ha perso l’occasione per strizzare l’occhietto a George Soros e, al contempo, il fidato servo Grillo non ha perso un istante per rilanciare il tema sul suo seguitissimo blog: lo vedete? Anche il Papa lo dice! (E, infatti, Bergoglio non ha smentito… un po’ come fa quando si lascia scappare qualche parola di troppo con lo Scalfari di turno per negare la divinità di Cristo, ad esempio).

Da Azionetradizionale.com ha detto...

....segue
Ma in Italia è già stato realizzato qualcosa di simile: non lo sapevate? Il Reddito di cittadinanza, la grande vittoria del M5S, infatti, è una versione edulcorata dell’UBI. Spieghiamoci meglio. Se l’UBI è trasversale, universale e non richiede al beneficiario di adoperarsi per cercare lavoro, il Reddito di cittadinanza “grillino” differisce solo per il fatto che dovrebbe funzionare come una sorta di ammortizzatore sociale che accompagni il lavoratore verso un lavoro da fame, magari svolto a centinaia di km da casa e per il quale la concorrenza di altri possibili candidati per quella stessa occupazione è fortissima.
Quindi, cambia l’ordine dei fattori ma il risultato (la sostanza) non cambia. E progetti simili al Reddito di cittadinanza italiano, fateci caso, esistono già in tante parti d’Europa fra cui la civilissima Germania dove con l’analogo sistema dei mini-job, è stato creato un esercito di poveri salariati, tutti uguali, tutti sfruttati, dove (in certi casi) lo stato può arrivare fino a togliere la patria potestà a chi rifiuta di accettare certi lavoro sottopagati.
Quindi, il paradosso, è che un papa stia osannando e reclamando una misura che solo apparentemente allontana l’uomo della miseria e dalla fame, per traslarlo però ad una ben peggiore condizione di schiavitù permanente ed organizzata. Quello stesso papa che vuole, esige a gran voce, che si aprano i porti per far entrare milioni di diseredati in Europa, al fine di trasformarli in schiavi direttamente in loco, con buona pace della manodopera locale che – presto o tardi – sarà schiavizzata, di ritorno, anch’essa nonostante diritti acquisiti e sindacati che dovrebbero proteggerli.
Una schiavitù “salariata”, e perfettamente legale, è quello che involontariamente (?) evoca Bergoglio, come neanche nel” ‘800 succedeva nei sistemi industriali para-schiavistici della seconda rivoluzione industriale. Il tutto con la benedizione dei Poteri Forti (Soros) e il sigillo del buffone Grillo… come a certificare che c’è lo zampino del Diavolo, visto che Satana non è nient’altro che la scimmia (buffonesca) di Dio.

Anonimo ha detto...

https://www.youtube.com/watch?v=9W8pI3dpPuc

Alessandro Meluzzi: "In Francia e in Italia il regime mostra il volto peggiore"


N.B. Da non perdere

Anonimo ha detto...


Ma il sistema tedesco dei c.d. "mini jobs" non è anteriore al "reddito di cittadinanza2?

Circa i milioni di diseredati importati per diventare un miserabile sottoproletariato al servizio di lor signori (e in modo che lor signori e soprattutto signore e signorine possano continuare nella loro vita dissoluta, senza l'impaccio di famiglie al seguito), si fa il conto senza l'oste, rappresentato dal fatto che i diseredati importati sono musulmani, i quali vengono qui (e fatti venire qui da chi li comanda in patria) per impiantare la Umma di Allah e domani conquistarci, con le buone o le cattive, in ogni caso con la forza del numero.
Si vedrò allora chi sarà schiavo di chi.

Anonimo ha detto...

Sull'onda del fatto che molti genitori stanno orientandosi verso la scuola parentale e ripensando al passaggio tra impero romano decadente e Medioevo nascente, quando vecchio e nuovo convivevano tra alterne vicende, allora mi si è aperta una ipotesi sul nostro futuro: per un periodo lungo,per la vita, dovremo vivere accanto a questa follia, per noi è impossibile attaccarli e vincerli. Possibile invece per noi creare una vita religiosa, culturale, economica, parallela senza più drenarci l'anima con 'loro'. Ognuno sa quello che potrebbe essere il suo contributo. Teniamo presente che alto deve essere il livello spirituale a cui tendere perché qui si ha a che fare con Potenze spirituali infere. Quindi continuare il proprio lavoro, ma in ambiente diverso da quello nel quale più non ci riconosciamo. E'chiaro che i medici dovranno individuare ambulatori o ospedali da fondare e/o rifondare, così insegnanti e professori universitari, avvocati e magistrati, contadini e distributori, giornalisti e giornali nuovi da fondare e/o rifondare... insomma costruire nel tempo una reale società alternativa dalle salde radici, piante e frutti cattolici. I costumi dei primi cristiani furono quelli che ebbero la meglio sul potere imperiale.
Così senza far rumore, facendo al meglio il nostro dovere di sempre secondo i valori dei nostri nonni e bisnonni, toglieremo la terra sotto i loro piedi per riprendercela e se non saremo noi saranno i nostri figli e nipoti ben educati a riprendersela.

Anonimo ha detto...

Ancora sulla morte, ho l'impressione che giri un generale 'cupio dissolvi' vuoi da parte dei vaccinati e vaccinandi che voluttuosamente tirano la sorte,sia da parte di quelli che non vogliono vaccinarsi perché loro non sono interessati a prolungare la vita ad ogni costo con questo inganno/vaccino. Ho l'impressione che in entrambi i gruppi sia presente questo desiderio di farla finita anche se diversamente inteso.

Ora perché un popolo desidera morire? Perché è depresso. Perché è depresso? Perché sa di non essere artefice del proprio destino, intimamente avverte di essere impotente, di non potere aiutare né se stesso né l'altro. Anche il rave a Viterbo è da disperati, come sono disperati quelli con l'occhio fisso sul pc o sul telefonino. Tenere gli esseri umani nell'inedia forzata, senza ragione, è crudeltà mentale. Si aggiunga che i sacerdoti capaci di sollevare gli animi sono pochissimi e quelli capaci di dire alle persone la verità ancora meno. Così inedia e menzogna annichiliscono un popolo.

Il 'cupio dissolvi' nazionale ha come causa il raggiro attraverso la menzogna e l'immobilità coatta perché potresti star male e se non stai male oggi,starai male domani e se starai male domani, dopodomani morirai. Morirete tutti disse l'encomiabile presidente che ha dei compiti da svolgere in Italia su commissione della ue.

Il tempo è la MISURA DEL MOVIMENTO (Aristotele DIXIT e Agostino conferma) ha detto...

"Andavo a 100 all'ora per trovar la bimba mia" (Gianni Morandi).
L'ora è la quantità di movimento che è stata necessaria per attraversare i 100 Km.

SOS per il neurone sopravvissuto ha detto...

MA SIAMO CERTI CHE SI TRATTA DI UN VACCINO? GUARDATE LA PUBBLICITA' DEL VACCINO VOLUTA DALL'UNICEF E RIFLETTETE.

Al termine dello spot appare un'inquietante scritta in francese (rossa su sfondo nero), che così recita: «Cette femme était vêtue de pourpre et d’écarlate, et parée d’or, de pierres précieuses et de perles. Elle tenait dans sa main une coupe d’or, remplie d’abominations e des impuretés de sa prostitution.» Ed ecco adesso la traduzione: “Questa donna era vestita di porpora e scarlatto e adorna d’oro, pietre preziose e perle. Teneva in mano una coppa d’oro, piena degli abomini e delle impurità della sua prostituzione.”
E' un passo dell'Apocalisse (Ap 17,4) in cui san Giovanni si riferisce all’antica Babilonia, la città-comunità specularmente opposta alla nuova Gerusalemme. La Pandemia col suo sacramento che è il vaccino sta inaugurando il tempo di Babilonia?
CHIEDIAMOCI: COSA CENTRA LA CITAZIONE DELL'APOCALISSE IN UNO SPOT A FAVORE DEL VACCINO? E' UNO SPOT APOCALITTICO?
Non possiamo non considerare che le due modelle del video una è appunto vestita di rosso scarlatto, mentre l’altra porta indosso pietre preziose e perle che si rifanno all'immagine dell'Apocalisse: La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d'oro, di pietre preziose e di perle.
Poi il brano continua dicendo: teneva in mano una coppa d'oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione. A cosa riferire questa coppa d'oro? Cosa tengono in mano le donne dello Spot? Il flacone del Vaccino.
Quale interpretazione dare?
Lo spot, prendendo a spunto l'immagine apocalittica, suggerisce che il Vaccino contiene “gli abomini e le impurità della prostituzione?”. Cosa sono questi Abomini dell'impurità e della prostituzione? Possono forse essere riferiti ai feti abortiti da cui il vaccino è stato estratto? Domande legittime dinanzi ad uno spot davvero strano. Ma perchè l'Unicef ha scelto una figura apocalittica inneggiante all'Anticristo per fare propaganda al Vaccino? Che forse questo video nasconda un messaggio “in codice” dell’élite mondialista e satanista che comincia ad esultare per la sua vittoria?
Di certo è che agli occhi di chi legge il matto risulterà essere colui che ha spiegato lo spot e non chi lo ha fatto. Ma questo è, di fatto, il trionfo della menzogna e dell'inganno: hanno occhi e non vedono, hanno bocca e non parlano, siano come loro chi li fabbrica. Chi segue gli idoli diverrà come loro. Non comprendet ancora? Fà nulla... tranquilli.

https://m.youtube.com/watch?v=dg8MbEu-eZ8&feature=share

Anonimo ha detto...


Ancora peggiore di Francia e Italia sembra essere il Canada.

Anonimo ha detto...


IL buddismo offre "spunti interessanti di rilessione e disciplina"?

Sì, nelle sue forme più elevate. Resta una elaborazione del tutto umana caratterizzata dal desiderio di fuggire dalla vita (che sarebbe solo dolore, sofferenza). La sua filosofia
tende all'irrazionale. Misconosce categorie fondamentali del pensiero razionale.

Anonimo ha detto...

Il tempo è lo spazio neutro intercorrente tra un'azione "fisica o astratta" e la sua reazione

Anonimo ha detto...

'se nessuno mi chiede che cos'è il tempo, io lo so. Ma se qualcuno me lo chiede, allora non lo so più' Agostino da Ippona.

Anonimo ha detto...


Sulla natura del tempo.

È un'antica questione, sulla quale si divisero i filosofi greci.
Il tempo è sostanza o misura? Una realtà in sé o un rapporto, un'unità di misura?
Con il tempo misuro il moto. Vero.
Ma se non c'è moto, se non c'è un oggetto che si
muove, quando la pianura è deserta, ed è scesa la notte, cessa forse il tempo? Cessa essa di durare nel tempo? No. Essa dura nel tempo, sino al sorgere del sole e oltre, come dura nello spazio (il tempo è la durata, lo spazio l'estensione). Allora il tempo è la durata, all'interno della quale lo misuriamo
con strumenti di misura applicati al moto dei corpi o da esso dipendenti.
Dal moto della terra attorno al sole, anzi, visivamente, dal sorgere e tramontare del sole sul nostro orizzonte dividiamo questa durata in giorni, ore, minuti, secondi.
Oggi si adotta come unità di misura la velocità della luce, cosa che sembra aver
introdotto una certa confusione, nella percezione del tempo.
PP

Anonimo ha detto...


"Il tempo è lo spazio neutro etc."

Confesso di non aver capito il concetto espresso.
Sarei grarto se si chiarisse.
PP

Anonimo Il tempo è la MISURA DEL MOVIMENTO (Aristotele DIXIT e Agostino conferma) ha detto... ha detto...

Anonimo Il tempo è la MISURA DEL MOVIMENTO (Aristotele DIXIT e Agostino conferma) ha detto...

"Andavo a 100 all'ora per trovar la bimba mia" (Gianni Morandi).
L'ora è la quantità di movimento che è stata necessaria per attraversare i 100 Km.
Con il tempo misuro il moto. Vero.
Ma se non c'è moto, se non c'è un oggetto che si
muove,
Giusto.però, dopo la Creazione c'è sempre un oggetto che si muove.Sia esso una galassia o un bosone.

Anonimo ha detto...

Non so. Quello che so è che nella meditazione o nella concentrazione seria di un lavoro il tempo diventa spazio, cioè in un tempo limitato è possibile fare più lavoro e meglio. Credo che nella bilocazione accada qualcosa di simile. Un'altra esperienza simile fu quella di tante madri, durante la guerra, che 'seppero' della morte del figlio molto prima che qualcuno le informasse. Una unione di pensieri e cuori che supera ogni spazio fisico, in contemporanea. Attraverso la sua santa vita Padre Pio sviluppò tanti dei doni ricevuti e che forse moltissimi e/o tutti gli uomini ricevono. Noi della nostra Santità dovremo occuparci seriamente. E' nella Santità il nostro futuro, non nella tecnologia, nei microchip evvia siringando. Padre Pio è l'esempio a cui guardare come a tanti altri santi, vedi san Giuseppe da Copertino, ogni santo ha i suoi doni. Comunque credo che tutta questa ridicola macchinazione odierna abbia tra i suoi scopi quello di impedire la santità degli uomini, ma non ci riuscirà. La nostra santità sarà la loro sconfitta rovinosa.

Anonimo ha detto...


Dopo la Creazione c'è sempre un oggetto che si muove.

E prima della Creazione? Prima, esisteva solo Dio, l'Essere soprasostanziale (Areopagita).
Non c'era dunque il tempo, nell'esistenza di Dio, assolutamente anteriore a quella della Natura, da Lui creata? C'era, nel "durare" di Dio, ab aeterno.
Il tempo è dunque indipendente dall'oggetto, dall'ente sensibile, determinato.
PP

Anonimo ha detto...


Anche concependo il tempo come durata senza fine, risolviamo il mistero del tempo,
dal nostro punto di vista?
Non lo risolviamo, così come non risolviamo il mistero dello spazio, che non si
può concepire finito.
Pascal, tra le cose incomprensibili eppur reali, metteva: "uno spazio finito ed uno infinito che sono uguali." Si tratta, infatti, sempre dello stesso spazio.
PP